quando lo Stato si preoccupava del popolo italiano...
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tratto da: La politica sociale del Fascismo. Roma, PNF, anno XIV e.f.
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LA TUTELA E L'AVVENIRE DELLA STIRPE
LA POTENZA politica e militare dello Stato, l'avvenire e la sicurezza della Nazione sono legati al problema demografico, assillante in tutti i Paesi di razza bianca, non escluso il nostro. Bisogna riaffermare ancora una volta, nella maniera più perentoria, che condizione insostituibile del primato
è il numero. Queste parole pronunciate dal DUCE, nello storico discorso all'Assemblea quinquennale del Regime (1934), ci offrono la possibilità di affermare, senza tema di smentita, che è vano parlare di potenza morale e politica, è vana ogni aspirazione di primato, ogni volontà di conquista, se un popolo non sente il coraggio e l'orgoglio di perpetuare la sua vita e di accrescerla nel susseguirsi delle generazioni. A lungo andare suona fatale nella storia di una Nazione l'ora in cui questa mancanza di coraggio si sconta con la decadenza demografica, economica e morale.
Tutte le antiche civiltà, anche quelle che più ebbero fede nella vita e nella loro potenza avvenire,
sentirono il morso della decadenza man mano che la contrazione delle nascite accentuava il suo
fatale decorso.
La grande tragedia della romanità coincide con il regresso delle nascite. Augusto
malinconicamente faceva osservare ai suoi concittadini che la vita della città non consiste nelle
case, nei portici, nelle piazze, ma sono gli uomini che fanno le città, le popolano, le arricchiscono,
le fanno potenti.
Nonostante un così eloquente insegnamento della storia, l'Europa è da tempo in preda alla paura
della soprapopolazione. Il fatto che i suoi abitanti, dai 265 milioni che erano nel 1850, siano saliti a
515 milioni nel 1932, può aver dato l'illusione di una tendenza ad un progressivo costante
accrescimento.
Ma in quale misura sono aumentate le altre razze che popolano gli altri continenti? E questo
accrescimento demografico dell'Europa ed in genere, della razza bianca, accrescimento registrato
nel secolo scorso, è costante, tende a conservarsi, a migliorare; o siamo viceversa entrati
definitivamente e paurosamente nella fase del declino ininterrotto ed irrefrenabile delle nascite?
Ecco dei formidabili, precisi interrogativi, ai quali cercheremo di rispondere nei limiti che ci sono
consentiti.
L'Europa, in novanta anni, ha visto crescere i suoi abitanti da 250 milioni a 515. Mancano cifreesatte retrospettive per l'Asia, l'Africa, l'Oceania e le Americhe. È innegabile, nondimeno, che
l'accrescimento della popolazione in questi tre continenti è stato di gran lunga maggiore
dell'Europa. Oggi l'Asia ha una popolazione di un miliardo e 155 milioni, di cui 460 milioni nella
Cina e 34 milioni nella Manciuria. I Giapponesi ammontano a 68 milioni e mezzo, ma con le
Colonie e Paesi dipendenti (esclusa la Manciuria) salgono a più di 93 milioni. Si può calcolare che
la razza gialla sia all'incirca di 700 milioni di anime, talché essa supera in popolazione il terzo di
tutto il mondo. (La popolazione mondiale è stata valutata recentemente a due miliardi ed ottanta
milioni).
Le altre razze che popolano il mondo sono così rappresentate:
Negri e mulatti 145 milioni; Indiani (d'Asia) 355 milioni; Indiani e meticci d'America 50 milioni;
Malesi 76 milioni; popoli residuali 76 milioni.
La razza bianca che popola l'Europa e le due Americhe, ed è sparsa in tutti i continenti, può
essere quindi valutata, sempre in via d'approssimazione, a 678 milioni. In questo computo è anche
compresa la Russia, che, secondo una valutazione fatta nel gennaio 1933, ha una popolazione di 163
milioni.
Ma può la Russia essere annoverata tra la popolazione della razza bianca? Non è essa plasmata
fisicamente e spiritualmente in maniera affatto diversa dalla razza bianca vera e propria che popola
l'Occidente?
Se, quindi, escludiamo la Russia dal computo della popolazione della razza bianca, quest'ultima
si riduce a 515 milioni. Orbene, questa valutazione statistica, questo rapporto quantitativo della
razza bianca con le razze di colore, dice qualche cosa, ma non basta.
L'Occidente non solo non ha il primato demografico come quantità, ma va ogni giorno perdendo
terreno anche nel campo della qualità. Le sue facoltà spirituali sono in via di esaurimento; la sua anima è infiacchita.
