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    Thumbs up Un grande etnonazionalista:Gualtiero Cìola

    AdT : Buongiorno Dr. Cìola, può parlarci un po’ di lei, del suo itinerario umano e culturale ?

    G.C. : Sono nato a Venezia nel 1925 da padre tirolese e da madre veneziana, con lontane ascendenze dalmatiche ed ho considerato patria sia il Tirolo che la città lagunare, ove ho compiuto i miei studi dal Ginnasio al Liceo classico ; ho avuto la fortuna o la sfortuna di facilitarmi il conseguimento della maturità classica, come studente-soldato. Nel 1943 avevo preso residenza nella dimora paterna a Borgo (Trento), ove mi colse l’otto settembre e scelsi ciò che la maggioranza della popolazione preferiva : la fedeltà all’alleato e alla Mitteleuropa , della quale si avvertiva ancora il doloroso distacco.
    E’ stato duro fare il guerriero e, quando era possibile , andare alezione di greco e matematica con le armi spianate ; ma c’era una buona ragione : tornando in una notte buia da una zona della vecchia Padova, sotto i portici medievali, fui scosso da uno sparo, ingigantito dalla volta delle arcate e sentii la pallottola fischiarmi sopra la testa ; non mi rimase altra scelta di una fuga indecorosa, avendo solo la baionetta che, nella corsa, mi batteva i glutei, quasi a sculacciarmi per la mia imprudenza . Da quella volta ci venne ordinato di uscire in gruppi di quattro e con le armi "feuerbereit" (con la pallottola in canna).
    Passai indenne i due anni di guerra : non mi fu permesso di fare l’eroe, ma solo ciò che mi veniva ordinato ; l’avventura cominciò quando credevo che tutto fosse finito e fu anche molto rischiosa . Occupai i monti lasciati liberi dai partigiani e ne ridiscesi quando i vincitori si furono vendicati abbastanza, in tempo per visitare mia madre, incarcerata al posto mio, ma salvata dal suo senso dell’umorismo ; dopo che le porte del carcere le furono aperte Lei, che prima non aveva amici, si ritrovava spesso in allegra compagnia con i "galeotti" che aveva conosciuto.
    Scelsi la facoltà di Veterinaria perché amavo gli animali e per starmene a Bologna, ove apprezzai l’intelligenza degli emiliani ; dopo la laurea ed un periodo di pratica, esercitai per alcuni anni la libera professione nel Sudtirolo e nel Veneto : feci in tempo a conoscere la civiltà contadina delle vallate tirolesi e della pianura veneta e da allora mi sono battuto in suo favore .
    A 60 anni decisi di essere ancora abbastanza giovane per godermi la pensione, viaggiando, scruvendo, girovagando sulle montagne a piedi o sugli sci. Cambiai residenza e divenni friulano in un paesino originariamente tedesco : Weissenfels ( :bianca roccia) che gli italiani storpiarono in Fusine, perché c’era una fabbrica, quando avrebbero potuto tradurlo in "Roccalba", molto più poetico . Ora sono tornato nel Veneto per stare vicino alle mie nipotine veneziane e padovane.

    Il mio itinerario umano e culturale ?

    Sarò retorico, ma sin da giovane sentivo fortissimo l’attaccamento alla libertà, quella vcera, intrecciata con la dignità forgiata da un ordine naturale che pone tutti gli esseri umani al loro posto : non servi o padroni, né inferiori o superiori, ma ciascuno legato alla propria natura ed alla funzione specifica per la quale è nato, con la facoltà di attuare tutte le proprie possibilità e di raggiungere la propria particolare perfezione nell’ambito della comunità di appartenenza . Questa idea della natura propria, diversa in ogni persona e della libertà in funzione di tale natura, ci riporta ad altri tempi ed in particolare allo spirito del medioevo che è stata per me la migliore stagione nella storia dell’umanità .
    Nel tempo attuale debbo dire francamente che non ne vedo molta, di libertà, tra gli uomini e le donne "moderne".
    Culturalmente ho sentito sin da ragazzo l’attaccamento agli antenati, la ricerca delle origini di ogni popolazione, fonte di ricchezza interiore, di orgoglio e anche di fratellanza fra le pur diverse etnie, accomunate dall’amore per la propria stirpe. Se ho avuto delle simpatie per le istituzioni del Terzo Reich, ciò è dovuto all’istituto dell’Ahnenerbe che soddisfaceva questa mia esigenza ed al concetto del Blut un Boden di Walther Darré, che, oltre a questa esigenza, placava pure il mio amore per il mondo contadino .
    Sono stato sempre a fianco delle etnie minacciate e vessate : con i Sudtirolesi, i Cimbri, i Valdostani, i Bretoni, i Corsi, i Siebenbürgen, i Tedeschi del Volga, i Tartari, i Curdi, gli Armeni, ecc., ec...Voglio qui raccontare qualcosa di abbastanza comico, poiché trovo salutare saper sorridere o ridere su certe situazioni nelle quali gli uomini ingenui possono incappare. Accadde negli anni ’60 fra i c.d. Cimbri degli Altipiani di Asiago, per la cui storia avevo una vera passione ; ero a Roana per l’inaugurazione del primo museo etnografico cimbro e ci trovai dei rappresentanti della Sinistra, intabarrati nel loro eskimo, con barbe e capigliature fluenti, i quali vedevano una cultura minaciata di estinzione, come gli indiani delle riserve, Wounded Knee e via dicendo ; assieme a loro dei vecchi del defunto III Reich, in abbigliamento sportivo-völkisch-militaresco : pangermanisti, cultori dell’Ahnenerbe, con nessuna simpatia per le Sinistre ; cionondimeno, al pranzo sociale fraternizzavano calorosamente, inebriati da un buon vinello trentino, : il Taroldego . La fatica di fare da interprete fu tale da farmi perdere l’appetito, per non incrinare i buonissimi rapporti che si erano stabiliti tra i giovani marxisti e questi vecchi arnesi del NS ; naturalmente le mie traduzioni non erano fedeli, ma il gioco valeva la candela, poiché ambedue i gruppi lottavano per il medesimo obbiettivo : salvare la cultura degli ultimi Longobardi dall’omologazione voluta dal governo romano.
    Da faceto, a quasi serio, aggiungerò di aver collaborato alla rivista "Orion" e di aver spedito articoli a vari giornali e riviste, per dare sfogo alla mia grafomania, cosa che continuo a fare anche ora, pur essendo un po’ più rincoglionito...
    Tengo ad affermare infine che, anche se ho scritto di Celti e Longobardi, o delle rivolte contadine, di non essermi mai considerato "uno scrittore". E su questo torno ad essere serio.

    AdT :Quali modelli ritiene più giusti, oggi, per i nostri giovani ?

    G.C. : Domanda difficile, problema giovanile, di difficilissima soluzione. Ritengo tuttavia essenziale riconoscere che l’umanità sia giunta al gradino più basso della sua decadenza, per cui si profilerà, speriamo presto, un nuovo inizio di ascesa ; ecco : essere i primi nell’arrampicata verso la vetta, penso sia il traguardo migliore che dei giovani coscientemente differenziati possano proporsi.
    Dei modelli da proporre ? Non ci si può assolutamente ispirare a vecchi movimenti politici, perché ciò che è morto, non può essrere resuscitato. Per questo vedo grottesco, anche se talvolta giustificabile, per reazione, imitare dei modelli presi dal Fascismo e dal Nazismo : se ne può studiare con passione la storia, facendo tesoro dei lati positivi delle due ideologie ; ma riproporli in toto, con i loro riti e le loro uniformi, mi pare controproducente. Oggi vi sono forze nuove, eppure antiche che hanno bisogno dell’apporto di giovani idealisti, con le idee a posto, ma di questo potrò parlare più tardi.
    Un modello cui attenersi potrebbe essere quello dei "Wandervögel", movimento apolitico, molto complesso, sorto nel boom industriale della Germania guglielmina. Nel recensire nuovamente la loro storia sull’AdT n°8, dicevo :"Oggi che da noi è morta la civiltà contadina, metre il proletariato urbano, ormai imborghesito , è aggiogato al carro del consumismo, in nome del quale si sta distruggendo l’ambiente con una velocità frenetica e progressiva , ci sarebbe veramente bisogno di un movimento giovanile che combattesse la mentalità borghese col suo morboso attaccamento al benessere ed alle comodità, esaltando con convinzione e fermezza il ritorno alla terra e la difesa ad oltranza di quanto resta del verde, dei bosch e dei prodotti genuini prodotti dagli ultimi contadini.(...) Anche in campo religioso i Wandervögel volevano un ritorno alla religione dei padri , agganciata alla cosmogonia indoeuropea ed al rispetto della natura : il mito solare e la sacralità delle foreste, delle fonti e dei fiumi ; oggi, vista la mancata autocritica del monoteismo giudeo-cristiano sul dominio assoluto dell’uomo sull’ambiente e sugli animali, sarebbe necessario un ritorno al Panteismo pagano . per salvare quel poco che resta della bellezza del mondo ; se ciò non si verificherà, vorrà dire che il genere umano è supinamente rassegnato alla propria autodistruzione."

    Il suo testo "Noi, Celti e Longobardi", di prossima ristampa, rappresenta una vera e propria pietra miliare nel panorama della nostra Rinascita, si sarebbe mai aspettato un risultato come questo ? Come è stata generata l’opera ? Cambierebbe qualcosa nella composizione del testo ?

    "Noi, Celti e Longobardi" ha avuto successo solo nei casi in cui è capitato nelle mani di elementi recettivi ; anche se non sono moltissimi posso parlare di "successo" ; ma definirla "pietra miliare" mi sembra esagerato e se lo pensassi, peccherei certamente di immodestia. In verità l’ho sempre considerata una ricerca personale, fatta con metodi empirici e dilettanteschi.
    Il suo successo semmai è consistito nel fatto di avere stimolato dei ricercatori veri che hanno osato quello che non era stato fatto prima : mettere in discussione la ricerca storica ufficiale , parlare di Celti preistorici, di celto-liguri, di celto-veneti ; la soddisfazione mi viene dai frequenti articoli che appaiono sulle pagine culturali di quasi tutti i giornali, che parlano di argomenti fino a ieri tabù ; se posso pensare che ciò è avvenuto "anche" per opera mia, allora certamente mi sento invadere da una piacevole sensazione gratificante.

    Come è nata l’opera ? Inizialmente pensavo di scrivere una storia etnica della mia piccola Heimat alpina, ma mi sono presto accorto di raccogliere i cocci di un vaso che si dimostrava sempre più grande, tanto da valicare i confini del Trentino, per spaziare nel resto dell’Italia ; con gli stessi criteri visitai le regioni del Nord, del Centro e del Sud e dovunque, pur in percentuale diversa, ritrovavo le tracce della presenza umana che più mi stava a cuore . Così si è originata "l’opera" : da appunti di viaggio, dall’aiuto di tanti sconosciuti collaboratori che avevano la mia stessa passione per il loro piccolo paese, per la sua storia e tradizione ; è a loro, vecchi maestri in pensione, parroci ed autodidatti, che va il merito di avermi fornito la maggior parte delle notizie che fanno di "Noi, Celti e Longobardi", un libro diverso dagli altri, che non è di storia , di geografia, di etnologia, ma il racconto dei nostri avi ai quali è stata data una voce, negata finora dalla cultura ufficiale . Non cambierei un rigo del testo, salvo correggere gli errori che ci sono, cosa che mi aspetto faccia la nuova ristampa ; ci avrei semmai degli appunti dei miei ultimi viaggi e lo volevo fare, ma ne sono stato impedito dalla "tirchieria" degli editori i quali non possono ignorare i conti finanziari : sarà già molto se faranno uscire presto la ristampa.

