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Discussione: La Guerra Dei Mondi

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    La Guerra Dei Mondi-fondamentale

    Lo scontro delle Civiltà e il Vecchio Ordine Mondiale
    Re Virara
    “Si dice che siamo entrati nell’Era della Distruzione. E’ vero?
    Yudhishthira:
    “Vedo sorgere un altro mondo in cui re barbari sovrastano un mondo corrotto e vizioso.
    Degli uomini malaticci, spaventati, duri, vivono vite miserabili. Già incanutiti a 16 anni si congiungono carnalmente come animali. Le loro donne, perfette puttane, si vendono con bocche avide. Vacche magre e sterili. Alberi rachitici, senza vita. Niente più fiori, niente più purezza.
    Ambizione, corruzione, commercio. L’Era di Kaly. L’Epoca Nera.
    Campagna deserta, città insediate dal crimine. Bestie che bevono sangue e dormono nelle vie.
    Acque risucchiate dal cielo. Terra bruciante, ridotta in ceneri morte. Il fuoco devasta alimentato dal vento; il fuoco trafigge la terra, spacca per largo il mondo sotterraneo.
    Vento e fuoco bruciano il mondo.
    Nuvole immense si ammassano. Blu, gialle, rosse si inalberano quali mostri marini su città in rovina. Sferzata dalla folgore cade la pioggia: la pioggia cade ed allaga la Terra.
    DODICI ANNI DI TEMPESTA.
    Le montagne squarciano le acque. Non vedo più il mondo!
    Allora, quando resta soltanto un mare grigio, privo di uomini, di animali, di alberi, il Creatore beve il vento terribile e si addormenta.
    (Profezia di Yudhishthira nel “Mahabharata”)
    L’ 11 di settembre dell’anno 2001 dell’era cristiana segna, senza dubbio alcuno, una svolta epocale nella Storia; sia di quella più recente, dall’implosione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, sia degli ultimi due secoli, che videro l’affermazione ed il trionfo del modernismo, del materialismo scientista-tecnologico, ed infine del Mondialismo e della globalizzazione in tutte le sue proteiformi manifestazioni. L’abbattimento dei suoi simboli , economici, politici e militari, il colpo portato a questo Potere Globale americanocentrico, nel cuore stesso dell’impero statunitense, sull’asse New York – Washington, è equiparabile in termini bellici alle scintille scatenanti i due conflitti mondiali del secolo ventesimo; in termini ideologici e politici all’abbattimento della Bastiglia ed alla Rivoluzione Francese del 1789, quella che ha spianato dottrinalmente e praticamente la strada alla presa del potere da parte della borghesia, dapprima europea e poi mondiale.
    REALTA’ E RAPPRESENTAZIONE
    E’ stato più volte ripetuto che l’abbattersi degli aerei dirottati sulle torri gemelle del World Trade Center (il Centro del Commercio Mondiale), come rapaci d’acciaio, tra esplosioni e fiamme, fino al crollo verticale degli edifici colpiti, “sembrava un film…”. La casuale (?) presenza delle telecamere durante il primo impatto e soprattutto il secondo, ha riportato alla mente dei miliardi di persone che vi hanno assistito quasi in diretta le immagini pirotecniche di tanti film “catastrofici” di Hollywood. Si noti, per inciso, come l’attacco a Washington, la capitale federale, al Pentagono cioè il centro del potere strategico della superpotenza mondiale, sia stato visto e “sentito” molto meno di quello alle Twin Towers; cioè nel cuore di Manhattan, nel centro di New York, la vera capitale planetaria del denaro e dell’ american way of life. Ed anche sede di quell’ONU oramai ridotto alla funzione di zerbino delle decisioni politiche della superpotenza USA. Questo nonostante il fatto che il secondo attacco , dal punto di vista militare, della difesa e dell’intelligence, avrebbe dovuto rappresentare uno smacco ben più grave all’immagine degli Stati Uniti quale potenza mondiale egemone. L’America è il paese della “realtà come rappresentazione”, quello cioè nel quale maggiormente la seconda ha preso il sopravvento sulla prima. Il potere degli USA sui vari popoli è stato sì imposto nei secoli con gli interventi armati, le guerre d’occupazione e di annientamento, il ricatto politico, lo strangolamento economico, ma prima e dopo esso si è aperto la via e si è consolidato attraverso un imponente apparato mediatico che, quasi a senso unico, ci ha offerto una RAPPRESENTAZIONE IDEALE dell’America Felix, la Patria del Progresso con le “P” maiuscole, il regno delle opportunità per “tutti gli uomini di buona volontà”, il Paese della Libertà, della Tolleranza, dell’Eguaglianza, e via elencando ed osannando. Libri, giornali, radio, televisione, internet, ma soprattutto il Cinema, “l’arma più forte” come la definì Mussolini, ci avevano offerto per un secolo non l’America reale, ma quella virtuale: l’immagine dell’America, come DOVEVANO rappresentarsela i sudditi, interni ed esterni, dell’impero a stelle e strisce. Oggi, finite le stelle, rimangono solo le strisce. Le striate della distruzione, della crisi economica, dell’isteria di massa, della FINE DEL “ MITO AMERICA”. Nel “paese di Bengodi” della rappresentazione, dell’illusione di celluloide, sicura di sorvolare “via col vento” in poppa ogni avversità, perché in fondo...“domani è un altro giorno”, l’abbattersi della realtà in diretta TV ha mandato in frantumi per sempre non solo e non tanto i fragili simboli del Potere e dell’opulenza, ma soprattutto l’immagine stessa di sicurezza, potenza, invulnerabilità che, in oltre due secoli, gli americani si erano costruita artificialmente, sulla disperazione, sulla miseria, sul sangue di miliardi di uomini e donne di tutto il pianeta. Gli Stati Uniti d’America, con due guerre mondiali e decine e decine di interventi armati diretti e non, hanno privato nazioni, popoli e continenti interi della propria libertà, della dignità, della loro stessa memoria storica. Chi non si adeguava al modello americano di vita, alla “visione del mondo” impostagli, al “Destino Manifesto” chiaramente…voluto da Dio, era per ciò stesso condannato ad “uscire dalla Storia”. Quando non addirittura dall’esistenza, come accadde a milioni e milioni di vittime del genocidio e dell’ etnocidio, perpetrato dagli eserciti del “Secondo Israele” (sempre in collaborazione con il primo, il “Fratello Maggiore”) nell’ottica del fondamentalismo cristiano protestante, al cui confronto ogni altro “fanatismo integralista” è solo una pallida copia. L’11 settembre la “fabbrica dei sogni” dell’immaginario collettivo americano ed occidentalista è entrata in crisi perché superata da una realtà, anche im/mediatamente visiva e altamente simbolica, imprevedibile e inimitabile persino dagli apprendisti stregoni dalla fantasia più scatenata. Il sogno americano, sbattendo il muso sul Reale si è trasformato in incubo. Un incubo ad occhi aperti da cui è impossibile sfuggire nel sogno oppiaceo dell’autorappresentazione gloriosa di sé.
    LA GUERRA DEI MONDI ESCE DALLO SCHERMO
    Restiamo nel campo cinematografico. Cinquanta anni or sono usciva in America “War of the Worlds”, “la Guerra dei Mondi”, tratto dall’omonimo romanzo di H.G. Wells, uno dei più famosi film di un filone fantascientifico-catastrofico arrivato fino ai giorni nostri (si pensi al ridicolo “Indipendence Day”). Il suo remake programmato ai nostri giorni è stato sospeso dopo gli attacchi di settembre. La realtà ha sconfitto l’immaginazione con largo anticipo. Come sempre l’attacco all’America ed al mondo era portato, proditoriamente, ai “pacifici cittadini” dagli aggressivi ALIENI; in questo caso gli sfruttatissimi marziani, evidentemente non ancora convertiti, come i “pellerossa” nell’America pre-colombiana, in pacifici new-age, dal bonismo politically correct degli anni ‘80/90. Per combattere l’invasore si ricorre a tutti i mezzi, compresa la bomba atomica [della serie: “non siamo noi i guerrafondai, sono loro che sono…”marziani”]. Ma sarà la provvidenza (divina ?) a salvare il mondo sotto forma di batteri! Quando si dice il caso… I marziani infatti rimangono vittime, nonostante la loro superiorità e la sorpresa, degli invisibili microbi ai quali invece gli organismi umani sono assuefatti. E’ quasi superfluo ricordare che siamo negli anni del secondo dopoguerra, della Guerra Fredda, della vittoria di Mao in Cina e dell’intervento americano in Corea, ecc… Uno scenario politico internazionale ben lontano da quello contemporaneo. Fa una certa impressione quindi rileggere quelle pagine e rivedere quelle immagini alla luce degli avvenimenti contemporanei: città distrutte da un misterioso attacco alieno, ventilato ricorso alla bomba atomica e a strumenti di distruzione di massa che sembravano un superato retaggio della Guerra Fredda dopo il crollo dell’impero dell’Est, batteri killer. A confronto “Without warning: terror in the towers” del 1993 con George Clooney, tradotto in Italia con un profetico “Attacco all’America”, è un instant-movie meno coinvolgente, nonostante riguardi proprio l’obiettivo già colpito otto anni prima. E la Casa Bianca chiede ora aiuto ad Hollywood per rilanciare l’immagine degli Usa.
    THE CLASH OF CIVILIZATIONS
    Da sempre gli americani “vincono” sul grande schermo anche le guerre che perdono nel mondo. Ma stavolta quella scoppiata da pochi mesi nel centro dell’ impero capitalista, nelle capitali atlantiche dell’Occidente, è veramente una GUERRA DI MONDI, uno SCONTRO DI CIVILTA’, anche se non esattamente nel senso datogli dal fondamentale testo di Samuel P. Huntington. Per lo scrittore trilateralista infatti, dopo il brevissimo periodo del potere unipolare americanocentrico successivo all’implosione sovietica, il XXI secolo sembra avviarsi verso il policentrismo pluricontinentale, incentrantesi attorno ad alcuni macro-concentrazioni su base geopolitica ed etnoculturale: atlantica (con l’assimilazione tout-court dell’Europa occidentale all’atlantismo), slavo-ortodossa, sino-nipponica confuciana, indiana, islamica e, forse in un futuro non certo prossimo, anche latino-americana o africana. Le crisi internazionali attuali, le guerre principali (Balcani, Cecenia, Afghanistan, Kashmir, Corno d’Africa, Timor Est ecc.) non sarebbero quindi che “conflitti di frontiera”, frizioni tra “placche continentali geopolitiche”, in assestamento e delimitazione di sfere d’influenza; un poco sul modello della “deriva dei continenti” della geotettonica del pianeta. Terremoti politico-militari lunghe le faglie della storia e della geografia. Si badi bene che qui si parla di “Culture”, di “Civiltà” in senso lato, solo in parte di fedi religiose e tuttalpiù di etnie e non di razze o sistemi politici. I contestatori dell’ Huntington (assurto agli “onori” della mondanità giornalistica proprio dopo la crisi mondiale dell’11 settembre), rigettano questa visione polemologico-policentrica di un’attualità che smentisce le tesi di Fukuyama sulla “fine della Storia”, anche se con qualche precisazione che faremo di seguito.