La volontà di vivere, la sete di godimento, la febbre del piacere, del benessere, hanno isterilito
ogni sorgente di vita spirituale. La paura della prole è il segno mortificante di questa atmosfera di
materialismo nella quale respirano le Nazioni della civiltà occidentale.
Si limitano le nascite per sottrarsi al pericolo di dividere con i nuovi arrivati i beni materiali; si
limitano le nascite per non avere fastidi, per non correre il rischio di responsabilità, per sottrarsi al
più sacro dei doveri umani: quello della paternità.
Sono questi i segni terribili di una decadenza morale che, incominciata dall'alto, si propaga e si
estende a tutti i popoli e le classi, minacciandoli nella fonte stessa della loro esistenza.
Questo suicidio collettivo dell'Occidente si manifesta in tutto il suo tragico significato ove lo si
ponga in rapporto alla vitalità, allo sviluppo ed alla forza di espansione delle razze di colore.
Il grido d'allarme è stato lanciato, recentemente, dal DUCE, nello storico discorso pronunziato il
14 novembre 1933, all'assemblea del Consiglio Nazionale delle Corporazioni. Egli disse: «C'è una
crisi europea, tipicamente europea. L'Europa non è più il continente che dirige la civiltà umana.
Questa è la constatazione drammatica che gli uomini, che hanno il dovere di pensare, debbono fare
a se stessi ed agli altri. C'è stato un tempo in cui l'Europa dominava politicamente, spiritualmente,
economicamente il mondo. Lo dominava politicamente attraverso le sue istituzioni politiche,
spiritualmente attraverso a tutto ciò che l'Europa ha prodotto, con il suo spirito, attraverso i secoli.
Economicamente, perché era l'unico continente fortemente industrializzato. Ma, oltre Atlantico, si è
sviluppata la grande impresa industriale e capitalistica.
«Nell'estremo Oriente è il Giappone che, dopo aver preso contatto con l'Europa attraverso la
guerra del 1905, avanza a grandi tappe verso l'Occidente».
Dietro la pacifica penetrazione economica si trova la grande potenza giapponese, con la sua
posizione eminente, con la sua formidabile organizzazione, con la sicura conoscenza di tutti i mezzi
dell'arte bellica moderna.
Dopo l'Oriente giallo, il pericolo nero non è meno minaccioso per la razza bianca. Dovunque i
negri ed i figli dell'Asia straripano negli arcipelaghi del Pacifico, nelle Indie, in Africa, in Australia
ed in America. E la Francia è diventata un pericoloso ponte di passaggio per le razze straniere in
Europa; nelle campagne della Francia vi sono decine di migliaia di negri.
Quali siano i pericoli e le conseguenze di tale influsso delle razze di colore nel cuore, nella vita
dell'Europa, non occorre ripetere.
Scrittori di problemi militari, uomini politici, studiosi, hanno messo in luce le conseguenze di
tale penetrazione; conseguenze di natura politica, morale e demografica.
L'Occidente, con la sua politica e con i suoi contatti, ha ridestato fra le razze di colore in senso
della parità di diritti, la coscienza della loro forza e del loro avvenire.
I bianchi hanno creduto, ad un certo momento della loro storia, che non valesse più la pena di
riprodursi, perché l'Europa si popolava troppo, perché in sostanza non c'era interesse ad essere in
molti, ed era preferibile e più conveniente essere in pochi. Questa teoria, che i bianchi perseguono e
le razze gialle e nere ignorano, è la politica dell'uccisione lenta, progressiva, fatale dell'Europa
occidentale.
Gli Stati che si proclamano depositari di civiltà e regolatori di imperi sono così minati alla fonte
stessa della loro vita presente ed avvenire, e mentre le razze di colore si moltiplicano con una
fecondità impressionante, che è indice della loro forza e della loro sanità, l'Europa invecchia. Il
regresso delle nascite è palese in tutti gli stati con un ritmo vario ma crescente, connesso collo
sviluppo delle città industriali, dei grandi centri urbani, tanto più infecondi quanto più vasti e
mostruosamente colossali.
I bollettini della denatalità sono come tanti rintocchi funebri della morte che è in agguato.
Gli Stati più progrediti dell'Europa occidentale segnano il massimo declino delle nascite. Fra essi
hanno il triste primato la Svezia, la Svizzera, la Norvegia, la Germania, l'Austria, l'Inghilterra, la
Francia, la Danimarca, il Belgio.
I progressi dell'igiene, dell'assistenza sanitaria, il migliorato tenore di vita di tutte le classi hanno consentito, nell'ultimo trentennio, un abbassamento della mortalità.
