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    Post Inoeuropei e Celti


    La patria primitiva della razza nordica



    Di una presumibile residenza originaria della razza nordica ci sono oggi conosciuti e rimasti territori periferici, come l’Islanda, la Groenlandia, la Terra di Grinell e le Spitzbergen. Noi sappiamo, però, che queste albergarono un tempo una ricca flora, che può essere germinata già in un primo periodo terziario. Così nella terra di Grinell, situata ad 81° 45’ di latitudine nord, dieci specie di conifere, tra cui l’abete rosso e due pini selvatici; una specie di tasso; l’olmo, il tiglio, due specie di noccioli con una ‘palla di neve’, la macchia di cespugli. Nel lago d’acqua dolce viveva una ninfea e la riva era rivestita da carici e canne palustri. Ci viene incontro quindi in questa parte estrema del mondo una flora, che corrisponde al massimo con quella della parte nordica della zona temperata e che richiede una temperatura media annua di almeno + 8°, mentre questa attualmente sta colà a 20 ° sottozero. Più in prossimità vi si accompagna la flora delle Spitzbergen.

    Anche qui predominano le conifere, una gran quantità di pinastri, di abeti rossi, di abeti bianchi. Tra gli alberi frondiferi, a foglia latiforme si trovano pioppi, salici, ontani, betulle e faggi, querce, una specie di platano, di albero della seta, di noce, due specie di magnolie e quattro di aceri. Tre specie di ‘palle di neve’, molte di biancospino e di giuggiola formavano col nocciolo la macchia di cespugli. Nel lago di acqua dolce appare di nuovo la ninfea artica, un erba coclearia per i girini di rana ed una per le uova di Salmone, cui si associano molte canne palustri e giaggioli.

    La flora fossile della Groenlandia settentrionale, che indica un clima quale noi troviamo attualmente nei dintorni del lago di Ginevra, ad es. presso Montreux, con una temperatura annuale di 10°, ha un’apparenza alquanto più meridionale. Oggi la stessa regione giace a circa 70° di latitudine nord (1). La spiegazione per il violento dislocamento climatico in questa zona è data dallo spostamento del Polo nel Terziario e nel Quaternario.

    La carta riprodotta (fig. 1) secondo Köppen e Wegener (2) rende chiara la situazione e la migrazione del Polo Nord riferito all’Europa. Dall’esistenza delle menzionate specie di piante e di una serie di reperti geologici ed altri reperti di storia naturale risulta per la Terra di Grinell una situazione di allora al di sotto dei 42°, per le Spitzbergen sotto i 40° e per la Groenlandia occidentale (Disco) sotto 30° di latitudine.

    Riguardo a ciò va considerato che nel Terziario ed anche all’inizio del Quaternario i continenti dell’America del Nord e del Nord Europa erano ancora direttamente uniti. La separazione può essersi effettuata soltanto all’incirca al tempo della principale glaciazione, allorché il continente sudamericano già da milioni di anni nel periodo cretaceo si era staccato da quello africano ed era stato allontanato verso ovest. Nella cartina della fig. 1 va quindi osservato che il reticolo delle coordinate geografiche e le posizioni del Polo sono riferite all’Europa, ma che l’America durante la maggior parte del tempo era situata più ad ovest ed a nord di adesso.

    Un crepaccio biforcantesi presso la Groenlandia spezzava il collegamento europeo e quello nordamericano, che esisteva ancora da Terranova oppure dall’Irlanda verso il nord. Le zone di separazione anche qui si spostavano sempre di nuovo le une dalle altre. Mentre la lingua di terra tra Terranova e l’Irlanda si spezzò solo all’inizio del Quaternario, più a nord sembra sia sussistita un’ulteriore, seconda lingua che si staccò certo solo prima della metà del Quaternario (3).

    I motivi di questo sino ad oggi perdurante spostamento dei continenti dovrebbero essere stati completamente chiariti attraverso la “teoria del dislocamento”, come Wegener l’ha fondata nella sua Entstehung der Kontinente und Ozeane. Lo spostamento delle singole zolle continentali, la migrazione dei poli di rotazione e degli alti e bassi della superficie terrestre sotto il livello del mare con essi connesse, furono la fatalità geologica che irruppe improvvisamente sulla patria originaria della razza nordica, che annientò o cacciò la sua popolazione, disperdendola tutt’intorno sulla Terra.

    La sopra effettuata ricerca delle razze e culture paleolitiche del Quaternario aveva portato all’ammissione di una dimora originaria della razza nordica nell’attuale regione artica. Da ciò derivò che la formazione della razza nordica stessa dovette essere spostata prima della glaciazione, cioè del Terziario. Se queste conclusioni sono esatte, allora la tremenda esperienza dell’avvicinamento e dell’irruzione dell’eterno inverno deve aver prodotto un’impressione per sempre incancellabile sugli abitanti di quella fascia di terra. La tradizione di tale catastrofe mondiale deve essersi mantenuta per millenni attraverso tutte le generazioni, come la leggenda del diluvio gondvanico nell’intera cerchia della regione oceanico-indonesiana e dell’Asia Minore. Dunque, dobbiamo imbatterci ovunque nelle più antiche tradizioni dei popoli di razza nordica sulle tracce di quella tragedia di tempi remoti dei loro antenati. Nel mito a loro comune di una fine del mondo deve anche comparire, quale fine del mondo, il ritorno dell’eterno inverno. Ma non soltanto ciò – si devono anche trovare immediate tradizioni di quel terrificante evento, che ci sappiano riferire qualcosa, anche se oscurato, sui particolari.

    Se noi esaminiamo le più antiche fonti scritte a noi conservate della cultura precristiana del Nord germanico, l’antica e la nuova Edda, allora l’eterno inverno ci si fa incontro più volte quale fine del mondo. Ovunque risuona come motivo di fondo il lontano ricordo di un avvenimento, che già una volta dev’essere accaduto in una remota preistoria:

    “Sale il mare in tempesta sino al cielo,
    le terre inghiottite, l’aria è fatta gelida,
    masse di neve porta l’aspro vento,
    frena la pioggia la Ruota del Fato”.
    (Hyndluljòth, 44)

    Nel Vafthrùdhnismàl, 44, Odino chiede a Wafthrùdhnir:

    “Chi degli uomini mai vivo sarà
    quando il possente inverno sulla Terra
    alfin terminerà?”