    ISLAM "AMERICANO" E ISLAM RIVOLUZIONARIO
    E lo fanno in base alla presunzione di una pretesa alleanza di nazioni, tutte unite contro il “terrorismo internazionale”, governi di paesi islamici compresi. Si tratta ovviamente di un falso problema, pura propaganda. E’ infatti palese e quotidianamente suffragato dai fatti che le masse arabo-islamiche, seppur non univocamente favorevoli ai talibani o a Bin Laden, sono certamente coscienti dell’aggressione americana in terra islamica, (il Dar al- Islam contro il Dar al-harb, il “Territorio della Guerra”), e dei veri motivi dell’intervento afghano e della politica USA nella penisola arabica. La crisi interna tra corrotti governi filo-occidentali e masse è un altro dei frutti dello scontro internazionale. “La tragedia dei mussulmani –diceva l’Imam Khomeini – è di avere a che fare con governi ignobili. La tragedia del mondo intero consiste nell’essere oppresso da chi si atteggia a difensore della pace e si proclama paladino delle masse” (Discorso ai fedeli , Teheran, 1981). Con venti anni di anticipo il leader della Rivoluzione Islamica Iraniana e creatore della prima vera Repubblica Islamica basata sulla Sharia, anticipava le tesi di Osama Bin Laden sui governanti corrotti, specie i sauditi, e sull’ONU, oramai ridotto al ruolo di notaio e avvocato difensore dell’imperialismo capitalista NEL e SUL mondo. In questo senso si può dire che il rivoluzionario saudita ha raccolto la fiaccola della Rivoluzione Islamica Mondiale nel nuovo secolo.
    ASPETTI GEOPOLITICI DELL’AGGRESSIONE AMERICANA
    La tesi dei punti di frizione dell’autore di “The Clash of Civilisations and the Remaking of World Order” si sposa perfettamente con quelle di Chalmers Johnson del “Blowback”, quando l’altro autore americano delineava i possibili scenari precedenti “Gli ultimi giorni dell’impero americano”. E’ significativo in tal senso che la reazione statunitense al crollo delle Torri della Babele economica mondiale si sia scaricata nel centro Asia, in Afghanistan, sul “tetto del mondo”, PROPRIO alla confluenza delle maggiori civiltà e culture dell’Eurasia, tutte prima o poi in competizione con quello americana-nordatlantica: l’Islamica in primis, l’Indiana, la Cinese, l’Iranica-shiita e gli staterelli turcofoni della Confederazione degli Stati Indipendenti (C.S.I.), ex appartenenti all’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS), cioè la Russia slava-ortodossa-turanica e islamica. Come abbiamo già scritto altrove [vedi: “ Dal cuore d’America a quello d’Eurasia”], l’Afghanistan rappresentò appunto l’inizio del tracollo della Russia che aveva fallito nel suo tentativo di rompere l’accerchiamento del Rimland all’Heartland siberiano centro-asiatico. E’ una vera ironia della Storia constatare oggi come l’America, nel suo speculare e contrario tentativo di penetrare dal “Mare” verso la “Terra”, dall’ Anello Marginale esterno a quello Interno e quindi al “Cuore Continentale” dell’Eurasia, si sia impantanata nelle stesse gole e montagne, rimanendo invischiata in un nuovo Vietnam, ma le cui conseguenze saranno ben più gravi e durature se non esiziali per la superpotenza capitalista. Sia per il coinvolgimento di decine di nazioni e miliardi di uomini, di contrapposizioni di fedi e politiche, sia per il VERO motivo dell’intervento USA, oltre gli aspetti geostrategici: il controllo delle fonti energetiche del secolo, i ricchi giacimenti dell’Asia centrale, del Caspio, oltre che il mantenimento di quelli del Golfo Persico, fino all’ultimo barile svenduto a Washington in cambio del sostegno politico e militare ai regimi corrotti dell’area.
    CRISI GLOBALE e GUERRA IMPERIALISTALa crisi economica e finanziaria da New York a Los Angeles era già in atto ben prima degli attacchi suicidi e della seguente crisi di isteria collettiva che sta spazzando l’America da un oceano all’altro. In questo senso la tragedia americana è servita perfettamente all’Amministrazione Bush; quando ancora i militanti martiri stavano dirottando gli aerei, già i propagandisti governativi dirottavano l’attenzione dell’opinione pubblica interna ed internazionale verso Osama Bin Laden, il “terrorismo islamista”, l’Afghanistan. Una sintonia così immediata e perfetta, anche con la destra sionista impegnata a smantellare la resistenza islamica in Palestina, da non poter che suscitare il fondato sospetto di una regia occulta, interna ed esterna agli USA, per riguadagnare le posizioni perdute e mantenere il ruolo egemonico mondiale. Come tutti gli imperialismi quello statunitense ha un VITALE BISOGNO DI “NEMICI PUBBLICI”, oggettivi o soggettivi che essi siano, per giustificare le sue guerre d’aggressione per l’accaparramento delle risorse mondiali e dei mercati. E Bin Laden rappresenta la sintesi perfetta: arabo, islamico e rivoluzionario sul sentiero tracciato dal khomeinismo (nonostante le divergenze evidenti tra i due sistemi islamici). Egli è saudita, ma nemico giurato di quei governanti filo-USA che detengono le città sante di Mecca e Medina e il “santo petrolio” motore del mondo: la Pietra Nera dell’Islam e “l’oro nero” per gli occidentali, ampiamente presente anche in quell’Afghanistan dove gli strateghi del Pentagono e della CIA piantarono i semi della rovina per la Russia di ieri e per l’America di domani. Ma l’intervento militare, i bombardamenti terroristici indiscriminati sulla popolazione fra le più misere della terra, la propaganda tendente, come sempre, a personalizzare e criminalizzare il nemico di turno (Hitler, Stalin, Mao, Fidel Castro, Khomeini, Saddam Hussein, Milosevic e appunto Bin Laden), stanno cominciando a provocare una serie di reazioni a catena che avranno effetti micidiali sulla stessa superpotenza scatenante, ben più gravi e decisivi del colpo economico, psicologico e d’immagine subito l’11 settembre. E questo a prescindere dall’esito positivo o negativo per gli States della guerra sulle desolate montagne e vallate afghane. Intanto, come nel caso iracheno, un tracollo dell’Afghanistan favorirebbe soltanto gli stati del centro Asia, necessariamente alla fine rivali dei Washington, specie poi se le truppe d’invasione finiranno intrappolate in una guerriglia di lunga durata.
    IL “NUOVO SALADINO” E I SUOI MODELLI
    Ma soprattutto la propaganda di Bush e del suo staff ha già trasformato Osama Bin Laden in un Eroe degli oppressi, nel “Nuovo Saladino” che libererà i luoghi santi dell’Islam, in un esempio, in un giustiziere difensore dei poveri e degli oppressi, i “diseredati della Terra”, per dirla con l’Imam Khomeini. E già il mito dilaga oltre i confini del mondo arabo-islamico, in Africa, in Asia, in America Latina, nelle bidonville come nelle università e financo nel cuore dell’occidente materialista: nelle periferie anonime e degradate, fra immigrati senza più identità di Parigi, di Londra, di Berlino, di Torino e Milano. Al di là delle differenze ideologiche, politiche e religiose i giovani d’Eurasia e d’Africa mostrano simpatia per la causa dei più deboli e soprattutto odio e disprezzo per gli americani e per i governi asserviti che sostengono l’aggressione imperialista, fino a sacrificare i propri uomini per gli interessi della Superpotenza neocoloniale. Una storia che si ripete. E’ stato notato come alcuni aspetti del moderno Islam Rivoluzionario, quale ideologia forte di mobilitazione delle masse oppresse e sfruttate, richiami i regimi totali dell’Europa tra le due guerre mondiali: il Fascismo, il Nazionalsocialismo, il Comunismo di Lenin e Stalin fino alla variante Maoista e Castrista. Comunque vada a finire Bin Laden ha già vinto la sua battaglia mediatica: o vincitore o martire in nome della fede e quindi esempio per milioni e milioni di uomini. Perché al di là del personaggio, quello che le masse islamiche avvertono è che siamo di fronte ad una svolta epocale e senza ritorno che ha già una data d’inizio: appunto l’11 settembre 2001. Il leader islamico rivoluzionario ha perfettamente ragione affermando nelle sue interviste come l’America non abbia ancora compreso il vero significato e la portata degli eventi in corso. Forse non sarà lui il barbuto profeta che, secondo la profezia, apparire al lato della Kaaba, accanto alla Pietra Nera incastonata d’argento, come Madhi, l’Atteso, l’Inviato; colui che dal luogo più santo della storia del suo popolo lancerà le masse islamiche alla rivolta e al riscatto contro “gli empi”, e per primi i satrapi corrotti all’interno dell’Umma Islamica. Ma il solco è ormai tracciato. E Osama Bin Laden e i suoi emuli hanno dimostrato che “il vento della Fede e il vento del cambiamento stanno soffiando per estirpare il male dalla penisola di Muhammad, la Pace sia con Lui”. (dal proclama videoregistrati di O. b. Laden, dopo l’attacco USA all’Afghanistan).
    NUOVE SFIDE E VECCHI SISTEMI