    AdT :Non le appare un po’ tardiva la riscoperta della nostra cultura, si sa che in germania esistono gruppi sin dagli albori del secolo e pure la Rinascita Celtica ha radici profonde, lei che - a ragione- è ritenuto il padere della nostra Rinascita a cosa crede sia dovuto questo nostro lungo sonno ?

    G.C. :La riscoperta della nostra cultura più antica non poteva avvenire nel clima arroventato del nazionalismo giacobino risorgimentale, né con la Destra Storica al potere dal 1861 e tantomeno durante il ventennio fascista, tempi di esagitato sciovinismo e del tentativo non riuscito di "fare gli italiani", dopo l’unificazione della penisola. Ancor oggi sembra un miracolo che si sia potuto rialzare la testa, tenuto conto del fatto che il nazionalismo è passato indenne dal Fascismo a tutti i partiti sedicenti antifascisti i quali detengono ancora saldamente il potere culturale ; ultimamente si è visto riesumare il tricolore in tale dimensione da ricoprire le nefandezze del regime corrotto che è passato dalla I alla II repubblica con una tiepida abluzione delle mani, mentre il resto puzza ancora orrendamente... Una bollitura completa a 200° sarebbe l’ideale...

    Non vanno poi dimenticati i pochi coraggiosi che hanno osato tener desta la nostra cultura originaria in periodi rischiosi : da Francesco Manfredini che riconobbe l’influsso del sangue germanico nella genesi della Rinascenza, al piemontese Costantino Nigra che sostenne l’importanza del sostrato celtico, nell’evoluzione del pensiero e della poesia delle popolazioni padane, un patrimonio etnico ancestrale, al veneto Dino Buzzati , molto conosciuto ed amato fuori d’Italia, a Gianni Brera, discendente dei Longobardi, che sentiva quel sangue pulsargli nelle vene, al friulano Carlo Sgorlon che evocava il passato celtico del suo popolo ; pochi sanno ch è esistita fino a pochi anni fa una vecchia e gloriosa casa editrice milanese che si era data il nome di "Insubria"che lascia dedurre la conoscenza , molto tempo prima che lo scrivessi io, che i primi milanesi furono i Celti Insubri.

    Non è poi tanto vero che altrove si sia stati più precoci : in Francia o Gallia Transalpina anche il passato celtico viene trascurato, forse per la paura dell’irredentismo bretone ; così come la discendenza dai Franchi che potrebbe riaprire il problema dell’ Alsazia e Lorena.

    I Tedeschi hanno concentrato il loro interesse sul Germanesimo per tutto il XIX secolo e la prima metà del XX ; ma dal ’45, ad un tratto si è spento ; la riscoperta del celtismo da parte della cultura di Sinistra è stata appoggiata solo in opposizione ai valori del Germanesimo ; è auspicabile un approccio più maturo e consapevole ai due fenomeni che sono coesistiti e che costituiscono due tappe fondamentali per la cultura tedesca.

    Quanto ad esser "il padre della nostra rinascita", ciò mi pare una forzatura ; se davvero fossi l’ispiratore del Sole Celtico che campeggia sulla bendiera della Padania, allora sì che potrei contrarre la mania di grandezza ; ma penso sinceramente che non sia proprio il caso, essendoci diversi studiosi che contemporaneamente ed ed alcuni anche prima di me, hanno riconosciuto e riattualizzato l’ethnos celtico ; se ho avuto degli estimatori che sono stati stimolati ad interessarsi seriamente del fenomeno celto-germanico in Italia, è cosa che mi gratifica pienamente.

    Sarebbe stata possibile una riscoperta del nostro Sangue e della nostra Terra 10 o 20 anni fa ? Vi erano delle organizzazioni o dei circoli culturali che operavano in questo senso, che fine hanno fatto ?

    Una riscoperta del nostro sangue e della nostra terra non era possibile 10 o 20 anni fa, dal momento che tutti i movimenti politici erano ferreamente nazionalisti e centralisti ; è stata la nascita della Liga veneta prima e della Lega Nord dopo, a propiziare la pur timida rinascita del mondo degli Avi, sin qui quasi dimenticato o più semplicemente ignorato.

    In passato, sia pur malamente tollerate dal potere romano, operavano solo le associazioni delle minoranze etniche più o meno riconosciute : quella valdostana che ha difeso la lingua franco-provenzale e che ha avuto dei capi storici prestigiosi, quale l’abate Giuseppe Treves ed Emilio Chanux che fu, con ogni probabilità assassinato in carcere dai fascisti nel 1944 ; quella religiosa dei Valdesi, che parlavano pure il provenzale e che abitano nelle vallate del Pellice, dell’Angrogna, del Chisone e della Germnasca ; quella cimbrica dei Sette Comuni Vicentini e dei 13 Veronesi ; quella degli Sloveni delle Valli del Natisone, di Gorizia e di Trieste. Un discorso a parte per il SudTirolo : il partito di raccolta della popolazione di lingua tedesca, la "Südtiroler Volkspartei", ha avuto vita facile perché si trattava della traduzione tedesca della D.C. ; ultimamente, con la sudditanza verso l’ulivo e la Sinistra , questo raggruppamento incomincia ad avvertire la concorrenza della Destra sudtirolese, espressa dalla "Heimat Bund" della Klotz e di Benedikter e del "Freiheitlichte Partei Sudtirols", il cui futuro successo è legato alla tenuta ed alla crescita della L.N. nella Padania ed all’alleanza tra queste tre formazioni.

    AdT : Come giudica i recenti fatti di cronaca gonfiati dai soliti giornali di regime : già tempo fa l’AdT si occupò del "mostro di Merano" che, a tutti gli effetti, era solo un uomo con disturbi psichici senza alcun "odio anti-italiano", come dimostra, purtroppo, la lista delle sue vittime italiane e tedesche....Ecco, a questo proposito, ci può chiarire la situazione relativa all’omicidio di Christian Waldner, sul quale i giornalisti hanno contribuito a confonderci le idee ?

    G.C. :Le vicende del Sudtirolo stanno subendo un brusco cambiamento di rotta : l’assassinio di Christian Waldner sembra aver restituito il bastone di comando alla Democrazia Cristiana Tedesca (laS.V.P.) che vede spiazzati i suoi nemici : i Freiheitlichten, l’Union für SüdTirol della klotz e la Lega Nord che mirava alla costituzione di un patto trasversale interetnico, di cui C.W. fungeva da catalizzatore. Anche i difensori della tradizione tirolese, gli Schützen, hanno subito un grave smacco ed i post-fascisti di AN ne chiedono ora lo scioglimento .

    Il buffo è che i suddetti (con esclusione della L.N.) si sarebbero tagliate le palle da soli, senza l’apporto del "nemico"... !

    Troppo semplice.

    Già qualche settimana prima dell’omicidio era incominciata una vera caccia alle streghe ai danni del Partito Autonomista Trentino-Tirolese, reo del medesimo delitto imputato a Christian Waldner : l’appoggio al progetto dell’Euroregione del Tirolo da Kufstein ad Ala ha scatenato l’ira di Scalfaro che aveva profferito parole minacciose contro gli autonomisti tridentini dopo il grande raduno a Borghetto (TN) del 29 ottobre ’95, per commemorare il cinquantesimo anniversario dell’ASAR .

    A niente è servito che il PATT, servitorello ossequiente della S.V.P., fosse partito di governo nella compagine dell’Ulivo ; ora i suoi adepti subiscono perquisizioni, fermi e condanne, come denunciava, accorato, un suo rappresentante al congresso della L.N. al Palavobis di Milano ; un trentino gli ha gridato : "Così imparate ad obbedire alla Volkspartei !".

    A Christian Waldner è capitato di peggio : il giorno prima che partisse per milano, dove il suo intervento al congresso della L.N. era molto atteso, uno psicolabile, molto abilmente manovrato , ha messo fine al sogno di una grande alleanza che, passando per il Trentino-SudTirolo, arrivasse in Austria ed in Europa : la Lega di Bossi ed il partito di Haider, prima tapa per la costituzione di un partito sovranazionale dei popoli europei.

    E’ sperabile che ciò possa realizzarsi lo stesso , ma bisogna che i leghisti si preparino meglio, invece di bisticciare fra Trentinio e Veneti, come è avvenuto alle esequie dell’ultimo martire sudtirolese.

    AdT. :Crede che, nel recente passato, vi siano state delle occasioni sprecate da parte di forze e movimenti culturali che "promettevano bene" ?

    G.C. :Credo ce l’unica occasione mancata sia stata quella di una Destra Radicale animata da Nazionalismo pan-europeo che trascendesse quello provinciale italico, per intenderci una formazione più etnica che nazionalistica : una vera minoranza etnico-politica più che un partito, la quale poteva sviluppare un nuovo percorso ideale, pur fra mille difficoltà, finchè era vivo Adriano Romualdi, l’unica personalità in grado di amalgamare la composta umanità che incominciava a dibattere questioni prima ignorate . Con la sua morte e con quella di Julius Evola, quelli che avrebbero potuto aiutare questo rinnovamento, non sono stati in grado di continuare l’opera.

    AdT :Secondo lei, esiste un conflitto tra "nazionalismo" ed "etnicità" : esiste un nazionalismo cieco profondamente nemico del sangue e vi sono interpretazioni sbagliate della nostra Storia, anche di quella più recente ?

    G.C. : Domanda difficile la quale rimanda a ciò che ho espresso poco fa ; certamente esiste un conflitto inconciliabile tra il nazionalismo italiano e l’etnicità quale noi la intendiamo.


    Quanto alle interpretazioni errate della nostra Storia, soprattutto di quella più recente, non resta che consultare i testi adottati dalle scuole elementari all’università, per rendersene conto ; non ne ho mai visto uno che non mi abbia fatto incazzare di brutto, per le storture che vi ho letto.

    AdT :Guardando al passato ci accorgiamo delle diverse interpretazioni alle quali la Storia è sottoposta, secondo lei, la tanto auspicata Europa delle Patrie sarebbe stata possibile in alcuni momenti della nostra storia ?Lei avrebbe optato per l’appoggio alla Lega Lombarda o si sarebbe battuto per l’Imperatore Federico I Barbarossa ?

    G.C. :Qui la domanda esigerebbe la scrittura di un libro per il quale non ho più il tempo e la capacità.

    L’Europa delle Patrie c’è già stata : "Il sacro Romano Impero della Nazione Germanica", dove, garantite erano le autonomie delle minoranze etniche e linguistiche : una vera Europa federale, fino alla vittoria del Vaticano che ha distrutto quell’ordine che oggi una banda di squallidi mercanti cerca di contrabbandare al solo fine di sfruttare meglio i popoli annichiliti dagli idolimoderni, distruttori della loro cultura ed identità.

    E’ naturale che io, pur convinto leghista, avrei combattuto sotto le insegne di Federico Barbarossa, come fecero i miei Avi del Gau Pergine-Caldonazzo ; credo che se si potesse spiegare bene la vicenda, sarei seguito da tutti gli amici del Carroccio.

    AdT :Quali sono i suoi interessi, al di fuori della ricerca e degli studi ?

    G.C. :I miei interessi, al di fuori della ricerca e degli studi che non ho peraltro, del tutto abbandonati, sono il deciso impegno ecologista e se potessi, anche violento, giacchè violenza è lo stupro che si fa della natura ; la difesa degli animali che da troppo tempo debbano subire il sadismo dei tanti c.d. "esseri umani", cristiani spesso in crisi di astinenza dai "bei" tempi dell’Inquisizione. Anche l’impegno politico per la libertà dalla piovra mafiosa romana mi interessa e mi aiuta a passare il tempo.

    AdT :Ha avuto dei maestri, vi sono delle persone dale quali ritiene di aver imparato molto ?

