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    Predefinito La guerra all'occidente

    La guerra
    all'occidente
    di EZIO MAURO

    Nello stesso Paese dove i Grandi del mondo aprivano il G8, in quella Londra diventata il caput mundi del 2005, il terrorismo ha portato ieri la sua guerra, assaltando la metropolitana, bruciando i treni nei tunnel, uccidendo con le bombe decine di persone, fino a paralizzare la città nel terrore, allargando l'allarme a tutta l'Europa.

    Da una parte, i leader dei grandi Paesi - che erano il bersaglio simbolico e politico delle bombe - riuniti in silenzio intorno a un Blair di colpo invecchiato, sicuro e fermo nel dire che i barbari "non vinceranno". Dall'altra, una scena di guerra nel paesaggio di pace delle nostre vecchie città europee, abituate da sessant'anni a vivere senza conflitti domestici: ambulanze, sirene, poliziotti e soldati, sangue. E di nuovo la morte, come a Madrid un anno fa, che entra in Europa per ricordarci che facciamo parte del fronte, proprio noi, qui, dove crediamo di vivere in pace.

    In mezzo, il terrorismo e le sue bombe. Ormai capace di giungere dove vuole, e di scegliere quando. Ma non più, come nel giorno delle Torri, volando sotto la linea d'ombra del pensiero occidentale, pensando cioè l'impensabile e arrivando perciò dove non potevamo immaginare, al cuore simbolico del sistema, che credevamo imprendibile.

    No: ormai la sfida al nostro mondo corre con un percorso mimetico dentro il pensiero occidentale, le sue scadenze e le sue procedure simboliche. Il terrorismo agisce con il calendario gregoriano in mano a Madrid, scegliendo un altro "giorno 11", nel marzo di un anno fa, mentre ieri a Londra segue alla perfezione l'agenda politica del Primo Mondo, nel giorno del suo summit ufficiale con il G8.

    E tuttavia, nonostante la sensazione d'assedio che i Grandi trasmettevano nelle immagini da Gleneagles, nonostante il bersaglio propagandistico evidente di un attacco che mirava a paralizzare il G8, resta la sensazione che il vero target e la vera ossessione dei fanatici siamo noi. La normalità della nostra vita alla stazione del metrò, l'autobus che arriva, la scala mobile che scende e il vagone del treno che parte, andare al lavoro, entrare a scuola, leggere il giornale: i piccoli gesti quotidiani di ognuno, che collettivamente formano i riti di una cultura comune, di una civiltà condivisa, la banalità invisibile e benefica della democrazia di ogni giorno.

    Potremmo dire la normalità civile, la semplice libertà. Ciò di cui stiamo vivendo, ciò per cui stiamo morendo a Londra oggi, come ieri a Madrid, e l'altroieri a New York. Perché dovrebbe essere chiaro a tutti, finalmente, che siamo dentro una stessa storia, da quel giorno di settembre 2001 in cui il secolo fu deviato. Che cosa lega gli uomini e le donne che saltavano giù dalle Torri in fiamme, con le vittime insanguinate dei treni pendolari di Madrid, con le persone assassinate dentro il treno a King's Cross?

    Due cose: erano cittadini, nient'altro che questo. Ed erano cittadini dell'Occidente. In realtà le due cose si unificano. Perché solo vivendo in un sistema democratico si può essere davvero cittadini. E questa sola identità - in realtà: questa identità suprema - è bastata a trasformare quelle persone in bersagli.

    Dunque i terroristi sanno chi noi siamo, cos'è il nostro mondo. Sembriamo saperlo meno noi. Da oggi, finalmente, sarà più difficile per tutti separare la catena del terrore in pezzi isolati, rifiutarsi di vedere e di capire, semplicemente non "fare sequenza". Che cosa abbiamo bisogno di aspettare, per mettere insieme Londra con Madrid e con New York, che la bomba arrivi a casa nostra? Ma è già a casa nostra, lo è fin dal primo giorno. Con la facile compassione del "siamo tutti americani" abbiamo rifiutato la vera responsabilità della condivisione, che avrebbe dovuto farci dire ben di più e ben più gravemente: siamo in realtà tutti occidentali, perché l'attacco è alla democrazia e non solo agli Stati Uniti, come non soltanto alla Spagna, e nemmeno alla sola Inghilterra di Blair.