    Oggi più di allora l’esito del confronto mondiale avrà conseguenze generalizzate e durature per un pianeta già in buona parte globalizzato dal Progetto Mondialista che i potentati economici, partendo dalla base fino ad ieri inviolata dell’America, vogliono imporre a tutti i popoli e su tutti i continenti. La richiesta americana di avere l’approvazione e l’appoggio mondiale “contro il terrorismo islamico” all’operazione enduring freedom (cioè la completa libertà d’azione senza limiti di tempo e di spazio), sarebbe ridicola data la sproporzione di mezzi tra le parti in causa; se non fosse invece altro che una proposta di “partenariato” con gli USA, per accelerare e portare a compimento il processo di Globalizzazione, sempre americanocentrica ma non più totale. Un ruolo da riconquistare e mantenere in futuro, accaparrandosi una posizione strategica decisiva nel cuore dell’Eurasia e i relativi nuovi giacimenti energetici, da sottrarre alle potenze regionali sia di vecchia data che emergenti. “Globalizzazione è il nome che diamo a cose come internazionalismo, colonialismo, modernizzazione, quando decidiamo di sommarle ed elevarle ad avventura collettiva, epocale, epica…Qual è il propellente della globalizzazione? I soldi. Forse non è inutile ricordarlo: ridotta all’osso e privata degli orpelli, la globalizzazione è una faccenda di soldi” (Alessandro Baricco, “Il denaro dietro a tutto”). Nel “Grande gioco” dell’Asia centrale si deciderà nei prossimi mesi e il dominio del mondo per il secolo appena all’inizio e il destino stesso del Mondialismo: cioè del Progetto Globale del Capitalismo nella sua estrema fase imperialista, che utilizza l’armata angloamericana (+ le truppe coloniali degli stati vassalli) per il raggiungimento delle posizioni strategiche e l’accaparramento delle fonti energetiche. E sempre gli Stati Uniti decideranno CHI dovrà esser designato volta a volta come il Nemico di turno, DOVE colpire, QUANTO tempo impiegare. A dieci anni dall’attacco all’Iraq, l’“Invincibile(?) Armata” a stelle e strisce è ancora in Arabia e nel Golfo Persico, motivo principe della lotta rivoluzionaria nella penisola del petrolio. L’installarsi permanente degli USA anche sul tetto del mondo, nel cuore d’Eurasia e al Caspio, nuovo Eldorado petrolifero, sarebbe decisivo. Ma un fallimento di tale intervento, come dimostra l’esempio sovietico più che il Vietnam, sarebbe disastroso per Washington, in piena crisi economica e dopo lo smacco internazionale degli attentati. Sarebbe davvero l’inizio della fine dell’impero americano. E rappresenterebbe anche la pietra tombale della globalizzazione unipolare, peraltro oramai superata, rimettendo in gioco le grandi e medie potenze dell’area eurasiatica, con sviluppi imprevedibili. Per non dire del mondo islamico da Rabat a Giakarta e dello stesso assetto mediorientale da Gerusalemme alla Mecca. Su questo esito disastroso e per niente improbabile contano sia i nemici dell’America sia gli infidi, provvisori “alleati nella lotta al terrorismo”, che si ripromettono di trarre dalla situazione bellica tutti i vantaggi immediati contro un nemico comune (indiani e pakistani in Kashmir, cinesi nel Sinkiang, uzbeki e tagiki nei rispettivi paesi e ai confini, russi in Cecenia e Asia centrale, come anche i turchi nell’area di lingua e cultura turaniche). La sconfitta, lo smacco di Washington aprirebbero la strada alla politica espansionistica delle potenze regionali, quattro delle quali, per inciso, dotate di armamento nucleare, mentre altre due sono sospettate di prepararlo.
    OLTRE IL VECCHIO ORDINE MONDIALE…
    Ma a prescindere da tutte le suddette considerazioni di ordine geopolitico, strategico, economico, la crisi mondiale innescata l’11 settembre assurge a svolta epocale paradigmatica. Un ciclo della Storia del mondo si chiude e un Mondo Nuovo appare all’orizzonte. Il crollo in polvere dei simboli del Potere economico e militare, ad un superiore livello “intuitivo” e simbolico, non è che l’inizio di un crollo ben più catastrofico e dilazionato nel tempo e nello spazio: quello del VECCHIO ORDINE MONDIALE, finora definito “ MONDO MODERNO” in contrapposizione all’Ordine Tradizionale travolto negli ultimi secoli. Quello che l’Europa giudeo-cristiana ha esportato nel “Nuovo Mondo” e quindi in Asia, in Africa, nel Sudamerica, in Australia, ovunque, fino al più remoto villaggio del Sud del mondo, nella giungla più recondita. E’ il mondo del materialismo, del laicismo, dello scientismo e della tecnologia elevati a nuovi idoli della credenza popolare. E’ il mondo degli “Immortali Principi dell’89”, dell’Illuminismo, dell’egalitarismo che, rimossi Dio dai Cieli e i re dai troni, ha imposto la democrazia borghese come feticcio per le masse, asservite invece alla plutocrazia capitalista senza volto né anima, a sua volta frutto perverso del biblismo giudeo-protestante, oramai disvelato di ogni mascheramento etico religioso. L’intellighentia modernista occidentale nel suo delirio di onnipotenza, nel suo recondito razzismo dello Spirito aveva creduto nell’assolutezza, nell’univocità ed eternità progressista del proprio modello “culturale”; aveva creduto e fatto credere al mondo nell’ unidirezionalità della Storia, nell’eterno Progresso verso un mondo unico e perfetto, stampato sul modello più tecnologicamente avanzato ed economicamente ricco: gli Stati Uniti d’America. Era solo questione di tempo. Il resto del mondo, i paesi “arretrati”, i popoli “primitivi” o quelli “appena usciti dal Medioevo” (periodo storico inventato dai cattedratici e comunque caricato di ogni aspetto negativo e demonizzante), non avrebbero potuto far altro che seguire, volenti o nolenti, il progresso come inteso nella parte atlantica della Terra.
    …IL TRAMONTO DELL’OCCIDENTE
    I grandi pensatori europei della Tradizione, da Evola a Guènon, da Nietzsche a Spengler, per non citare che i nomi più noti, hanno più volte parlato della “crisi”, del “tramonto”, della “disintegrazione” e della “rivolta” riferendosi al Mondo Moderno ed al suo complesso di (dis)valori. Per questo motivo sono stati emarginati, discriminati, talvolta perseguitati o travisati dalla “cultura” ufficiale, scherniti e derisi dagli intellettuali funzionali ai poteri forti dominanti, tacciati di passatismo, nostalgismo del passato, reazionarismo o peggio. La crisi mondiale attuale, quasi coincidente con l’inizio secolo e millennio, sta dimostrando tutta la validità delle loro analisi e delle critiche ad un “mondo moderno”, risultato tanto fragile e transeunte quanto era stato arrogante e presuntuoso sulla sua tenuta e durata.
    Il 2000 d.C. E’…
    Già quando parliamo di “Terzo Millennio”, di 2001, noi occidentali utilizziamo un calcolo temporale che non appartiene a tutto il mondo, ma che semmai abbiamo imposto con secoli di colonialismo. Noi parliamo cioè di 2000+1 anni dalla (presunta) nascita di Gesù il Nazareno, il Rabbi ebraico poi assurto, grazie a Paolo di Tarso, a divinità dell’Europa appunto “cristianizzata”; e tra l’altro sappiamo che si tratta di un falso storico, di una data sfalsata almeno di 6-10 anni dalla presumibile realtà. Ma il nostro 2000 è il 2753 dalla fondazione di Roma, il 6236 degli egizi, il 5760 dalla creazione del mondo secondo il Giudaismo Ortodosso, il 4698 anno del Dragone del calendario lunare cinese, il 2544 dei buddhisti e il 1923 induista, il Y2K (Year 2 Kilobyte) del linguaggio informatico e, ovviamente, il 1421 dell’Egira, l’anno in cui Maometto lascia la Mecca per Yatrib, la futura al-Medina. E via di seguito. E’ anche il 5119° anno del Grande Ciclo Maya, che si concluderebbe tra una ventina d’anni con…la fine di questo mondo! I popoli da noi europei conquistati nei secoli passati ed oggi oggetto del neocolonialismo americano d’impronta protestante non hanno conosciuto la “modernizzazione”, se non come modello importato ed imposto dall’esterno. E chi, come i nativi precolombiani dell’attuale America non seppe o non potè adeguarsi a questo modello fu letteralmente spazzato via con uno dei genocidi più estesi della storia, oppure ridotto in schiavitù e privato delle proprie radici religiose e culturali che solo oggi , a fatica, riscopre; è il caso dei Maya, degli Incas, delle popolazioni del centro e sud America che ebbero la “fortuna” (!) di sottostare a spagnoli e portoghesi piuttosto che ai WASP sterminatori del nord del continente. L’Islam o l’Induismo, solo a mò d’esempio, non hanno avuto la Riforma Protestante e la Controriforma Trentina, le guerre di religione, la caccia agli “eretici” e l’Inquisizione, l’Illuminismo e la Rivoluzione Francese, il Calvinismo protestante e tutti i vari “ismi” che costellarono la nostra storia. Molti di questi popoli, pur accettando, subendo o abbracciando la modernità tecnologica d’Occidente, seppero preservare a lungo tradizioni e civiltà avìte: come il Giappone fino alla fine della II Guerra Mondiale e all’olocausto atomico, come l’India fino ancora ai nostri giorni, come il mondo islamico, dal risveglio iraniano in poi. Queste nazioni che opposero al colonialismo europeo i suoi stessi strumenti per la lotta di liberazione, nazionalismo e comunismo, modernizzazione tecnica e sistema economico capitalista, hanno oggi sotto gli occhi gli effetti deleteri, devastanti, disintegranti del modernismo occidentale, della corruzione dei costumi, della crisi economica, della miseria sociale, della guerra, del disastro ecologica; in una parola gli effetti perversi della Globalizzazione. E hanno capito che la soluzione dei loro problemi sta nelle proprie radici, nel passato proiettato però al futuro, in quanto per loro è rimasto fondamentalmente sempre il presente. Mentre l’attuale presente non è che un breve arco di tempo della dominazione straniera che, come già più volte in passato, è destinata a non avere futuro.
    LA FINE DEL MITO PROGRESSISTA
    Anche in Occidente, in Europa, la modernizzazione è sempre più oggetto di critica, e i suoi effetti catastrofici sull’ecosistema, sull’economia, sulla pacifica convivenza, sui valori autentici della vita, sui rapporti familiari e sociali come sulla stessa psiche dell’uomo d’oggi, sono sotto gli occhi di tutti. Il “Progresso”, tanto esaltato per due secoli, sta generando tali e tante mostruosità da farci oramai reputare ben più che possibile, probabile la stessa estinzione del genere umano e del medesimo pianeta che ha avuto la sfortuna di ospitarlo. Le stesse grandi concentrazioni abitative e lavorative umane, le metropoli moderne trasformatesi in megalopoli, si avviano a divenire necropoli, tombe per milioni di disgraziati che già oggi trascinano una miserevole esistenza nelle sue baraccopoli del Sud del Mondo. La crisi di New York, modello idealtipico della concentrazione urbana moderna, ha del resto dimostrato tutta la fragilità di queste concentrazioni, delle sue costruzioni vertiginose, delle sue masse sradicate ed isteriche, che passano dall’esaltazione al terrore nel volgere di un giorno. Non si stanno forse avverando sotto i nostri stessi occhi, in questi giorni, le profezie del Mahabharatha, di Yudhishthira al Re Virata sui tempi ultimi? La verità è che il “modernismo”, il materialismo d’Occidente con i suoi falsi idoli demo-borghesi e il suo sistema economico stanno franando con la stessa velocità delle Twin Towers, il cui collasso ha rappresentato simbolicamente l’inizio della fine nella Babele della Globalizzazione. I grandi spiriti dei secoli passati che abbiamo citato, da Nietzsche ad Evola avevano lucidamente previsto quanto si sta avverando sotto i nostri occhi. Il sociologo di origine russo-komi poi trasferitosi negli USA, Pitirim Alexandrovich Sorokin, nella sua monumentale opera su “La Dinamica sociale e culturale” ha descritto le varie fasi di passaggio nella Storia, sotto forma di sinusoide, di onde ritornanti: la fase IDEAZIONALE, quella SENSISTICA e quella di passaggio IDEALISTICA. E’ arrivato “…il tramonto della fase Sensistica della cultura occidentale ed il periodo di transizione in cui la società occidentale sta entrando con la tragedia, le guerre, le rivoluzioni, lo spargimento di sangue, la distruzione, la crudeltà e le altre caratteristiche di tale transizione…La grande crisi della cultura sensistica ci sta innanzi nella sua cupa realtà; questa cultura si sta suicidando davanti ai nostri occhi. Anche se non dovesse finire nel corso della nostra vita, ben difficilmente potrà riprendersi dalla perdita delle sue forze creative e dalle ferite dell’autodistruzione”. Le profetiche anticipazioni dell’ultimo volume pubblicato caddero nel ’41 con l’attacco giapponese a Pearl Harbour, per molti versi e anche a torto paragonato all’attacco kamikaze alle Torri. Quelli a cui assistiamo sono gli ultimi fuochi di un mondo morente. Fuochi fatui di cimitero.