    Così anche il Fimbulvetr nel Gylfaginning, 51, è descritto quale introduzione al Ragnarök: “Cose grandi ci sono da narrare e molte. E per prima che un inverno verrà, chiamato Fimbulvetr, il grande inverno, allora turbinerà la neve da tutti i punti cardinali, il gelo sarà grandissimo e aspri i venti. Il sole non avrà più forza. Tre inverni si seguiranno e fra essi non vi sarà estate. Ma ad essi precederanno tre altri inverni…” (4).

    Nell’Avesta ci è però conservata nel Vendidad, I, 1-3, una immediata tradizione della terribile disgrazia della razza nordica e della sua dimora originaria. Si tratta del luogo in cui Dio (Ahura Mazda) parla a Zarathustra della creazione di quella madrepatria della razza nordica, chiara o cosiddetta ariana, Airyana Vaejah (Vaejah – “seme”), il paradiso degli Arii. D’altra parte Angra Mainya, lo Spirito Maligno, creò quale contro-creazione la rovina, che da esso sempre di nuovo in una nuova forma viene mandata ad ogni nuova patria, che Ahura Mazda dona al popolo degli Arii nella sua ulteriore migrazione.

    “1. Disse Ahura Mazda allo Spitama Zarathustra:

    2. Quale ottimo fra i posti ed i luoghi, io Ahura Mazda, creai l’ariano Vaejah della buona Daitya; ma lui (Vaejah) creò quale piaga nazionale il molto pernicioso Angra Mainya, il serpente rossiccio e l’inverno opera dei demoni.

    3. Là vi sono 10 mesi invernali, solo 2 mesi estivi, ed anche questi troppo freddi per l’acqua, troppo freddi per la terra, troppo freddi per la pianta; ed è il Centro dell’inverno e il Cuore dell’inverno; poi, quando l’inverno volge al termine, vi sono qui molte alluvioni”.

    Di grande importanza è l’ora accennata relazione dell’inverno col serpente. Come si vedrà in seguito, il simbolo del serpente invernale rossastro garantisce l’alta età della tradizione dell’Avesta, che – significativamente – coincide esattamente con le ancor oggi conservate tradizioni simbolico-culturali degli Indiani nord-americani.

    Che prima di questo inverno di Fimbul regnassero nell’Airyana Vaejah altre condizioni climatiche, sa riferire ancora Bundahish, XXV, 10-14: “Dal giorno di Ahuramazd (primo giorno) di Avanu l’inverno acquista forza e viene nel mondo e… dal giorno Ataro del mese Din compreso (9° giorno del 10° mese) viene con gran freddo verso Airyana Vaejah; nel mese di Spendarmad compresi (i 5 epagomeni) fino alla fine (dello stesso e a un tempo dell’anno) l’inverno sopraggiunge in tutta la Terra. Perciò nel giorno Ataro del Din si accendono ovunque fuochiper indicare che l’inverno è venuto”.

    I cinque mesi d’inverno in questo passo vengono anche espressamente esposti: Avan, Ataro, Din, Vohuman e Spendarmad. Altrove (XXV, 7) è detto che dal giorno di Auharmazd (il primo) del mese Farvardin compreso fino al giorno di Aniran (l’ultimo) del mese di Mitera vi sono sette mesi d’estate. Per il tempo più tardo e quello contemporaneo (Bundahish, XXV, 20) dodici mesi e quattro stagioni, e l’inverno comprendeva solo gli ultimi tre mesi dell’anno: Din, Vohuman, Spendarmad. Questa è una tradizione che è abbondantemente confermata dai reperti del Magdaleniano.

    Il II Fargard del Vendidad mostra ora il tempo dell’irruzione di quel terribile inverno, allorché il “bello Yma, possessore di buoni armenti”, il “germe di Vivahvant” regnava sul Vaejah ariano. Ahura Mazda lo aveva esortato a mantenere e custodire la sua religione (II, 3), il che fu recisamente respinto da Yma: “Io non sono fatto, non sono istruito a mantenere e proteggere la religione”. Quindi Ahura Mazda gli avrebbe così parlato: “Allora aiuta il mio mondo a progredire, accresci il mio mondo, allora devi metterti a mia disposizione quale protettore e custode e sorvegliante del mondo”.

    Ciò fa Yma e ottiene da Ahura Mazda i due poteri, la freccia d’oro e la frusta ornata d’oro: lo strale luminoso (5), il simbolo del figlio di Dio, al cui contatto la Terra si apre e si dilata, e la frusta, originariamente il ramo a tre parti, il segno “uomo”, la “verga della vita”, della fede atlantico-nordica nella luce divina.

    “8. E nel regno di Yma trascorsero trecento inverni. Dopo di che la Terra qui gli divenne piena di bestiame minuto e grosso e uomini e cani e uccelli e di rossi fuochi fiammeggianti: non trovarono più posto bestiame minuto e grosso né uomini”.

    “10. Allora Yma andò verso la luce al meriggio, incontro al sentiero del Sole: questo scorticò la Terra colla freccia d’oro; strisciò su di lei con la frusta, così parlando: ‘Cara santa Armatay! Va avanti e spanditi per poter portare bestiame minuto e grosso e uomini”.

    La Terra qui si espande, sì da diventare di un terzo più grande di

    prima. Ancora due volte avviene una simile espansione dell’impero ariano. Poi

    “il raggiante Yma, possessore di begli armenti con i migliori uomini nel Vaejah ariano” organizza un’assemblea su ordine del Creatore Ahura Mazda.

    “22. E disse Ahura Mazda a Yma: ‘O bello Yma, germe di Vivahvant! Sulla materiale e cattiva umanità devono venire gli inverni e in conseguenza di ciò dapprima la nuvolaglia farà nevicare masse di neve dai monti più alti fino a profondità (quali li ha) l’Aretvi.

    23. E (solo) un terzo del bestiame, o Yma, salverà poi la vita (da tutto) ciò che vi è di più fruttifero nei vari luoghi, e ciò che è sulle altezze delle montagne, e ciò che nelle valli dei fiumi si trova di robusti edifici.

    24. Prima dell’inverno questo paese usava portare pascoli d’erbe; più tardi allo scioglimento delle nevi devono scorrere masse d’acqua e apparirà inaccessibile, o Yma, al mondo naturale colà dove si può vedere il passo delle pecore.