Orbene, se la diminuzione della mortalità compensa in parte il fenomeno della decrescente
natalità e consente ancora per alcuni Paesi un lieve incremento naturale della popolazione, tuttavia è
da ritenersi che tale situazione sia transitoria e dovuta soltanto all'attuale favorevole composizione
per età della popolazione.
Coll'invecchiamento dell'attuale popolazione la situazione demografica andrà inevitabilmente
peggiorando per entrare fatalmente in una fase che avrà tutti i caratteri patologici di una piena
agonia demografica.
Gli scienziati più autorevoli concordano in tale ipotesi, che da alcuni viene definita come l'inizio
della fase senescente del ciclo biologico della vita delle Nazioni e che noi chiamiamo con un nome
più proprio: invecchiamento dei popoli. Ma v'è un limite oltre il quale la mortalità non può essere
diminuita; questo limite è dato da una legge inesorabile della natura. Stabilizzata quindi la mortalità
nei limiti circoscritti dalle leggi della natura, il progressivo invecchiamento della popolazione
superstite, preceduto, accompagnato e seguito dal regresso delle nascite, segnerà l'ora della
catastrofe demografica dell'Occidente.
Prima di passare all'esame della situazione demografica dell'Italia non è privo d'interesse vedere,
sia anche fugacemente, come si presenta il fenomeno del regresso delle nascite nei più importanti e
progrediti Paesi d'Europa. E cominciamo dalla Francia.
Il saggio di natalità, che nel periodo 1871-1880 era di 25,4, nel 1934 è sceso a 16,1.
L'eccedenza della natalità sulla mortalità si è ridotta nel 1934 a 1,0 per mille abitanti.
Nonostante la forte iniezione demografica di elementi stranieri prolifici, la situazione
demografica della Francia è grave; grave, per l'alta mortalità da cui è tormentata; grave, per
l'impoverimento vitale che caratterizzò il movimento della popolazione francese nell'ultimo secolo;
grave, infine, per il declino delle nascite, se la mancanza attuale di uomini validi si ponga in
rapporto alla vastità dei compiti che l'accresciuto impero coloniale ha assegnato a quel popolo.
Se dalla Francia partono invocazioni disperate e si lamenta la deficienza di uomini validi, di
marinai per l'armata, di soldati per l'esercito, di operai per le officine, di contadini per le terre, di
soldati e di pionieri per il vasto impero coloniale, dall'Inghilterra salgono grida di angoscia.
«Il concetto antico di una guerra vittoriosa — scriveva lo scorso anno Sir Money — era quello
della distruzione del nemico. L'odierna idea di uno stato ideale di pace è per l'Inghilterra quella di
distruggere se medesima»: in queste parole v'è tutta la tragedia avvenire della grande Inghilterra.
Il più vasto, il più potente impero del mondo è minato dalla più terribile guerra che si possa
immaginare: dall'uccisione lenta e progressiva delle sue nascite. Infatti, in Inghilterra, il regresso
della natalità ha assunto, specialmente in questi ultimi anni, proporzioni gravissime: 36 nati su 1000
abitanti nel periodo 1871-1880 scendono a 24 nel quadriennio 1911-13 e precipitano a 15 nel 1934,
quindi, al disotto della Francia.
Si prevede che il brusco tracollo della natalità determinerà, fra dieci anni, una diminuzione di
circa tre milioni di individui nelle classi di età inferiore ai dieci anni, mentre le classi di età anziana,
che sono improduttive ai fini della fecondità, risulteranno più numerose a causa della diminuita
mortalità.
Si avrà, di conseguenza, un invecchiamento della popolazione. «Se si diminuisce, non si fa
l'impero»; si può aggiungere, in questo caso, che non si può neppure conservare l'impero.
L'Inghilterra, col suo impero, abbraccia un quarto delle terre dei cinque continenti ed un quarto
della popolazione mondiale. Da calcoli recenti, risulta che la popolazione complessiva dell'Impero
britannico raggiunge i 500 milioni di abitanti. Questo immenso Impero è stato, sì, creato dagli
eventi, dallo spirito di audacia e dall'istinto di preda di una Nazione giunta prima al traguardo della
civiltà coloniale, da una egoistica politica di dominio e di espansione degli uomini che la
governarono, ma altresì, e soprattutto, dalla forza di una popolazione che non pose limiti alla sua
fecondità, e straripò con tutti i mezzi civili e incivili nei territori occupati sorretta dalla spada
inesorabile e spietata del soldato e dalla ostinazione fredda della sua flotta.