    Con le sue latenze che lo inabissano, il suo riemergere assassino, il terrorismo sa di fare comunque sequenza, di parlare una sola lingua, di declinare sempre lo stesso messaggio, di avere in realtà un unico bersaglio, che Tony Blair ieri ha chiamato giustamente "il nostro modo di vivere". La campana di Londra suona per tutta l'Europa e per l'occidente intero, cioè suona esattamente per noi. Il significato universale di quest'ultima strage, come per la prima e la seconda, non sta nelle modalità né nel numero delle vittime, ma in quello che potremmo chiamare il "coinvolgimento di sistema", la percezione cioè di far parte dello stesso mondo scelto a bersaglio da un altro mondo che non consideravamo nemico, ma ci colpisce a morte perché nega valore ad ognuno dei nostri valori più alti.

    Poi c'è la guerra. Ho sempre pensato che sia stata un errore, anche se ha sconfitto il dittatore. Lo ripeto oggi, con convinzione, perché mancava la motivazione diretta della risposta al terrorismo di Al Qaeda e della distruzione delle armi di distruzione di massa, che non c'erano: ma soprattutto perché - a differenza della risposta politico-militare in Afghanistan dopo l'11 settembre - la guerra in Iraq è fuori dalla legge delle democrazie, che devono sempre rispettare i vincoli di diritto e di legalità che passano attraverso l'Onu e la sua responsabilità. Certo la democrazia deve difendersi: ma deve rispettare i vincoli che lei stessa ha posto ai suoi legittimi sovrani, condizionando l'uso della forza alla forza del diritto. Dunque non è accettabile la dottrina Bush quando assegna agli Usa, senza alcun legittimo mandato, la "missione" universale di sconfiggere i "nemici della libertà".

    Questo metodo umilia e soprattutto indebolisce l'Occidente, riducendolo a un sistema di delega agli Usa. E può dare continuità e forza politica alla capacità strategica dei terroristi di "fare sequenza", cioè di allungare la catena dell'orrore.
    Ma detto questo, bisogna pur dire che l'11 settembre è venuto prima della guerra. Prima: all'inizio di tutto. Dunque la vera guerra dura da quasi quattro anni, anche se nei ripari nelle nostre capitali e nel nostro "modo di vivere" ci siamo forse illusi di essere ai margini, spettatori, capaci di tenere la crisi all'esterno, indenni. Fuori dalla sequenza.

    E invece oggi guardiamo quella gente in barella e sentiamo che è come noi, perché siamo insieme e soltanto "cittadini" e "occidentali". Non possiamo fare a meno di esserlo, vogliamo esserlo, e questo ci trasforma in bersaglio. E rende più facile la percezione che episodi distinti di terrorismo si cumulano fino ad oggi nello stesso problema, che è un nostro problema: l'attacco alla democrazia.

    Se è così, bisogna aver l'onestà di dire che non basta ripetere il no alla guerra. Bisogna prima dire no al terrorismo, e non basta nemmeno questo, perché rimane una domanda che ha bisogno di una risposta: come difendiamo le nostre democrazie sotto attacco? E' una risposta che tocca insieme all'Europa e all'America, perché l'attacco a Londra, dopo Madrid e New York universalizza la minaccia ma rende visibile anche il bersaglio comune, ci fa capire che la democrazia è sistema, e in realtà siamo cittadini di singoli Stati, di un'Europa che non riesce a compiersi, ma soprattutto di un'unica cultura democratica da difendere.

