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  1. #1
    Silvioleo
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    Predefinito La Svezia dei coniugi Myrdal, fra socialismo ed eugenetica

    Da decenni la Svezia è al centro di un’infuocata controversia ideologica, che in più di un’occasione ha finito per celare la realtà di questo Paese, facendone quasi soltanto uno schema astratto. Nei dibattiti contemporanei, la società svedese è spesso esaltata in quanto capace d’essere al tempo stesso efficiente e solidale, moderna e redistributiva, in grado di produrre ricchezza e ridurre le disuguaglianze. Per la sinistra europea, il sistema sociale scandinavo è una specie d’icona: da difendersi ad ogni costo.

    In realtà, la Svezia è più complessa di quanto non si creda. Pochi sanno, ad esempio, che negli ultimi trent’anni gli svedesi si sono in parte allontanati dai dogmi dello statalismo di un tempo, avviando un processo di liberalizzazione che fa di questa economia (pur molto tassata) una realtà abbastanza estranea a taluni vizi che caratterizzano la Francia, la Germania e la stessa Italia.

    In particolare, la Svezia non conosce quel tipo di politica economica che contraddistingue le socialdemocrazie del continente (non ha un settore pubblico che ricordi l’Iri o i colossi francesi à la Renault); e questo spiega perché l’indice sulle libertà economiche redatto dalla Heritage Foundation le assicuri negli ultimi anni una buona posizione, ben al di sopra di molti altri paesi europei. Lo statalismo svedese, quindi, si concentra sui “servizi alla persona”: in quel mix di paternalismo ed assistenzialismo che caratterizza il modello scandinavo.

    È comunque vero che nell’edificare il proprio sistema di welfare la Svezia ha espresso un radicalismo senza paragoni, fino al punto da delineare un’esistenza programmata – dalla culla alla tomba – che non solo riduce gli spazi di responsabilità del singolo (basti ricordare che il tasso di assenteismo, in Svezia, è triplo rispetto all’Italia), ma conosce pure esiti inquietanti. Perché, sebbene per decenni non se ne sia parlato, la socialdemocrazia nordica ha sviluppato programmi eugenetici non privi di punti di contatti con le analoghe politiche naziste.

    Per cogliere alcuni aspetti di tale intrigante vicenda – che fu chiusa solo da Olof Palme – è ora disponibile un volume scritto da un giovane studioso italiano, Luca Dotti, che ha esaminato il quarantennio (1934-1975) durante il quale la socialdemocrazia di Stoccolma ha promosso la sua legislazione su castrazione, sterilizzazione e aborto. Risultato di un attento lavoro d’archivio, il volume di Dotti ha soprattutto il merito di documentare: al di là di ogni interpretazione e giudizio. E leggendo queste pagine colpisce l’intreccio tra le “buone intenzioni” (i sussidi per l’alimentazione o l’abbigliamento dei bambini) e la “violenza amministrata”. Basti ricordare che in un paese di non molti milioni di abitanti come la Svezia furono praticati ben 63 mila interventi di sterilizzazione, contro i 300 mila della Germania nazista.

    Dai documenti analizzati emerge nettamente la stretta connessione tra le teorie socialiste dell’economista Gunnar Myrdal, premio Nobel nel 1974, e i progetti eugenetici governativi. L’esplicito obiettivo di Dotti è cogliere i paradossi e le difficoltà della “società svedese dagli anni Trenta agli anni Settanta, totalmente rapita dal mito e dal sogno genocratico di una popolazione perfettibile, razionalmente e programmaticamente adatta al Nuovo Mondo del progresso, della serialità, e della grande dimensione”.

    Nel pensiero di Myrdal e di sua moglie Alva l’azione coercitiva dello Stato orientata a sterilizzare, castrare, imporre l’aborto e fare tutto il possibile per migliorare la “razza svedese” è parte di una visione collettivista che affida allo Stato l’incarico di prendersi cura della società nel suo insieme. Per le donne, così, è immaginato un sistema di aiuti e servizi che però non rinuncia ad esprimere una dura condanna moralistica nei riguardi del lavoro domestico. Fa una certa impressione, ad esempio, leggere che la casalinga, la quale non partecipa attivamente alla produzione dei beni collettivi, solo per questo può essere accusata – come fanno i Myrdal nel 1934 – di essere svogliata, egoista, chiusa in se stessa.

    Sulla base di simili considerazioni (che riguardano le donne, ma anche le minoranze etniche, i marginali e altri gruppi) sono quindi realizzati autentici piani per tutelare la sanità della “razza svedese”.