    G.C. :Maestri ne ho avuti molti, anche se li ho conosciuti solo dalle loro opere : Arthur de Gobineau, Houston Stewart Chamberlain, Ludwig Woltmann, David H.Lawrence, contestatore del giudeo-cristianesimo e gioioso assertore di un neo-paganesimo, Friedrich Nietzsche, Alfred Rosenberg, Hans F.K. Günther, Julius Evola ed Adriano Romualdi. Quanto alle persone che mi hanno insegnato molto, credo di averne già parlato quando spiegavo la genesi di "Noi, Celti e Longobardi" ; penso inoltre che il contatto con qualsiasi uomo che abbia una propria visione del mondo, arricchisca sempre.

    AdT :Quali erano, da ragazzo, i suoi modelli ?

    G.C. a bambino sfogliavo le vecchie enciclopedie tedesche di mio padre, dalle cui illustrazioni ho avuto il primo approccio col mondo "barbarico" dei germani, che mi ha affascinato nel corso dell’intera esistenza.

    Da ragazzo mi sono immedesimato nella lotta dei pellerossa e mi rammaricavo di no essere nato presso qualche tribù sioux o cheyenne nei tempi eroici.

    AdT :Ritorniamo al SudTitolo, ha incontrato molte resistenze tra suoi amici e collaboratori che - magari sotto-sotto- si sono sentiti feriti in un inaspettato "orgoglio patrio" ? A che punto è la situazione di questa spinosa questione, intravede degli spiragli ?

    G.C. :I sudtirolesi li ho conosciuti nel 1936, quando mio padre mi ha portato da una famiglia di Marlengo, presso la quale era stato ospite per alcuni anni, per espletare gli studi nella città di Merano ; ricordo i singhiozzi delle donne ed il muto doloredegli uomini per dovere abbandonare la loro amata terra, dopo l’opzione, al fine di non rinnegare la loro Nazione.

    Non ho mai capito perché era considerato giusto che i Tirolesi dovessero diventare italiani, dopo la guerra vinta, mentre era ingiusto che gli istriano - dalmati diventassero slavi, dopo una persa e senza alcuna consultazione popolare in ambedue i casi. I vincitori del 1918 e quelli del 1945 hanno trasformato l’Europa in una indecorosa bagascia , quale è oggi, negando l’autodeterminazione dei popoli che, a parole, sarebbe stato l’obbiettivo della loro crociata contro gli Imperi Centrali e contro il Nazismo ; oggi, lo si vede chiaramente, il vero fine era la distruzione dell’Europa. Sull’argomento ho incontrato molte resistenze e sono convinto di incontrarne anche nel futuro.

    L’unica soluzione possibile è quella che si superino gli astii dei confini, abolendoli con la costituzione di stati cuscinetto : "Puffenstaaten", dove vengano mitigate le restrizioni doganali e poliziesche delle nazioni confinanti che pur vi mantengono una formale sovranità, al fine di ammortizzare gli urti inevitabili fra nazionalità diverse e "storicamente nemiche" : l’Euroregione del Tirolo e quella giuliano-istriano-dalmata darebbero la soluzione ai problemi sul nostro confine settentrionale ed orientale ; ma naturalmente non basta la disponibilità di una sola parte.

    AdT : Se tornasse indietro, ripercorrerebbe tutti i passi, cambierebbe qualcosa del suo itinerario umano ?

    G.C. :Ripercorrerei lo stesso tragitto, cercando di evitare gli errori che mi ricordo di aver commesso.

    AdT :Secondo lei, come possono incidere l’AdT e le iniziative della CO nella vita di tutti i giorni e nella nostra malandata società ? Vi sono delle priorità da seguire ?

    G.C. :L’AdT e la CO debbono continuare nel cammino già intrapreso ; le priorità che io vedo sono la riscoperta e la riattualizzazione della storia negata, la lotta contro l’incultura moderna, contro il materialismo, l’edonismo, il porno-sesso ; la lotta contro il meticciamento razziale, lotta che è la sola difesa che possiamo opporre al potere planetario del nemico dell’uomo che mira alla estinzione della stirpe indoeuropea. Da tenere presente che ci è molto vicino.

    AdT :Ha un messaggio per i giovani della CO, per i nostri lettori e per quei ragazzi che vedono in lei un pioniere dei nostri ideali ?

    G.C. :Il messaggio per i giovani è espresso in parte allorché ho risposto in merito agli "ideali" da proporre loro. In aggiunta dirò, pur non sentendomi un "pioniere dei loro ideali" da ascoltare acriticamente, che il riaccostarsi alla cosmogonia indoeuropea è un cammino non facile, da affrontarsi senza improvvisazioni , gradino dopo gradino ; riaccostarsi alle cose semplici e se queste ci daranno piacere, sapremo di percorrere la strada giusta : gioire dell’amore di una donna, senza insudiciarlo, della bellezza della natura in una chiara giornata di sole, della magia del fuoco, durante una festa conviviale , dell’affetto di un animale, del riposo e di un bicchiere di vino, dopo un’ascensione, del profumo del bosco, dell’acqua limpida di una fonte incontaminata.

    AdT :Grazie Dr.Cìola per la sua disponibilità.

    G.C. :Sono io a ringraziare Voi.

    La cosa più gratificante per un vecchio è quella di farlo chiacchierare, soprattutto di sé ; non c’è solo Sgarbi : siamo tutti, chi più chi meno, dei gigioni.

    Mi scuso perciò se ho parlato troppo e se vi ho annoiato.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Gualtiero Cìola - Alessandra Colla
    Società Editrice Barbarossa (SEB)
    Claudio Mutti - Thierry Mudry
    Via Cormano, 18 - MILANO

    pp. 168

    EUR 12.91
    RIVOLTE E GUERRE CONTADINE



    In questo saggio, gli autori (compreso l'indimenticato e compianto Gualtiero
    Cìola) tracciano un profilo delle principali guerre e rivolte che
    hanno visto protagonista il contadinato nella nostra Europa.
    Dai tirolesi Michael Gaismair e Andreas Hofer all'antico sassone Witukind,
    dai boemi Hussiti al riformatore tedesco Muentzer, dagli Insorgenti padani
    antigiacobini alle cernide friulane, dal rumeno Iancu ai lazzaroni
    meridionali, la figura che emerge è quella titanica della classe contadina,
    espressione di un'esistenza organica ancorata alla verità ancestrale e alla
    Tradizione, alla quale "la civiltà urbana sempre più cosmopolita e omologata
    a modelli sradicati si oppone ineluttabilmente".
    Questa preziosa opera ha inoltre il merito di ricordarci che i contadini
    europei, così ignoranti e retrivi a detta degli intellettuali progressisti,
    hanno saputo essere la matrice della democrazia diretta, del nazionalismo
    rivoluzionario e del socialismo libertario.


    "Es lebe hoch der Bauernstand,
    es kommt alles Gute aus seiner Hand"
    (Evviva il contadinato,
    ogni buona cosa viene dalle sue mani)
    Detto popolare tedesco
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Gualtiero Ciola
    Noi, Celti e Longobardi

    Edizioni Helvetia, 1997

    Gualtiero Ciola Noi, Celti e Longobardi Helvetia Edizioni, 1987, 416 pagine, 26 cartine topografiche in bianco e nero, 19,63 Euro

    Per millenni stirpi diverse sono calate dal Nord nel Belpaese del Sole eleggendolo a Seconda e poi a Prima Patria del proprio destino e fondendo con gli abitatori autoctoni il proprio sangue che ha suscitato poi quella particolare razza italica che altro non è se non somma algebrica in positivo del "Genio", sia in senso apollineo che in senso dionisiaco. Indeuropei, Umbri, Latini, Liguri, Veneti, Celti e Germani, sono i protagonisti della ricerca che tende ad avvicinarli a noi tanto da avvertirne, quasi impalpabile, la presenza (processo dell'Eterno Ritorno) anche negli avvenimenti della nostra Storia più recente. Tali nostri antenati non vi vengono punto esposti alla stregua di relitti archeologici, da confinare o dimenticare nei trattati di storia e nei musei, bensì quali entità viventi in noi e capaci di influenzare ancora, in modo determinante, le nostre scelte ed azioni; ciò perchè Noi, Celti e Longobardi è scritto nel modo in cui ciascuno di noi, per intima pulsione, l'avrebbe fatto: con spirito "barbaro" che, vigile, alligna negli insondabili precordi genetici, pronto ad uscire se evocato a testimoniare "dal vero". Questi " intrusi", per secoli latenti, in quest'epoca di vasti disvelamenti sociologici trovano finalmente un "medium" per potersi esprimere ai contemporanei nostri con le loro intime idealità, con gli scopi immanenti ed epocali che li videro protagonisti titanici nella lotta del divenire, precursori designati del nostro presente. C'è ragione di andare giustamente fieri di questa nobile "componente barbarica" che sonnecchia in noi, sobbalzando di tanto in tanto al suono di una magica ocarina che aduna e raccoglie concetti primordiali di elevata civiltà universale: sete di libertà, di giustizia, fedeltà alla parola data, coraggio, senso dell'onore (quest'ultimo ahimé termine desueto ai giorni nostri dove tutto e il suo contrario si equivalgono). Concetti che, in un ottica rovesciata della storia ufficiale sono la vera chiave di lettura dell'antico quesito: "donde veniamo e dove andiamo". Dalla seconda di copertina.

    Presentazione, Prefazione, Libro primo: Preistoria, Generalità, I Liguri, I Romani, I Veneti, I Celti, I Germani. Libro secondo: Itinerario Etnico-Storico nelle Regioni Italiane. Bibliografia

    Un libro fondamentale nuovamente disponibile. Richiedere a:

    Helvetia Edizioni - via Pozzuoli 9/a - 30038 Spinea (Venezia) - tel e fax: 041 5411444 - email: [email protected]

    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    I VENETI ANTICHI
    II mistero dei Veneti - I Veneti sono i più Celti tra i contemporanei?
    Dal libro "Noi, celti e longobardi" di Gualtiero Ciola
    Il problema dei Veneti e molto controverso; consultando qualche enciclopedia troviamo:

    "Popolo celtico del Nord-Ovest della Gallia Celtica: popolo marinaro del1’Atlantico".
    "Antica popolazione indoeuropea stanziata nella pianura veneta".
    "Antico popolo della Gallia, che abitava la penisola di Bretagna e che fu vinto e assoggettato da Cesare".
    "Antica popolazione di stirpe illirica, abitante nell'attuale Veneto".
    Montanelli storico ne fa addirittura una tribù germanica acquartierata nella provincia che ne porta il nome.
    La Società Filologica Veneta: "L antico popolo indoeuropeo dei Veneti si diffuse, verso la meta del secondo millennio avanti Cristo, dal Centro-Europa, in numerose direzioni, ben prima delle grandi migrazioni "illiriche", celtiche e germaniche, portando con sé la propria cultura e la propria lingua, lasciando tracce della propria presenza riconoscibili ancora oggi in varie regioni europee.

    Saranno i Veneti stabilitisi tra le Alpi e l'Adriatico a mantenere, nel corso dei millenni, la propria identità ed uno sviluppo culturale autonomo, fino ai nostri giorni; stanziati ancora oggi, nonostante le pressioni celtiche e la frammentazione sofferta ad est della Livenza, sul territorio che dai nostri antenati ha preso il nome: il Veneto.

    La lingua veneta più antica, chiamata anche venefica, indoeuropea occidentale, scritta sin dal VI sec. a.C., unitaria, non può essere confusa con alcuna delle lingue più antiche d’Europa, né aggregata ad alcun gruppo; era però dotata, dati i suoi caratteri "antico-centroeuropei", d'interessanti isoglosse con alcuni altri linguaggi. Un filone linguistico veneto disceso nel Lazio (tipo "rubro") partecipò anzi alla genesi tripartita del Latino, assieme a1 filone osco-umbro (tipo "rufus") ed al filone ausonico (tipo "rutilus"). Tale partecipazione, anteriore al contributo etrusco al Latino, e confermata nel Lazio da reperti archeologici di tipo venetico (gli incineratori del foro romano) e dallo stesso Plinio (N.H. 3.69), nel citare il popolo dei Venetulani tra i componenti dell'antichissima lega sacra d'Alba Longa.