Mentre il liberalismo manchesteriano si trastullava con i principi del Malthus ed ostentava diffidenza verso le colonie, considerandole quasi come un peso, il flusso continuo, silenzioso
dell'emigrazione coloniale creava la più grande Inghilterra, ossia l'impero, trasformava
profondamente le terre conquistate rendendole sottomesse alla sua volontà ed al suo dominio.
Circa dieci milioni di inglesi si stabilivano nel Canada, nelle Indie, nell'Australia, nella Nuova
Zelanda, nell'Africa: tutto ciò fu possibile perché sin dai tempi più remoti la popolazione della Gran
Bretagna presentò un andamento crescente con ritmo accentuato nel secolo scorso.
Senza questo grandioso aumento della popolazione, che nel corso di un secolo si è triplicato;
senza questa forza del numero, l'Inghilterra non avrebbe potuto né colonizzare né conservare il suo
immenso impero.
Ma questo periodo di rigoglioso sviluppo della popolazione è finito. La nazione che ha popolato
il mondo ora stenta perfino a riempire i quadri essenziali alle funzioni direttive. Fino a quando essa
potrà conservare il suo predominio, se gli inglesi non crescono di numero, se non si formano ogni
anno nuove legioni di giovani pronti a portare nelle terre lontane la voce, la forza e la volontà della
madrepatria?
Le razze dominate si moltiplicano; i conquistatori si assottigliano. Verrà l'ora in cui la marea
delle genti dominate tenderà ad annullare, distruggere la sua dipendenza e ad assorbire i
conquistatori stessi. Quando una grande Nazione invecchia e la sua popolazione diminuisce, i
popoli dominati da essa, chiamati all'appello della civiltà, si ridestano ed attendono impazienti l'ora
della sua fine, come è nella giustizia della storia e nella vicenda dei popoli.
La situazione della Germania non è meno grave. Si è parlato e si parla dell'invecchiamento della
popolazione tedesca, si sono riportate delle cifre in cui si riflette la decadenza, demografica alla
quale essa pare fatalmente destinata; si pubblicano gli indici della sua natalità sempre più
decrescente; ma ogni pessimistica previsione scompare di fronte alla fredda tragica realtà delle cose.
La Germania subisce oggi la più grave sconfitta. Essa ha perduto più uomini in questi anni di
controllo e di limitazione volontaria delle nascite di quanti non ne abbia perduti durante gli anni
della guerra.
Bastano poche cifre a dare l'idea dell'irreparabile disfatta che le già feconde e forti stirpi
germaniche si sono andate preparando da sole.
Nel 1900 la Germania, con una popolazione di 56 milioni di abitanti, arriva a due milioni di nati vivi.
Nel 1932 — alla distanza di trentadue anni — con una popolazione di 68 milioni di abitanti, la
Germania discende a 978.000 nati vivi.
Ma le cifre relative sono ancora più gravi. Da 39,1 nati per mille abitanti nel 1871-1880 si scende
a 39,0 nel periodo dell'anteguerra per precipitare a 14,7 nel 1933. In cinquanta anni la Germania ha
perduto Ventiquattro punti sul saggio di natalità.
Mentre le morti superano le nascite, affiorano nei convegni scientifici e sulla stampa strani
dibattiti sulle teorie della razza pura, della selezione della popolazione e la sterilizzazione degli
impuri. Malthus, cacciato dalla porta, entra dalla finestra !
Il quadro che abbiamo fino ad ora tracciato della situazione demografica dell'Inghilterra, della
Francia e della Germania in relazione ai molteplici aspetti della vita, dello sviluppo e dell'avvenire
delle tre potenze occidentali, offre la possibilità di affermare che ovunque sono presenti i germi di
una decadenza la quale ogni anno sempre più si accentua e le cui conseguenze, nel corso degli anni
futuri, si faranno sentire in una forma ed in una estensione di cui è difficile prevedere la gravità.
È l'Italia immune da questo male che tormenta ed intristisce la vita morale e politica dell'Europa
occidentale? Ha l'Italia potuto sottrarsi al dilagante e mortificante fenomeno della denatalità?
A questi formidabili interrogativi ha già risposto da anni il DUCE, con la sua parola ammonitrice,
con la saggezza lungimirante di una vigorosa azione intesa — nel campo morale, economico e
sociale — ad arrestare o comunque ad attenuare il male che, aggravandosi, può compromettere la
sanità presente e la grandezza futura della Nazione.
Sin dal discorso dell'Ascensione, il DUCE lanciò il suo grido d'allarme.
È questo invero un problema dalla soluzione del quale dipende l'avvenire del nostro popolo. Né vale consolarsi con la gravità della situazione demografica delle maggiori potenze occidentali.
