Revisionismo storico
e fondamentalismo liberale
di Andrea Billau
Il mensile francese Le Monde Diplomatique ha, qualche anno fa, coniato un termine che definisce lo stato attuale del pensiero sociale rispetto alla contemporaneità come "Pensiero Unico".
Dopo la caduta del Muro il liberalismo è rimasta l’unica ideologia forte a dominare nel mercato delle idee e a uniformare il mondo nell’applicazione delle stesse. I mentori di quest’ideologia vengono definiti comunemente neo-liberali o, se viene messo in primo piano l’aspetto economico, liberisti, ma a mio avviso un termine più adatto a definirli è quello di "fondamentalisti liberali", poiché come in ogni fondamentalismo anche qui la propria scelta culturale viene assolutizzata e non dà spazio alle differenze e questo è ancor più grave per una teoria come quella liberale che è basata sulla difesa della differenza per eccellenza, la difesa dell’individuo, ma come ci insegna la critica dell’ideologia, la materialità dei fatti indica tutt’altro. Il termine neo-liberale evidenzia solo una discontinuità temporale che viene individuata con la caduta del Muro, ma, a mio avviso la maggiore aggressività mostrata dai liberali dopo il crollo del nemico storico, il comunismo, assume le caratteristiche di Pensiero unico solo nel caso di una visione effettivamente fondamentalista del liberalismo; così come la definizione di liberismo è troppo riduttiva, perché riferita solo all’assolutizzazione dell’aspetto economico del modello liberale e non al rifiuto dogmatico di una organizzazione sociale diversa che è cosa più complessa. Ecco perché da adesso in poi mi riferirò ai fautori del Pensiero unico definendoli per l’appunto Fondamentalisti liberali.
La configurazione sociale attuale ha le caratteristiche pervasive di un sistema liberale in via di globalizzazione; se questa è la realtà che ci circonda vi sono due modi di affrontarla, o adattarvisi completamente o cercare per quanto possibile di continuare a portare avanti una riflessione critica rispetto all’esistente; ma è proprio quest’ultima scelta che il Pensiero unico rifiuta, definendo ogni ipotesi alternativa di organizzazione sociale, anche solo pensata, foriera di disastri.
A sostegno di questa tesi i Fondamentalisti liberali chiamano in soccorso anche la storia e naturalmente sfruttano quella corrente storica che più si avvicina alla loro impostazione teorico-pratica; e quale è questa corrente storiografica? Ma il revisionismo storico ovviamente, che da decenni tenta di invertire la vulgata della storia del ’900 che vedeva nel nazismo il sistema politico che espresse in modo assoluto la barbarie. Per i revisionisti storici così non è e con vari procedimenti argomentativi cercano di dimostrarlo. C’è chi come Ernst Nolte, tedesco, adotta un criterio logico-temporale, sostenendo che il nazismo venendo dopo la rivoluzione bolscevica è stato una risposta, sostanzialmente di emergenza, al pericolo che questa rappresentava per la civiltà occidentale e questo sarebbe comprovato dall’emulazione del modello totalitario comunista operato dai nazisti; quindi l’origine è il bolscevismo, la conseguenza il nazismo.