    I Veneti contribuirono anche in misura notevole allo sviluppo culturale e linguistico dell'antica Bretannia; la stele di Plumergat presenta, infatti, tratti decisamente venetici. Il nome etnico di "Veneti" e stato tra i più diffusi nel mondo indoeuropeo; si ebbero presenze venete antiche anche in Gran Bretannia, nel Belgio, in Paflagonia (Turchia) e forse in Catalogna. Duemila anni fa il lago di Costanza era chiamato "lacus Venetus" ; altre testimonianze toponomastiche e storiche degli antichi stanziamenti veneti in Europa sono tuttora chiaramente rilevabili lungo le coste del Baltico, nell’Europa Centrale e Orientale e nella penisola balcanica.

    Spesso questi antichissimi gruppi veneti, mantennero dei contatti con i Veneti dell'Adriatico ed il ricordo di tali relazioni era ben vivo al tempo della Repubblica Veneta.

    Spesso questi antichissimi Veneti mantennero dei contatti con i Veneti dell'Adriatico ed il ricordo di tali relazioni, era ben vivo al tempo della Repubblica Veneta.

    In seguito all’espansione del latino in Europa ed al suo uso universale nella scrittura, nel Veneto, nazione che i Romani mai conquistarono, il contatto con tale lingua internazionale e con le successive lingue neolatine, favori maggiormente la conservazione nella nostra lingua di quanto di comune essa aveva, in quanto indoeuropea e per le ragioni suesposte, col latino stesso, senza che ciò ne riducesse l’individualità, l'omogeneità e l’autonomia. Queste riappaiono chiaramente nei primi testi medievali veneti non latini, e quindi nei testi successivi anche se, come ovunque in Europa, la lingua scritta sarà sempre più latineggiante della lingua parlata.

    Amplissima e stata ed è tuttora, le produzione letteraria, diffusa nel tempo ed in tutte le province venete, il Veneto e stato, e risaputo, la lingua ufficiale della nostra Repubblica, giungendo ad essere una vera "Schriftsprache" europea, una lingua in tutti i possibili sensi della parola, molti secoli prima del sorgere della lingua italiana e con un’importanza maggiore di questa.

    Fu ed e notevole la profonda omogeneità della lingua veneta, di per se stessa koinè, cioè lingua comune a tutti i Veneti, dalla quale nessuna variante locale si discosta sensibilmente; ed altrettanto notevole è stata la politica della millenaria Repubblica, che mai volle imporre il Veneto ad alcun popolo non venetofono (realtà ricordata ancora oggi con riconoscenza da Cimbri e Sloveni, Ladini, Albanesi, Croati, Lombardi e Greci), giungendo ad usare nei documenti, oltre alle lingue locali, lingue neutrali diverse dal veneto, secondo uno spirito pluralista ancora oggi ben raro in Europa.

    Privato con l’inganno della propria libertà e della propria indipendenza plurimillenaria (1797), il popolo veneto ha continuato fino ad oggi a parlare e a scrivere in Veneto, a dispetto dei governi "forestieri", succedutisi da quella data (!) ; e la stessa "subalterneità" alle culture dominanti cui la cultura veneta pareva ormai condannata, viene oggi finalmente rimessa in discussione.

    Sentiamo ora Attilio Nodari, cultore della Venezianità: " Circa 1500 anni a.C. nuove genti provenienti dall’area caucasica (Aral, Caspio, Volga) si mossero verso occidente. Una nobile schiatta di cavalieri e di marinai, giunta nella penisola anatolica (odierna Turchia), dopo aver partecipato alle vicende dei principi della Frigia, prese stanza nella vicina Paflagonia, lungo le coste del Mar Nero. Erano i Veneti, che in greco significano "degni di lode", una parte dei quali riprese il cammino per l’Europa e risali il corso del Danubio fino alle montagne, ove si divise. Quelli che si diressero a nord delle Alpi, raggiunsero l’Atlantico presso l’estuario della Loira e popolarono le coste della Bretagna e della Normandia dedicandosi all’arte della navigazione. Soltanto Cesare molti secoli dopo, nel 56 a.C., li vinse, come egli stesso narra nel libro terzo del "De Bello Gallico". Quelli invece che affrontarono la porta orientale dell’Italia, entrarono nella regione degli Euganei, i quali, vinti, dovettero fuggire o sottomettersi.

    I Veneti, che alcuni storici classificano di stirpe illirica venuta dall’oriente e sono invece i Veneti dell'Adriatico, d'antica origine indoeuropea, erano d'attitudini più elevate che non gli Euganei. Possedevano carri leggeri trainati da un veloce e fino allora sconosciuto animale, privo di corna ma con criniera, che sapevano anche cavalcare; perciò il loro impeto nei combattimenti era incontenibile, tuttavia amavano l’ordine e la pace che mantennero per secoli perché erano i più forti.

    Estesero il loro dominio dal Timavo all’Adige, ma non si affacciarono sul mare e per questo sono stati chiamati i Veneti terrestri. Dopo alcuni secoli anche i discendenti di quelli che erano rimasti in Paflagonia lasciarono quella patria dopo la distruzione di Troia (1184-1183 a.C.), della quale erano stati alleati e, stando al racconto di Livio, arrivarono per mare nel fondo del golfo adriatico per riunirsi ai loro fratelli: sono i Veneti detti marittimi, che, con i terrestri, costituirono la grande nazione dei Veneti italici.

    L’antica Ateste (Este), già euganea, fu il centro principale della civiltà paleoveneta, ma nuclei importanti furono anche Padova, Adria, Vicenza, Oderzo, Treviso e Belluno. In epoca più tarda, quando iniziarono i rapporti con Roma, Padova assunse il ruolo di cita capitale, anche perché Este andava decadendo.

    Le abitazioni dei paleoveneti erano costituite da capanne, probabilmente simili ai superstiti casoni della nostra bassa pianura; nelle zone paludose prelagunari erano innalzate su piattaforme di tronchi, mentre in montagna si costruivano di pietra, materiale di facile disponibilità.

    Nella parte più orientale della regione le capanne si erigevano all’interno dei castellieri.

    I Veneti si dedicavano alla confezione di prodotti fittili e alla lavorazione del bronzo (spade, asce, pugnali, fibule), arte nella quale raggiunsero un livello di preminenza. Poi comparve il ferro che avrebbe acquistato gradatamente sempre maggiore importanza. Tra le due età essi si fecero iniziatori d'industrie e attivarono per primi la navigazione commerciale non solo lungo i fiumi e nelle lagune, ma anche per il mare, conseguendo supremazia e ricchezze.

    La loro civiltà progredì nei secoli successivi e raggiunse il massimo splendore proprio quando, tra il 500 e il 400 a.C., iniziarono le tremende e rovinose invasioni galliche.



    I Veneti sono i più "Celti" tra i contemporanei?



    A questo punto tocca a noi fare delle osservazioni e provare a dimostrare una tesi della quale siamo più che convinti.

    Che i Veneti siano un antica popolazione indoeuropea stanziata nella pianura veneta e pacifico; pero e altrettanto pacifico che il popolo dei Veneti che abitava la penisola di Bretagna e che fu vinto da Cesare, fu da questi descritto come una tribù celtica e che fosse di stirpe celtica nessuno lo ha mai messo in dubbio.

    Un altro argomento che va puntualizzato e il concetto di "stirpe illirica", alla quale molti studiosi attribuiscono i Veneti: le così dette stirpi illiriche potevano essere tutto: doriche, celtiche, germaniche e slave, poiché si riferivano esclusivamente alla localizzazione geografica, sita fra il Danubio e l’Adriatico; una "razza illirica" come tale, non e mai esistita! Quanto all’uscita di Montanelli ("Dante e il suo secolo" - Rizzoli) di vedere nei Veneti una tribù germanica, ciò a prima vista può anche stupire; ma poi risulta giustificata dal fatto che il paleoveneto, proprio come il latino, presenta una rimarchevole affinità col germanico, specie nella costruzione del periodo. Per esempio: il veneto forma l’accusativo del pronome personale "mecho" secondo il nominativo "echo", in ciò corrisponde perfettamente al germanico - gotico "mik", antico alto tedesco "mih". La radice pronominale "selbo" si incontra soltanto tra i Veneti e i Germani: la doppia posizione ritorna in entrambi i linguaggi, veneto "sselboi", "sselboi" ( = "sibi ipsi’) sta accanto all’alto tedesco "selb", "selbo". Il veneto "veno" accanto a "veso", corrisponde alla formazione gotica parallela di "seins", "suo" e di "sui proprio".

    Secondo la maggior parte degli storici che sino ad ora non hanno trovato che pochi contraddittori, solo dal V° secolo a.C. i Celti emergono dalla preistoria come entità etnica riconosciuta. E prima? Theodor Mommsen e Georges Dumezil sono di ben diverso avviso. Questi due insigni studiosi non sembrano avere dubbi che si possa parlare di Celti anche a proposito di quegli invasori nordici che conquistarono l’Italia nel corso dei due primi millenni: in particolare essi ipotizzano l’esistenza di un gruppo italo - celtico, strettamente imparentato con il gruppo indo - iranico che conquistò la Persia e l’India.

    Anche per noi i paleoveneti sono dei protocelti ed allo stato attuale, assieme agli altri Padani, ai Francesi ed agli Irlandesi, costituiscono ancora il popolo che possiede la più alta percentuale di sangue celtico. In effetti, salvo infiltrazioni germaniche che non hanno alterato granché il carattere etnico di queste popolazioni, anche perché non si è trattato di un vero e proprio meticciamento, i Veneti hanno potuto mantenere inalterati per millenni le loro peculiarità somatiche e spirituali.

    Non siamo certo stati i primi a sostenere la teoria sulla celtitudine dei Veneti, poiché già da tempo la scuola germanica la dava per scontata; citiamo tra i tanti l’antropologo tedesco Otto Reche: "Veneter und norditalienische Gallier werden heute nicht mehr zu den Italikern gezählt, sondern als keltische Gruppen angesehen, die Veneter von manchen auch als Illyrer..." (=I Veneti e i Galli dell’alta Italia non vengono oggi piu ascritti agli Italici, ma a gruppi celtici, i Veneti da alcuni anche gli Illirici…"

    Pure lo storico cecoslovacco Jan Filip attribuisce carattere celtico "almeno a quella parte di popolo veneto che praticava la sepoltura in campi d’urne": ora e un fatto storicamente accertato che il nome di Veneti accompagna tutti i movimenti del popolo dei campi d’urne dalla foce della Vistola (Wenedi), fino alle rive dell’Atlantico (Galli Veneti, Veneti della Loira).

    Scrive Franz Altheim: "Ad ogni modo si può dire che qualunque estensione possa avere avuto questo nome etnico (:dei Veneti), e certo che esso e legato con l’espansione dei campi d’urne". E d’altra parte la maggior parte degli storici indicano nei Celti i portatori più tipici della civiltà dei campi d urne centroeuropei, per cui questa, da sola, sarebbe la lapalissiana dimostrazione dell'equazione: Veneti = Celti!

    Anche gli studi sulla preistoria del Veneto compiuti da R. Battaglia, il quale ha visto una stretta affinità tra i paleoveneti e le contemporanee popolazioni di Hallstatt e della Carniola ci hanno sorretti nella nostra convinzione sulla celtitudine dei Veneti, oltre ad alcune osservazioni che balzano agli occhi di ogni ricercatore che cerchi un approccio non prevenuto alla questione.



    I toponimi.