    Così per imporre la sterilizzazione amministrativa di questo o quell’internato basta redigere documenti in cui si fa riferimento al suo basso quoziente intellettivo, ai problemi penali dei parenti, ai figli nati da relazioni extra-coniugali, a problemi fisici (pleurite o altro) e mentali. Poliomielitici, zingari, malati psichici o semplicemente homeless – persone molto povere e per questo non di rado anche analfabete – in tal modo diventano vittime di una macchina spietata, la quale lavora per la collettività e quindi non può avere certo pietà del destino di questi miserabili.

    Ma tale collegamento tra socialdemocrazia assistenziale e politiche eugenetiche è da considerarsi puramente occasionale, oppure vi è un legame profondo? La connessione è rilevante, evidente e si colloca a vari livelli.

    In primo luogo, il sistema politico socialdemocratico implica la dissoluzione dei diritti individuali, e l’eugenetica può imporsi solo se il corpo sociale è spogliato di ogni capacità di resistenza. In una società in cui i singoli siano considerati soggetti autonomi, proprietari di sé e titolari di diritti originari (al riparo da imposizioni ed espropri), nemmeno la violenza delle sterilizzazioni di Stato potrebbe essere pensabile. Perché l’ombra di Hitler oscuri il Paradiso in terra degli scandinavi è necessario che Locke sia cancellato e si neghi ogni relazione tra proprietà e libertà.

    In secondo luogo, la socialdemocrazia implica un indebolimento della famiglia e di ogni altro ambito comunitario naturale, spontaneo, liberamente scelto. Come più di un teorico ha rilevato (a partire da John Rawls), la famiglia è il luogo fondamentale di riproduzione delle differenze e una società egualitaria deve – in un modo o nell’altro – proporsi di depotenziare tale istituzione. Ma una volta che gli individui e soprattutto i soggetti più deboli sono lasciati soli, non bisogna sorprendersi se essi finiscono per subire ogni abuso e violenza da parte dei titolari della forza pubblica.

    In terzo luogo, l’ideologia socialdemocratica definisce l’uomo a partire da quei bisogni, più o meno elementari, che gli apparati statali si attribuiscono il compito di soddisfare. Ogni uomo deve disporre di una data salute e di una certa istruzione, deve disporre di un qualche reddito e avere un suo ruolo. In assenza di tutto ciò, la vita non è più dignitosa, né meritevole di essere vissuta. E quando l’azione pubblica non è in grado di assicurare gli standard minimi di qualità della vita, allora tanto vale inibire la nascita di tali soggetti.

    Proprio questo gretto materialismo spiega meglio di ogni altra cosa l’universo ottusamente secolarizzato di questa socialdemocrazia scandinava innamorata dell’eugenetica. Il progetto orientato ad impedire (anche grazie a metodi irrispettosi della persona umana) che soggetti malati vengano alla luce è perfettamente coerente con la filosofia della solidarietà di Stato, con l’assistenzialismo coercitivo, con le teorie volte a pianificare la vita sociale.

    Il collettivismo socialdemocratico, per giunta, non è privo di tratti ‘produttivistici’. Come rileva Dotti, nella Svezia degli anni Quaranta “i ritardati ineducabili erano considerati un peso, e la loro impossibilità a diventare produttivi permetteva l’assenza di cura ed istruzione”, mentre un trattamento diverso era assicurato ai ritardati in grado di lavorare. Nel 1935 un documento ministeriale ufficiale riportato nel volume arrivò ad affermare che “non risulta di alcun interesse per la società che individui di scarsa qualità fisica e psichica si riproducano”: brano che evidenzia nettamente come l’eugenetica – quale volontà di operare in maniera coercitiva sulla sfera della procreazione – intrattenga un rapporto originario con le logiche socialiste e con l’idea che l’interesse generale faccia premio sui diritti dei singoli.

    Sullo sfondo di tutto ciò vi è quella prospettiva grevemente positivista che nel 1922 aveva condotto a creare l’Istituto Statale per la Biologia Razziale, entro un contesto generale che non mancava di esaltare la specificità etnica degli svedesi. Come in Germania e in altri paesi europei, anche nella società scandinava viene elaborato il mito dei contadini, che grazie al loro legame con la terra e i loro limitati rapporti con gli scambi e le città sono individuati quale “razza pura”, sottratta ad ogni meticciamento.

    In qualche modo, tutto torna. C’è infatti un filo rosso che congiunge il plumbeo neo-positivismo di Axel Hägerström (noto ai filosofi del diritto per il suo nichilismo dei valori), il collettivismo economico di Myrdal e l’esplicito razzismo di politiche che colpiscono spietatamente – ad esempio – i tattare, insieme di gruppi etnici nomadi tradizionalmente guardati con ostilità dalle popolazioni rurali svedesi.