Vi sono nella storia popoli che decadono e popoli che ascendono.
Il destino dell'Italia è segnato dal nostro grande Capo, che supera con la sua gigantesca statura
tutti gli uomini di Stato nel mondo contemporaneo e si riallaccia direttamente ai grandi condottieri
di popolo e costruttori di imperi.
Egli, con la sua azione stimolatrice, che alimenta una Rivoluzione senza soste, con il suo
pensiero aderente alla realtà della vita e alle necessità della Nazione, con la luce e la bellezza di una
fede che non ha limiti alla sua vitalità ed espressione, ha saputo ridestare tutte le virtù del nostro
popolo e di esso ha formato un'anima sola, un blocco di volontà, perché dalla conquistata dignità di
oggi sorga e duri, nei secoli, la luce e la potenza della civiltà italiana.
Ma bisogna che il popolo sia degno in tutto del suo Capo e della sua grande Idea.
Come è possibile pensare ai fini storici assegnati a una Nazione nel grande ciclo della civiltà, se
alla sua volontà di potenza non si congiungono una continuità ed un accrescimento di vita del suo
popolo? Bisogna quindi reagire con tutte le forze dello spirito al fenomeno della denatalità.
«È questa la pietra più pura del paragone — disse il DUCE — alla quale sarà saggiata la coscienza
delle generazioni fasciste».
Ora, qual è la situazione demografica dell'Italia in confronto degli altri Paesi? Bisogna subito
dire che l'Italia non si trova nelle condizioni allarmanti della Francia, dell'Inghilterra, della
Germania, degli Stati Uniti: il nostro popolo ha reagito e reagisce al fenomeno degradante del
regresso delle nascite. La popolazione che nel 1871 era di 27 milioni è salita nel 1935 a circa 44
milioni.
Nonostante tale notevole aumento demografico il male della denatalità esiste anche presso di noi
e bisogna con coraggio denunciarlo per apprestare, come ha fatto il DUCE, i mezzi atti ad attenuarlo
e ad arrestarlo.
Se il concorso delle migliorate condizioni di ambiente sociale che hanno consentito, in questi
ultimi anni, un abbassamento notevole del quoziente di mortalità; se per il contributo dei nuclei
ancora prolifici del Mezzogiorno e dei rurali l'incremento naturale della popolazione non ha subìto
una forte falcidia, ciò non attenua la gravità del male. La verità dolorosa è questa: anche in Italia le
nascite invece di aumentare diminuiscono. Una Nazione in piena espansione dovrebbe vedere la
percentuale delle sue nascite mantenersi elevata. Ogni anno invece l'Italia perde qualche punto nel
suo quoziente di natalità. Bastano alcune cifre per mettere in rilievo tale fenomeno. Il coefficiente di
natalità, pari nel 1874 a 35 nati per ogni mille abitanti, è sceso nel 1934 al 23 per mille.
Ma per avere un'esatta conoscenza della situazione demografica del nostro Paese in rapporto con
gli altri popoli, occorre esaminarla nella cornice di un vasto quadro. Deve essere posta in relazione
alla consistenza quantitativa della popolazione e al rispettivo territorio, nonché ai possedimenti
coloniali di ogni Nazione.
Come consistenza quantitativa della popolazione siamo al sesto posto fra le Nazioni civili del
mondo.
Tralasciamo in tale computo la Cina che non ha tale struttura politica da poterla annoverare fra le
Nazioni di rango superiore.
L'Italia al 1934 aveva una popolazione di 43 milioni di abitanti. Si trovano ad un livello
superiore la Russia con 164 milioni di abitanti, gli Stati Uniti d'America con 125 milioni, il
Giappone propriamente detto con 65 milioni, la Germania con 65 milioni e 306.000, il Regno Unito
con 47 milioni.
In Europa siamo al quarto posto; viene prima la Russia, seguono la Germania e l'Inghilterra, poi
l'Italia.
Come estensione dei territori dei possedimenti coloniali, l'Italia occupa il sesto posto. È superata
dall'Inghilterra che ha un territorio uguale alla quarta parte della superficie terrestre, dalla Francia,
dal Giappone, dal Portogallo e dal Belgio.
Nel valutare i territori coloniali occorre tener conto del loro diverso valore economico quali terre
di sfruttamento e di espansione della madrepatria.
Come valore economico dei suoi possedimenti l'Italia è all'ultimo gradino ed è anche all'ultimo
posto per numero di popolazione degli stessi suoi possedimenti.
Infatti l'Inghilterra conta nelle sue colonie transoceaniche una popolazione di 450 milioni, la
Francia di 62 milioni, l'Olanda di 60 milioni, il Giappone di 25 milioni, gli Stati Uniti d'America di
16 milioni, il Belgio di 14 milioni, il Portogallo di 9 milioni.