    Il più chiaro e probante indizio dell’insediamento di un popolo di stirpe celtica ci rimane nella toponomastica : le località con finale in "ago", "aga", "igo", "iga" ( tipici del paleoveneto "ico", "ica") corrispondevano ad antiche proprietà agricole che si definivano normalmente secondo il nome del proprietario, che si ritrovano in Italia dovunque si sono insediate popolazioni protoceltiche e galliche, ma che nel Veneto e nel Friuli sono molto più frequenti che altrove, se si eccettua la zona compresa tra Como e Bergamo, che e il punto di massima concentrazione celtica in Lombardia: Alpago, Asiago, Crescenzago, Legnago, Maniago, Mardimago, Massanzago, Moriago, Orsago, Terlago, Vedelago, Volpago, Umago, Grassaga, Peraga, Lancenigo, Francenigo, Lonigo, Veternigo, Zianigo, Barbariga, Pianiga, ecc.

    Il Prof. Giovan Battista Mancarella sostiene che molti toponimi con la finale in "acum" ("ago"), dopo la conquista romana sono stati sostituiti dal latino "anum", per cui è logico ritenere che anticamente i nomi di derivazione celtica dovessero essere molto più numerosi; anche le italianizzazioni in "ato" sembrano frequenti, come dimostra l’esempio di Borgnato che prima suonava Borgnago e di Lovernato che anticamente era Lovernaco.

    Anche i toponimi uscenti in "lano", "liano", "gliano" derivano dal celtico "land(a)" e dal gallo-romano "lanum" come Primolano, Mortegliano, Conegliano, Terlano, ecc.

    Ci sono poi toponimi riferibili a vocaboli o radici celtiche: da "avon" = fiume, Piavon ed il fiume Piave; il suffisso finale in "asio", "esa", "iso" indica località poste lungo corsi d’acqua, come Bevasio, Uigasio, Nervesa e la stessa città di Treviso ("Tarvisium") derivante dalla radice "tarvos" = toro; il monte Grappa dalla radice "greb", "grepp", indicante luogo sassoso ed arido, analogamente alle Grave del Piave o di altri fiumi; Belluno, Montebelluna derivano da "behl" = splendente o dal dio Behl e da "dunum" = fortezza, castello; da "seg", "sego" = forza, fortezza, Segusio, Segusino, Susegana; da "windo" = bianco, il monte Venda e Vendevolo; da "briga" = colle, rocca, Breganze e Preganziol; da "ronk" = campo, colle, Roncade, Roncadelle, Ronchi, Ronco; da "mara" = palude, Marano, Mareno, Marocco; da "bark" = capanna, Barco, Barcon; da "cadubrium", Cadore; la denominazione pregermanica del lago di Garda, Benaco; Verona da Verna, Ceneda dai Cenomani, Lugo Vicentino dal dio Lug, Motta di Livenza da "motta" = mucchio. Questo per dare solo qualche esempio poiché il campo della toponomastica e ancora tutto da scoprire,



    La lingua.



    Per Polibio "i Veneti differivano pochissimo dai Galli nei costumi e nell'abbigliamento, ma si servivano di un’altra lingua". La lingua venetica veniva un tempo parlata in un’area molto più vasta di quella attuale, che comprendeva una parte della Lombardia, il Friuli Venezia Giulia, l'Istria, la Carinzia e la Carniola, ove il ritrovamento di iscrizioni venetiche e oltremodo frequente.

    Per la specificità e la diversità del venetico dal linguaggio celtico parlato nel II e I sec. a.C.,, ventiliamo l'ipotesi che la parlata dei Veneti, venendo a contatto con il linguaggio degli Euganei autoctoni, sia stata da questo influenzato in quelle zone nelle quali questo popolo era di casa: da qui può essere incominciata la sua differenziazione dalla lingua parlata nelle antiche sedi centro-europee.

    Per il Prof. G.B. Pellegrini la lingua veneta più antica, indeuropea occidentale, scritta fin dal VI secolo avanti Cristo, unitaria, non può essere confusa con alcuna delle lingue più antiche d’Europa, né aggregata ad alcun gruppo; era però dotata, dati i suoi caratteri "antico-centroeuropei", "di interessanti isoglosse con alcuni altri linguaggi". Ora il suo antico carattere centro-europeo, nonostante il suo autonomo sviluppo e l'omogeneità che accomunerà tutti i Veneti in una vera koinè, doveva necessariamente avere dei punti di contatto con "alcuni altri linguaggi", che altro non potevano essere che quelli del gruppo paleoceltico, analogamente all’antico leponzio.

    Per dare un esempio abbiamo trovato che per denominare il bosco i Celti usavano il termine "leukos", mentre i Veneti dicevano "louki", il che poteva sembrare molto diverso se udito da uno straniero greco (come Polibio) o romano, ma che nella grafia rivela una indubbia analogia. Del dialetto veneto molti sono i termini ad etimo non latino sui quali seri studi di glottologia dovrebbero fare luce, come per dare un solo esempio l’aggettivo "romaso" = meravigliato, stupito e numerosi altri termini, molti dei quali sono purtroppo caduti in disuso. Diamo ora un breve elenco di vocaboli ad etimo celtico che ancora si usano, mentre la maggior parte deve essere andata perduta con la romanizzazione della popolazione:

    ALL'ITALIANA
    A £A VENETA
    TRADUTHION

    Arente Arente deriva dal celt. "are": vicino, presso, accanto
    Barco Bark, Barko recinto per bestie
    Barchessa Barkesa tettoia rustica annessa alla casa rustica
    Baro Baro, Xbaro cespuglio, mazzo
    Beta Beta, erbeta Bietola
    Bora, borin Bora, borin Tipico vento
    Bòria Bòria Superbia
    Borlon, bora borlon, bora Trave
    Boriana, buriana Boriana, buriana Burrasca
    Braga, braghe Braga, brage, bragese Pantaloni
    Branca, brincar Branka, brinkar zampa, afferrare
    Bricco Brik Recipiente
    Bricola Brikò£a gruppo di pali per ormeggio
    Briga, brigar Xbriga, xbrigar, briga, brigar molestia, brigare, sveltire
    Torse la briga Torse £a briga assumersi 1’onere
    Brolo, broleto Bro£o, bro£eto, bro£et campo, orto, frutteto
    Cantaro Kanter Vaso
    Cioco, ciuca Cok, cuka ubriaco, sbornia
    Cloccar Krokar suonare di campane
    Grébani, grava, grave Grébani, krépani, grava, grave luoghi sassosi
    Mota, motta Mota Mucchio
    Sbrego, sbregar Xbrego, xbrek, xbregar strappo, strappare
    Scaga Skaga, skago, spago, skego Paura
    Smara Xmara corruccio, dispetto
    Sloz, sloso Xloth, Xlotho Sporco, anche: marcio "ovo xloth" ed eccentrico
    Tacon Takon Pezza
    Tamiso Tamixo, tamis Setaccio
    Topa Topa Toppa



    Abbiamo sin qui riportato delle testimonianze: saranno i lettori a giudicarle probanti o meno; a corollario produrremo alcuni altri indizi a sostegno della nostra tesi. A. Nodari scriveva: "I Gallo-Celti riuscirono a penetrare nella regione dei Veneti, costringendoli temporaneamente nella fascia più prossima al mare". Però si contraddice quando sostiene che i Veneti "amavano l’ordine e la pace che mantennero per secoli perché erano i più forti". In effetti ciò corrispondeva a verità perché le tribù che si stanziarono nel Veneto e nel Friuli, lo fecero col beneplacito dei padroni di casa; infatti più oltre afferma che "gli antichi Veneti coabitarono coi Gallo-Celti, dai quali poco differivano, essendo di comune origine indoeuropea".

    Della stessa origine, ribadiamo noi.

    Circa la provenienza dei nostri Veneti non ci sentiamo di contraddire nessuno, constatata la straordinaria rapidità degli spostamenti in rapporto ai tempi, di cui erano capaci i popoli dell'antichità. Comunque, visto che l’antico idioma venetico apparteneva alle lingue indoeuropee occidentali con caratteri antico-centroeuropei, non si può escludere che la sua origine sia comune a quella degli altri popoli celtici: il Centro Europea. La provenienza dall’area caucasica e dall’Anatolia. non si può escludere, per le ragioni suesposte, per qualche gruppo di quel popolo: basti pensare a Brenno, che senza automezzi ed autostrade portò fulmineamente il suo esercito a saccheggiare Roma e un secolo dopo un suo omonimo fece lo stesso con la Grecia sino a Delfo!

    Un’altra ragione per dimostrare l’appartenenza dei Veneti al gruppo dei popoli celtici e costituito dai reperti paleoveneti dei musei: le armi in bronzo, spade, pugnali, asce, sono della più tipica e raffinata fattura celtica, così come le fibule, i vasi e le suppellettili: nella grandiosa esposizione sui "Celti della Mitteleuropa" tenuta ad Hallein, presso Salisburgo, nell'estate-autunno 1980, i reperti celtici provenienti dall’Italia, provenivano in massima parte dal museo di Este.

    Purtroppo la falsificazione della storia e soprattutto dell’etnografia sono di moda nel nostro paese, si che molte armi, statue ed oggetti di fattura gallica e gallo- romana portano la dicitura di armi, statue ed oggetti romani, vuoi per ignoranza, vuoi per malafede e di esempi se ne possono vedere parecchi sia nei grandi che nei piccoli musei.

    A titolo di curiosità annotiamo che presso i Celti "le piantagioni, la raccolta delle erbe medicamentose e la vinificazione venivano fatte solo con la luna giusta". La qualcosa e ancor oggi nel Veneto una legge non scritta, ma scrupolosamente osservata.

    Altro interessante campo di studio aperto all’archeologia e l’identificazione di castellieri e di templi solari: assai studiati sono stati i castellieri preistorici di Trieste e dell’Istria; il celtismo degli abitatori dei castellieri del Veneto Orientale e del Friuli e stato messo in luce da M.G.B. Altan; nel resto del Veneto gli studi scarseggiano: assai dettagliatamente catalogati i reperti del Bostel sull'Altipiano di Asiago; le rovine di Castel Sottosengia presso Breonio (Verona), è stato descritto da R. Battaglia come un santuario veneto-gallico. Un’ara celtica ci e stata segnalata dalll'avv. Perin sulla collina di Refrontolo (Treviso): ci siamo recati a vedere il tumulo di forma perfettamente circolare, edificato con materiale ghiaioso di riporto; nelle immediate vicinanze la conformazione spianata dalla mano dell’uomo della sommità di un colle lasciava supporre la presenza di un antico "oppidum"; un vecchio contadino ha dichiarato di aver sentito raccontare da bambino, che sotto il tumulo dovrebbe trovarsi "la testa della regina", la qual cosa ci ha fatto venire alla mente la decapitazione rituale dei re celti per placare gli dei nei casi di calamità naturali... La ricerca con fotografe aeree ed a raggi infrarossi potrebbe approdare a ritrovamenti interessanti. Invece il parroco di Solimbergo Don L. Cozzi ci ha informato che numerosi tumuli vengono spianati dalle ruspe, malgrado le segnalazioni alle autorità preposte come nel caso di sessanta tombe a tumulo, di cui solo una ha restituito il corredo funerario, mentre le altre sono state distrutte; hanno resistito sino ai nostri giorni delle costruzioni megalitiche come il "Cjadin", termine per indicare l’enorme diga formata da massi ciclopici presso Usago nello Spilimberghese e l'ara di Meduno, monolito di 35 quintali, con quattro coppelle ineguali ai lati, scannellatura ai bordi e colatoio e con scolpita una rudimentale figura di toro, animale sacro per i Celti. E per finire la sopravvivenza di un antichissimo rito: durante il Solstizio d’inverno, i Celti della Bretagna bruciavano e bruciano tuttora delle pire di legname a scopo propiziatorio: ciò si fa ancora, da tempo immemorabile in tutto il Veneto e nel Friuli il 5 di gennaio, perpetuando una tipica tradizione druidica precristiana.