    E’ LA FINE ANTICIPATA DELLA GLOBALIZZAZIONE
    Solo pochi mesi prima dell’11 settembre lo storico Harold James aveva annunciato “The End of Globalization”, in parallelo con gli anni Venti della Grande Depressione e del protezionismo americano che riciclava la propria economia in una prospettiva bellica; proprio come oggi l’economia di guerra cerca di allontanare lo spettro recessivo e dirottare l’attenzione delle masse disorientate e spaventate dal disastro interno alla “guerra patriottica”, peraltro in buona parte rovesciata sulle spalle delle “truppe coloniali” degli stati satellite. “Il Sud contro il Nord, il resto del mondo contro l’Americanismo – scrive il James - la crisi della Globalizzazione si spiega con le controrelazioni sociali e politiche a questo. La paura uccide la globalizzazione” E infatti, a soli pochi mesi di distanza da questa profezia, la Globalizzazione americanocentrica, il progetto Mondialista dell’ One World, che doveva durare all’infinito (e secondo il nippo-americano Fukuyama, farci “uscire dalla Storia”) si è spento in appena un decennio: dal crollo del Muro di Berlino a quello delle Torri di New York. E’ tutta una simbologia di distruzione e di macerie che ci introduce al futuro ed allo scontro tra il Vecchio (dis)Ordine Mondiale e la Nuova Società Ideazionale, basata sui Valori spirituali al posto dei materiali, sulla qualità invece che sulla quantità, sulla gerarchia, l’Onore, il Sacrificio di élites guerriere e sacrali.
    TRADIZIONI CONTRO PENSIERO UNICO
    Non è solo l’Islam Rivoluzionario a levarsi contro l’Occidente “modernista” che tramonta nel caos. In India un miliardo di uomini e donne vivono quotidianamente la propria tradizione, pur in una società che usa la macchina, il computer e che possiede l’atomica. Il risveglio induista che si lascia alle spalle il gandhismo e riscopre Chandra Bose, si traduce nella presa del potere da parte del BJP, ma anche nella oceanica partecipazione ai riti del Kumba Mela, come nella ricerca di una “via indiana” alla modernizzazione nel rispetto della Natura e delle tradizioni. Un altro miliardo e trecento milioni di asiatici, i cinesi, esaurita l’ondata dell’ideologia marxista/maoista e pur in pieno boom consumistico, riscopre i valori trimillenari della Grande Cina, dell’Impero di Mezzo, tra Taoismo, Confucianesimo e Buddhismo, come del resto accade in molti altri paesi del sudest asiatico. Dall’altra parte del mondo, nell’America centro-meridionale, selvaggiamente oppressa e sfruttata dalla dominazione yankee del nord, si riscoprono le culture precolombiane e la dignità delle proprie radici precristiane, coniugate ad un rinato orgoglio nazionale per la propria cultura di mezzo millennio fa: Cuba, il Venezuela, il Perù, il Chiapas messicano, gli Indios amazzonici, (senza dimenticare i cosiddetti “pellerossa” nordamericani). Ed è solo l’inizio. Persino Israele, nata laica e socialista, sulla spinta della migrazione askenazita dell’Europa orientale e dei Bund socialisti-sionisti, con i suoi kibbuz sul modello dei kolkoz e sovkoz dell’URSS (il primo stato a riconoscere Israele nel 1948, contro le monarchie arabe reazionarie e filo-occidentali), persino Israele si sta sempre più rivolgendo all’ortodossia giudaica trasformando Heretz Israel in uno dei paesi più integralisti religiosi del mondo. Del resto la sua stessa esistenza non può che autogiustificarsi sui testi delle “Sacre Scritture”, della Bibbia e del Talmud. E questo è uno e non l’unico dei motivi di disaffezione degli ebrei americani laicizzati, integrati, liberals, rispetto ai correligionari dell’altra parte del mondo. Un contrasto radicale che potrebbe rappresentare una delle chiavi di lettura degli ultimi tragici fatti di New York. E nella Russia post-sovietica, come negli altri paesi slavi balcanici o in quelli caucasici, Ortodossia ed Impero rappresentano oggi non un vago nostalgismo per un passato glorioso, ma una realistica proposta di aggregazione comunitaria e di rilancio nella Welpolitik, nella Grande Politica Mondiale. A questa inversione epocale di tendenza si oppongono le forze del passato, gli ideatori della globalizzazione, i creatori del Mondialismo planetario, gli ideologi dell’One World, LE FORZE DI PRIMA DELL’11 SETTEMBRE 2001. Gli Stati Uniti d’America, ovviamente, con gli altri paesi anglofoni della talassocrazia mondiale: Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda (potremmo chiamarli: “la Banda dei Cinque di Echelon”); l’Europa occidentale atlantica fino alla Turchia, cioè le COLONIE dell’imperialismo statunitense dalla II Guerra Mondiale in poi, ed il Giappone anch’esso vinto, occupato e domato. Sono i paesi della TRILATERAL, quelli del Nord ricco contro il resto del Mondo, che vivono sulle spalle dei “diseredati della Terra”: gli sfruttati, i poveri, gli emarginati, derubati delle loro enormi ricchezze naturali e tenuti alla catena dal debito mondiale, dall’ideologia modernista ancora dominante i media e, quando ciò non basta, dal terrore delle armi, dalla guerra di annientamento, dai bombardamenti e dal blocco economico: proprio come l’Afghanistan alla fine del 2001.
    IL MIGLIOR AMICO DEGLI INDIANI
    “L’esercito americano – disse il generale George A. Custer nel 1870 – è il miglior amico degli indiani”. Spontanea la considerazione che “con amici simili si può fare a meno dei nemici”…! E sull’immutata ed immutabile linea di condotta della politica interna ed estera USA, George Bush Jr. si proclama il primo amico degli arabi e degli islamici. Ma sarebbe tuttavia errato pensare che l’attuale conflitto, ora concentrato nel cuore d’Eurasia, ma in rapidissima propagazione al mondo intero, sia un “conflitto di Civiltà” esattamente nel senso inteso da Huntington; cioè una semplice frizione d’assestamento tra blocchi di civiltà culturalmente e geopoliticamente intese. Anche se dobbiamo ripetere qui la considerazione geopolitica di cui sopra: l’Afghanistan preso di mira dall’aggressione USA non è solo il primo passo della penetrazione dell’Heartlan eurasiatico da parte della talassocrazia. In quel punto tra Pamir e Kasmir, convergono i confini delle unità culturali e geopolitiche delle aggregazioni di civiltà del Vecchi Mondo: la russa ancora presente negli stati della CSI, l’Iran shiita, il mondo islamico sunnita, gli stati turcofoni, la Cina e l’India, e quindi l’ultimo venuto, l’Occidente atlantista con le truppe anglo-americane. Sembra quasi che sul “Tetto del Mondo” si siano dati appuntamento i soggetti che Huntington designa quali protagonisti del nuovo mondo multipolare del secolo e del millennio che iniziano. In verità nei prossimi mesi ed anni si deciderà il TIPO stesso di Civiltà del futuro, i nuovi modelli comunitari: come sessant’anni or sono, si combattono, in una guerra geopolitica, ideologica ed economica per l’assetto mondiale, DUE VISIONI CONTRAPPOSTE ED IRRIDUCIBILI DEL MONDO, due Weltanshaung autoescludentesi. Solo uno dei protagonisti è mutato: il perdente di ieri, l’Europa, che oggi obbedisce al suo vincitore di allora, gli USA, contro il nuovo mondo tradizionale e rivoluzionario. Ma si badi bene: non è neanche tanto una guerra dell’Occidente contro l’Oriente, né tantomeno un conflitto fra Cristianità ed Islam. Perché la verità è che ad occidente, sia l’America che l’Europa (ed escludiamo il Giappone per ovvi motivi), NON sono più “cristiane” da moltissimo tempo, almeno due secoli, qualunque sia poi il senso ed il valore da dare a questa qualificazione religiosa e culturale. Anzi le chiese cristiane occidentali, nel secolo appena trascorso, hanno operato contro i regimi nazionali e popolari di tutta l’Europa, favorendo oggettivamente l’affermazione del modello di vita americano, consumista, materialista e sostanzialmente agnostico se non ateo. Il fondamentalismo protestante poi non solo è all’origine della stessa nascita dell’accumulazione capitalistica moderna, come dimostrato da Weber, ma è quanto mai funzionale alla sua diffusione planetaria; ne rappresenta la giustificazione ideologica e la proiezione messianica. Proprio quando si accusano gli islamici di “fanatismo integralista” ecc…è il presidente Bush, al cospetto del Congresso riunito, della nazione e del mondo, ad arruolare Dio nell’esercito statunitense, a metterlo alla testa della sua armata contro i Talebani e Osama Bin Laden.
    ÉLITES E CONTRO-ÉLITES