    25. Prepara quindi il castello, lungo un Caratav verso ognuno dei quattro lati; proprio qui raduna il seme del bestiame minuto e di quello grosso e uomini e cani e uccelli e di rossi fuochi lucenti. Predisponi poi il castello, lungo un Caratav verso ognuno dei quattro lati, quale stalla per le bestie.

    26. In questo stesso luogo lascia che l’acqua continui a scorrere per una via della larghezza di una hetra e proprio lì disponi dei prati. In quello stesso luogo disponi case e cantine e vestibolo e bastia e circonvallazione.

    27. Proprio in quel luogo porta il seme di tutti gli uomini e le donne, che siano i più grandi e i migliori e più belli di questa Terra. In quello stesso luogo porta assieme il seme di tutti i generi animali che siano i più grandi e i migliori e più belli di questa Terra.

    28. Proprio là raduna il seme di tutte (le) piante, che siano le più alte e più profumate di questa Terra. Proprio là raduna il seme di tutte (le) vivande, che siano le più gustose e profumate della Terra. (Tutti) questi a due a due rendili inesauribili, finché gli uomini staranno nel castello.

    29. Non (devono) poter (venire) là dentro (difetti, imperfezioni, vizi) come: la gobba al petto, la gobba sulla schiena, il latte materno, non la curvatura del corpo, non la deformazione dentaria, non la lebbra, con cui è collegata la separazione (isolamento) delle persone (colpite); e non (altre) piaghe, che sono un contrassegno di Angra Mainyav, (che) è introdotto nell’uomo.

    30. Nella maggior parte del territorio fa’ nove passaggi, nella intermedia sei, nella più piccola tre. Nei passaggi della (divisione) più grande raduna il seme di mille uomini e donne, in (quelli) della intermedia di seicento, in (quelli della) più piccola di trecento; e segnala (i passaggi) con lo strale d’oro e applica al castello un portale luminoso, di luminosità propria (dal di dentro)”.

    Yma opera dunque secondo il comando di Ahura Mazda e installa la Vara, la circonvallazione o fortezza, per preservare il seme dei migliori uomini, animali e piante dalla distruzione, che l’infausto inverno doveva portare sul felice paese.

    “38. Ed egli segnò i passaggi (della fortezza) con lo strale d’oro ed appose alla fortezza una porta luminosa, di luminosità interiore”.

    In questo passo del Vendidad Zarathustra chiede ad Ahura Mazda:

    “39. O creatore del mondo materiale, degno degli asa! Quali candelabri sono quelli, o Ahura Mazda degno degli asa, che là risplendono nella fortezza, che edificò Yma?

    40. Allora disse Ahura Mazda: ‘Sono candelabri eterni e passeggeri. Solo (una volta all’anno) si vedono sorgere e tramontare Sole e Luna e stelle.

    41. E gli (abitanti) considerano un giorno, ciò che invece è un anno”.

    Per la soluzione della nostra questione sull’origine e la patria della razza nordica, questo passo del Vendidad 2, 40-41, è della massima importanza. Gli abitatori della Vara che vengono salvati dall’inverno di Fimbul sono gli uomini eletti, vedono solo “una volta all’anno” sorgere e tramontare il Sole, la Luna e le stelle; e considerano un giorno quello che è un anno.

    La corsa celeste delle costellazioni qui così chiaramente descritta riserva un’unica possibilità per la determinazione del luogo di osservazione: questa può essere avvenuta solo nella regione artica.

    Ancora una volta vogliamo richiamare alla mente il corso degli astri, così come lo stesso si offre allo sguardo dell’uomo artico. Per tutti i popoli della razza nordica il nord è la direzione sacra, secondo cui essi si orientavano. Colà è la sede di Dio, il punto di rotazione dell’orientamento del mondo, dal quale discende il diritto, la direzione celeste dell’imperscrutabile eternità.

    L’indicazione, comune a tutti i popoli indoeuropei, della stella Polare come “stella guida” si richiama ad un’antichissima tradizione: antico nordico leidarstjarna (propriamente “stella del cammino”, da leid, “cammino”), anglosassone ladsteorra, inglese loadstar, lodestar, “stella Polare”, medio basso tedesco leiderstern, olandese leidstar, medio alto tedesco leitstern, nuovo alto tedesco Leitstern. Nel più antico danese si trova qui anche leding, medio b.ted. ledinge, angl. Scipsteorre (stella delle navi), inglese più antico steering star, “stella del timone”. Dopo la scoperta della bussola, l’antico nordico leidarsteinn, ingl. Loadstone, lodestone, fu formato come nome per “magnete” (6). Dalle più antiche rappresentazioni della rosa dei venti, delle direzioni celesti della bussola, il nord viene sempre riprodotto attraverso il giaggiolo stilizzato, che già nel Nord neolitico vale quale simbolo dell’albero della vita, e per sé di nuovo, come il trifoglio, per l’indicazione dell’asse celeste meridionale-settentrionale, è adoperato soltanto per il nord (7).

    Di quali antichissime tradizioni artico-nordiche si tratti qui, risulta da un breve confronto delle indicazioni della stella Polare presso i popoli circumartici. Presso gli Indiani Pawnee del Nebraska, la “stella che non muove” è la principale stella del cielo (8); gli Aztechi del Messico la ritenevano addirittura un essere più alto e più possente del Sole medesimo. Presso i Ciukci il dio principale è quello della Stella Polare (9), come anche a sud in Babilonia, la stella Polare è il trono del supremo dio celeste Anu.

    Nella poesia popolare islandese esso si chiama veraldarnagli, “ago del mondo” (10). Con ciò è da osservare che la indicazione “dio del mondo”, “uomo del mondo”, è un’antichissima denominazione nordico-atlantica del figlio di Dio e del Dio padre. Mentre nella Ynglinga Saga (c. 13) Freyr, originariamente il nome del figlio di Dio del periodo dell'’riete (serie –p-, -f-, -b-), il “Signore”, reca ancora la designazione veraldar god, nel lappone è ancora conservata la più antica denominazione del “periodo dell’alce”, veralden olma, “uomo del mondo”. La stessa designazione della stella polare la troviamo nel finnico taivaan sarana, “angelo del cielo” e pohja nael, “chiodo del fondo (del cielo)” o “del nord” (pohi, “fondo” e “nord”). Allo stesso modo presso i Lapponi esso si chiama bohinavvle, “chiodo del nord”: quando questo scorre via, il cielo cade giù, concezione che ci è tramandata anche dai Celti. I Samoiedi della zona di Turuchansk lo chiamano “chiodo del cielo”, “intorno a cui gira l’intero mondo” (secondo Tretjakov). I Korjaki lo chiamano, come i Ciukci, “stella del chiodo”.