    A proposito delle peculiarità somatiche e psichiche gli storici greci e romani ci hanno descritto i Celti con caratteristiche che sono assai simili a quelle dei Veneti odierni e ciò non deve stupire, ove pensiamo che i Germani descritti da Tacito assomigliano molto ai tedeschi moderni, cosa che si puo affermare che i popoli non cambiano i loro caratteri quando si mantengono immuni da massicce commistioni con popolazioni diverse.



    Le peculiarità somatiche dei Veneti sono abbastanza note: l’alta statura, nei confronti delle altre popolazioni italiane e la corporatura generalmente robusta. Dolicocefali o mesocefali a bassa volta cranica, orbite rotondeggianti e distanziate, gli occhi sono spesso azzurri, verdognoli, grigiastri o nocciola; raramente scuri o neri. Capigliatura: frequente il tipo biondo - cenere, ma con caratteristiche diverse dal tipo germanico, per intenderci analogo al biondo slavo, baltico, falico e dinarico che e più slavato.

    Frequentissimi i capelli castani, relativamente frequenti i capelli rossicci; rari i capelli neri.

    Anche il naso diritto e prominente, spesso carnoso, e lo stesso di quello del Galata morente, visibile al Museo Capitolino a Roma. Se ne deduce che poco o nulla essi divergono dalle descrizioni fatte dagli storici sull'aspetto fisico dei Celti.

    Per il temperamento dei Celti risulta che essi erano portati al massimo grado per il lavoro di tipo industriale e versatissimi per gli affari e il commercio; è quasi certo che furono i primi in Europa a costruire fabbriche di abiti, scarpe, armi, utensili e vasi. Polibio racconta poi che nella Gallia Cisalpina i viaggiatori sostavano nelle locande "senza pattuire il prezzo di ogni singola prestazione, ma chiedendo il prezzo giornaliero tutto compreso per persona": i Galli cisalpini avrebbero così inventato l’albergo a pensione completa!

    Tutto ciò si attaglia perfettamente ai Veneti d’oggi, dediti ad ogni sorta di attività industriale e commerciale per non parlare della fitta rete turistico - alberghiera dell'alto Adriatico, che costituisce il pezzo forte delle strutture turistiche italiane.

    E ancora: "I Celti erano, gente chiassosa e spaccona, sempre pronta a litigare e siccome avevano la passione per il bere, questo avveniva specialmente durante i festini e i banchetti che occupavano una parte importante nella loro vita". Vengono in effetti descritti come dei buongustai ed in ciò ci pare che non si possa porre in dubbio la loro strettissima parentela con i loro discendenti Veneti, Emiliani e Romagnoli: ne fa fede la grande frequenza di ristoranti, locande e osterie che si trovano nell'ospitale terra veneta ed emiliana. Chiassosi e spacconi bisogna riconoscere che lo sono anche i Veneti; litigiosi no, almeno sino a che sono sobri; quanto al bere e indubbio che nel Veneto si beve più vino che altrove, ma bisogna aggiungere che è anche bene tollerato.

    Nell'antichità i Celti erano generalmente descritti come un popolo battagliero, coraggioso e fiero, ma talvolta di una ingenuità quasi infantile (Jan Filip).

    Secondo Cesare, erano un popolo instabile e la loro eloquenza spesso sfociava in loquacità...

    "Le più spiccate qualità della gente celtica – scrive lo storico Thierry – sono il valore personale, un carattere fermo, impetuoso, accessibile a qualunque impressione, intelligenza, ma nello stesso tempo moltissima volubilità, nessuna perseveranza, renitenza alla disciplina e all ordine, millanteria e discordia eterna, conseguenze di una vanità sconfinata" (!).

    Più severo ancora è il giudizio dello storico Theodor Mommsen: "La gente celtica, benché ricca di solidi pregi, e forse più brillanti che solidi, mancava di quell’indole morale e di quel senso politico su cui si basa fermamente, nelle vicende della natura umana, tutto ciò che vi e di buono e di grande.

    ...La loro costituzione civile è imperfetta; non solo l’unità nazionale vi è appena abbozzata da un debole vincolo federativo, ma anche in ciascuna comunità mancano lo spirito di concordia, di fermezza politica, di coesione civica e i desideri e i concetti che ne sono le conseguenze".

    Questi autorevoli giudizi sulle peculiarità caratteriali degli antichi Celti, ne dimostrano 1 impressionante affinità psicologica coi moderni Veneti: questo insieme di pregi e difetti, presenti invero in ogni gruppo umano, ci da modo di centrare alcune osservazioni che propizieranno qualche autocritica riflessione tra i diretti interessati...

    Sulle virtù militari la Storia della Repubblica Veneta ne dimostra a iosa il coraggio e la valentia nelle molte guerre sostenute dai Veneziani: anche nelle guerre moderne i Veneti, se ben guidati da valenti ufficiali, hanno dimostrato di essere ottimi soldati, coraggiosi e zelanti.

    L'ingenuità è pure una caratteristica non sempre positiva, che rende questa popolazione acritica e indifesa di fronte ad un potere che tende ad uniformare e a livellare a suo piacimento l’opinione pubblica.

    Anche le osservazioni di Cesare sono molto pertinenti poiché l'instabilità da noi riscontrata fra i Veneti ne fa un popolo perennemente in balia dei mestatori di professione, quali sono oggi i politici, che agendo con una certa abilità dialettica, riescono a condurre la massa amorfa a riconoscere soltanto le "loro" verità, che tali assai spesso non sono; anche la spiccata verbosità e una quasi costante realtà della gente veneta che sfoggia molte parole, senza arrivare a definire dei solidi concetti.

    L'instabilità, la volubilità, la renitenza all’ordine e alla disciplina, la discordia, furono, come vedremo, le cause delle sconfitte dei Celti ad opera dei Romani e furono anche le cause della perdita della loro identità nazionale, dei loro usi, costumi e tradizioni; anche nei Veneti fa difetto la consapevolezza e la fierezza della propria storia e della propria etnia, mentre vi abbonda il conformismo, tanto che sarebbe improprio per loro usare il termine "popolo", nel senso che noi diamo a tale termine, che presuppone questa consapevolezza e fierezza.

    Ribadiamo per chi troverà provocatorie queste osservazioni, che lo scopo di queste note è proprio quello di creare o propiziare una mentalità nuova, partendo dal riconoscimento delle proprie antiche origini.

    Le stesse carenze vengono ribadite dallo storico tedesco Mommsen, che lamenta l’assenza del legame di comunità, mancando lo spirito di concordia, di fermezza politica, di coesione civica; tutto ciò è la causa per la quale il Veneto e rimasto una terra di conquista e di colonizzazione: i Veneti sono stati "adoperati" quali "buoi da lavoro’ per bonificare paludi e per dissodare terreni sterili : Veneti sono stati i coloni delle Paludi Pontine, delle bonifiche di Torrimpietra presso Roma, del dissodamento del deserto libico in Cirenaica, di rimpiazzo ai contadini lombardi e piemontesi passati all’industria; altre volte i Veneti sono stati considerati "buoi da macello", quando si e trattato di combattere delle guerre fratricide per interessi ad essi estranei ed essi hanno sempre docilmente obbedito, morendo di malaria o di piombo per un paese che li considera ne più ne meno di quello che vogliono essere: dei sudditi comunque, talvolta dei servi!




    Tratto da: "NOI, CELTI E LONGOBARDI" di Gualtiero Ciola

    Edizioni Helvetia 1987
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Onore a Ezzelino III da Romano (1° Parte)

    Il 26 dicembre del 1194 nasceva nel Pedemonte veneto Ezzelino III da Romano, nello stesso anno in cui veniva alla luce a Jesi, il 25 aprile, l’imperatore Federico II, lo "Stupor mundi", che dovrebbe essere stato festeggiato in Sicilia ed in Puglia, sotto gli auspici di un "Comitato nazionale per le celebrazioni dell’VIII centenario della nascita" ; in quelle terre comunque il nome di Federico II non è mai stato cancellato dalla memoria collettiva : chi scrive lo sa perché lo ha riscontrato in loco .

    Altra cosa nel Veneto per Ezzelino, dove il partito guelfo che dopo la caduta del "tiranno" non ha mai cessato di dominare la vita politica e civile, ha demonizzato la sua figura, come solo è stato fatto, più recentemente, con A.Hitler. Anche dopo la disgregazione del potente partito cattolico italiano c’è solo il silenzio più assoluto che ha il cupo significato di volerne perpetuare la condanna.

    Eppure Jakob Burkhardt ci ha lasciato scritto : "Federico II ed Ezzelino rimangono per l’Italia le due più grandi figure politiche del XII secolo." ("La civiltà del Rinascimento in Italia")

    Solo alcuni storici veneti come Mario Rapisarda, Giusto Geremia e Giorgio Cracco ne hanno tentato una riabilitazione, analizzando criticamente gli scritti dei suoi detrattori guelfi, giacchè tutto il materiale che attestava le attività di Ezzelino è stato distrutto : i suoi discorsi, i documenti e le lettere bruciati o buttati nei fiumi, così gli statuti, le disposizioni e le raccolte di leggi. Oggi Egli va visto come l’antesignano del risveglio etnico dei Veneti, essendogli stato riconosciuto il merito di "costruttore cosciente di un progetto politico "esteso a tutta la regione nei suoi confini storici che arrivavano fino a Brescia e Bergamo, per conquistare i quali perse la sua ultima battaglia e la vita. Da questa valutazione dovrebbe iniziare una nuova fase di interpretazione storica del personaggio, partendo dallo9 smascheramento della falsificazione perpetrata per sette secoli dal Vaticano , da gran parte della Chiesa e dalla fazione guelfa che, dalla sua distruzione fisica e morale ne ha tratto quei vantaggi che hanno permesso ai suoi eredi di avere il potere nella terra veneta, fino ai nostri giorni.

    Per inquadrare la figura di Ezzelino bisogna por mente a quanto era avvenuto in Italia, dopo la caduta del Regno Longobardo ed alla situazione del momento che vedeva prevalere la potenza guelfa, malgrado il valore ideale della concezione imperiale.

    Su "Noi, Celti e Longobardi" scrivevamo : "In conclusione, i termini della contesa furono quelli tra uno Stato clericale ed uno laico, tra uno Stato accentratore ed uno federale, tra una legge ed una amministrazione levantina ed una europea, tra una Italia borghese e mercantile ed una contadina(...)"

    La Chiesa cattolica era riuscita, con il pontificato di Ildebrando da Soana : Gregorio VII che per ironia della sorte era di ascendenza longobarda, a porre delle solide basi per ottenere, oltre alla potenza spirituale, anche quella temporale sui territori che furono dell ’ Impero romano. Ciò fu raggiunto con l’utilizzazione di quel falso conclamato che era la c.d. "donazione di Costantino", secondo la quale l’imperatore morente avrebbe deposto l’atto sulla tomba di S.Pietro, conferendo ai successori di Pietro la potestà temporale su tutti i territori dell’Impero. Oltre a ciò venne sancito che il Papa poteva sciogliere dall’obbligo della fedeltà i sudditi dai Principi e dallo stesso Imperatore con l’arma della scomunica ; pure al Papa spettava la nomina dei Vescovi, cosa contro la quale lottarono invano gli Staufened il partito ghibellino . Il Cattolicesimo fu potente alleato dell’ideologia guelfa, nata dalla tendenza teocratica papalina anmtiimperiale, fautrice di un sistema statalista accentratore, nemico delle minoranze e delle autonomie locali, tendenza che resta attuale anche oggi.

    Se ben guardiamo al sogno politico di Ezzelino scopriamo che Egli, consapevole della sua origine longobarda, lottò fino alla morte per ribadire le conseguenze della disfatta della sua gente.

    Vediamo come.