    La “GUERRA DEI MONDI” è oramai tra le avanguardie rivoluzionarie della Tradizione, nelle sue multiformi espressioni storico-culturali, e le gerarchie dirigenti del Mondialismo; le teste pensanti e gli agenti del Capitalismo, del materialismo, dell’imperialismo, in una parola del progetto (oramai fallito) di dominio globale delle élites possidenti, apolidi e cosmopolite, indottrinate al Pensiero Unico dagli occulti manovratori del mondo. Gli Stati Uniti del Nord dell’America e del Mondo sono il santuario ritenuto inviolabile e il braccio armato, nonché la sede privilegiata ed il rifugio sicuro di questo Progetto plurisecolare che ha sconvolto la Terra e tutti i popoli fin nelle più solide radici. Dal covo inviolato e sicuro di moderni pirati e corsari, i fomentatori e sponsors del vero Terrorismo Internazionale erano certi dell’impunità; ma solo fino ad ieri, solo fino all’attacco ai loro simboli e miti più amati. Se mai si dovesse un giorno scoprire che interi settori dell’apparato interno americano e/o sionista hanno fatto parte di questo complotto o lo hanno lascito compiersi, non sarebbe per ciò meno grave il colpo autoinferto all’America e a tutto quanto essa rappresenta nel mondo. Al contrario ciò dimostrerebbe ancor più il grado di corruzione e disintegrazione interne al Potere Mondialista, negli stessi luoghi deputati alla sua gestione sul pianeta. Il vero inizio della fine per ogni impero della Storia nasce dall’incapacità e dalla corruzione che colpisce i vertici dello Stato per poi espandersi come un cancro a tutte le sue membra.
    Sud del mondo contro Nord opulento, diseredati della Terra contro privilegiati, campagne contro città, esplosione demografica contro culle sempre più vuote, famiglia tradizionale contro ribaltamento dei ruoli, donna come sposa e madre contro femminismo e donna-oggetto del consumismo. E ancora Fede contro agnosticismo e crisi identitaria, Spirito contro materia, "“Sangue contro oro”, guerrieri e martiri-kamikaze della Fede e della dignità nazionale contro truppe di (as)soldati e mercenari dotati di armi ultra sofisticate, ma vuoti di ogni ideale e interessati solo al soldo ed al bottino. Imperialismo neocolonialista contro lotta di liberazione nazionale, sociale e culturale. Ecco in estrema sintesi il conflitto epocale apertosi all’inizio del nostro XXI secolo. L’Occidente “americano”può anche vincere questa battaglia, in Afghanistan o nella penisola arabica, ma è DESTINATO A PERDERE LA GUERRA, e con lui i suoi momentanei ed infidi alleati, perché la sua sconfitta globale e totale È NELLA NATURA IRREVERSIBILE DEI CICLI STORICI. La Storia, lungi dall’esser finita col lampo accecante e futile della globalizzazione, ha voltato pagina e sta tornando nelle mani degli uomini, dei popoli, dei continenti espropriati per secoli del proprio futuro. La disparità dei mezzi in campo sembrava rendere improponibile il confronto. Al contrario l’11 settembre di New York ha dimostrato quanto fragile sia il mondo moderno con tutta la sua tecnologia sofisticata, con le sue aberranti megalopoli, i suoi “grattacieli”, simboli appunto della ubris più blasfema, mostruosi alveari lanciati a sfidare il Cielo, il divino.
    MITRA E CORANO
    La Fede fino al sacrificio, l’iniziativa dei singoli, la prospettiva del Paradiso, il desiderio di riscatto dopo secoli di umiliazioni, ha abbattuto i Giganti dai piedi d’argilla, dalle strutture d’acciaio, vuote all’interno, come i suoi ideatori e costruttori. E si badi bene: è una fede che ben poco ha a che vedere, psicologicamente, con quella dei secoli che furono. Ben l’aveva compreso l’Imam Khomeini, uno dei più grandi rivoluzionari e degli spiriti più lungimiranti del Novecento. E’ una fede, un mondo tradizionale che ha già conosciuto l’impatto devastante con il Mondo Moderno, contro cui si è rivoltato. I presunti attentatori di N.Y. e Washington, come i martiri palestinesi dell’Intifada, come tanti altri combattenti in ogni angolo del globo, erano e sono giovani, istruiti, benestanti, profondi conoscitori dell’America e della vita occidentale, dotati delle tecnologie più moderne offerte dal più avanzato consumismo. Usano cellulari e computer, navigano in “rete” e utilizzano carte di credito, pilotano aerei e automobili; ma ben diverso è lo spirito che li anima e il mondo futuro cui tende il loro spirito inquieto e ribelle. La Nuova Via alla Tradizione coniuga le Sacre Scritture ed Internet, il Corano ed il kalasnikov, in una parola TRADIZIONE e RIVOLUZIONE, che poi sono etimologicamente sinonimi: tradere=trasmettere, rivoluzione= re-volvere, tornare alle Origini, alla Mecca, a Gerusalemme, a Thule, ad Asgard, ovunque sia il Polo Spirituale di ogni manifestazione dello Spirito nella Storia. In uno scontro di Civiltà così totale ed onnicomprensivo non esistono più confini, com’è stato subito chiaro dopo la crisi americana. Nel mondo globalizzato anche la guerra, oltrechè totale per la popolazione sia civile che in divisa, non può che essere globale, planetaria. Non esistono limiti temporali, fino all’annientamento totale di una delle due parti in lotta. Tutto è concesso, tutto permesso: senza più pudore l’occidente, “pacifico”, rispettoso dei diritti dell’individuo, umanitario, democratico ecc…ecc…getta improvvisamente la maschera. Senza infingimenti ipocriti prospetta l’uso della bomba atomica e dei mezzi di distruzione di massa, mentre i nemici interni del Sistema usano l’arma chimica indiscriminatamente. Si ammette senza fare una piega l’uso della tortura per i prigionieri al fine di evitare attentati. La censura preventiva e la criminalizzazione di ogni voce di dissenso appare una logica, naturale conseguenza dello stato di guerra contro un nemico invisibile, immaginario, virtuale: il mondo allucinante di controllo totale della popolazione dell’orwelliano “1984” ha fatto scuola ed è stato di gran lunga superato dalla cronaca. La realtà americana ha superato ogni oltre immaginazione le più cupe profezie totalitarie della Russia staliniana. Le obsolete divisioni politiche e sociali, familiari e nazionali del passato non hanno veramente più senso, se mai lo ebbero negli ultimi secoli del modernismo trionfante. Cosa sono oggi “destra” e “sinistra”, borghesia o proletariato, nazionalismo e internazionalismo? Terminologie desuete, parole di un mondo passato da pochi anni soltanto, ma che ci sembra appartenere a società sepolte dalla polvere dei secoli e millenni. I mercenari collaborazionisti dell’occupante siedono accucciati “a destra” e “a sinistra” del trono del padrone di turno.
    CONTRO IL FALSO PATRIOTTISMO
    La Patria del futuro non ha niente a che spartire con le isterie xenofobe e guerrafondaie sollecitate dal Potere sull’onda dell’emozione transeunte; essa torna ad essere quella “dove si combatte per la stessa Idea”, per la medesima visione del mondo. I soldati volontari delle nazioni occidentali non appartengono più alle rispettive nazioni, non servono gli interessi nazionali: sono le truppe coloniali del Potere mondialista, marciano dietro la bandiera stellata e obbediscono agli ordini della NATO e dell’America, impartiti in inglese. E’ la polizia internazionale del potere capitalista globale, delegata a mantenere con ogni mezzo l’Ordine mondialista contro i ribelli o solo i riottosi, a qualunque popolo essi appartengano. Siamo alla teorizzazione della “guerra sporca”, del delitto internazionale impunito, nel nome del nudo interesse dei dominatori. La famiglia occidentale è una pietosa sopravvivenza di una nobile “funzione” del passato, tra romanticismi da telenovelas e prosaica unità di produzione-consumo nella società capitalista del terziario avanzato. La borghesia e il proletariato si trasferiscono dalle nazioni d’Occidente al confronto Nord-Sud. E così via. Purtroppo in questo quadro mondiale tragico ed affascinante insieme noi europei, e a maggior ragione noi italiani siamo destinati ad essere spazzati via dalla tempesta che si sta per scatenare. Mandati allo sbando ed al macello da una classe politica e intellettuale irresponsabile, corrotta e criminale, asservita come pochi ai Poteri Forti economici e politici dell’internazionale del Capitale, in questo Dramma planetario ci siamo assunti il ruolo infame dei sicofanti, dei mercenari prezzolati, mandati a reprimere la giusta rivolta dei diseredati per conto dei banchieri affamatori. Militari felloni, già implicati nei depistaggi, negli abbattimenti di aerei civili, nelle stragi di stato per conto dei loro “atlantici comandanti”, si pavoneggiano in TV e sui giornali, tenendosi ben riparati dietro le bocche dei cannoni, i missili, i bombardieri statunitensi, mentre politici senza più remore e ritegno esaltano il servilismo e l’intervento persino in nome della “resistenza” e/o della “Repubblica Sociale”! Gli Dei accecano quelli che vogliono portare alla perdizione. Complimentiamoci per la Loro saggezza.
    PRENDER POSIZIONE
    Per quanto riguarda gli ultimi spiriti liberi, le restanti menti lucide di questo disgraziato paese, la scelta del fronte è scontato, obbligatorio, irreversibile e non discutibile con qualsivoglia capzioso cavillo o distinguo; tantomeno con un pilatesco “né con l’uno, né con l’altro”! Del resto la totalità epocale della Crisi non permetterebbe, neanche volendo, di tirarsi fuori dallo scontro tra Mondialismo e Civiltà. “Fermate il Mondo, voglio scendere!”, recitava una simpatica battuta del passato. Impossibile farlo oggi in questo treno mondiale, senza freni né regole, lanciato a velocità sempre più folle sul binario morto del progressismo, del materialismo, della globalizzazione dei mercati e dei cervelli. Un treno abbandonato a sé dagli stessi macchinisti che ora cercano di salvarsi dal deragliamento sacrificando i passeggeri. “Razze di servi, di fuori-casta e di barbari si renderanno padroni…I capi che regneranno sulla Terra, come nature violente si impadroniranno dei beni dei loro soggetti. Limitati nella loro potenza, i più sorgeranno e precipiteranno rapidamente. Breve sarà la loro vita, insaziabili i loro desideri, ed essi saranno spietati. I popoli dei vari paesi, mescolandosi ad essi, ne seguiranno l’esempio”. Così l’Età Oscura, il Kali-yuga predetto dal Vishnu-purâna, che Julius Evola pose in appendice all’edizione di “Rivolta contro il mondo moderno”. Ma quando tutto sembrerà perso sarà un aspetto dell’Essere Divino “esistente per la sua propria natura spirituale secondo il carattere di Brahman, che è il Principio e la Fine” a scendere sulla terra. “Sulla Terra ristabilirà la Giustizia: e le menti di coloro che saranno vivi alla fine dell’Età Oscura verranno destate e acquisteranno una trasparenza cristallina. Gli uomini così tramutati in virtù di tale speciale epoca costituiranno quasi una semenza di esseri umani [nuovi] e daranno nascita ad una razza che seguirà le leggi dell’Età Primordiale (Krta-yuga)”.