    Colà, dove è il “chiodo del mondo”, si trova la punta del tronco dell’”albero dei mondi”, della “colonna del mondo”, che dunque è “inclinata verso il nord”: il chiodo del mondo rafforza la cima dell’”albero dei mondi”, della “colonna del mondo”, al cielo, quale asse del cielo. I Lapponi scandinavi chiamano la stella Polare veralden tsuold, “colonna del mondo”, i Lapponi russi alme-tsuolda, “colonna del cielo” (11), in cui alme è identico a olma, nome del dio supremo, veralden olma, “uomo dei mondi”, “dio dei mondi”.

    Il “chiodo dei mondi” (veraldarnagli) al culmine della “colonna dei mondi” (veralden tsuold), del sacro simbolo del dio supremo, dell’”uomo dei mondi” (veralden olma), fu da Knud Leems veduto e descritto ancora in una “colonna del mondo” lappone, presso Porsenger (12). Come presso gli Ostjachi, era una trave quadrangolare, al cui termine superiore si trovava un punteruolo di ferro, il veraldarnagli. La “colonna del mondo” stava fra i “due monti”, simbolo del solstizio d’inverno e della divisione dell’anno. (…)

    Torniamo alla tradizione dell’Avesta. In Vendidad, 6, 44, si chiede: “O creatore, onorevole asa! Dove dobbiamo portare il corpo degli uomini morti, o Ahura Mazda? Dove dobbiamo deporlo?”.

    “45. Ahura Mazda risponde: ‘Nei luoghi più alti, o Spitama Zarathustra, in modo che più sicuramente lo possano scorgere i cani divoratori di cadaveri e gli uccelli mangiatori di morti”.

    E: “49. ‘O creatore, venerabile asa! Dove dobbiamo portare le ossa di uomini morti, o Ahura Mazda? Dove dobbiamo deporle?’

    50. Allora disse Ahura Mazda: ‘Occorre predisporre per ciò una costruzione al di sopra del cane, al di sopra della volpe, del lupo, che non possa essere bagnata dal di sopra dall’acqua piovana.

    51. Se gli adoratori di Mazda sono in grado di far ciò, le ossa devono essere deposte nella costruzione su un sostrato di pietra o di calcina o di argilla. Se gli adoratori di Mazda non sono in grado di fare ciò, occorre deporre le ossa per esposizione e illuminazione solare sulla terra, in modo che esse (senza un proprio supporto) costituiscano il loro proprio giaciglio e il loro proprio cuscino”.

    Per la sepoltura provvisoria il morto viene affidato nella sua casa al grembo della Madre Terra. Egli deve però sempre essere dissepolto di nuovo e affidato per il dissolvimento alla luce di Dio. Nella religione mazdea era già un grave peccato, seppellire per una metà dell’anno nella terra l’uomo morto, senza ridisseppellirlo ed esporlo alla luce (Vendidad, 3, 36). Nuovamente indicativo è qui il termine del mezzo anno, che corrisponde con la notte invernale artica. Dopo un mezzo anno, dunque, ogni morto deve essere dissepolto e l’esposizione della salma al sole deve poter avere luogo. Il corpo morto torna più facilmente alla terra attraverso la dissoluzione nella luce, che attraverso il seppellimento. Il ridiventare terra e il risorgere da essa attraverso la luce è il profondo significato cosmico di questo rito (Vendidad, 7, 45-48):

    “45. O creatore, venerabile asa! Entro qual termine una salma, per il fatto di essere stata deposta in terra ed esposta alla luce e al sole, diventa terra?

    46. Disse allora Ahura Mazda: ‘Nel termine di un anno, o Zarathustra, credente negli asa, un cadavere, (per il fatto che) è depositato sulla terra, ed esposto alla luce ed al sole, diventa esso stesso terra.

    47. O creatore, venerabile asa! Entro quale scadenza una salma, che è interrata, diventa essa stessa buona come la terra?

    48. Disse allora Ahura Mazda: ‘Dopo cinquant’anni, o Spitama Zarathustra, un cadavere sotterrato diventa esso stesso come la terra”.

    Questa è stata l’utilizzazione del più antico tipo di dolmen, del dolmen aperto, che cioè sulla sua lastra di copertura il morto fosse composto per la dissoluzione alla luce, e che poi le sue ossa imbiancate potessero essere poste sotto di lui sulla terra. Il pensiero della sepoltura sovraterrena costituisce sempre il significato fondamentale della tomba megalitica, anche nel suo successivo sviluppo. Questo porta all’identità di significato di “casa” e “tomba”. Il dolmen chiuso con entrata è la casa di neve (igloo) paleolitica tramandata quale costruzione di pietra dei popoli artico-nordici, le cui particolarità cultuali vengono ancora fedelmente conservate dai popoli subartici, da Lapponi come da Eschimesi. L’aumento e la densità della popolazione e il clima più caldo dell’ultimo neolitico deve aver ridotto sempre più per motivi igienici l’esposizione delle salme, rendendola possibile soltanto ancora per personalità eminenti. Mentre l’immediata e stabile sepoltura nel grembo della Madre Terra divenne comune. La casa-sepoltura megalitica conserva la sua disposizione e significato quale luogo di composizione della salma. Il suo ingresso è sempre orientato verso i punti del solstizio d’inverno, cioè prevalentemente sud-est, sud e sud-ovest, ma anche da ovest ad est, una ancor più antica tradizione, che risale alla metà dell’anno invernale, alla notte artica invernale.

    Resta l’idea fondamentale che il morto giaccia liberamente composto sulla terra e che la luce solare abbia accesso attraverso il buco nella lastra di pietra o attraverso la porta di legno. Da ciò anche la forma determinata dei geroglifi del solstizio d’inverno, che furono dati a questi fori.

    Hermann Wirth
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Italia arcaica: le origini



    Quando la Grecia si avviava ormai alla denordizzazione, l'altro serbatoio accumulato dall'ondata indoeuropea del 1200 era appena intaccato, e l'Italia successe alla Grecia nella leadership della civiltà classica.

