Dal 17 agosto fino all’inizio di ottobre, si svolgerà l’operazione di sgombero della striscia di Gaza da parte dell’esercito e dei coloni israeliani. Si tratta di una manovra assai complessa sul piano organizzativo e militare, che coinvolgerà 60 mila soldati di Israele. Soprattutto sarà un’importantissima prova politica. Se Israele riuscirà a ritirare le proprie truppe in ordine e senza scontri, come accadde a Nuova Delhi nel 1947 quando il vicerè Louis Francis Mountbatten ammainò la bandiera britannica alla presenza dei notabili indiani, questo sarà un successo per la pace in Medio Oriente.
Il presidente dell’autorità palestinese Abu Mazen ha annunciato che durante il periodo del ritiro israeliano trasferirà la sede del proprio governo da Ramallah a Gaza, e questo significa che intende favorire una gestione pacifica dell’operazione.
A questa, invece, si oppone la formazione terroristica di Hamas, che a Gaza conta un forte sostegno popolare.
Hamas vorrebbe che il ritiro israeliano avvenisse sotto il fuoco dei suoi guerriglieri, come accadde agli americani quando abbandonarono Saigon, per dimostrare al mondo che anche Israele se ne va perché sconfitta.
Abu Mazen teme anche un’insurrezione di Hamas nella striscia di Gaza, che verrebbe così sottratta alle autorità legali della Palestina, con l’effetto, tra l’altro, di un probabile ritorno immediato dei carri armati con la stella di Davide.
In questa difficile partita del ritiro da Gaza, Ariel Sharon ha messo in gioco tutto il suo prestigio, accettando anche il prezzo di una spaccatura del suo partito e di una divisione di Israele.
Ora tocca al suo partner, il leader palestinese, fare la sua parte, che si presenta altrettanto ardua.
Assistere al ritiro israeliano, collaborare al controllo dell’ordine pubblico nella difficile fase di transizione, significa accettare una condizione di vicinato con Israele.
E’ esattamente quello che estremisti e terroristi non vogliono, nella loro fanatica convinzione di poter buttare a mare i “sionisti”, distruggendo lo Stato di Israele di cui non hanno mai accettato l’esistenza.
Se Hamas dovesse prevalere a Gaza, Abu Mazen e Sharon sarebbero sconfitti, e con loro ogni prospettiva di soluzione del conflitto per questa generazione.
Decisivo sarà l’atteggiamento dell’Egitto (che con Gaza confina), un paese che ha provato su di sé quanto irriducibile sia l’odio dei terroristi verso chiunque cerchi la pace, ma che mantiene ancora rapporti ambigui con gli islamisti.
Su il Foglio
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