    E c'è un ultimo passaggio. Se questa sequenza di terrore ci fa finalmente sentire parte di un sistema formato dalle democrazie e dai loro popoli, dobbiamo ricordarci che quel sistema esiste, si chiama Occidente, è il deposito dei nostri valori e di diritti che crediamo universali. Chi ancora si chiede cos'è l'occidente, segua il perimetro tracciato dal terrorismo, da New York a Madrid a Londra, e lo prolunghi fin dove lo spinge la logica o la paura.

    Ripeto: i terroristi lo sanno, e oscuramente cercano di sfigurarci attaccando la nostra identità civile, storica, culturale, quella che ogni giorno riempie gli uffici, manda i bambini a scuola, riunisce i parlamenti, crede nella democrazia delle istituzioni e dei diritti. Ciò che Blair e gli altri leader ieri hanno detto di voler difendere. Quella civiltà quotidiana che i cittadini di Londra ieri hanno testimoniando muovendosi a piedi come durante la guerra, nella città fermata dal terrore: camminando per andare al lavoro, per tornare a casa, semplicemente per far continuare la normalità democratica della nostra vita di cittadini.

    repubblica.it

  2. #2
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    Predefinito

    Possibile che il giornalista medio italiano non riesca ad andare oltre a questo coacervo di banalita' scritte in modo sciatto e senza alcun approfondimento degno di tal nome.E dire che li pagano pure bene per accrocchiare sti 'pezzulli...

  3. #3
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    Predefinito Re: La guerra all'occidente

    parapapapapappppa'

    Originally posted by willy
    La guerra
    all'occidente
    di EZIO MAURO

    Nello stesso Paese dove i Grandi del mondo aprivano il G8, in quella Londra diventata il caput mundi del 2005, il terrorismo ha portato ieri la sua guerra, assaltando la metropolitana, bruciando i treni nei tunnel, uccidendo con le bombe decine di persone, fino a paralizzare la città nel terrore, allargando l'allarme a tutta l'Europa.

    Da una parte, i leader dei grandi Paesi - che erano il bersaglio simbolico e politico delle bombe - riuniti in silenzio intorno a un Blair di colpo invecchiato, sicuro e fermo nel dire che i barbari "non vinceranno". Dall'altra, una scena di guerra nel paesaggio di pace delle nostre vecchie città europee, abituate da sessant'anni a vivere senza conflitti domestici: ambulanze, sirene, poliziotti e soldati, sangue. E di nuovo la morte, come a Madrid un anno fa, che entra in Europa per ricordarci che facciamo parte del fronte, proprio noi, qui, dove crediamo di vivere in pace.

    In mezzo, il terrorismo e le sue bombe. Ormai capace di giungere dove vuole, e di scegliere quando. Ma non più, come nel giorno delle Torri, volando sotto la linea d'ombra del pensiero occidentale, pensando cioè l'impensabile e arrivando perciò dove non potevamo immaginare, al cuore simbolico del sistema, che credevamo imprendibile.

    No: ormai la sfida al nostro mondo corre con un percorso mimetico dentro il pensiero occidentale, le sue scadenze e le sue procedure simboliche. Il terrorismo agisce con il calendario gregoriano in mano a Madrid, scegliendo un altro "giorno 11", nel marzo di un anno fa, mentre ieri a Londra segue alla perfezione l'agenda politica del Primo Mondo, nel giorno del suo summit ufficiale con il G8.

    E tuttavia, nonostante la sensazione d'assedio che i Grandi trasmettevano nelle immagini da Gleneagles, nonostante il bersaglio propagandistico evidente di un attacco che mirava a paralizzare il G8, resta la sensazione che il vero target e la vera ossessione dei fanatici siamo noi. La normalità della nostra vita alla stazione del metrò, l'autobus che arriva, la scala mobile che scende e il vagone del treno che parte, andare al lavoro, entrare a scuola, leggere il giornale: i piccoli gesti quotidiani di ognuno, che collettivamente formano i riti di una cultura comune, di una civiltà condivisa, la banalità invisibile e benefica della democrazia di ogni giorno.