    Che le lingue italiche - e tra esse il latino - siano state diffuse da un tipo razziale relativamente «chiaro», appare verosimile, data la loro provenienza dall'area centroeuropea. Nonostante le proteste del buon Sergi alla fine del secolo («i veri Italici sono gli indigeni neolitici mediterranei»), la più recente antropologia ha riconosciuto la connessione tra i linguaggi italici e il tipo xantocroico (dal greco xanthòs = biondo e chròes = colorazione). Già il Livi, il medico militare che eseguì i primi rilievi antropologici in Italia sulle classi 1867-70, aveva notato due zone di biondismo, una nell'Italia settentrionale (in particolare nella Lombardia occidentale), che egli metteva in relazione con la migrazione longobarda, l'altra più tenue, lungo l'arco dell'Appennino, riconducibile alle più antiche migrazioni italiche.

    Scrive il Sera, nell'Enciclopedia Italiana: «Ma il fatto più singolare che le due grandi carte del Livi pongono in luce, ... è la presenza di una forte componente xantocroica in tutta l'Italia centrale e soprattutto orientale: Umbria, Toscana, Abruzzo e parte settentrionale e orientale dell'Italia meridionale, Molise, Beneventano, Puglia settentrionale, parte settentrionale e orientale della Lucania. Da questa zona si irradierebbero le propaggini disperse del tipo che si riscontrano nelle altre parti della penisola e nella Sicilia... La localizzazione della maggiore massa di questo tipo fa pensare a una provenienza dal Nord e dall'Oriente, cioè che esso sia disceso in Italia seguendo la costa adriatica, senza penetrare addentro nella pianura padana, ma - deduzione assai più importante - sembra che a mano a mano che si discende verso il Sud, esso abbia sede tra i monti. Si può pensare a una preferenza originalmente data a questo ambiente per una minore resistenza del tipo stesso al clima caldo del mezzogiorno italiano, o anche perché il tipo, un tempo esteso alla costa, sia ivi scomparso per fatti di selezione eliminativa. A ogni modo... è chiaro che detto tipo dovette respingere perifericamente una popolazione bruna e branchíoide, che si ha ragione credere fosse autoctona nella regione... E' probabile che questo tipo xantocroico sia disceso in Italia all'epoca del ferro, se non prima, e che sia stato il portatore del linguaggio ariano. La serie preistorica di Alfedena dovrebbe contenere abbondantemente tale tipo».

    Che i popoli italici - e tra essi i Romani - si distinguessero per una maggiore impronta nordica da quelle genti che affondavano le loro radici nella preistoria mediterranea, potrebbe mostrarlo lo stacco esistente tra il carattere nazionale latino-italico da una parte, e quello etrusco dall'altra, stacco tanto più considerevole se si tien conto della vicinanza reciproca e della comunanza di civiltà. Agli Etruschi, con la loro cultura piena di vivacità e di colore, con la loro intuizione sensuale del mondo, ora cupa ora gioiosa, si contrappone la severità rigida, scabra, quiritaria delle genti latine e sabelliche, prolificazioni di un ethnos differente.

    Così un grande interprete dell'antichità ha sintetizzato il carattere nazionale etrusco: «Etrusca era la gioia ai piaceri dell'esistenza, ai conviti, alle donne e ai begli adolescenti, ai giochi scenici, crudeli o comici, alla lotta dei gladiatori, al circo e alla farsa, all'indolenza, amabile e contemplativa... Ma etruschi erano anche l'eroe cavalleresco e il combattente individuale,che agognavano all'avventura e alla fama, profondamente diversi dagli ubbidienti e disciplinati soldati di formazione romana. E come la vita etrusca si svolgeva nell'opposta tensione di riso e crudeltà, di piacere sensuale ed avventura, di indolenza svagata ed affermazione eroica, non diversamente nell'opposizione di cavaliere e dama: la donna dominava sull'uomo e nella casa e prendeva parte anche alla vita pubblica. Una visione femminile del mondo s'esprime in Etruria dovunque ... ».

    E' l'elemento «dionisiaco», lo «schiumante entusiasmo, il piacere e la sfrenata crudeltà dell'antico Mediterraneo», da Schuchhardt contrapposti all'apollineo «alto sentire, accorto agire e misurato decidere del Nord»: come in Grecia l'orfismo, così in Italia gli Etruschi rappresentano il polo «anticlassico».

    Di fronte alla sensuale vivacità delle genti indigene, sta l'ethos dei popoli discesi dal Nord. Sono i duri Sabini (Properzio, 1, 1, 32, 47) con le rigidae Sabinae (Ovidio, Amores, 11, 4, 15), fortissimi viri, severissimi homines (Cicerone, pro Ligario 32; in P. Vattinium 15, 36), avi di forti generazioni di soldati e contadini (rusticorum militum). Sono i Romani con la loro tenuta asciutta, severa, impersonale, le generazioni latine d'età repubblicana che presero le armi contro Annibale prima ancora che la «bionda peluria - flava lanugo - imbiondisse loro le gote» (Silio Italico, Punica, 11, 319), i militi romani dalle «teste bionde» (xanthà kàrena), di cui l'eco è negli "Oracoli Sibillini" (XIV, 346): «Nel senato dell'epoca repubblicana e del quinto fino al primo secolo l'essenza nordica ha sempre dimostrato di essere la forza preponderante e deterrninante: audacia illuminata, attitudine dominata, parola concisa e composta, risoluzione ben meditata, audace senso di dominio. Nelle famiglie senatoriali, anzitutto nel patriziato, e poi nella nobilitas, sorse e cercò di realizzarsi l'idea del vero romano, come una particolare incarnazione romana della natura nordica. In tale modello umano valsero le virtù etiche di impronta nordica: la virilità, virtus, il coraggio, fortitudo, la saggia riflessione, sapientia, la formazione di sé, disciplina, la dignità, gravitas, e il rispetto, pietas... in più quella misurata solennità, solemnitas, che le famiglie senatoriali consideravano come qualcosa di specificamente romano».