    L’ 11 SETTEMBRE 2001 DELL’ERA CRISTIANA? UN BUON INIZIO!
    Firenze, 11.XI.2754 a.U.c


    Carlo Terracciano

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    Carlo Terracciano
    GUERRA D'EURASIA

    LA PENETRAZIONE DELLA TALASSOCRAZIA AMERICANA NELL'"HEARTLAND" EURASIATICO



    “La presenza di truppe Usa in Georgia non è una tragedia…Se è possibile negli stati dell’Asia centrale, perché non dovrebbe esser possibile in Georgia? Ogni stato ha il diritto di attuare la politica che crede nel campo della sicurezza. La Russia riconosce questo diritto” (A. Putin, Presidente della Federazione Russa)
    “Who rules East Europe commands the Heartland: who rules the Heartland commands the World-Island: who rules the World-Island commands the World” (Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland [letteralmente: il Cuore della Terra]: chi controlla l’Heartland comanda l’Isola -Mondo [la massa terrestre eurasiatico-africana]: chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo” (H. Mackinder)
    AL CUORE DEL PROBLEMA
    Sir Halford Mackinder, il geografo inglese autore di “Democratic Ideals and reality” aveva posto questa lapidaria massima alla base della sua concezione geopolitica globale. Nell’eterna contrapposizione tra Terra e Mare, il Landmächte e Seemächte di Josef März, l’asse centrale della storia e della geopolitica è rappresentato appunto dall’Heartland, il “cuore” dell’Eurasia, il retroterra logistico più distante e facilmente difendibile dagli attacchi esterni di potenze marittime, che partano dalla fascia marginale (inner o marginal crescent): quella serie di isole e penisole che proprio come una “mezzaluna” circondano la massa continentale di terre emerse più estesa del pianeta. Le Grasslands, il “mare d’erba” della Siberia occidentale che dalle gelate tundre settentrionali arriva al Caspio, dal Volga alla Mongolia, avente come spina dorsale gli Urali, sono il cuore pulsante della “tellurocrazia”, della potenza terrestre in Eurasia. Tutto attorno oceani ghiacciati, mari interni impenetrabili, i vasti e aridi deserti del centro Asia, le catene montuose a partire dal Caucaso, separarono per millenni l’Eurasia propriamente detta dall’Asia centro-meridionale, l’ Asia “gialla” a sua volta suddivisa in specifiche aree geopolitiche sub-continentali (Medio Oriente e penisola Arabica, India, Indocina, arcipelago Nipponico). A nord le popolazioni nomadi, indoeuropee, ugrofinniche, altaiche percorrevano in ogni senso, a cavallo, a piedi, con i cariaggi, le aperte praterie, da est ad ovest, occupando penisole e isole della futura Europa, penisola della massa continentale proiettata tra mari chiusi ed Oceano Atlantico. Sui margini del Grande Continente, ad est, ad ovest, a sud, sono nati gli insediamenti stanziali, le prime civiltà sedentarie, le culture e colture “potamico irrigue” delle quali ancor oggi ammiriamo i resti: la Cina, l’India, l’Impero del Sol Levante, i regni e gli imperi assiro-babilonesi, l’Egitto “dono del Nilo”, e poi la Grecia e Roma, e poi ancora l’ ecumene cristiano medievale e l’Islam, l’Impero Ottomano…insomma tutta quella che conosciamo come CIVILTA’ CLASSICA. Come un cuore pulsante l’Heartland, inviolato e inviolabile fino ad ieri nelle sue difese naturali e climatiche, nei suoi immensi spazi scrigno di ricchezze ancora inesplorate, ha continuato a pompare sangue vivo nelle arterie del Mondo Antico, linfa vitale di giovani energie per alimentare, in pace come in guerra, le civiltà dell’Eurasia che hanno modellato nel bene e nel male il mondo intero come oggi lo conosciamo.
    IL NOSTRO “DESTINO MANIFESTO”
    Anche nel mondo moderno e tecnologizzato degli aerei, dei computer, dei missili balistici intercontinentali, dei sommergibili atomici e dei satelliti, SPAZIO e POSIZIONE rappresentano una difesa potentissima rispetto ai vari tentativi di assalto al retroterra geostrategico terrestre dell’Eurasia, da secoli quasi perfettamente combaciante con la potenza terrestre per eccellenza: la Russia. Cambiano i regimi e le ideologie, gli uomini e le istituzioni, ma alfine la Geopolitica e la Storia tornano e ritornano sui propri passi, ripercorrendo le strade e i passaggi obbligati di sempre. Le ondate di invasione straniera dai Téutoni agli svedesi, da Napoleone a Hitler, si sono infrante su una Russia difesa più che dai suoi eserciti (peraltro molto più efficienti nelle guerre difensive che non in quelle offensive), dalla sua stessa natura, dai suoi spazi immensi che permettevano di manovrare uomini e mezzi in ordini di grandezza impensabili per nazioni europee abituate dalla conformazione dei propri territori a contendersi pochi chilometri di terreno, quasi zolla per zolla, in guerre fratricide. Che si trattasse della Russia zarista o dell’Unione Sovietica di Lenin e Stalin, l’Impero terrestre eurasiatico ha seguito le direttive geopolitiche d’espansione contrapponendosi alla crescente potenza delle potenze marittime: l’impero britannico nell’800, gli Stati Uniti d’America nel secolo scorso.
    IL NODO GORDIANO DELL’AFGHANISTAN
    Dopo il 1945 e gli accordi di Yalta, il sistema di alleanze basate sulla talassocrazia americana, unica potenza estranea all’Eurasia (NATO, SEATO, ANZUS) ha circondato militarmente, politicamente, economicamente, le potenze terrestri: la Russia, la Cina, l’India. Il tentativo, fallito, di spezzare l’accerchiamento, attuando a sua volta un contro-accerchiamento strategico da sudovest e sudest, fu condotto dall’URSS in Afghanistan; proprio dove oggi sono tornati gli Stati Uniti per percorrere, ma al contrario, la stessa via e aprirsi così le rotte di penetrazione verso nord, verso l’Heartland mackinderiano. La rotta afghana fu una delle principali cause del crollo implosivo, della frantumazione dell’impero terrestre moscovita. Dopo aver perso tutti gli stati satelliti europei, a cominciare dalla DDR, la Germania dell’Est e Berlino, anche l’URSS si è a sua volta disintegrata sulle faglie di rottura etno-nazionali delle 15 repubbliche. La CSI, nata dalle sue ceneri, è solo un pallido ricordo del dissolto impero, un esempio quasi unico nella storia di auto-dissoluzione non conseguente ad un’invasione dall’esterno, almeno non nel senso classico del termine. In questo caso potremmo semmai parlare di un lungo strangolamento per assedio durato quasi mezzo secolo. Precludendo alla potenza terrestre il libero accesso agli oceani, oltre i mari interni, e tenendo saldamente in pugno isole e penisole d’Eurasia, la talassocrazia americana ha conseguito la sua vittoria sulla potenza terrestre del continente, ESEGUENDO ALLA PERFEZIONE GLI INSEGNAMENTI GEOPOLITICI di Mackinder, ma ancor prima quelli dell’Ammiraglio statunitense A.T. Mahan chiaramente delineati nel suo “The Influence of Sea Power upon History”. Insegnamenti proseguiti poi dai vari Spykman, Cohen, Luttwak, Brzezinski e da tutta la scuola geopolitica a supporto dell’imperialismo talassocratico. Perché la verità è che gli USA, dalla loro origine ai nostri giorni, hanno SEMPRE e COERENTEMENTE perseguito il fine geostrategico mondiale di dominio dei mari, degli oceani e poi dei cieli che già fu dei cugini britannici rispetto all’Europa. Fino agli spazi siderali e alla teorizzazione di “scudi spaziali”.
    RIMLAND CONTRO HEARTLAND
    In termini geografici il continente nordamericano rappresenta in grande quello che fu l’Inglilterra per l’Europa: la base marittima inviolata da cui lanciare l’offensiva per la conquista della massa terrestre, penetrando sempre più all’interno dell’Eurasia, fino al suo “cuore” strategico, l’Heartland appunto. Spezzare in due la Russia, occuparne in qualche modo lo Spazio Vitale Siberiano, separandola dalla confinante Cina (l’altra potenza terrestre emergente), assicurarsi il controllo, la gestione e lo sfruttamento delle ancora intatte risorse energetiche e materie prime del Caspio e della Siberia: questo grandioso progetto strategico assicurerà agli Stati Uniti non soltanto la vittoria definitiva sul nemico secolare terrestre e quindi l’incontrastata egemonia anche sul Vecchio Mondo, ma servirà a tenere sempre sottomessa politicamente e a bada economicamente l’Europa, separata dalle sue fonti energetiche a sud come ad est. Stesso discorso, ma all’inverso geograficamente, vale per il Giappone e la Cina del XXI secolo. Per inciso l’asse politico creatosi recentemente tra i governi di Londra e Roma, apparentemente diversi per orientamento politico (leggi “destra” e “sinistra”, termini che, a detta dello stesso Blair, non hanno più senso) con la benedizione di Washington, è chiaramente l’ennesimo “bastone tra le ruote” anche di una pur minima autonomia europea basata sull’asse Parigi-Berlino, estendibile in un ipotetico futuro fino a Mosca. La politica estera americana di un decennio, dal 1991 al 2001, in pratica dal crollo dell’URSS all’11 settembre dell’attacco a New York e Washington, ha potuto apparire confusa e quasi schizofrenica solo ad un osservatore politico digiuno di qualsivoglia nozione di geopolitica. Alla luce della Dottrina Geopolitica e dell’analisi dello scontro epocale contemporaneo tra il Mare e la Terra, tra l’America e l’Eurasia, la strategia di Washington appare di una cristallina evidenza. Essa non è che la continuazione di una geostrategia mondiale espansionista che, partita dalle coste oceaniche, Atlantico ad Ovest, Pacifico ad Est, Oceano indiano a Sud, ha dato l’assalto per un secolo e mezzo all’Eurasia; combattendo volta per volta contro la potenza terrestre egemone del momento, la Germania, la Cina, il Giappone o la Russia, come l’impero di “Sua Maestà Britannica” aveva fatto contro la Spagna di Carlo V, la Francia di Napoleone e ancora contro la Russia e la Cina.
    Ancora e sempre Mare > Terra, America contro Eurasia. Che l’Amministrazione al potere alla Casa Bianca sia “democratica” o “repubblicana” poco importa; gli obiettivi strategici sono sempre gli stessi, anche se cambiano metodologie e tattiche.
    ATTACCO CONCENTRICO