    Potremmo dire la normalità civile, la semplice libertà. Ciò di cui stiamo vivendo, ciò per cui stiamo morendo a Londra oggi, come ieri a Madrid, e l'altroieri a New York. Perché dovrebbe essere chiaro a tutti, finalmente, che siamo dentro una stessa storia, da quel giorno di settembre 2001 in cui il secolo fu deviato. Che cosa lega gli uomini e le donne che saltavano giù dalle Torri in fiamme, con le vittime insanguinate dei treni pendolari di Madrid, con le persone assassinate dentro il treno a King's Cross?

    Due cose: erano cittadini, nient'altro che questo. Ed erano cittadini dell'Occidente. In realtà le due cose si unificano. Perché solo vivendo in un sistema democratico si può essere davvero cittadini. E questa sola identità - in realtà: questa identità suprema - è bastata a trasformare quelle persone in bersagli.

    Dunque i terroristi sanno chi noi siamo, cos'è il nostro mondo. Sembriamo saperlo meno noi. Da oggi, finalmente, sarà più difficile per tutti separare la catena del terrore in pezzi isolati, rifiutarsi di vedere e di capire, semplicemente non "fare sequenza". Che cosa abbiamo bisogno di aspettare, per mettere insieme Londra con Madrid e con New York, che la bomba arrivi a casa nostra? Ma è già a casa nostra, lo è fin dal primo giorno. Con la facile compassione del "siamo tutti americani" abbiamo rifiutato la vera responsabilità della condivisione, che avrebbe dovuto farci dire ben di più e ben più gravemente: siamo in realtà tutti occidentali, perché l'attacco è alla democrazia e non solo agli Stati Uniti, come non soltanto alla Spagna, e nemmeno alla sola Inghilterra di Blair.

    Con le sue latenze che lo inabissano, il suo riemergere assassino, il terrorismo sa di fare comunque sequenza, di parlare una sola lingua, di declinare sempre lo stesso messaggio, di avere in realtà un unico bersaglio, che Tony Blair ieri ha chiamato giustamente "il nostro modo di vivere". La campana di Londra suona per tutta l'Europa e per l'occidente intero, cioè suona esattamente per noi. Il significato universale di quest'ultima strage, come per la prima e la seconda, non sta nelle modalità né nel numero delle vittime, ma in quello che potremmo chiamare il "coinvolgimento di sistema", la percezione cioè di far parte dello stesso mondo scelto a bersaglio da un altro mondo che non consideravamo nemico, ma ci colpisce a morte perché nega valore ad ognuno dei nostri valori più alti.

    Poi c'è la guerra. Ho sempre pensato che sia stata un errore, anche se ha sconfitto il dittatore. Lo ripeto oggi, con convinzione, perché mancava la motivazione diretta della risposta al terrorismo di Al Qaeda e della distruzione delle armi di distruzione di massa, che non c'erano: ma soprattutto perché - a differenza della risposta politico-militare in Afghanistan dopo l'11 settembre - la guerra in Iraq è fuori dalla legge delle democrazie, che devono sempre rispettare i vincoli di diritto e di legalità che passano attraverso l'Onu e la sua responsabilità. Certo la democrazia deve difendersi: ma deve rispettare i vincoli che lei stessa ha posto ai suoi legittimi sovrani, condizionando l'uso della forza alla forza del diritto. Dunque non è accettabile la dottrina Bush quando assegna agli Usa, senza alcun legittimo mandato, la "missione" universale di sconfiggere i "nemici della libertà".

    Questo metodo umilia e soprattutto indebolisce l'Occidente, riducendolo a un sistema di delega agli Usa. E può dare continuità e forza politica alla capacità strategica dei terroristi di "fare sequenza", cioè di allungare la catena dell'orrore.
    Ma detto questo, bisogna pur dire che l'11 settembre è venuto prima della guerra. Prima: all'inizio di tutto. Dunque la vera guerra dura da quasi quattro anni, anche se nei ripari nelle nostre capitali e nel nostro "modo di vivere" ci siamo forse illusi di essere ai margini, spettatori, capaci di tenere la crisi all'esterno, indenni. Fuori dalla sequenza.

