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    Post Grappoli di bombe nel cuore dell'impero

    | Venerdi 8 Luglio 2005 - 9:13 | |

    Una serie di esplosioni ha devastato, ieri mattina, il centro di Londra.
    Sono stati colpiti alcuni convogli della metropolitana ed alcuni bus cittadini. I morti sono decine, i feriti gravi oltre mille, molti di più quelli lievi.
    Le autorità inglesi, con una reticenza a dir poco inquietante, dopo molte ore non avevano ancora chiarito quante fossero state precisamente le esplosioni e nemmeno avevano fornito l’esatto numero delle vittime, ancorché provvisorio. Forse non hanno voluto ammettere il completo fallimento delle misure di prevenzione messe in atto in occasione della riunione del G8 in Scozia?
    Immediatamente è stata però individuata la “matrice islamica” degli attentati e puntuale è giunta, tramite internet, la rivendicazione (in verità poco credibile) della solita al Qaida.
    Tony Blair ha immediatamente abbandonato il summit internazionale, che è stato in pratica quasi sospeso, ed è tornato nella capitale britannica.
    Gli attentati diventeranno così un’ottima scusa per giustificare il totale fallimento del G8 ed anzi daranno nuova linfa al partito dei guerrafondai, quello di coloro che già sognano nuove guerre, naturalmente tutte umanitarie.
    Non ci sarebbe da stupirsi se tra le macerie dell’attentato verrà ritrovato, ovviamente intonso, un passaporto siriano o qualcosa del genere, perché nel mirino atlantico c’è da tempo Damasco: serviva soltanto una spinta emotiva all’opinione pubblica. Ora c’è stata anche questa. Corsi e ricorsi storici.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Londra. Il giorno più lungo

    | Venerdi 8 Luglio 2005 - 9:20 | Siro Asinelli |

    Un numero imprecisato di esplosioni, decine i morti, forse 33, cifre non ufficiali destinate tragicamente a salire, metropolitane ed autobus a due piani squarciati, panico, sirene, folle stordite e centinaia di feriti. Il bilancio di un’anormale mattinata nella capitale della Gran Bretagna, a poca distanza dal vertice dei cosiddetti grandi riuniti in conclave.
    Il bilancio di un attacco al cuore della succursale atlantica per eccellenza. Londra blindata, sicura nelle sue leggi anti terrorismo, si sveglia devastata, mentre il panico fa breccia nei bunker della City, regno di telecamere a circuito chiuso che si credevano occhi vigili sulla tranquilla vita di un sicuro Paese industrializzato e democratico.
    Lampo, boato, buio. Per una, due, tre, quattro, dieci e più volte. Le autorità britanniche non contano più. Non si contano le vittime, morti e feriti; non si contano gli attentatori, kamikaze o attenti strateghi; non si contano le ore, i minuti, i secondi in una dolorosa mattina che si protrae sino a notte fonda, sino ad oggi e più in là. Allarme dopo allarme. Smentita dopo smentita. Nel tardo pomeriggio il terminal numero 3 dell’aeroporto internazionale di Heatrow viene evacuato. La tensione è alle stelle, le autorità non riescono a fornire dettagli, spiegazioni: nulla di nulla. Il black out è mediatico, politico, economico. Solamente verso le 17 Scotland Yard emette un comunicato relativo alle prime indagini: esplosivo di tipo comune. L’allarme resta ai massimi livelli. Il governo Blair, impegnato sul fronte del G8, richiama nella capitale gran parte del contingente di agenti di polizia inviato a Gleneagles, in Scozia. Arrivano le rivendicazioni. Le smentite e le speculazioni in stile ‘scontro tra civiltà’. Arrivano gli sciacalli. Il messaggio via web firmato da un fantomatico “Gruppo segreto della Jihad di al Qaida in Europa” rimbalza da un capo all’altro del mondo, condimento necessario ad alimentare l’american dream della democrazia globale. Si diffonde il timore che le comunità islamiche presenti sul territorio britannico siano oggetto di reazioni furiose della folla. Si teme. Si alimenta. In serata la parola passa all’intelligence statunitense: è prematuro stabilire la responsabilità degli attacchi. Si susseguono gli allarmi, le considerazioni sul terrorismo internazionale, la fine della tranquillità. Lampo, boato, vuoto d’aria, fumo, buio. Quattro le esplosioni certe, altre incerte, imprecisate.
    Le immagini si accavallano le une alle altre. Elicotteri dei media, elicotteri dell’esercito. Il cielo di Londra è un via vai di mezzi. Le distanze si assottigliano e la capitale britannica è a un tiro di schioppo da quella spagnola. Undici marzo 2004, stazione di Atocha. Centinaia le vittime, morti e feriti. Una matrice internazionale. Nessuno ‘scontro di civiltà’ tanto caro a neocon ed alleati atlantici.