    Che questi caratteri spirituali fossero sostenuti da una ben precisa sostanza razziale, è stato affermato dal Sieglin e dal Günther. L'onomastica latina attesta una certa frequenza di caratteri nordici. «Ex habitu corporis Rufos Longosque fecerunt», «dal fisico chiamavano Rufo uno coi capelli rossi, e Longo uno di alta statura»: così Quintiliano ricorda della origine dei nomi propri. Il Sieglin dà una lunga serie di Flavii, Flaviani, Rubii, Rufi, Rufini e Rutilii. Questi nomi sembrano esser stati tradizionali nelle genti Giulia, Licinia, Lucrezia, Sergia, Virginia, Cornelia, Junia, Pompeia, Sempronia: ossia nella più gran parte della classe dirigente romana. La famiglia degli Ahenobarbi (barba di rame) faceva risalire la sua denominazione a una leggenda secondo la quale due giovinetti, messaggeri d'una divinità, avevano toccato la barba d'un guerriero romano che era diventata rossa. L. Gabriel de Mortillet suppone che rutilus, col significato d'un biondo infuocato, sia stato usato soprattutto pel sesso maschile, flavus, un biondo più mite, per le donne. Per l'azzurro degli occhi l'aggettivo comune è caesius donde nomi come Caeso, Caesar, Caesulla, Caesilla, Caesennius e Caesonius.

    Ancora la Historia Augusta (Aelius Verus, 2, 4) spiega Cesare con caesius. Per gli occhi grigi l'aggettivo era ravus o ravidus, donde nomi come Ravilia o Ravilla:

    Raviliae a ravis oculis, quemadmodum a caesiis Caesullae.

    Ad alte stature si riferiscono ì nomi Longus, Longinus, Magnus, Maximus, e anche Macer, Scipio (bastone). Albus, Albinus, Albius indicano colorito chiaro. In appendice all'Incerti auctoris liber de praenominibus, d'epoca tiberiana, si legge che nomi di fanciulla come Rutilia, Caesella, Rodocilia, Murcula e Burra designano capelli e compressioni chiare. Murcula viene da murex, porpora, Rodacilla dal greco rhodax, rosellina, Burra - come anche Burrus - dal greco pyrròs: tutte a colore ductae.

    Che il tipo fisico dei Romani, almeno in epoca repubblicana, dovesse essere abbastanza settentrionale, può mostrarlo anche quel detto tramandato da Orazio:

    hic niger est, hunc tu, Romane, caveto!

    «quello è nero, guardati da lui, Romano!», che esprime una diffidenza spontanea verso l'individuo troppo scuro di pelle che non ha perduto neppure oggi la sua attualità. D'altra parte, la credenza che al momento della morte Proserpina staccasse al moribondo il capello biondo che ognuno doveva portare sul capo (Eneide, IV, 698: nondum illi Ilavom Proserpina vertíce crinem abstulerat), non può che esser sorta in un'epoca in cui i capelli biondi erano comuni tra i Romani.

    Il Sieglin, che ha passato in rassegna le fonti sui caratteri fisici degli antichi Italici, scrive che accanto a 63 biondi sono menzionati solo 17 bruni. Ancora nelle pitture dì Pompei il 75% delle immagini ritrae individui chiari. Sempre secondo il Sieglin, 27 divinità romane sono descritte come bionde, e solo 9 come scure. In particolare, Giove, Marte, Mercurio, Minerva, Proserpina, Cerere, Venere, e anche divinità allegoriche come Pietas, Victoria, Bellona, vengono spesso ritratte come bionde. 10 personaggi delle antiche leggende sono biondi, nessuno bruno. Così delle personalità poetiche: 17 bionde e due brune.

    Caratteri nordici ci sono tramandati di diversi personaggi della storia romana. Rosso di capelli e con gli occhi azzurri era Catone il Censore, questa personalità in cui parvero incarnarsi tutte le più antiche virtù del romano. Biondo e occhiceruleo era Silla, il restauratore. Coi capelli biondi e lisci, occhi chiari, flemmatico e composto nella persona, ci appare Augusto, il fondatore dell'Impero. Cesare aveva occhi e capelli neri, ma complessione bianchissima e alta statura.

    L'ideale fisico d'un popolo s'esprime nell'ideale dei suoi poeti. Tibullo canta una Delia bionda, Ovidio una bionda Corinna e Properzio una bionda Cinzia. Una fanciulla troppo nera non doveva essere molto pregiata se Ovidio (Ars Amandi, 11, 657) suggeriva si nigra est, fusca vocetur. Le lodi maggiori van sempre alla candida puella. Giovenale ci parla della flava puella Ogulnia di nobile stirpe.

    Importante è l'Eneide, per quel suo carattere celebrativo delle origini che fa di Virgilio un poeta «archeologo»,in una specie di passione per lo stile degli antichi Romani, in una esaltazione della latinità. Nell'Eneide tutti i personaggi sono biondi. Così Lavinia (Eneide, XII, 605: filia prima manu flavos Lavinia crinis et roseas laniata genas: flavos è preferibile a floros); Enea, spirante nobiltà nel volto e nelle chiome come avorio cinto d'oro (En. I, 592: quale manus addunt ebori decus, aut ubi flavo - argentum Pariusque lapis circundatur auro); il giovinetto Iulo; Mercurio nella sua apparizione (Eri. IV, 559: et crinis Ilavos et membra decora iuventa), mentre tra i guerrieri è un fulvus Camers di nazione ausonia (X, 562), tanto più notevole in quanto di nessuno dei guerrieri o degli altri personaggi dell'Eneide si dice che abbiano capelli neri. Persino la cartaginese Didone è bionda (IV, 590: flaventisque abscissa comas), così forte è l'inclinazione a vedere antichi eroi ed eroine circonfusi in una nube di biondezza originaria. Anche nei Fasti d'Ovidio, composti con uno stesso intento archeologico e celebrativo, eroi ed eroine dell'antichità romana ci appaiono biondi. Bionda è Lucrezia quando piacque a Tarquinio (forma placet, niveusque color flavique capilli, 11, 763), biondi Romolo e Remo, marzia prole:

    Martia ter senos proles adoleverat annos et suberat flavae iam nova barba comae
    (III, 60).

    Ha scritto il Sieglin: «Gli invasori elleni e italici erano, secondo le non poche testimonianze che possediamo, biondi. Bionda è la maggioranza delle persone di cui ci viene descritto l'aspetto fisico; in particolare erano gli appartenenti alle famiglie nobili che si distinguevano per il colore chiaro della loro pelle e dei loro capelli. In tutte le epoche dell'antichità classica, biondo ebbe il significato di distinto».