Ma il pensiero di Nolte non bastava ancora alla relativizzazione del nazismo in quanto a barbarie, perché troppo poco valutativo, serviva altro ed ecco il libro del secolo! Il Libro nero del Comunismo: qui si opera a livello quantitativo (perciò stesso scientifico in un’ interpretazione ristretta della scienza), dimostrando che il comunismo ha fatto molti, ma molti più morti del nazismo. Ma il criterio da adottare nelle scienze storiche è quello qualitativo e come dice Primo Levi mentre i gulag erano conseguenza delle deviazioni del socialismo, i lager invece erano in perfetta coerenza con la dottrina di Hitler. L’assassinio, infatti, è la conseguenza diretta di questa ideologia, che vede la violenza non come un mezzo, seppure come nel marxismo elevato a "levatrice della storia", ma come il fine stesso della società, la sua regola. Il comunismo inoltre non può essere analizzato solo nella sua versione marxista-leninista (poiché di questa bisogna parlare per i crimini commessi), mentre vi sono altre forme di comunismo, per esempio quello anarchico, che non vengono mai ricordate perché sconfitte, ma che appartengono alla storia, non solo barbarica, del comunismo. Ma anche accettando di considerare solo questa versione e il fatto che il marxismo-leninismo abbia adottato per la sua politica il criterio machiavellico del "fine giustifica i mezzi", dove nell’odio di classe il mezzo si è spesso trasformato in fine, bene anche in questa versione il comunismo non è stato monolitico: lo stalinismo è stato, anche se non viene più riconosciuto come tale, diverso dal leninismo, così come il polpottismo ne è una versione ancora diversa e certamente la più aberrante. Dunque non esiste un solo comunismo, quando invece esiste una sola barbarie nazista, inconfondibile.
Ma ancora non basta, per completare l’opera di revisione storica bisogna relativizzare il prodotto più osceno dell’ideologia nazista, lo sterminio del popolo ebraico, la Shoah.
Ci avevano già tentato gli "storici" negazionisti che hanno tentato di negare la realtà delle camere a gas e accusato gli ebrei di avere enfatizzato l’evento Olocausto per i "loro fini di dominio mondiale", Olocausto che, per gli "storici" in questione, non sarebbe altro che uno dei tanti eventi bellici occorsi durante il secondo conflitto mondiale. Ma il loro metodo era troppo rozzo ed ecco che il "fine" Nolte sostiene che l’odio di classe e quindi il comunismo è il modello dell’odio nazista dell’ebreo. Ciò è palesemente falso perché il nazismo è storicamente il nemico assoluto della Civiltà ebraica e per questo da un punto di vista ebraico non può essere paragonato a nessun altro totalitarismo; ciò non significa disconoscere gli altri genocidi, ma porsi una domanda: perché la dottrina politica più barbara si è intrecciata con il destino degli ebrei? La risposta richiederebbe un intero trattato (e ne sono stati scritti), ma in sintesi rimanda all’esemplarità dell’antisemitismo come matrice su cui si è forgiato l’etnocentrismo occidentale. Parafrasando e ribaltando la tesi del maggiore esponente del revisionismo storico, Ernst Nolte, sulle cause del nazismo, l’odio contro gli ebrei può essere visto come base dello stesso odio di classe, in quanto modello storico di annullamento del diverso.
Il revisionismo storico si caratterizza in definitiva come il tentativo di negare la "colpa storica dell’occidente", l’antisemitismo e questo non si può ottenere se non con la normalizzazione della "soluzione finale" pensata e attuata dai nazisti e questo per sancire definitivamente la insuperabilità del modello occidentale liberale nella sua fase espansiva massima.
Questa operazione del fondamentalismo liberale negli ultimi tempi, con la presidenza Bush in particolare, ha assunto una variante teologica che la rafforza, in cui al motivo classicamente anticomunista si associa un antislamismo che assume, nella creazione di stereotipi, lo stesso andamento del più classico antisemitismo e che, per avere Israele e la Diaspora alleate al proprio fianco nella lotta contro il "nuovo impero del male", mette da parte lo schema antiebraico classico sposando ideologicamente il pensiero apocalittico delle sette fondamentaliste protestanti americane, che vedono nella rinascita dello stato ebraico un annuncio degli ultimi tempi e del ritorno del cristo, tempo in cui gli ebrei si convertiranno anche loro, "finalmente"! E così l’antisemitismo si sposta, miracolosamente, dall’oggi al domani e la celebrazione del giorno della Memoria può essere svuotata del suo significato più profondo, del: "MAI PIÙ!"
Andrea Billau
http://www.hakeillah.com/3_05_20.htm




Rispondi Citando
(tipo pinochet, o oggi, Musharraf e tanti altri...)