    I luoghi colpiti

    08.49. La prima esplosione è avvenuta su un convoglio metropolitano che viaggiava sulla linea ‘Hammersmith & City’, tra le fermate di Aldgate East e Liverpool street. Nel pomeriggio le autorità cittadine riferivano di almeno due morti e di un numero ancora imprecisato di feriti. Il secondo ordigno è esploso pochi minuti dopo nella stazione della metropolitana di Edgware Road, che si trova sulla stessa linea dove è avvenuto il primo attentato, smentendo i primissimi lanci delle agenzia di stampa internazionali che avevano parlato di “guasti al circuito elettrico” della ‘tube’ londinese. Altre veline parlano di possibile scontro tra convogli. Passano pochi minuti ed una terza deflagrazione squarcia un convoglio su un’altra linea metropolitana, la ‘Piccadilly’, tra le stazioni di Russell Square e King’Cross. Per ore interminabili decine e decine di passeggeri restano intrappolati, qui come negli altri circuiti della metropolitana investiti dal terrore. Pochi minuti per rendersi conto dell’accaduto ed una quarta bomba esplode su un autobus a due piani che circolava tra Woburn Place e Tavistock Square, nei pressi della già colpita stazione di Russell Square.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    The show must go on

    | Venerdi 8 Luglio 2005 - 9:22 | Antonella Vicini |

    “The show must go on...”
    Lo ha reso noto il premier britannico Tony Blair a poche ore dall’annuncio delle tragiche esplosioni che ieri hanno flagellato Londra. Questo significa che i lavori del G8 sono continuati e continuano, certamente senza quell’aura trionfalistica che aveva preceduto il loro inizio e senza neanche la presenza del padrone di casa che, per ovvii motivi, ha lasciato Gleneagles alla volta della capitale. Con i riflettori puntati da tutta altra parte rispetto al palcoscenico scozzese, il summit è proseguito in silenzio, senza dichiarazioni ufficiali da parte dei G8.
    L’unico testo comune partorito dai ‘grandi’ è stato un documento di condanna agli atti terroristici in genere, che ha ricalcato in tutto e per tutto dichiarazioni già sfoderate nel corso di questi ultimi due anni di lotta globale al terrorismo, la cui efficacia è sotto gli occhi di tutti.
    “Quello di oggi non è un attacco contro una nazione ma contro tutte le nazioni e i popoli civili del mondo. Noi non permetteremo che ci fermino”, è stato scritto.
    “Non gli permetteremo di fermare i lavori di questo vertice, andremo avanti a prendere le nostre decisioni per affrontare il problema della povertà in Africa e dei cambiamenti climatici”.
    Il compito dei Paesi ricchi ha assunto così connotati ancora più sacri e salvifici, paragonati alle miserie esterne che ne hanno esaltato l’irrinunciabilità e la portata.
    La missione verrà portata a termine (così come andrà avanti la battaglia globale contro il terrore, ha assicurato Bush), senza più neanche le contestazioni di rito, messe a tacere da mali maggiori. I tentativi di sfondare la zona rossa di mercoledì, repentinamente bloccati da una violenta azione delle forze dell’ordine, infatti, non si sono ripetuti ieri, e gran parte dei 1.500 poliziotti della polizia metropolitana inviati a Gleneagles, sono stati richiamati con urgenza a Londra, abbandonando il maniero scozzese.

    L’unica parte della giornata di ieri che non ha risentito dei fatti di Londra è stata l’apertura ufficiale del vertice, alle 10. Una normalità di breve durata, durante la quale è stato confermato l’ordine dei lavori con in primo piano il problema del mutamenti del clima e i principali temi dell’economia globale. Nel pomeriggio, invece, dopo l’incontro degli otto capi di Stato e di Governo con i leader dei paesi ad economia emergente - Brasile, Cina, India, Messico e Sudafrica -insieme al segretario generale dell’Onu Kofi Annan e ai vertici del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale e del Wto, è stata la volta della politica estera, con particolare attenzione al Vicino Oriente.
    Secondo quanto stabilito precedentemente, l’accordo sul protocollo di Kyoto e lo scontro in proposito con gli Stati Uniti avrebbero dovuta farla da padrone. L’unica concessione sull’ambiente preannunciata da Bush avrebbe dovuto riguardare una nuova sensibilità in materia, una politica che però, secondo il capo della Casa Bianca, dovrebbe andare oltre il protocollo che gli Usa non hanno mai firmato. Sarà quindi piuttosto facile per loro superarlo. Oggi sarà la giornata più importante, quella in cui si discuterà della cancellazione del debito ai 18 Paesi più poveri, ma, anche in questo caso, tutte le legittime considerazioni sugli ipocriti tentativi messi in atto a riguardo passeranno, naturalmente, in secondo piano.

    Dichiarazione dei leader del G8

    1. Condanniamo totalmente questi attacchi barbarici. Porgiamo le nostre profonde condoglianze alle vittime e alle loro famiglie. Tutti i nostri Paesi hanno patito per l'impatto del terrorismo.I responsabili non hanno rispetto per la vita umana. Siamo uniti nella nostra fermezza nell'affrontare e sconfiggere questo terrorismo che non è un attacco a una nazione ma a tutte le nazioni e nei confronti di ogni popolo civilizzato.
    2. Non permetteremo che la violenza cambi le nostre società o i nostri valori. E non permetteremo nemmeno che essa fermi il lavoro di questo Summit. Continueremo le nostre deliberazioni nell'interesse di un mondo migliore. Qui, in questo Summit, i leader del mondo si stanno impegnando per combattere la povertà mondiale e per salvare e migliorare la vita umana. Gli esecutori degli attacchi di oggi sono intenzionati a distruggere la vita umana.
    3. I terroristi non vinceranno.
    4. Le bombe di oggi non indeboliranno in nessun modo la nostra decisione di difendere i principi più saldi delle nostre società e di sconfiggere coloro che vorrebbero imporre il loro fanatismo ed estremismo a tutti noi. Noi vinceremo. Non loro.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  4. #4
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    “The show must go on...”
    ..e che volete che siano 50 morti in confronto a tutto il petrolio del medio oriente e quindi in confronto al dominio...del mondo?

 

 

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