    E invece oggi guardiamo quella gente in barella e sentiamo che è come noi, perché siamo insieme e soltanto "cittadini" e "occidentali". Non possiamo fare a meno di esserlo, vogliamo esserlo, e questo ci trasforma in bersaglio. E rende più facile la percezione che episodi distinti di terrorismo si cumulano fino ad oggi nello stesso problema, che è un nostro problema: l'attacco alla democrazia.

    Se è così, bisogna aver l'onestà di dire che non basta ripetere il no alla guerra. Bisogna prima dire no al terrorismo, e non basta nemmeno questo, perché rimane una domanda che ha bisogno di una risposta: come difendiamo le nostre democrazie sotto attacco? E' una risposta che tocca insieme all'Europa e all'America, perché l'attacco a Londra, dopo Madrid e New York universalizza la minaccia ma rende visibile anche il bersaglio comune, ci fa capire che la democrazia è sistema, e in realtà siamo cittadini di singoli Stati, di un'Europa che non riesce a compiersi, ma soprattutto di un'unica cultura democratica da difendere.

    E c'è un ultimo passaggio. Se questa sequenza di terrore ci fa finalmente sentire parte di un sistema formato dalle democrazie e dai loro popoli, dobbiamo ricordarci che quel sistema esiste, si chiama Occidente, è il deposito dei nostri valori e di diritti che crediamo universali. Chi ancora si chiede cos'è l'occidente, segua il perimetro tracciato dal terrorismo, da New York a Madrid a Londra, e lo prolunghi fin dove lo spinge la logica o la paura.

    Ripeto: i terroristi lo sanno, e oscuramente cercano di sfigurarci attaccando la nostra identità civile, storica, culturale, quella che ogni giorno riempie gli uffici, manda i bambini a scuola, riunisce i parlamenti, crede nella democrazia delle istituzioni e dei diritti. Ciò che Blair e gli altri leader ieri hanno detto di voler difendere. Quella civiltà quotidiana che i cittadini di Londra ieri hanno testimoniando muovendosi a piedi come durante la guerra, nella città fermata dal terrore: camminando per andare al lavoro, per tornare a casa, semplicemente per far continuare la normalità democratica della nostra vita di cittadini.

    repubblica.it

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    eppure mi ci riconosco in toto

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    Il che la dice lunga sul tuo QI....

    Originally posted by willy
    eppure mi ci riconosco in toto

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    Originally posted by pietro
    Il che la dice lunga sul tuo QI....
    sempre molto gentile con chi la pensa diversamente
    per curiosità, potrei sapere cosa ne pensi in poche righe?

  7. #7
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    Che Mauro dice un 'enormita' di stronzate ripetendo il trito ritornello che dal 2001 i servetti di Bush vanno ripetendo senza molto costrutto ai loro allievi che puntualmente non spiegano come mai gli attacchi si rivolgono solo verso quei paesi che sostengono apertamente la guerra in Irak e non a tutta l'Europa come vorrebbero far credere i corifei bushiani in Italia ..che non è una "guerra di valori" o di "civilta'" posto che il problema è invece di una frattura tra l'asse angloamericano e chi lo sostiene ed il resto del mondo, Russia e Cina compresa ed è in questo quadro che si sta svolgendo una bestiale lotta tra poteri.In quest' ottica la guerra al terrorismo è stato un fallimento continuo ..in Irak stanno nel pantano, Madrid e Londra sono state bombardate come non avveniva dalla seconda guerra mondiale e metttiamoci pure che Londra ha fatto una gigantesca figura di merda facendosi beffare in modo clamoroso non si da chi..altro che efficienza dei servizi di intelligence inglesi....

