Ora il Cav. si presenta modesto, perfino laterale, uomo di partito e di coalizione, leader fungibile, sostituibile secondo le regole da determinare insieme agli alleati, una risorsa privata per la vita pubblica.
E’ un buon europeista, combatte l’evasione fiscale, riflette e lascia che si tratti sulla proporzionale, passa da un incontro con le parti sociali a un seminario di partito, prova “gioia” per il concorrere di Follini e Fini alla costituente del futuro partito unitario, di cui non forza i tempi e non vuole predeterminare la leadership.
I suoi discorsi sono sempre più brevi, il gergo è quello della politica di partito, promuove con più cura i quadri e il suo staff, ai quali delega l’iniziativa in forme fino a ieri impensabili, non si proclama più “invincibile” e più sobriamente dice che “le cose non andranno male come si pensa”, un caso a sorpresa di understatement.
Dal suo privato, che è il suo vero canale pubblico di comunicazione, fa trapelare una sana stanchezza molto vicina alla consapevolezza, non molla ma non è più caricato a molla come un tempo, ha come assimilato l’idea di avere non più solo un futuro squillante e guerriero ma anche un passato da difendere, un bilancio personale che nel bene e nel male si combina con la storia di questo paese, sembra aver perso l’ansia di primeggiare, promette perfino un’estate senza bandane, senza interviste allo champagne, preferirebbe ospitare gente importante, vivere la sua vita di statista anomalo nato dal privato prepolitico ma non più antipolitico, e al privato rimasto attaccato solidamente, senza clamorose rinunce, senza più clamorose ambizioni.
Parliamo di uno stato d’animo, naturalmente, e non di una chiara strategia costruita su un calcolo preciso di modi e tempi d’azione.
Ma nel caso del Cav. gli stati d’animo e le inclinazioni personali sono di primaria importanza.
Da quando accettò il gioco e la regola della “crisi ripugnante”, dopo la sconfitta alle elezioni regionali, da quando si è piegato alle offese della politica e dell’economia, decidendo di mollare le sue ideeforza antifiscali sotto l’onda d’urto della contabilità euromonetaria e della nuova gestione tecnica dell’economia, l’uomo, che è intelligente e sensibile quanto furbo e cinico, ha stabilito dentro di sé che alla dinamica politica romana non si può opporre un altro e opposto schema, dunque non è entusiasta del venire a patti ma lo fa, magari non si diverte più ma non sembra destinato a ravvivare ancora il teatrino, oggi di nuovo in auge, con i suoi numeri da grande circo, con lo spettacolo della sua personalità recitato su un palcoscenico di guerra continua.
In un certo senso è un abbandono realista al corso delle cose, in un altro senso è un progresso verso una successione meno disordinata di quanto facessero prevedere gli ultimi fuochi di crisi del centro destra.
Durerà? Può essere.
Ferrara su il Foglio
saluti




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