Viene in ultimo l'Italia con due milioni e 700.000 abitanti.
Se il nostro Paese dovesse proporzionare le sue aspirazioni coloniali alla potenza numerica della
sua popolazione e alla grandezza della sua civiltà, esso dovrebbe, indubbiamente, essere uno degli
Stati più riccamente dotati di colonie: ma l'Italia che è così gelosa dei propri diritti, come rispettosa
degli altrui, non ha mai pensato di ingrandirsi ai danni delle Nazioni civili, che già posseggono, e
chiede e vuole soltanto che nessuno osi precluderle l'unico territorio ove perdura ancora, sovrana, la
vergogna di una degradante barbarie.
Per compiere questa azione civilizzatrice, l'Italia si fonda su precisi e ben definiti diritti: diritti
che ricevono una più ampia convalida dal fatto che fra tutte le Nazioni coloniali oggi esistenti in
Europa è quella che possiede meno, assai meno delle altre e assai al disotto dei suoi più urgenti
bisogni.
Infatti l'Italia con una popolazione di 44 milioni, senza contare i dieci milioni di Italiani sparsi
nel mondo, è all'ultimo posto fra le Nazioni coloniali dell'Europa.
Gli Stati infatti che hanno assolutamente o relativamente una popolazione superiore a quella
italiana hanno larghissimamente provveduto ad ovviare al loro problema demografico con
l'acquisizione di territori vastissimi e redditizi nei più diversi continenti; e gli Stati che pur
possiedono meno dell'Italia, si trovano, per l'assenza in essi di un bisogno espansionistico data
l'insufficiente popolazione e per il rendimento maggiore delle rispettive colonie, ad avere una
grande potenza coloniale che soddisfa i loro bisogni assai più dell'Italia, grande potenza che ha una
parte decisiva e di primissimo ordine nella vita politica mondiale.
Il numero ha il suo peso e la sua forza nella storia della civiltà. Chi possiede il numero possiede
lo strumento poderoso per realizzare le più audaci conquiste nel campo della politica.
L'uomo è la materia con la quale si forgiano i destini di un popolo.
Il numero è forza per una Nazione che ha fede in sé e sa trarre dal rigoglio di vite nuove la
volontà di avanzare sulle strade del mondo per l'affermazione del suo primato.
Gli uomini ed i popoli che non hanno fede nella vita, ed hanno paura di accrescersi e di
continuarsi attraverso le generazioni, non potranno avere la fede ed il coraggio di aprirsi un varco
nella storia del mondo.
Il numero ha soprattutto il suo peso — il suo meditabile peso — quando la popolazione, colla
sua fecondità e colla sua forza espansiva, si trasforma sempre più in un popolo unito nel suo spirito,
compatto nella sua coscienza, forte della sua volontà e consapevole del suo divenire.
L'Italia, dopo tanti secoli di triste storia, ha conquistato la sua grande anima unitaria.
Il numero ha avuto così la sua inconfondibile qualità; la popolazione si è trasformata in un
grande popolo giunto a quell'alto grado di potenza civile e politica per cui l'arte della grandezza, che
fu ben conosciuta da noi nel corso dei millenni, si rinverdisce di nuovi frutti e di più sicure
promesse.
Ma la Nazione, per avanzare ancora e sempre sulla strada della nuova grandezza, non deve
arrestare il ritmo vigoroso della sua popolazione colla limitazione volontaria delle nascite.
La Nazione deve sempre fiorire d'uomini: sarà questo il segno migliore della sua sanità e della
sua volontà di vita e di potenza.
Il grido di allarme lanciato sin dal 1926 dal DUCE deve essere raccolto da tutti gli Italiani con
l'impegno d'onore di vincere questa battaglia alla quale è legato il destino della Nazione. Bisogna
condannare con tutte le armi l'infinita tristezza di questo fenomeno che, attraverso la volontaria
sterilità individuale, può condurre alla sterilità, al suicidio collettivo di un popolo.
Bisogna ritornare alla terra, restituire agli uomini la fede nella vita, ristabilire su salde
fondamenta ed in tutto il suo valore religioso e sociale la famiglia, che è la prima cellula della società nazionale, la sola forma con la quale l'uomo possa sfuggire al terribile isolamento nel quale
nasce, vive e muore.
Lo Stato fascista, con la restaurazione e la difesa dei valori morali che sono la base
dell'educazione civile di un grande popolo, ha posto al primo piano l'istituto della famiglia.