    Insomma sta guerra al terrorismo ..ottimo pretesto americano per occupare geopoliticamente le aree di interesse strategico, agli incauti europei che hanno seguito Bush ha portato solo guai..Speriamo che In Italia si rinsavisca senno' la vedo dura e questi articoli sono solamente irresponsabili..questa guerra è una guerra americana , pero' noi ci dobbiamo beccare i morti per volere di una cricca di teste di cazzo che pretendono di fare la guerra in Irak...non mi pare sensato...

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    Predefinito Re: La guerra all'occidente

    Originally posted by willy
    La guerra
    all'occidente
    di EZIO MAURO

    Nello stesso Paese dove i Grandi del mondo aprivano il G8, in quella Londra diventata il caput mundi del 2005, il terrorismo ha portato ieri la sua guerra, assaltando la metropolitana, bruciando i treni nei tunnel, uccidendo con le bombe decine di persone, fino a paralizzare la città nel terrore, allargando l'allarme a tutta l'Europa.

    Da una parte, i leader dei grandi Paesi - che erano il bersaglio simbolico e politico delle bombe - riuniti in silenzio intorno a un Blair di colpo invecchiato, sicuro e fermo nel dire che i barbari "non vinceranno". Dall'altra, una scena di guerra nel paesaggio di pace delle nostre vecchie città europee, abituate da sessant'anni a vivere senza conflitti domestici: ambulanze, sirene, poliziotti e soldati, sangue. E di nuovo la morte, come a Madrid un anno fa, che entra in Europa per ricordarci che facciamo parte del fronte, proprio noi, qui, dove crediamo di vivere in pace.

    In mezzo, il terrorismo e le sue bombe. Ormai capace di giungere dove vuole, e di scegliere quando. Ma non più, come nel giorno delle Torri, volando sotto la linea d'ombra del pensiero occidentale, pensando cioè l'impensabile e arrivando perciò dove non potevamo immaginare, al cuore simbolico del sistema, che credevamo imprendibile.

    No: ormai la sfida al nostro mondo corre con un percorso mimetico dentro il pensiero occidentale, le sue scadenze e le sue procedure simboliche. Il terrorismo agisce con il calendario gregoriano in mano a Madrid, scegliendo un altro "giorno 11", nel marzo di un anno fa, mentre ieri a Londra segue alla perfezione l'agenda politica del Primo Mondo, nel giorno del suo summit ufficiale con il G8.

    E tuttavia, nonostante la sensazione d'assedio che i Grandi trasmettevano nelle immagini da Gleneagles, nonostante il bersaglio propagandistico evidente di un attacco che mirava a paralizzare il G8, resta la sensazione che il vero target e la vera ossessione dei fanatici siamo noi. La normalità della nostra vita alla stazione del metrò, l'autobus che arriva, la scala mobile che scende e il vagone del treno che parte, andare al lavoro, entrare a scuola, leggere il giornale: i piccoli gesti quotidiani di ognuno, che collettivamente formano i riti di una cultura comune, di una civiltà condivisa, la banalità invisibile e benefica della democrazia di ogni giorno.

    Potremmo dire la normalità civile, la semplice libertà. Ciò di cui stiamo vivendo, ciò per cui stiamo morendo a Londra oggi, come ieri a Madrid, e l'altroieri a New York. Perché dovrebbe essere chiaro a tutti, finalmente, che siamo dentro una stessa storia, da quel giorno di settembre 2001 in cui il secolo fu deviato. Che cosa lega gli uomini e le donne che saltavano giù dalle Torri in fiamme, con le vittime insanguinate dei treni pendolari di Madrid, con le persone assassinate dentro il treno a King's Cross?

    Due cose: erano cittadini, nient'altro che questo. Ed erano cittadini dell'Occidente. In realtà le due cose si unificano. Perché solo vivendo in un sistema democratico si può essere davvero cittadini. E questa sola identità - in realtà: questa identità suprema - è bastata a trasformare quelle persone in bersagli.

