Ben lungi dall’essere un semplice costrutto socio-culturale, le razze umane esistono e sono distinguibili anche da un punto di vista genetico (e non solo grazie a caratteri superficiali come il colore della pelle o la forma del cranio). è quanto emerge da uno studio Usa, condotto da un team dell’Università di Stanford e diretto da Neil Risch. La ricerca in questione (provocatoria solo in apparenza) contraddice l’idea, oramai consolidata, secondo cui le differenze razziali sarebbero insignificanti e secondarie. Questo punto di vista ha ricevuto nel corso degli ultimi decenni l’avallo di noti ricercatori e di prestigiose istituzioni scientifiche, tanto da diventare un luogo comune anche al di fuori del mondo accademico. Uno dei motivi per cui il concetto di razza è stato messo in quarantena è certamente il fatto che esso è stato utilizzato in passato per fornire un fondamento (pseudoscientifico) al razzismo e all’intolleranza. A detta di Risch i tempi sarebbero maturi per riprendere in mano tale nozione e provare a definirla scientificamente senza però lasciare spazio a idee razziste. Lo studioso ha intervistato più di 3600 cittadini americani appartenenti a diverse etnie (cioè bianchi, afroamericani, ispanici e orientali), chiedendo loro di indicare a quale razza appartenessero (in modo da evitare errori dovuti a «preconcetti» classificatori degli sperimentatori); il team Usa ha poi esaminato il Dna di ciascun soggetto (concentrandosi su 326 zone del genoma note per la loro variabilità). Incrociando i dati così ottenuti gli studiosi si sono accorti che effettivamente le suddette etnie erano caratterizzate da profili genetici ben precisi e chiaramente distinguibili. Stando a Michael Wigler, ricercatore del Cold Spring Harbor Laboratory, le conclusioni di Risch sono ovvie: «è evidente che popolazioni rimaste isolate geograficamente per periodi molto lunghi si siano differenziate non solo da un punto di vista somatico ma anche genetico».




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