La campagna demografica bandita dal Regime ed attuata attraverso tutta una imponente serie di
provvidenze, particolarmente rivolte alla difesa della famiglia e culminata nella celebrazione della
Madre e del Fanciullo, è piena di solidale, umana significazione.
Lo Stato fascista combatte il celibato ed ha ridonato all'istituto del matrimonio dignità conforme
alle tradizioni spirituali del nostro popolo. Esso significa perfezione dell'individuo, indissolubilità
del legame, patto sacro di obbedire alla legge ed al grande mistero della procreazione, che è
continuità della vita, della Nazione e della specie.
Questo è lo spirito animatore della politica demografica del Fascismo.
Quali i mezzi impegnati, quali le leggi e gli istituti creati e potenziati, per combattere così
gigantesca battaglia?
1. Le agevolazioni accordate alle famiglie numerose con la legge 14 giugno 1928, riflettente
le esenzioni dalle imposte di ricchezza mobile e complementare;
2. I provvedimenti di enti locali, parastatali e sindacali riflettenti le esenzioni dalle tasse
comunali, provinciali e dei contributi sindacali a favore delle famiglie numerose,
3. I provvedimenti per la protezione della maternità e dell'infanzia (legge io dicembre 1925,
n. 2277) e la repressione dei reati contro la maternità ed infanzia (R. decreto 6 novembre 1926, n.
1848, e 23 giugno 1927, n. 1070).
4. La lotta contro il celibato (R. decreto 19 dicembre 1926, n. 2132, e 24 settembre 1928, n,
2996).
5. La lotta contro l'urbanesimo, col conferimento ai prefetti della facoltà di emanare
ordinanze obbligatorie allo scopo di limitare l'eccessivo aumento della popolazione residente nelle
città (legge 24 dicembre 1928, n. 2961).
6. L'ordinamento dei servizi di assistenza ai fanciulli illegittimi abbandonati o esposti
all'abbandono (R. decreto 8 maggio 1927 modificato con la legge 23 aprile 1933, n. 313).
7. Tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli (legge 26 aprile 1934, n. 633).
8. Disposizioni per la tutela delle operaie ed impiegate durante lo stato di gravidanza e di
puerperio (legge 2 luglio 1929, n. 1289), e tutela della maternità delle donne lavoratrici (legge 22
marzo 1934).
9. La lotta contro le malattie sociali ed in ispecie contro la tubercolosi e la malaria.
10. Le' preferenze accordate agli impiegati e salariati coniugati dello Stato, delle provincie,
dei comuni e delle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza.
11. Disciplina dell'igiene e della sanità pubblica.
12. Valorizzazione dell'agricoltura con la battaglia del grano, la bonifica integrale, il
rimboschimento e la disciplina dell'emigrazione interna.
13. Risanamento edilizio ed igiene delle abitazioni con la costruzione di case popolari sane, lo
svecchiamento delle città, la distruzione dei quartieri vecchi, angusti, oscuri ed infetti.
In questa molteplice e vasta azione legislativa vanno segnalate tutte le iniziative dei comuni,
delle provincie, nonché degli altri enti locali e parastatali, i quali hanno contribuito al migliore esito
della battaglia demografica con l'istituzione di premi in danaro di natalità, sussidi ed agevolazioni di
varia natura (assistenza sanitaria gratuita, esonero pagamento medicinali) a favore delle famiglie
numerose.
L'istituzione della Giornata della Madre e del Fanciullo voluta dal DUCE costituisce per tutti gli
italiani un profondo e spirituale richiamo ai supremi valori della stirpe e rappresenta altresì un
efficace mezzo di propaganda per la battaglia demografica.
Ma soprattutto sono particolarmente rivolte al complesso problema cui è legato il destino della
Nazione: l'Opera Nazionale per la Protezione della Maternità e dell'Infanzia, l'Opera Nazionale
Balilla, l'attività del Partito ed i Fasci Femminili. Sono questi altrettanti organi collegati e
congegnati di una sola macchina che si muove senza soste al servizio della Nazione.
Dalla bonifica integrale a quella edilizia, dalla lotta contro l'urbanesimo alla valorizzazione
economica e morale delle forze rurali, dal divieto dell'emigrazione esterna alla disciplina
dell'emigrazione interna, dalla tutela dell'igiene alla lotta senza quartiere contro le malattie sociali,
dall'educazione fisica e morale della gioventù alla protezione della maternità e dell'infanzia, dalla
difesa dell'istituto della famiglia all'esaltazione dei valori spirituali della Nazione, dall'assistenza
economica e sanitaria del popolo alle più alte manifestazioni della solidarietà civile ed umana e tutta
una vasta rete di provvidenze e di istituti che il Regime oppone vittoriosamente al dilagare della
denatalità mentre vasta decisa e feconda di risultati è l'opera volta a dare generazioni sane e forti
all'avvenire della Patria.