    Dunque i terroristi sanno chi noi siamo, cos'è il nostro mondo. Sembriamo saperlo meno noi. Da oggi, finalmente, sarà più difficile per tutti separare la catena del terrore in pezzi isolati, rifiutarsi di vedere e di capire, semplicemente non "fare sequenza". Che cosa abbiamo bisogno di aspettare, per mettere insieme Londra con Madrid e con New York, che la bomba arrivi a casa nostra? Ma è già a casa nostra, lo è fin dal primo giorno. Con la facile compassione del "siamo tutti americani" abbiamo rifiutato la vera responsabilità della condivisione, che avrebbe dovuto farci dire ben di più e ben più gravemente: siamo in realtà tutti occidentali, perché l'attacco è alla democrazia e non solo agli Stati Uniti, come non soltanto alla Spagna, e nemmeno alla sola Inghilterra di Blair.

    Con le sue latenze che lo inabissano, il suo riemergere assassino, il terrorismo sa di fare comunque sequenza, di parlare una sola lingua, di declinare sempre lo stesso messaggio, di avere in realtà un unico bersaglio, che Tony Blair ieri ha chiamato giustamente "il nostro modo di vivere". La campana di Londra suona per tutta l'Europa e per l'occidente intero, cioè suona esattamente per noi. Il significato universale di quest'ultima strage, come per la prima e la seconda, non sta nelle modalità né nel numero delle vittime, ma in quello che potremmo chiamare il "coinvolgimento di sistema", la percezione cioè di far parte dello stesso mondo scelto a bersaglio da un altro mondo che non consideravamo nemico, ma ci colpisce a morte perché nega valore ad ognuno dei nostri valori più alti.

    Poi c'è la guerra. Ho sempre pensato che sia stata un errore, anche se ha sconfitto il dittatore. Lo ripeto oggi, con convinzione, perché mancava la motivazione diretta della risposta al terrorismo di Al Qaeda e della distruzione delle armi di distruzione di massa, che non c'erano: ma soprattutto perché - a differenza della risposta politico-militare in Afghanistan dopo l'11 settembre - la guerra in Iraq è fuori dalla legge delle democrazie, che devono sempre rispettare i vincoli di diritto e di legalità che passano attraverso l'Onu e la sua responsabilità. Certo la democrazia deve difendersi: ma deve rispettare i vincoli che lei stessa ha posto ai suoi legittimi sovrani, condizionando l'uso della forza alla forza del diritto. Dunque non è accettabile la dottrina Bush quando assegna agli Usa, senza alcun legittimo mandato, la "missione" universale di sconfiggere i "nemici della libertà".

    Questo metodo umilia e soprattutto indebolisce l'Occidente, riducendolo a un sistema di delega agli Usa. E può dare continuità e forza politica alla capacità strategica dei terroristi di "fare sequenza", cioè di allungare la catena dell'orrore.
    Ma detto questo, bisogna pur dire che l'11 settembre è venuto prima della guerra. Prima: all'inizio di tutto. Dunque la vera guerra dura da quasi quattro anni, anche se nei ripari nelle nostre capitali e nel nostro "modo di vivere" ci siamo forse illusi di essere ai margini, spettatori, capaci di tenere la crisi all'esterno, indenni. Fuori dalla sequenza.

    E invece oggi guardiamo quella gente in barella e sentiamo che è come noi, perché siamo insieme e soltanto "cittadini" e "occidentali". Non possiamo fare a meno di esserlo, vogliamo esserlo, e questo ci trasforma in bersaglio. E rende più facile la percezione che episodi distinti di terrorismo si cumulano fino ad oggi nello stesso problema, che è un nostro problema: l'attacco alla democrazia.

    Se è così, bisogna aver l'onestà di dire che non basta ripetere il no alla guerra. Bisogna prima dire no al terrorismo, e non basta nemmeno questo, perché rimane una domanda che ha bisogno di una risposta: come difendiamo le nostre democrazie sotto attacco? E' una risposta che tocca insieme all'Europa e all'America, perché l'attacco a Londra, dopo Madrid e New York universalizza la minaccia ma rende visibile anche il bersaglio comune, ci fa capire che la democrazia è sistema, e in realtà siamo cittadini di singoli Stati, di un'Europa che non riesce a compiersi, ma soprattutto di un'unica cultura democratica da difendere.