    Fu tacciato da eretico e scomunicato dal Vaticano che si era accorto di trovarsi di fronte un avversario che, se fosse riuscito ad ingrandire troppo il suo potere, sarebbe stato ancora più temibile di Federico II e del suo avo Barbarossa ; in effetti Ezzelino superò in accortezza gli Staufen che combattevano le eresie, proteggendo invece gli eretici e servendosi di loro per scalzare il potere della curia romana fra le masse. Mai Egli avrebbe consegnato un Arnaldo da Brescia nelle mani del Papa, come fece Federico Barbarossa, ma se ne sarebbe servito sino a farne un antipapa, col carisma rivoluzionario che aveva e con l’entusiastico consenso popolare. Anche Federico II continuò nell’errore di vedere nelle eresie un delitto contro la maestà imperiale e a perseguirle di conseguenza.

    Ezzelino sapeva che il Veneto era, ab antiquo, terra di eresie : anche il Vescovo di Verona, la città più importante della terraferma, aveva a suo tempo aderito allo Scisma dei Tre Capitoli che si era esteso dal Patriarcato di Aquileia a tutto il Veneto, fino a tutto il VII secolo.

    Come nella Toscana ove i castelli ed i borghi abitati dai "lambardi", divenuto "masnadieri", dopo la sconfitta della loro nazione , erano covi di eretici, così anche il Veneto pullulava di Catari, fedelissimi al partito imperiale ; Vicenza, per volere di Ezzelino, diventò un asilo di eretici, come Venezia che, pur ostile al progetto ezzeliniano di uno Stato Veneto, proteggeva molti eretici dall’Inquisizione vaticana.



    Nella lotta fra i nascenti Comuni e gli Istituti feudali , Ezzelino lottò per la supremazia del mondo rurale su quello urbano ; vedeva, a ragione, il formarsi, nelle città - stato, dei germi dell’accentramento, mercantilismo, corruzione,, rammollimento dei costumi, col corollario delle lotte tra le fazioni, congiure e intrighi di palazzo che portarono al particolarismo delle Signorie, vere satrapie da cui è nato il mai sopito totalitarismo degli italiani.

    Combatté perciò con ogni mezzo l’urbanesimo, cercando di radicare alle tradizioni di arcaica democrazia le assemblee dei vicini : le Vicinie che derivavano dalle Arimannie (comunità di uomini liberi portatori d’armi) ; esse caratterizzavano le antiche comunità dei piccoli borghi rurali e sancivano le effettive libertà locali. La rivoluzione di Ezzelino consisteva nel fatto che, dopo avere constatato l’impossibilità di smantellare le istituzioni cittadinne, si sforzò di impedirne l’occupazione da parte dei nuovi potentati della nobiltà guelfa e dei ceti mercantili arricchiti, formanti la prima borghesia, favorendo invece il popolo minuto costituito in gran parte da rustici inurbati , presso i quali era ancor viva la tradizione della civiltà contadina. Così, durante il periodo ezzeliniano, troviamo Padova divisa in 20 Vicinie cittadine con propri consigli di quartiere, analogamente alle altre città della Marca : Verona, Vicenza, Padova, Bassano, Treviso, Feltre e Belluno, ove il massimo consenso gli veniva dai maestri o "maistri" (ted."Meister") : titolari di botteghe artigiane . A Padova su 1941 cittadini maschi censiti, ben 926 esercitano mestieri riconosciuti, tra cui 207 "maistri" ; nel 1254 circa un terzo del consiglio comunale risulta essere iscritto alla corporazione o gilda degli artigiani.Altri funzionari molto sostenuti da Ezzelino erano i "saltari", incaricati della vigilanza dei boschi e dei pascoli comuni, oltre che dei campi coltivati, corsi d’acqua, strade rurali : queste guardie campestri istituite dai Longobardi, erano dei veri operatori ecologici ante litteram e sopravvissero nel Sudtirolo fino al

    1918 .

    A fianco di Ezzelino erano schierati pure gli uomini di legge : giudici e notai ; sempre nel 1254 a Padova, i notai membri del Consiglio Generale, formato da 665 membri, sono una sessantina, ossia quasi il 10% del totale.

    E’ anche noto che l’Università di Padova contava i più valenti docenti medici dell’epoca, chiamati da Ezzelino da ogni parte, come il famoso chirurgo Guglielmo di Saliceto, chiamato all’Università di Parigi, che gli rimase fedele fino alla fine ed accorse per curarlo in Lombardia dove il ferito morì prima del suo arrivo .

    Studenti e professori convenivano a Padova da tutta Europa , fin dalla lontana Polonia.

    Solo contro gli usurai Ezzelino usò la mano pesante ed il terrore che incutevano le sue prigioni ed i suoi masnadieri, contribuirono a liberare le città venete da simile flagello.

    Alla guida delle città conquistate Ezzelino, memore degli insegnamenti paterni, cercava di insediare persone della famiglia o comunque fedeli all’ideale ghibellino : il nonno Ezzelino il Balbo era stato borgomastro di Treviso nel 1190, il padre detto "il Monaco" lo era stato di Vicenza nel 1210, il fratello Alberico a Vicenza e Treviso, Lui stesso per tre volte borgomastro a Verona, mentre per Padova favorì il nipote Ansedisio de Guidotti, che fu impari alla fiducia, facendo cadere la città nelle mani dei crociati, per la qual colpa pagò con la vita.

    In tal modo poteva cessare l’opposizione sistematica contro le città, entro le quali, coordinata dal primo cittadino, doveva svolgersi la vita civile secondo i ritmi dell’arcaica democrazia germanica, con le assemblee generali di popolo nell’arengo, con l’intervento diretto dei membri delegati dalla collettività, concretizzandosi quella libertà "inter pares", che era la medesima delle antiche comunità indogermaniche di uomini liberi . Con la loro perdita si ha veramente l’estinzione delle libertà civili e l’instaurarsi dell’assolutismo delle Signorie.

    Con la sconfitta degli Ezzelini d dell’Impero, decade quel mondo rurale che nei paesi di lingua germanica è stato tutelato da leggi che riconoscono il ruolo di pilastro della società e che spiegano la fierezza, il benessere e la dignità del contadinato, di contro alla crisi endemica di quello italico, messo alle corde definitivamente in questi ultimi 50 anni di regime pseudo-democratico.

    A perdere Ezzelino in varia misura quattrio fattori : la prematura morte di Federico II, la crociata bandita solo contro la sua persona da due papi : Innocenzo IV ed Alessandro IV, il tradimento del vicario imperiale della Lombardia, Oberto Pelavicino, Signore di Cremona ed ultimo la sproporzione delle forze in campo.

    Ezzelino non si chiuse a difesa del suo Veneto, né si rifugiò fra i monti del Trentino, dove avrebbe sicuramente trovato protezione e dove si sarebbe sicuramente salvato, ma preferì attaccare coi suoi fedelissimi pedemontani ed i forti montanari cimbri puntando direttamente su Milano, il cuore del nemico .

    Fu un ignoto balestriere a cambiare il corso della storia, perché l’ultima battaglia poteva ancora vincerla con il suo indomito coraggio ed il suo straordinario fiuto strategico.

    Gualtiero Cìola
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Onore a Ezzelino III da Romano ( 2° Parte)
    Dopo avere affermato che Ezzelino III era stato concepito dall’unione carnale della madre col demonio in persona, gli storici ed i cronisti gu3elfi non hanno perso occasione per diffamare colui che fu il Signore indiscusso della Marca Veronese che comprendeva non solo questa provincia, ma quelle di Vicenza, Padova, Treviso, Feltre e Belluno.
    Fra le varie accuse c’era anche questa : "Era un tedesco" ; soffermiamoci su tale affermazione e su quella di Giorgio Cracco che non vuole minimamente denigrarlo, quando asserisce ("Nato sul mezzogiorno" pag.72 : "...avesse vinto alla fine il binomio Federico - Ezzelino, il Veneto sarebbe diventato non già una regione dell’Italia, ma un Land tedesco.".

    Un cronista affermava che il capostipite Arpone venne in Italia al seguito dell’Imperatore Corrado II tra il 1024 e il 1039 e che pertanto Ezzelino sarebbe stato di origine teutonica : non ci vediamo motivo di scandalo, sapendo quale parte della nobiltà feudale avesse origini teutoniche, con validi riscontri storici, come per gli Estensi ai quali, essendo guelfi e durissimi avversari di E., nulla fu rimproverato.

    Un altro cronista traduceva una fonte tedesca che parlava di un "Etzele Albreichs von Hochland", tradotto erroneamente in "E., figlio di Alberico d’Olanda", senza rendersi conto di essersi avvicinato alla verità, se solo avesse saputo tradurre correttamente quelle quattro parole. Ed anche il succitato G.Cracco ci va molto più vicino quando scrive : "E’ anche possibile che non venisse dalla Germania, ma solo da Trento o dal Tirolo".

    Nella realtà nell’XI e XII secolo la lingua tedesca antica era ancora parlata da minoranze germaniche nel Nord Italia e segnalatamente nel Veneto, stanziatesi durante i secoli che vanno dalla calata dei Cimbri del 102 a.C., alla signoria dei Franchi, dopo la caduta di Re Desiderio.

    "Hochland" significa letteralmente "paese alto", quindi altipiano o comunque zona di montagna. Il nome di famiglia di E. esiste è l’alta Valsugana : basta consultare un elenco telefonico per scoprire che il nome "Eccel" è più frequente a Pergine che altrove. Quindi per noi che ci siamo già occupati di Lui, le origini degli Ezzelini vanno ricercate nella Valsugana che fu vivaio di guerrieri di stirpe longobarda, come i Sicconi di Caldonazzo che avevano giurisdizione su territori che oggi appartengono sia al Trentino che al Veneto.

    Fra le innumerevoli possessioni degli Ezzelini ve ne era una a Rotzo sull’altipiano di Asiago, nelle cui vicinanze si trova un toponimo "Castelletto", chiamato dai nativi "Altenburg" ; sicuramente prima del 1000 vi esisteva un castello : "Castrum Vetus" o anche "Altaburge" in vecchi documenti. Quello che è certo è che la gastaldia di Rotzo era "da sempre" proprietà degli Ezzelini, per cui noi ipotizziamo che da qui venisse quell’Etzele von Hochland, di cui parlava il cronista. A suffragare ciò sta il nome "Etzele", "Ezele" che è tipico degli altipiani di Asiago.

    Questa proprietà indicava un feudo di scarsa importanza economica, concesso forse a qualche avo arimanno per meriti militari, come era costume dei tempi ; le altre proprietà erano invece molto ricche e furono acquisite dopo la discesa della famiglia nella pianura.

    R.E. Baliari Soust, nel suo libro : "Nich nur Trient : Toponimi germanici fra la Chiusa di Salorno e la pianura Vicentina", così traduce il toponimo "Romano d’Ezzelino" : "Roman" o "Heermann"(=arimanno) ; ora è ampiamente riconosciuto che i toponimi quali Roman, Romano, Romagnano, ecc. stanno per "arimanno", per cui il paese natale dovrebbe più propriamente chiamarsi "Ezzelino degli Arimanni".

    Quindi E. era italiano, perché nato in un territorio che oggi è Italia, ma era nello stesso tempo tedesco, perché allora là si parlava una lingua germanica. Basta sfogliare l’albo di famiglia : il capostipite porta un antico nome germanico : "Harppo", da lui un "Etzel" (così i Germani chiamavano Attila) che sposa "Aicha" ; poi viene Alberico (Albreich) di legge salica che sposa "Cunizza", di legge longobarda (anche "Cuno" è un antico nome germ. E Cunizza è il suo diminutivo al femminile). Dopo E. il Balbo, abbiamo E. il Monaco che andò a trovarsela moglie in Toscana nel castello dei conti Alberti, detti anche "Rabbiosi", "gente dall’alta statura, di spalle larghe e dalle mani nodose" (C. Malaparte) ; la madre di E. III si chiamava "Adeleita" (Adelaide), grande esperta di astrologia ed assai poco pia, doti che E. erediterà.