    L'epoca aurea della romanità «nordica» va dalle origini alla fine delle guerre puniche. E' l'epoca della repubblica aristocratica, sorta dal patriziato e dai migliori elementi della plebe. E' l'epoca in cui Ennio poté scrivere moribus antiquis res stat romana virisque, in cui i valori romani poggiavano ancora su di un'adeguata base razziale. L'ideale della probitas, dell'integritas, quello del vir frugi, del vir ingenuus, in cui simplex suonava ancora come una lode, è difficilmente riducibile a uno standard meridionale: «L'essenza del "vero romano", del vir ingenuus non si spiega alla luce dell'anima "meridionale", delle popolazioni preitaliche di razza mediterranea, che dovettero invece formare la maggioranza dell'antica plebe, o almeno la plebe della capitale (plebs urbana)» .

    Questo prisco ideale repubblicano d'una severità di contegno derivante non da astratti precetti, ma da una nobile natura di sangue nordico, l'ha espresso Properzio nella figura di Cornelia figlia dell'Africano:

    Mihi natura dedit leges a sanguina ductas
    (IV, 11)

    Già nel Il secolo a.C. son visibili tracce di decadenza. E' lo spopolamento delle campagne, in seguito alla speculazione e al tasso di sangue troppo alto estorto dalle continue guerre. Di qui, le lotte per la riforma agraria, i Gracchi, e le difficoltà sempre crescenti in spedizioni militari di second'ordine, come a Numanzia, o in Numidia. All'epoca di Pirro, e anche a quella d'Annibale, i Romani avevano potuto mettere in campo quante truppe avevano voluto: «I Romani, scrive Plutarco, colmavano senza fatica e senza indugio i vuoti nelle loro truppe come attingendo da una fonte inesauribile». Nel II secolo già il contadinato italico dava segni d'esaurimento. Ma con la scomparsa del contadinato italico, delle forti generazioni contadine che avevano fatto argine contro Annibale «prima ancora che la bionda peluria vestisse le loro guance», incominciava la denordizzazione della romanità.

    Contemporaneamente, i contatti con la grecità decaduta, con l'Oriente levantino, portavano i primi germi di disfacimento in Roma. Syria prima nos victa corrupit, rìconosceva Floro (Epitome, 1, 47). Già alla metà del II secolo il numero degli schiavi eguagliava quello degli Italici, con conseguenze incalcolabili pel tralignamento del carattere nazionale romano. Il tipo del levantino portato schiavo e emancipato, del liberto di razza ignobile ma ricco e potente, diventa sempre più frequente sulla scena romana per dominarvi incontrastato nei secoli dell'Impero. Siri, greculi, ebrei - nationes natae servituti - secondo il severo giudizio romano, diventavano sempre più numerosi, con l'influsso dissolvente della brillante civilizzazione ellenistica. «I nostri cittadini sembrano schiavi della Siria - diceva il nonno di Cicerone - tanto meglio parlano il greco, e tanto più sono corrotti». «Tacciano codesti, cui l'Italia non fu madre, ma matrigna», aveva detto Scipione Nasica di fronte alla turba tumultuante nel foro, una turba d'importazione.

    Al tipo del romano di ceppo italico succedeva una massa anonima sempre più mediterranea e levantina. Anche la ritrattistica permette di osservare l'avvento di tipi sempre più nettamente levantini - specialmente banchieri e uomini d'affari - che si contrappongono al romano nobile d'impronta nordica o nordico-dinarica. Il tipo fortemente scuro e così scarsamente europeo che caratterizza ancora oggi tanta parte della popolazione dell'Italia - color iste servilis, diceva Cicerone - si può far risalire all'invasione di schiavi orientali, Asiatici Graeci, dell'ultima età repubblicana e di quella imperiale. Che questa massa non potesse offrire sostegno alle vecchie istituzioni aristocratiche repubblicane, e avesse bisogno d'un padrone, spiega il trapasso dalla repubblica all'Impero.

    L'ordine imperiale romano era destinato a reggere ancora alcuni secoli - anche perché la Roma repubblicana aveva già sgombrato il campo da tutti i possibili competitori - in un quadro di splendore ma anche nella coscienza d'una crescente putrefazione della società. I confini di Augusto non dovevano più essere ampliati o quasi in quattro secoli d'Impero. Una fioritura culturale non si ebbe più dopo la fine del I secolo d.C. e si perpetuò un accademismo alessandrino. La filosofia dell'epoca è lo stoicismo, l'individualismo orgoglioso e disperato d'un'anima nordica che si chiude in sé stessa di fronte a una società orinai snordizzata che non le può offrire sostegno.

    Malos homines nunc terra educat atque pusillos, lamentava Giovenale (XV, 70). In effetti, la statura minima dell'esercito imperiale era scesa fino a 1,48 e sempre più la Romanorum brevitas contrastava con la Germanorum proceritas (Vigezio, 1, 1). Nonostante che le ultime genti che potevano far risalire le loro origini ai Latini dei Colli Albani, tra cui i Giulii, si fossero estinte agli albori del principato una certa impronta nordica doveva continuare a tralucere tra i membri della classe dirigente dell'Impero. Si potrebbe fare una lunga lista di Cesari biondi: da Augusto a Tiberio, da Caligola a Nerone, da Tito a Traiano, da Claudio a Probo, da Costantino a Valentiniano. I capelli biondi erano sempre pregiati nella bellezza femminile - Poppea era bionda - e le donne romane se li tingevano (summa cum diligente capillos cinere rutilarunt, Valerio Massimo, 11, 1, 5) o mettevano parrucche di capelli tagliati alle prigioniere germaniche. Ma la sostanza era che l'Impero Romano andava lentamente soggiacendo a una totale orientalizzazione.

    La capacità dell'impero di reggersi nei secoli si dovette alla forza della forma politico-spirituale creata da Roma. Una forma spirituale è creata da un certo tipo razziale, ma almeno in parte gli sopravvive, almeno finché trova una materia umana segnata anche da una minima parte di quel sangue. Ma una volta che anche l'ultima parte del sangue originario è perduta, non resta che una forma vuota, incapace di influenzare una materia umana totalmente recidiva. L'arco della romanità è compreso tra le due affermazioni - moribus antiquis res stat romana virisque - in cui l'età repubblicana aveva orgogliosamente affermato la disponibilìtà d'un'adeguata sostanza razziale, e quell'altra - mores enim ipsi interierunt virorum penuria - con cui la romanità ammetteva l'incapacità di perpetuarsi in un ambiente umano ormai levantino.