    La guerra per procura dell’Iraq alla Rivoluzione Islamica Iraniana, la quale aveva messo in crisi e spezzato la catena di accerchiamento, favorendo indirettamente l’invasione russa dell’Afghanistan (preludio allo sbocco sull’Oceano Indiano passando sul Belucistan pakistano), fu appoggiata dagli americani con lo stesso proposito per cui dieci anni dopo si aggrediva Saddam Hussein con la scusante di proteggere il Kuwait e gli Emirati del Golfo. Le provocazioni anticinesi nel mare cinese meridionale, per saggiare la resistenza e reattività di Pechino fanno il paio con le pressioni sulla Corea del Nord, baluardo della resistenza alla penetrazione degli Stati Uniti a est, ma anche stato confinante sia con la Cina sia, per brevissimo tratto, con la Federazione Russa, a ridosso di Vladivostok, la “Porta d’Oriente” dell’impero russo, il suo sbocco sul Pacifico. Non è certo un caso che l’attuale amministrazione Bush sia arrivata a ipotizzare, sfidando il ridicolo, un fantomatico “Asse del Male” Bagdad-Teheran-Pyôngyang; accomunando cioè mussulmani e marxisti, arabi,persiani e asiatici, sunniti e sciiti e via in un delirio di onnipotenza guerrafondaia.
    VERO “ASSE DEL MALE”
    Su “Le Monde Diplomatique” Ignacio Ramonet ha giustamente risposto con “L’Axe du Mal” identificato nelle tre organizzazioni internazionali che tengono le catene che imprigionano popoli e governi: Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del Commercio. Gli Stati Uniti d’America ne rappresentano il progetto politico globale ed il braccio armato militare per la sua realizzazione: “Questo impero aspira a realizzare nei fatti la mondializzazione liberale. Tutti gli oppositori, tutti i dissidenti e tutti i resistenti quindi devono sapere che saranno combattuti su questi tre fronti: economico, ideologico e militare”. Il controllo delle fonti energetiche presenti e future in Eurasia, la “guerra al terrorismo islamico”, l’invasione dell’Afghanistan come le prospettate aggressioni a Iraq, Iran e Repubblica Popolare di Corea (tanto per cominciare) sono tre aspetti complementari di uno stesso disegno egemonico su scala planetaria. Il retroterra russo-siberiano rappresenta l’obiettivo strategico convergente di questo attacco da ovest, da sud, da est. La stessa disintegrazione della ex-Yugoslavia infatti, non più baluardo d’interposizione alla penetrazione russa nel Mediterraneo, e la guerra aperta alla Serbia di Milosevic (la prima in Europa dopo il ’45), servirono agli USA per eliminare un avamposto slavo-ortodosso, tradizionalmente amico di Mosca, dai Balcani per prendendone l’assoluto controllo. Avemmo già modo di affermare più volte che se si bombardava Belgrado, era a Mosca che si puntava. E la distruzione dell’ambasciata cinese nella capitale serba fu un avvertimento al colosso asiatico. Gli eventi contemporanei ci confermano tragicamente in queste previsioni. E questo mentre la NATO, superati i suoi confini “istituzionali” e i suoi proclamati scopi originari si espande sempre più verso est, col proposito di inglobare gli stessi stati dell’ex URSS: stati baltici (+ Kalinigrad), Bielorussia e Ucraina. Né è oramai un mistero per nessuno il ruolo svolto dagli alleati sauditi nel Caucaso, in Cecenia e in tutta l’Asia centrale ex sovietica; in concorrenza sincronica anche con la Turchia presso quegli stati a maggioranza turcofona e islamico sunnita. L’alleanza tra la potenza asiatica inserita nella NATO e il baluardo sionista rappresentato da Israele non è che il prodromo dell’aggressione al Medio Oriente, al mondo arabo ed islamico già diviso ed impotente di fronte al genocidio del popolo palestinese. Vicken Cheterian in “La Russie s’enlise en Tchétchénie” (“Le Monde Diplomatique”, mars 2002) ha analizzato gli errori ed orrori della guerra russo-cecena il cui riaccendersi, dopo i misteriosi attentati in Russia, favorì PROPRIO l’ascesa al potere di Putin sull’ondata del nazionalismo russo e panslavista. Ora i soldati americani sono già in Georgia in sostegno di Eduard Shevardnadze, ieri ministro dell’URSS ed oggi acerrimo nemico di Mosca, con la scusa che nella regione di Pankisi abbiano trovato rifugio uomini di Al Qaeda.
    IL NEMICO ALLE PORTE
    Ironia della Storia è dalla patria di Stalin, il geniale creatore della potenza russa moderna, che ora proviene il pericolo per l’integrità e la sopravvivenza stessa della Russia. E’ la vendetta georgiana per l’Abkhazia che apre alla NATO, dalla confinante Turchia, le porte del Caucaso russo. Se il Cremlino aveva pensato di sfruttare il sostegno all’invasione americana dell’Afghanistan per avere sostegno e mano libera in una guerra interna che ha scatenato senza saperla vincere, adesso è servito. I più avveduti ufficiali dell’armata russa lo avevano previsto, ma ancora una volta Forze Armate e uomini dei “servizi” seguono logiche divergenti che lacerano ancor più il disastrato paese. In più, ancora una volta, le FFAA russe hanno messo a nudo tutta la loro incapacità attuale e l’inadeguatezza dei mezzi; proprio quando si profila alle porte il pericolo non di un piccolo esercito di ribelli per quanto eroici e motivati, ma la più grande potenza mondiale. Il “Nemico alle porte” non è il popolo ceceno ma il superstato imperialista USA. Non è forse un caso che proprio ora trapelino le notizie sul “NPR” il Nuclear Posture Review, la situazione sulla revisione delle strategie nucleari del Pentagono: in pratica l’ammissione della possibilità dell’uso di bombe atomiche non più come reazione ad un’aggressione esterna, ma come normale arma d’offesa. E tra gli obiettivi ipotizzati non ci sono soltanto i già noti “stati canaglia” del cosidetto “Asse del Male” (sintomatico paragone con i paesi dell’Asse della II Guerra Mondiale), Iraq, Iran e Corea del Nord, ma anche la Siria, la Libia, e PROPRIO LA RUSSIA “dell’amico Putin” e la CINA, cioè tutti stati che, secondo Washington, sarebbero capaci di resistere ad un attacco con armi non nucleari. Chi considerava ridicole o folli le analisi che denunciavano essere gli Stati Uniti in procinto di scatenare una nuova guerra mondiale è servito. Dopo la fine della Guerra Fredda e l’affermarsi dell’egemonia mondiale americana, il terrore atomico sembrava oramai relegato nei ricordi del secolo passato, del bipolarismo e dello scontro delle ideologie est-ovest. Al contrario esso si ripresenta PROPRIO per il fatto che l’espansionismo mondiale USA sembra oggi inarrestabile ed il suo apparato militar-industriale, atomiche comprese, inimitabile e invincibile. Colpire senza possibilità di ritorsioni: il sogno di ogni stratega militare! Almeno usando strumenti bellici tradizionali…
    UN PIANO GENIALE
    L’11 settembre 2001 ha rappresentato in questo contesto un “salto di qualità” o, meglio, un’accelerazione verso l’obiettivo finale: conquistare e sottomettere l’Eurasia fino al suo più inviolato santuario, il centro Asia e poi la Siberia. Incunearsi tra la Russia e la Cina, col beneplacito di entrambe, accerchiando il Medio Oriente e soprattutto l’Iran (dando, per inciso, mano libera a Sharon in Palestina), per prepararsi a colpire entrambe i giganti eurasiatici nel loro “ventre molle”; in più dopo aver fomentato e foraggiato le loro minoranze interne, per poi presentarsi come paladini dell’antiterrorismo, nemici giurati di un presunto “fondamentalismo islamico” creato in provetta. C’è del GENIO in tutto ciò! E così il rimedio al male non sarà una cura, ma un cancro distruttivo che già sta penetrando a fondo nell’indifeso tessuto d’Eurasia, verso il suo “cuore” per fermarlo per sempre. Gli USA odiano la Civiltà del Mondo Antico e si apprestano a soffocarne il centro pulsante vitale, “the Pivot of History”, baricentro geopolitico e strategico, la terra d’origine degli indoeuropei.
    I VERI STRAGISTI
    Non sappiamo e certamente non sapremo mai come si siano veramente svolti gli accadimenti traumatici dell’11 settembre in America: chi VERAMENTE sia stato il manovratore occulto degli attacchi dei martiri suicidi. Certamente oramai, alla luce degi successivi avvenimenti, possiamo dire solo chi NON E’ STATO: Osama Bin Laden e la sua rete di Resistenza Islamica. Era dai tempi della “fabbrica dell’Olocausto” che l’America e i poteri forti mondialisti non attuavano una campagna propagandistica mistificatoria di tale portata. Se il mito sterminazionista è stato determinante per l’annichilimento della Germania e quindi dell’Europa e per la nascita dello stato di Israele con la conseguente, progressiva sconfitta e sottomissione degli stati arabi della regione all’imperialismo made in USA, l’attribuzione al miliardario saudita della strage newyorkese (chissà perché si parla così poco del Pentagono), ha rappresentato per l’Amministrazione di Bush J. l’occasione imprevista …[?!?] per scatenare l’offensiva finale verso l’obiettivo individuato da almeno un secolo: il cuore dell’Eurasia. L’invasione dell’Afghanistan con il suo solito contorno di bombardamenti devastanti, di fame, di torture sui prigionieri inermi, esposti come animali in gabbia (come nel 1945, come per Ezra Pound, come per i prigionieri tedeschi e giapponesi) ha conseguito tutti gli obiettivi prefissati dagli americani escluso proprio quello proclamato dalla propaganda per giustificare la guerra: la cattura/uccisione dei Osama Bin Laden e dello Sceicco Omar. Persino i media più asserviti al potere mondialista, americani compresi, hanno avanzato riserve e qualche timido sospetto su tutta l’operazione; a cui ha risposto un silenzio ancor più assordante della grancassa mediatica planetaria che l’aveva preceduto. Ironia della sorte è che gli USA hanno preteso ed OTTENUTO dalle future vittime della loro strategia di dominio planetario, Russia e Cina in testa, l’assenso-consenso alla guerra di conquista dell’Eurasia. Ciascuno dei contendenti pensando di trarne qualche vantaggio futuro a fronte di un danno immediato ed evidente.
    RUSSIA: L’ULTIMA CHANCE
    Riuscirà soprattutto la Russia a scuotersi dall’immobilismo ipnotico nei confronti del piano Anaconda statunitense che stritola nelle sue spire non solo le povere vittime afghane ma tutto il continente Eurasia? Riuscirà il popolo russo a liberarsi dai poteri forti impostigli da più di un decennio dal Mondialismo trionfante? Riusciranno le élites russe più coscienti del RUOLO GEOPOLITICO del loro paese e dell’intero continente eurasiatico a riprendere in mano il destino della Russia per guidare la riscossa dagli ultimi avamposti liberi e ricacciare la talassocrazia a stelle e strisce dall’Heartland e dal Rimland, oltre i tre oceani? Dalla risposta a questi quesiti dipenderà nei prossimi anni il futuro non solo della Russia, ma anche dell’Europa, della Cina, del mondo arabo e islamico, come dell’Africa e dell’America Latina: i destini e la medesima sopravvivenza dell’EURASIA e del Mondo: “Who rules World-Island command the World”…

