Liberazione
Facciamo "guerra" alla guerra
Vitaliano Della Sala
«Quale re, andando in guerra contro un altro re, non siede prima a calcolare se con diecimila soldati può affrontare il nemico che avanza con ventimila? Se vede che non è possibile, mentre il nemico è ancora lontano, gli manda messaggeri a chiedere quali sono le condizioni per la pace». Questa breve parabola del capitolo 14 del Vangelo di Luca è riferita, ovviamente, ai rischi che corre chi sceglie di seguire Gesù. Ma mi è venuta in mente dopo gli ormai evidenti fallimenti della guerra degli Stati Uniti contro l'Iraq e dopo gli attentati di Londra e le tentazioni da crociata contro l'Islam, le cui parole d'ordine immancabilmente sono arrivate da più parti.
La parabola parla di scaltrezza: il re che intende ingaggiare una guerra riflette bene, calcola la consistenza delle proprie forze e la possibilità che ha di giungere alla vittoria. Forse l'Occidente dovrebbe concretamente cominciare a pensare che, se non per amore della pace, dovrebbe accordarsi col mondo islamico - e in esso anche con quelle frange più fondamentaliste - per interesse di pace: semplicemente perché conviene, perché altrimenti si rischia di perdere la guerra. Ovviamente a me, e a tutti i pacifisti, non piace questo discorso, non vogliamo una pace interessata; ma probabilmente è l'unico discorso che chi governa l'Occidente potrebbe accettare, dopo l'11 settembre e gli attentati di Madrid e Londra, dopo le sconfitte reali sui campi di battaglia afgani e iracheni, dopo che l'Iraq è diventato un pantano nel quale le truppe "alleate" affondano sempre più. Allora meglio, per tutti, un accordo strategico con il "nemico", che una sconfitta ingloriosa.
Ma non sta a noi, i pacifisti del no alla guerra "senza se e senza ma", affrontare questi discorsi: noi crediamo che la pace vera, fondata sul rispetto dei diritti e sulla giustizia, è l'unica possibilità, forse l'ultima, che ha "il mondo che comprende tanti mondi" - nord e sud, oriente e occidente, musulmani, cristiani, ebrei, buddisti - per costruire un futuro di progresso per tutti, per realizzare "l'altro mondo possibile".
Ma vorrei continuare nella lettura e nella riflessione del brano evangelico citato. Dice Gesù: «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle ed anche la propria vita, non può essere mio discepolo». Per famiglia l'evangelista intende, evidentemente, il clan nel quale si vive, la comunione biologica di sangue, la sicurezza della razza, l'ideale di una religione e di un destino comune. Rinchiudere l'amore nel proprio clan, basarla sui vincoli del sangue, sugli interessi di una razza, sulla fede in un dio, sulle funzioni di un partito politico, sulle frontiere di una Stato che si assolutizza …chiudersi in questi limiti, vuol dire confondere l'amore con l'egoismo, il bene degli altri con i propri interessi. L'amore, invece, abbatte le frontiere, reinclude gli emarginati, perdona i peccatori, accoglie gli stranieri. Nella misura in cui saremo capaci di abbattere le frontiere dell'indifferenza e dell'odio che ancora separano i clan, le razze, le religioni, le nazioni, saremo capaci di costruire un mondo migliore per tutti. Penso allora che la saggezza, oggi, proprio oggi dopo l'ulteriore e, scommetto, non ultimo attentato, stia nella nostra capacità di accogliere e non di rinchiuderci meglio nel nostro Occidente-fortezza, e da qui sferrare ulteriori attacchi contro nemici voluti, forse meno forti di noi, ma che hanno dalla loro la disperazione che dà una maggiore determinazione, il fanatismo che sa essere imprevedibile, una fede incrollabile che sa essere invincibile.
Anche noi possiamo essere invincibili, se supereremo i privilegi e il concetto stesso, che crea separazione, di Occidente e abbatteremo le frontiere, gli steccati, le barriere geografiche e ideologiche; se scateneremo una "guerra" dell'umanità contro la barbarie, una "guerra" della giustizia contro la povertà e la disperazione dei tanti, una "guerra" del buon senso contro i fondamentalismi e gli integralismi, nostri e degli altri; se, insomma, scateneremo una "guerra" contro la guerra, contro le sue cause e i suoi frutti di morte.




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