    Quanto alla ricorrente accusa di essere "tedesco", questa si può interpretare sia nel fatto ch’Egli parlasse quella lingua, il che gli era indispensabile se voleva impartire ordini ai suoi guerrieri cimbri che non capivano altra lingua, sia con l’ipotesi che lo volesse essere davvero, in un’epoca in cui in Italia il germanesimo incominciava a declinare e tanta parte della nobiltà guelfa si vergognava delle proprie origini.

    Perché gli Ezzelini non avevano alcun titolo nobiliare ?

    Se fossero venuti dalla Germania qualche titolo lo avrebbero certo avuto, col relativo diploma imperiale, come lo ebbero dai Franchi tanti nobili italiani che con essi collaboravano, ma fra le montagne di quello che fu il ducato longobardo tridentino, essere arimanni era un titolo nobiliare più che sufficiente.

    La dinastia dei Signori di Caldonazzo, originatasi dall’arimanno Wariberto, ebbe con SicconeII (Sikko), figlio di Rambaldo di Caldonazzo-Telvana, dotato di un esercito di montanari che fu detto essere "la più bella gente d’armi che si fosse mai veduta", nel XIV secolo, una storia parallela a quella di E. III, a Nord di Bassano, dimora appartata e difesa, era un sito strategicamente molto importante che sbarrava la via alla pianura, all’incrocio dei comitati e vescovadi di Padova, Vicenza e Treviso, nel punto dove sbocca la Valsugana, uno dei transiti naturali, percorso dagli imperatori del Sacro Romano Impero della nazione Germanica quando calavano dalla Germania verso l’Italia.

    E veniamo all’asserzione di G.Cracco : era ancora possibile nel XII secolo fermare il declino del germanesimo e l’estinzione della lingua tedesca nel Veneto ? daremo alcuni dati sommari, dai quali il lettore potrà giudicare.

    E.nacque dunque nel Pedemonte e trovò là, negli altipiani di Asiago (Schläge), di Lavarone e Folgaria (Lafraun u. Folgreit) e sulle montagne di Pergine (Persen), il nerbo del suo esercito , riconosciuto da amici e nemici, come il migliore dell’epoca.

    Chi erano i Pedemontani ? Alcuni anni orsono Francesco La Valle, magistrato, scrisse un articolo sul Gazzettino di Venezia dal titolo : "C’è un barbaro nell’albo di famiglia : capelli biondi, nomi germanici ed un mistero rimasto insoluto, sull’origine dei Veneti pedemontani. Nel sesto secolo l’area pedemontana e collinare dell’alto Veneto (al pari del Friuli e della Lombardia) fu teatro di una straordinaria vicenda storica. Venne invasa da popolazioni germaniche, Longobardi e Sassoni, che non si limitarono ad una estemporanea scorreria, ma si fermarono qui per sempre e ripopolarono le terre, avendo al seguito le donne e i bambini. La gente che preesisteva in loco,era stata, rarefatta da un susseguirsi di epidemie e di altre evenienze che avevan provocato un grande calo demografico . Il resto lo fece la ferocia degli invasori che, dove arrivavano, sgozzavano i nativi per impadronirsi delle loro terre .

    Il sangue di queste stirpi germaniche scorre ancora nelle vene delle nostre genti pedemontane e ne costituisce anzi una componente notevole o, è persino principale. Non è un caso che i tipi antropologici prevalenti nella pedemontana veneta, sono proprio germanici , biondi e rossi dagli occhi azzurri ed anche bruni che somigliano in maniera sorprendente (se non fosse anzi per la diversità del linguaggio, sarebbero indiscernibili) a quei Germani del Nord, longobardi e loro cugini sassoni ed angli, che tuttora popolano parte della Scandinavia e dell’Inghilterra(...)"

    La capitale del piccolo regno di E. era Verona : fondata dai Galli Cenomani, divenuta Bern coi Goti e Longobardi, è nominata assieme all’eroe Dietrich von Bern nelle saghe medievali che hanno per sfondo il lago di Garda (Gartensee).

    Capitale dell’Austria longobarda, la città, secondo lo storico G.P. Bognetti avrebbe avuto un presidio di 60.000 arimanni, cifra questa che da sola vale a sbugiardare gli storici nazionalisti che hanno cercato, nel passato, di minimizzare la presenza longobarda in Italia ; oggi la rivisitazione della storia dell’Italia longobarda, con le mostre che si sono tenute, da Milano a Cividale del Friuli, hanno fatto giustizia della falsificazione storica, eretta a dogma indiscutibile.

    A Soave (Schwaben), secondo il Prof.A.Galanti, si parlava, sino a non molto tempo fa, come in Valpolicella, un dialetto germanico.

    In tutta la provincia è presente la toponomastica germanica ed i residui linguistici durati fino al XIX secolo nei 13 comuni della Lessinia, costituiscono l’ultima isola di un mare teutonico che avviluppava la città nei secoli bui ; non per nulla Verona fu, con gli Ottoni, la città più meridionale della Germania, ciò che non sarebbe avvenuto se non ci fosse stato un elemento etnico germanico molto consistente.

    Vicenza era la città prediletta da Ezzelino, al contrario di Padova : la ragione di ciò era la fedeltà dei vicentini e dei bassanesi, tra i quali reclutava il grosso del suo esercito ; la sua guardia del corpo, chiamata "sacro battaglione", espressione usata anche da F.Cardini quando scrive delle società guerriere o segrete dei "berserkir", era formata esclusivamente da guerrieri cimbri accuratamente selezionati della zona di Rotzo.

    Vicenza era chiamata, a quei tempi, Cymbria e "cymbriaci viri" si chiamavano i suoi abitanti. Le tracce del germanesimo sono ancora molto evidenti : il fiume che attraversa la città è chiamato "Bachin" da "Bach" ; il campo marzio "guisega", da "Wiese" : prato, cimbrico "bisele" ; la città è divisa in borghi : S.Michele, Piarda, Borgo Berga ; M.Berico deriva dalla radice "Bär" : orso ; la contrada Siegola, Segola, deriva dalla radice "Sieg" : vittoria. Per F.Lampertico , scrittore vicentino, sia il nome del canale Lupia che il toponimo Debba, verrebbero dal tedesco.

    Il conte Giovanni da Schio pubblicò nel 1863 un libro "Sui Cimbri" ed è facile, leggendolo, di capire ch’egli sia stato l’ultimo nazionalista cimbro quando afferma che : "...tra l’evo antico ed il moderno (i vicentini) non si credettero italiani perché verosimilmente prevaleva nel numero della loro popolazione l’elemento tedesco."

    R.Ferretti riporta un curioso episodio dal principio del XIV sec. : il vicentino Singofredo Ganzera, parlamentando con gli ambasciatori padovani, si rivolge ai suoi concittadini col dialetto cimbro, in modo che quelli non capiscano ciò che dice . Ciò significa quanto meno questo : che a quell’epoca Vicenza era ancora mistilingue, come oggi Bolzano e Strasburgo.

    Nella provincia troviamo una fitta toponomastica germanica, come Schio (Schleit), Thiene (Thienen, Tienne, Kienne), Malo (Mahlen), Arzignano (Artzing), Recoaro(Rikobär, Rechenwehr), Valdastico (Hastingthal), Marostica (Marosteck), oltre ai sette comuni dell’altipiano di Asiago, ove la lingua tedesca si è parlata fino al 1918.

    Parlammo a Thiene con il vecchio parroco D.Simeone Zordan, autore del libro "La Valle dell’Astico Corte longobarda", e gli chiedemmo cosa era rimasto di longobardo ; egli ci rispose : "basta mettere la testa fuori dalla porta della canonica e guardare la gente che passa : se non sono immigrati, gli altri sono tutti discendenti di Longobardi". In realtà un occhio esercitato riconosce che i tipi somatici sono riconducibili, nella maggioranza, alla stirpe teutonica.

    Una ultima curiosità è questa : i cimbri del Vicentino chiamavano il volgare italo-veneto semplicemente "pavàn", cioè padovano, segno che nel Padovano si parlava di più questo linguaggio, il che spiegherebbe l’aspra rivalità che contrapponeva le due città.

    Padova. Non è che qui il germanesimo fosse assente : già alla periferia della città incontriamo il toponimo longobardo "Guizza" ed il comune di Albignasego ; sappiamo che Monselice venne fondata dagli arimanni e che l’abbazia di Praglia poggia sulle fondamenta di una fortezza longobarda. A Montagnana, secondo lo storico Andrea Gloria, metà della popolazione era di origine germanica : la "sculdascia" comprendeva le arimannie di : "Salentum, Milarina, Montagnana, Casale, Altadura, Urbana, Merlara, Ponso, e Viguzolo. Toponimi come Stoegarda, Zaba, Gazzo, Guà, Saletto, Borgoricco, Borgofuro e Scodosia. Reperti linguistici si hanno a Montagnana, nelle campagne intorno a Cittadella : Fontaniva e Corte ; una plaga semigermanica al confine provinciale nella zona di Cervarese che si continua a Montegalda, Montegaldella e Villaganzerla.

    Tutta la Marca Trevigiana era costellata da castelli e borghi fortificati eretti dai Goti ; un documento del 1184 attesta la presenza di Goti a Treviso. Da una novella del Boccaccio : "La piazza (di Treviso) è piena di Tedeschi e di altra gente armata la quale il Signor di questa terra, acciò che romor non si faccia, vi fa stare..."

    Questi tedeschi erano venuti per le esequie di un loro connazionale, un certo Arrigo e provenivano dalle zone collinari come Asolo e Ceneda, dove gli insediamenti arimannici erano più numerosi ed avevano conservato il loro linguaggio.

    I toponimi come Castello di Godego, Godegna S.Urbano, Dardengo (Odardengo) ci rimandano ai Goti ; Merlengo, Porcellengo, Sala, Breda di Piave, Saletto, ai Longobardi.

    Udine, secondo Gianni Brera, deriverebbe da Odino ed anche qui la toponomastica è ricchissima.



    Tutto questo per farci capire che G.Cracco ha ragioni da vendere : una vittoria del ghibellino E. avrebbe salvato dall’estinzione il residuo germanesimo, mentre i contatti col Centro Europa avrebbero germanizzato in breve tempo la restante popolazione celto-romanza .

    Federico Formignani ha scritto ("I Longobardi - Jaka Book - 1980) : " (...) questo linguaggio, lo sappiamo, è stato sul punto di arrivare a prevalere sul latino ormai morente ed a scapito di un toscano-italiano in via di formazione, rischiando di quasi di assurgere a livelli di diffusione e di stabilità tali che avrebbero col tempo potuto risultare definitivi , se alcuni eventi storici non fossero intervenuti successivamente ad impedirlo.". Se ciò valeva per l’Italia in generale, che dire per il Veneto, ove gli insediamenti germanici erano più fitti che altrove ?

    La completa vittoria del clero romano sugli Staufen e sui ghibellini, di cui E.III fu il campione più valoroso, ha condannato a morte la tradizione germanica che avrebbe cambiato il volto del nostro paese; l’ideologia guelfa ha contrassegnato tutta la politica bizantineggiante nella quale siamo immersi ed era fatale che il giacobinismo che ne è la logica prosecuzione storica, con la sua carica statalista ed accentratrice, si interessasse al guelfismo, virulentandolo con l’isterico nazionalismo di cui è permeato e nutrito.

    Contro questi mostri che oggi dominano ed intristiscono la nostra vita, Ezzelino si è battuto, sino a cadere in battaglia, mentre caricava il nemico a cavallo, all’età di sessantacinque anni. Non dimentichiamolo !

    Gualtiero Cìola
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 

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