    D’altra parte, non si può pensare che Lager e guLag siano sorti dal nulla. Già in Rousseau e nei testi teorici del primo socialismo s’afferma l’idea che la politica deve assumere una prospettiva demiurgica. Agli occhi dei fautori delle utopie collettiviste, la realtà è sbagliata, corrotta, bisognosa di una palingenesi. Ridistribuire, castrare, pianificare, tassare, incentivare, regolamentare e aiutare sono solo varianti di una medesima logica, che trova nella tremenda hybris del potere statale il suo momento unificante.

    da L'Indipendente, 10 luglio 2005
    di Carlo Lottieri

  2. #2
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    Predefinito

    " Eugenetica, ombra scura sul modello svedese Per quarant' anni, nel quadro della socialdemocrazia, si sterilizzarono gli «esseri inferiori»

    Un saggio di Luca Dotti denuncia una pratica sconvolgente e autoritaria. Promossa dai coniugi Myrdal, premi Nobel

    Ancora oggi siamo abituati a considerare il welfare state realizzato in Svezia dalla socialdemocrazia come una delle grandi, e più positive, esperienze politico-sociali del XX secolo. Ma che le cose non stessero interamente così, che il tanto magnificato «modello svedese» avesse anche qualche tratto oscuro, perfino qualche venatura autoritaria, venne fuori in realtà alla fine degli anni Novanta quando, quasi per caso, una ricercatrice svedese, Maija Runcis, fece una scoperta sconvolgente. Si rese conto che nella Svezia socialdemocratica, in cui nessuno - così, almeno, si era sempre sostenuto - doveva essere trascurato o lasciato indietro, erano state compiute dal 1935 al ' 75 (anno di abolizione della relativa legge) oltre 60 mila sterilizzazioni, per il 90-95 per cento riguardanti donne. Ed erano state compiute precisamente con l' intento, insieme eugenetico ed economico-sociale, di eliminare la capacità riproduttiva delle persone «difettose», cioè degli esseri umani «di tipo B» (come scrivevano comunemente, negli anni Trenta e Quaranta, gli addetti alle scienze sociali e mediche), ciò che avrebbe permesso di utilizzare al meglio le risorse per garantire il benessere della popolazione sana, degli esseri umani «di tipo A». Di questo argomento si occupa Luca Dotti. Il merito principale del suo volume consiste nel mostrare come la politica di sterilizzazione non rappresentasse un incidente di percorso nella lunghissima vicenda dei governi socialdemocratici che furono ininterrottamente al potere dal 1932 al ' 76. Negli anni Trenta l' eugenetica riscuoteva un certo successo in vari Paesi occidentali. Ma in Svezia la sua diffusione poteva giovarsi della paura che, da un lato, il calo demografico (effettivamente in atto), dall' altro il temuto aumento degli individui «di scarsa qualità» avrebbero indebolito la salute, fisica e morale, della popolazione. L' elemento probabilmente decisivo fu il fatto che preoccupazioni del genere vennero fatte proprie dalla socialdemocrazia una volta giunta al potere: la sua concezione di una «casa comune del popolo» (l' equivalente svedese del welfare state) si dimostrò capace di riqualificare in senso economico-sociale la politica di eliminazione (attraverso la sterilizzazione) del materiale umano «di scarto», senza rinunciare del tutto alle vecchie argomentazioni di tipo biologico, fondate sull' idea di una rigida trasmissione ereditaria delle (presunte) tare fisiche e morali degli individui. Come Dotti mette in rilievo, a favorire l' affermazione della concezione socialdemocratica di un benessere sociale da creare anche attraverso la sterilizzazione concorrevano almeno altri due elementi. Da un lato, un certo rigorismo luterano, portato a considerare ogni segnale di disordine nel comportamento e nello stile di vita come una minaccia alla salute della collettività: nelle pratiche di sterilizzazione, la «volubilità sessuale» di una donna o la mancanza di pulizia nella casa erano considerate altrettanti segni di pericolosa asocialità. Dall' altro, c' era il diffondersi nell' ambito delle scienze umane di un' ideologia funzionalista che tendeva a concepire la politica sociale come l' applicazione di misure algidamente oggettive, e poneva il benessere della società come nettamente prevalente su quello dei singoli individui. Furono i coniugi Gunnar e Alva Myrdal i massimi teorici di questo socialismo che attribuiva allo Stato e alla politica funzioni demiurgiche, affidandosi agli scienziati sociali e alle loro soluzioni indiscutibili, poiché queste si presentavano come il frutto del puro calcolo razionale. Economista (e a lungo capo del gruppo parlamentare socialdemocratico) lui, esperta di problemi della