Assistere l'infanzia, educare moralmente e fisicamente la gioventù; su questo terreno l'azione del
Regime è intensa, profonda, appassionata. Ogni anno il Partito Nazionale Fascista manda alle
colonie montane e marine a ristorarvi il corpo e lo spirito circa 700.000 bambini.
Basta questa cifra a documentare profondamente quanto vasta ed umana sia l'assistenza che il
Regime prodiga all'infanzia, memore dell'insegnamento di antica saggezza, secondo il quale tutto
ciò che si spende per l'infanzia l'avvenire restituisce centuplicato.
Il Regime, la cui politica trascende il presente per proiettarsi fortemente nel domani prossimo e
lontano, afferma nelle sue istituzioni, nelle sue organizzazioni, in tutte le sue realizzazioni, la decisa
volontà di assicurare la sanità, la fecondità e l'avvenire della stirpe.
Alla predicazione egoistica, utilitaria, distruttiva di una limitazione volontaria delle nascite, il
Fascismo oppone la predicazione e l'esaltazione delle famiglie numerose perché solo così è
possibile assicurare la sanità fisica e morale del nostro popolo.
L'avvenire e la grandezza della Nazione sono riposte nelle famiglie sane e numerose. In un Paese
dove vi sono lavoratori per redimere e conquistare la terra, soldati per servire la Patria, uomini che
sentono l'altissimo dovere di accrescersi, di perpetuarsi, di migliorarsi, la Nazione mai può perire.
Gli Italiani non vogliono subire l'onta di quei popoli che da tempo vedono il numero delle bare
superare quello delle culle, i focolari ed i campi deserti.
Con questi sentimenti, che sono il patrimonio spirituale del Regime, il Fascismo ha aperto la
strada alla rinascita dell'anima, ha indicato ed indica agli Italiani la via della salvezza.
Potrà dirsi lo stesso degli altri Paesi? Non sono essi tormentati dall'angoscia che ogni giorno si
rileva nell'assenza di ogni spiritualità vivificatrice costruttrice? Si tratta di un dramma vero e
sostanziale che non ha nulla di letterario. L'Europa muore spiritualmente e demograficamente.
Ma l'Europa non si scompone per così poco. Che aumenti il numero delle bare e le culle siano
sempre più deserte, che le campagne si spopolino e vengano a mancare gli uomini per il lavoro e la
difesa del territorio, che le razze di colore avanzino e minaccino con la loro penetrazione economica
gli stessi mercati dell'Occidente, tutto questo non conta.
L'Europa vaneggia ancora sulla teoria malthusiana della popolazione, sulle razze pure, sulle
tradizioni ed il dominio imperiale delle Nazioni sazie, e non vede e non si accorge che il suo sangue
è malato, che la sua civiltà è corrotta, che soprattutto il suo spirito sta per perdere la direzione del
mondo.
La nostra grande razza mediterranea, la razza dalle forme fini e delicate, l'ideale della specie
umana, la razza che ha fatto germinare e visto schiudere le più generose aspirazioni, le più alte
idealità umane; che ha plasmata, trasformata, dominata la materia, dandole quasi un respiro di vita;
che dovunque, nelle terre vicine e lontane, fra i popoli di tutti i continenti, ha portato la voce e la
luce del pensiero, lo slancio ed il senso di una vita superiore, e che, sempre, secondo l'augusta
parola del Sovrano, in ogni ora della sua gloriosa storia ha assolto la sua missione di civiltà, questa
nostra virile ed antichissima razza, tornata a vivere per il genio del suo Capo, in una atmosfera di
coraggio, di volontà e di eroismo, indica ai popoli la via della salvezza e della redenzione.
L'Italia fascista, espressione viva della luminosa civiltà mediterranea, offre così al mondo, che da
un capitalismo meccanico e bruto è stato condotto alla sterilità dello spirito e degli uomini, la
bellezza di un'idea universale di rigenerazione morale.
Ad una civiltà meccanica e materialistica delle città tentacolari e delle campagne deserte —
civiltà mostruosamente suicida — il Fascismo oppone una civiltà in cui i valori eterni dello spirito,
della famiglia, della stirpe rappresentano i veri grandi ideali che legano l'uomo alla vita, intesa non
come godimento materiale ma come dovere, elevazione, conquista; «vita eroica, alta e piena,
vissuta per sé, ma soprattutto per gli altri, vicini e lontani, presenti e futuri».




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