    E c'è un ultimo passaggio. Se questa sequenza di terrore ci fa finalmente sentire parte di un sistema formato dalle democrazie e dai loro popoli, dobbiamo ricordarci che quel sistema esiste, si chiama Occidente, è il deposito dei nostri valori e di diritti che crediamo universali. Chi ancora si chiede cos'è l'occidente, segua il perimetro tracciato dal terrorismo, da New York a Madrid a Londra, e lo prolunghi fin dove lo spinge la logica o la paura.

    Ripeto: i terroristi lo sanno, e oscuramente cercano di sfigurarci attaccando la nostra identità civile, storica, culturale, quella che ogni giorno riempie gli uffici, manda i bambini a scuola, riunisce i parlamenti, crede nella democrazia delle istituzioni e dei diritti. Ciò che Blair e gli altri leader ieri hanno detto di voler difendere. Quella civiltà quotidiana che i cittadini di Londra ieri hanno testimoniando muovendosi a piedi come durante la guerra, nella città fermata dal terrore: camminando per andare al lavoro, per tornare a casa, semplicemente per far continuare la normalità democratica della nostra vita di cittadini.

    repubblica.it
    ....e pensare che tutto comincio' con quel fanatico di Pietro l'Eremita ed il suo " Deus Vult " ! Cosa capita a rompere le palle al prossimo............................

    DEUS NON VULT !

  9. #9
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    Predefinito Re: Re: La guerra all'occidente

    Originally posted by Ferruccio
    ....e pensare che tutto comincio' con quel fanatico di Pietro l'Eremita ed il suo " Deus Vult " ! Cosa capita a rompere le palle al prossimo............................

    DEUS NON VULT !
    Ahaha buona questa tutto cominciò con Pietro l'Eremita, poi con gli ebrei ahahah.
    Ma lo sapete che La Cristianità ha combattutto contro l'islam fin dagli esordi di quest'ultimo; la palestina, meglio sarebbe dire Israele prima era totalmente giudaico, poi quasi totalmente Cristiano.

  10. #10
    Totila
    Ospite

    Predefinito

    Originally posted by pietro
    Che Mauro dice un 'enormita' di stronzate ripetendo il trito ritornello che dal 2001 i servetti di Bush vanno ripetendo senza molto costrutto ai loro allievi che puntualmente non spiegano come mai gli attacchi si rivolgono solo verso quei paesi che sostengono apertamente la guerra in Irak e non a tutta l'Europa come vorrebbero far credere i corifei bushiani in Italia ..che non è una "guerra di valori" o di "civilta'" posto che il problema è invece di una frattura tra l'asse angloamericano e chi lo sostiene ed il resto del mondo, Russia e Cina compresa ed è in questo quadro che si sta svolgendo una bestiale lotta tra poteri.In quest' ottica la guerra al terrorismo è stato un fallimento continuo ..in Irak stanno nel pantano, Madrid e Londra sono state bombardate come non avveniva dalla seconda guerra mondiale e metttiamoci pure che Londra ha fatto una gigantesca figura di merda facendosi beffare in modo clamoroso non si da chi..altro che efficienza dei servizi di intelligence inglesi....

    Insomma sta guerra al terrorismo ..ottimo pretesto americano per occupare geopoliticamente le aree di interesse strategico, agli incauti europei che hanno seguito Bush ha portato solo guai..Speriamo che In Italia si rinsavisca senno' la vedo dura e questi articoli sono solamente irresponsabili..questa guerra è una guerra americana , pero' noi ci dobbiamo beccare i morti per volere di una cricca di teste di cazzo che pretendono di fare la guerra in Irak...non mi pare sensato...
    The Republic è il maggior quotidiano americano in lingua italiana.

 

 
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