famiglia lei, i Myrdal furono anche insigniti del premio Nobel: il solo caso di coniugi premiati per due materie diverse e in due periodi differenti (i coniugi Curie, l' unica altra coppia, avevano ricevuto entrambi il Nobel per la fisica). Nel 1934 un loro libro dedicato alla crisi demografica svedese non solo ebbe uno straordinario successo, ma svolse anche una funzione decisiva nell' orientare la socialdemocrazia e l' opinione pubblica verso misure tese a eliminare gli «individui superflui» così da evitare che la società sprecasse risorse a causa di persone giudicate irrecuperabili. I Myrdal, e un po' tutti gli esperti socialdemocratici del tempo, criticarono non poco la legge sulla sterilizzazione del 1934 poiché essa autorizzava in realtà l' intervento solo nel caso di malati di mente o comunque di individui incapaci di intendere e di volere. Sarebbe stato invece necessario, sostenevano, intervenire su tutta la massa di «sfaccendati», «asociali», «leggermente ritardati» che sfuggivano alle maglie della legge, sottraendosi così all' ossessione purificatrice degli scienziati sociali e dei rappresentanti della professione medica. Un esponente socialdemocratico dichiarò: «Io penso che sia meglio esagerare che rischiare di avere una progenie inadatta e inferiore». Fu così che pochi anni dopo, nel 1941, una nuova legge introdusse la possibilità di sterilizzare una più ampia casistica di persone. La legge, per la verità, indicava chiaramente che chi risultava capace di intendere e di volere avrebbe dovuto sottoscrivere la richiesta di sterilizzazione. Ma la presenza della firma, argomenta convincentemente Dotti, non certificava di per sé la volontarietà. Esistevano infatti molte forme di pressione che medici e assistenti sociali potevano mettere in atto per convincere ad accettare l' intervento: la possibilità di ricevere solo a quella condizione l' assistenza contro la povertà, oppure la prospettiva di essere dimessi da un' istituzione pubblica, nella quale si era costretti a soggiornare, solo dopo aver accettato l' intervento di sterilizzazione. Quella raccontata da Dotti con precisione (anche se in una forma non sempre chiarissima) è una vicenda alla quale sono stati dedicati vari studi. E tuttavia su di essa spesso si preferisce sorvolare. Ad esempio, nella voluminosa e informatissima Enciclopedia della sinistra europea nel XX secolo (diretta da Aldo Agosti per gli Editori Riuniti), riguardo all' opera dei coniugi Myrdal negli anni Trenta ci si limita sostanzialmente a scrivere che si batterono «a favore di ampi ed efficaci programmi di assistenza»; senza appunto menzionare la determinazione con cui quei programmi miravano anche a liberare la società dal peso del «materiale umano scadente». Si trattava, insomma, di programmi non privi nella pratica di risvolti autoritari, come era forse conseguenza inevitabile di un socialismo fortemente statalista, animato da una marcata diffidenza nei confronti della soggettività individuale. Quel socialismo si assegnava infatti il compito di intervenire dentro la sfera privata dei singoli. Non a caso Alva Myrdal partecipò alla progettazione di un modello abitativo di tipo collettivista, che puntava a regolare le aree più private della vita familiare, con la messa in comune di cucine, servizi e spazi per il tempo libero, nonché con la presenza di figure appositamente addette all' alimentazione e all' educazione dei bambini. In uno «slancio taylorista-totalitario», come lo definisce Dotti, il progetto arrivava a prescrivere quanto tempo ciascuno avrebbe dovuto impiegare nelle varie attività collegate alla vita domestica. Negli anni Settanta la modifica delle norme sulla sterilizzazione, sopravvissuta da allora nell' ordinamento svedese soltanto come misura effettivamente volontaria, fu la conseguenza di decisivi mutamenti nel frattempo intervenuti entro l' intera società riguardo al modo di concepire la malattia mentale e il disagio sociale. I malati, gli emarginati, in genere gli individui in difficoltà erano diventati soggetti da aiutare; non venivano più visti, dunque, come potenziali minacce che la società doveva neutralizzare attraverso la sterilizzazione. Si chiudeva così una esperienza che aveva mostrato quanto, anche nei regimi democratici, possa diventare pericolosa una politica che non si assegni dei limiti, che non dovrebbe essere lecito varcare neanche nella prospettiva, destinata a rivelarsi un' illusione, di fare in tal modo il superiore interesse di tutta la società.

    Il Corriere della Sera
    3/3/2005
    "


    Saluti liberali

  3. #3
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