  3. #3
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    Carlo Terracciano
    RISPOSTE DI CARLO TERRACCIANO A TRE QUESITI DELLA REDAZIONE DI POLJARNAJA ZVEZDA (STELLA POLARE - HTTP://ZVEZDA.RU/)

    Quanto è attualmente profonda la contrapposizione degli USA e dell'Europa? E' attualmente una contrapposizione di sistema o una frizione temporanea destinata a scomparire in contemporanea con l'inizio delle operazioni militari in Iraq? Per rispondere alla domanda sulle contraddizioni tra le posizioni di Europa ed USA, sia attuali che future, bisogna prima fare una distinzione, anzi due: tra popolazioni e governi e tra questi ultimi e gli interessi economici e geopolitici del nostro continente. Incredibilmente, dopo l’11 settembre, a parte una emotiva ed esteriore solidarietà con le vittime, l’atteggiamento dell’opinione pubblica europea è mutato. Finalmente gli Stati Uniti (e Israele) sono percepiti come “aggressori” sia per l’Afghanistan sia soprattutto nella attuale crisi irachena. Alcuni governi, cavalcando il momento favorevole, hanno preso una posizione decisa in difesa degli interessi nazionali, essendo chiaramente l’eventuale occupazione americana dell’Iraq la fine di ogni indipendenza economica, energetica e militare dell’Europa dalla superpotenza mondiale. Penso soprattutto alla Francia post-gaullista, perché la Germania vive da quasi sessanta anni sotto il ricatto ideologico, la negazione della propria storia, alimentati anche dalla “mitologia olocaustica” impostagli dal sionismo mondiale. L’Inghilterra, come sempre nella sua storia, gioca contro l’unità continentale e rappresenta il trampolino americano da questa parte dell’Atlantico. In quanto all’Italia poi, il governo reazionario Berlusconi-Fini-Bossi si accoda alla potenza dominante, nonostante una popolazione in toto avversa alla guerra, per essere con il potenziale vincitore; salvo tradire e cambiar fronte in caso di sconfitta. Un’altra cosa è l’interesse GEOPOLITICO ed economico dei due tronconi della NATO (oggi appunto in crisi). In tempi medio-lunghi Europa ed Usa sono necessariamente destinati a divergere, dividersi e contrapporsi. Basti dire che l’interesse europeo attuale è quello di avere rapporti pacifici e di buon vicinato sia con il mondo arabo-islamico che con la Russia, ma anche con la Cina o l’America Latina. Con il crollo dell’URSS l’Europa occidentale non si sente più minacciata; anzi l’attuale Russia è percepita come un buon partner almeno commerciale. L’interesse dell’imperialismo americano, al contrario, è di uno stato di guerra e di conflittualità generale per l’appropriazione delle materie prime, specie il petrolio, ma anche per riversare su guerre esterne la crisi economica interna (ben precedente all’11 settembre) con un surplus di produzione nel campo militare. Insomma tra la solita antitesi tra “burro e/o cannoni” l’Amministrazione Bush ha scelto i “cannoni”, i missili, le atomiche ecc…per continuare ad avere anche il “burro”! E questo è particolarmente vero specie di fronte ad una crisi economico-finanziaria mondiale oramai alle porte e che sarà devastante per tutte le economie.
    Pensa che l'insorgere di un simile conflitto possa danneggiare alquanto le relazioni esistenti tra Europa e Stati Uniti, e se sì quanto profondamente? In particolare quanto estesamente si rifletterà nelle già difficili relazioni economiche tra Europa e USA? Per dirla volgarmente, in termini popolani, quando una coperta è troppo corta per coprire due persone, si assiste ad un tira-tira il cui risultato non può che essere o la rottura della coperta o l’appropriazione di uno dei due contendenti. Ancora una volta nella Storia la Geopolitica, cioè l’interesse di un popolo nel proprio spazio vitale e nella propria posizione mondiale, prende il sopravvento su qualsiasi sovrastruttura ideologica, propagandistica, religiosa o simili. E l’Europa fa necessariamente parte integrante di una massa continentale euroasiatico-africana che la separa nettamente dall’America. Si delinea a distanza l’ennesima contrapposizione fra “Terra” e “Mare” in dimensione planetaria. Certo l’attuale asse Parigi-Berlino-Mosca esteso fino a Pechino e Pyongyang è quanto mai provvisoria e contingente, dettata più dalla paura dei vari governi per lo strapotere USA che non da una reale coscienza geopolitica di Francia, Germania, Russia e Cina. Eppure PROPRIO QUELLA E’ LA VIA: la collaborazione e domani l’unità dell’Europa dall’Atlantico al Pacifico, quindi Europa + Russia intera, resta l’unica alternativa potenziale di fronte al dominio mondiale degli Stati Uniti. Dominio la cui conseguenza non potrebbe che essere l’asservimento dell’Europa per un altro secolo e la DISINTEGRAZIONE della Federazione Russa in tempo molto più breve. Francamente non credo che gli attuali governanti degli stati europei siano in grado, o anche solo vogliano veramente arrivare ad una rottura e ad una contrapposizione agli Stati Uniti. Ma non è vero il contrario. Un piccolo aneddoto: sono già in circolazione adesivi su automobili americane con la simpatica scritta “Oggi l’Iraq, domani l’Europa”! L’ampiezza e l’estensione di una frattura che esiste nei FATTI e comincia a farsi largo nelle COSCIENZE europee dipenderà molto, ancora una volta, da eventi e scelte che si prenderanno fuori dall’Europa. Per esempio: SE le Forze Armate statunitensi non riuscissero a piegare in breve tempo la resistenza irachena ( e poi, dopo poco tempo, toccherà all’Iran) o se, peggio ancora per Washington, Bush fosse in qualche modo costretto a NON invadere l’Iraq. In tal caso l’Asse europeo giocherebbe un nuovo ruolo centrale economico e politico, recuperando gli stati rivieraschi (Spagna, Portogallo, Italia, Grecia, la stessa Turchia) e quelli dell’Est, che sono filo-americani per paura di Mosca. O ancora: SE la Russia cambiasse politica e tornasse a giocare sulla scena mondiale il ruolo che le compete.
    Quale tipo di posizione dovrebbe assumere la Russia nello svilupparsi della contrapposizione tra Europa ed USA? Quale sarebbe per la Russia la migliore tattica di comportamento per guadagnare il massimo dei profitti politici? Mi si permetta di dire che la terza domanda è mal posta. Altro che “highest political dividends”! Qui ed ora è in gioco la SOPRAVVIVENZA STESSA DELLA RUSSIA nella sua unità statale. Vista da un osservatorio esterno la politica estera condotta dal governo Putin fino a tutto il 2002 è stata letteralmente folle, autolesionistica e, in potenza, suicida. La seconda guerra cecena, che pur ha fatto vincere le elezioni, ha dimostrato che la Russia non riesce a vincere e sottomettere neanche un piccolo popolo montanaro determinato a resistere (e ricordiamo che l’Afghanistan fu la pietra tombale dell’URSS, allora seconda potenza mondiale). Persino l’azione delle forze speciali al teatro Dubrovka di Mosca, spacciata per un successo con 130 ostaggi uccisi (!) , ceceni a parte, ha fatto inorridire gli europei, risvegliando antichi fantasmi sulla presunta barbarie russa. Contare sugli Stati Uniti come alleati è addirittura tragicomico. L’alleanza e la collaborazione offerta dopo l’11 settembre a “enduring freedom” ha portato la talassocrazia a stelle e strisce a penetrare profondamente verso il cuore dell’Eurasia, l’Hearthland mackinderiano, ben dentro la oramai vuota CSI, a cuneo tra Russia siberiana e retroterra cinese. E la Cina con la Russia sarà l’obiettivo strategico finale della conquista del mondo USA. Purtroppo credo che abbia ragione il vostro deputato Lukin di Jabloko: “Se gli Stati Uniti inizieranno un’azione unilaterale [in Iraq] noi naturalmente protesteremo, ma dobbiamo ammettere che non potremo fare nulla”! Eppure la Russia, impotente anche nel difendere la Serbia ortodossa, è sempre stata un alleato naturale dell’Iraq; a prescindere dagli interessi petroliferi della Lukojl, con la recente crisi rientrata dopo la visita di Sultanov a Bagdad, e a quelli più generali, geopolitici, in tutto il Medio Oriente. Eppure mai momento è stato più favorevole per Mosca dell’attuale per riassumere un ruolo GUIDA nella politica mondiale, in quella europea e araba in particolare. La chiave della risposta alle prime due domande sui rapporti tra Usa ed Europa sta proprio nella terza: il ruolo della Russia. Una scelta OBBLIGATA, pena la futura disintegrazione di quel che resta dell’ex impero. La Russia come primo passo deve chiudere la questione Cecenia, trattando direttamente con i capi ceceni, veramente rappresentativi del proprio popolo e disposti alla pace con onore. Questo oltre tutto permetterebbe di riavvicinare Mosca al mondo arabo e islamico, riproponendola nel ruolo che ebbe per oltre quaranta anni. Credere come pensa qualcuno che la Russia potrebbe domani giocare la carta sionista, magari facendo leva sui russi, ebrei e non, emigrati in Israele, staccando l’entità sionista dall’alleanza con gli USA è un’assurdità che supera ogni commento. Una negazione della ragione politica e geopolitica, come della storia stessa tra i popoli, per non parlare della religione e dell’escatologia. Soprattutto la Federazione dovrebbe porsi con fermezza a difesa di Francia e Germania in questo frangente, nonché fornire a Bagdad e Teheran tutto l’appoggio che può. Ma prima ancora il popolo russo, i suoi intellettuali, le sue forze armate dovrebbero fare una scelta coraggiosa e definitiva, dettata proprio dalla sua storia e dalla geopolitica che, per posizione ed estensione, mantiene la Russia in un ruolo centrale eurasiatico. Non credo affatto che la Russia non abbia più i mezzi per contrastare l’imperialismo egemonico della talassocrazia mondiale. Quello che manca è la VOLONTA’. Quello che manca è una CLASSE DIRIGENTE che abbia una chiara visione geopolitica e quindi una determinazione assoluta ad attuarla. Quello che manca è una nuova IDEA, una nuova visione del mondo (come fu per l’Ortodossia o il Comunismo), una MISSIONE SALVIFICA che esalti e spinga al riscatto. Eppure questo è il paese che ha prodotto un Ivan , un Pietro, un “uomo d’acciaio”. Capi politici e militari che conquistarono immensi territori, fondarono un impero plurisecolare, aprirono i mari e gli oceani alle flotte dello Zar o tramutarono, col sudore e col sangue, con l’”acciaio” appunto, un paese agricolo semifeudale nella seconda potenza terrestre di tutti i tempi. Se l’America si dice terrorizzata da un Bin Laden o da un Saddam Hussein, cosa farebbe di fronte ad una Russia con i potenziali atomici ancora intatti unita ad un’Europa potenza economica e finanziaria, in alleanza con la promessa del futuro, la Cina? Del resto NON c’è alternativa, né per l’Europa né soprattutto per la Russia. Quando la talassocrazia americana si sarà saldamente insediata in tutto il Rimland eurasiatico, nella Fascia Marginale, inizierà l’offensiva finale contro i due colossi rimasti: Cina e appunto Russia. Un’offensiva che prevede lo sfaldamento delle varie componenti etniche e religiose, iniziando dall’esterno verso il cuore. Centro Asia, Caucaso, Vladivostock per voi, Sinkiang, Tibet, Taiwan per la Cina. Alla fine sarà molto se resterà il “Principato di Moscovia” con un governatore yankee, come previsto ora per l’Iraq del dopo Saddam. Sono sempre assolutamente convinto che la III Guerra Mondiale sia già cominciata. Quarta se consideriamo la cosiddetta Guerra Fredda persa dai russi e vinta dagli americani. E’ iniziata ufficialmente l’11 settembre, ma fu preparata dal 1991, crollo dell’Urss, o meglio ancora dal maggio ’45, dalla caduta di Berlino, se proprio non vogliamo andare ancora dietro nel tempo… L’11 settembre l’Amministrazione Bush ha ripetuto la trappola di Pearl-Harbour per i giapponesi, estendendola al mondo intero. L’inganno non è durato molto. Per qualcuno, più lucido e cosciente della storia e della geografia non è durato neanche un istante. Il problema attuale non è ovviamente quello di fare la guerra alla superpotenza egemone che nel suo delirio di onnipotenza scavalca anche l’ONU (il suo “zerbino”) e persino la NATO: il problema è creare un fronte unito che IMPEDISCA AGLI USA DI FARE GUERRE, usando una minaccia credibile. La pace, in questa fase storica dell’economia mondiale, sarebbe per gli USA la peggiore delle sconfitte perché l’impero americano collasserebbe proprio sotto il peso del suo ipertrofismo militar-industriale inutilizzato ed incapacitato a raggiungere le fonti energetiche necessarie e gli obiettivi geostrategici prefissati per l’assalto finale all’Eurasia. Ora i popoli e qualche governo dell’Europa, il mondo arabo, l’Islam intero, la Cina, persino parte dell’America Latina stanno, pian piano, con molta titubanza, prendendo coscienza della realtà, quasi uscissero da un incubo durato 100 anni. E i russi? Ancora una volta hanno in mano le chiavi che aprono il futuro. O sapranno e vorranno usarle o…resteranno sepolti sotto le macerie della loro stessa “casa Russia”.

  4. #4
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    Notate la suddivisione in regioni autonome come si confà a un paese di lunga tradizione autonomista e federale.

    Ci sono 2 piccolissimi plug in da fare alle proposte di terracciano :

    1-concedere massima autonomia alle mille macroregioni europee , tra cui la PDN,demolendo l'attuale unione bastarda.

    2-utilizzare la doppia circolazione monetaria in ogni macroregione ; onde contrastare il dollaro in campo esterno e ...salvare il nostro portafoglio sul fronte interno.

  5. #5
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  6. #6
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    LA PENETRAZIONE DELLA TALASSOCRAZIA AMERICANA NELL'"HEARTLAND" EURASIATICO
    A proposito di talassocrazie, anche la Serenissima lo era...
    Iunthanaka
    Conte della Martesana

  8. #8
    Totila
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    Sì, ma era parte dell' "Heartland"...

  9. #9
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    Anche ZENA!

  10. #10
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