    Al vecchio contadinato italico d'impronta nordica, quasi estinto (la desolazione e lo spopolarnento dell'Italia, la vastatio Italiae, è un tema comune della pubblicistica d'età imperiale) poté surrogare, fino al II secolo d.C., la romanità dei coloni delle provincie, delle guarnigioni periferiche. Poi, estinto anche questo flusso d'italicità provinciale da cui erano usciti Traiano, Adriano, Marc'Aurelio, l'orientalizzazione procedette inarrestabile con una rapidità di cui testimoniano il diffondersi dei nomi greci e i successi del cristianesimo. Il cristianesimo, uscito dalle viscere della nazione ebraica - multitudo iudaeorum flagrans nonnunquam in contionibus, civitas tam suspiciosa et malefica - viene dall'Oriente, si afferma nelle province orientali, e incontra resistenza nella parte europea dell'Impero, tranne nelle regioni marittime conquistate dal cosmopolitismo orientalizzante. Col cristianesimo si diffonde anche un nuovo ideale fisico orientale, presto visibile nei mosaici e negli ipogei. Il cristianesimo nell'Impero Romano, una fede di individui politicamente, economicamente e spiritualmente poveri, era la religione dello strato più basso della popolazione, di immigrati d'origine orientale e africana, i quali non erano sensibili né allo spirito ellenico né all'arte politica di Roma.

    L'ultima resistenza nordica ed europea contro l'orientalizzazione del mondo classico - la penetrazione eccessiva di elementi estranei nell'impero Romano mediante la diffusione della concezione della vita e della religiosità dell'Oriente - viene da parte degli Illirici, questa gente di soldati bionda e grande, che darà a Roma Aureliano, Decio, Diocleziano. E', sotto il segno del Sole Invitto, la reazione dei provinciali, degli europei, dei legionari, contro la levantinizzazione dell'Impero e la civiltà cristiano-cosmopolitica. E' l'estremo baluardo del paganesimo contro i demagoghi dell'Oriente e, insieme, la difesa del danarium romano e della piccola borghesia italica contro l'oro dell'Oriente. La svalutazione, e il trasferimento della capitale a Costantinopoli, nel cuore dell'Oriente cristiano e antiromano, segnano la fine della romanità europea di ceppo nordico. Invano il poeta Prudenzio doveva mettere in versi la speranza che l'Impero si rinnovasse e che i capelli della Dea Roma «divenissero di nuovo biondi» (rursus flavescere): la Roma indoeuropea non era più.

    Paradossalmente, l'Impero dovette ancora un secolo di vita ai suoi più acerrimi avversari, i Germani. Come alla romanità italica d'epoca repubblicana era succeduta la romanità italico-provinciale del principato, come a essa era succeduta, alla metà del II secolo, la romanità illirica dei legionari e delle guarnigioni, così nell'ultimo secolo di Roma prese forma una romanità-germanica la cui eco giunge fino a Teodorico.

    L'esercito romano del IV secolo è già completamente germanizzato, germanici i suoi generali, da Stilicone a Ezio, mentre sui vessilli delle legioni conservatici dalla Notitia Dignitatum stanno le rune del sole, del cervo: i primordiali simboli della Valcamonica ritornano, per un attimo ancora, nella luce morente dello splendore romano. E' significativo come per questi Germani la parola «romano» abbia acquistato il significato di «imbelle», «malfido». Il «romano» è ormai, nell'accezione corrente, un tipo umano piccolo, nero, gesticolante, accorto e abile, ma anche vile e falso, esattamente come era apparso il graeculus ai Romani d'età repubblicana, e come Platone, a sua volta in una Grecia non ancora snordizzata - aveva descritto Siri ed Egiziani. Questo trapasso di significati può illustrare meglio di ogni altro esempio la parabola discendente della civiltà classica. I popoli parlanti greco e latino nel secolo V d.C., serbavano l'eredità linguistica (Sprachenerbe) degli Elleni e degli Italici indoeuropei, non quella del sangue (Blutserbe).

    I Germani si stanziarono dapprima entro la cinta dell'Impero come coloni e federati. Presero possesso delle campagne ormai spopolate e schiave dei pochi centri urbani e marittimi dipendenti dall'Oriente (Roma, Ravenna). Si fecero accogliere come soldati, coloni, contadini, poi quando l'esaurimento biologico e spirituale della romanità fu troppo grande per restar loro velato dal residuo mito di Roma - si imposero come condottieri, difensori, padroni. Ma con i Germani tornava a penetrare nel bacino mediterraneo quello stesso elemento nordico che già nella preistoria aveva indirizzato in senso «europeo» l'Europa del Sud. La Scandinavia è di nuovo madre di popoli - Scandia insula quasi vagina populorum velut officina gentium: Goti del Vástergótland, Burgundi di Bornholm (Burgundholmr), Vandali del Vendsyssel. Di nuovo la Germania è madre di bionde nazioni: ai biondi Indiani, Persiani, Elleni, Italici, succedono i biondi Franchi, Lombardi, Goti, che vanno a rinsanguare l'esausta Romània.

    Nasce un nuovo cielo di civiltà, la civiltà romanica-germanica dell'Occidente: romanica, non più romana, perché anche i popoli latini sono trasformati nella loro sostanza dall'apporto germanico. Una nuova élite nordica rinsangua l'Europa col suo «sangue azzurro» - sangre azul, come apparve alle popolazioni scure della Spagna la pelle rosea e mostrante le vene dei loro signori visigoti. Sono i «figli dei biondi» - i beni asfar, come apparvero agli Arabi quei crociati che, paradossalmente, rovesciavano il movimento Oriente-Occidente invertito da Costantino ottocento anni prima, e colpivano nell'Islam quella cultura arabomagica che proprio col cristianesimo era mossa alla conquista dell'Europa . Sono i cavalieri tedeschi - decor flavae Germaniae - che col Sacro Romano Impero di nazione germanica rialzano il simbolo imperiale dell'Occidente.



    Adriano Romualdi


    articolo tratto dal libro Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni, Edizioni di Ar, Padova 1978.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Degli Iperborei, il popolo che dimorava nell'estremo Settentrione, si trova menzione presso numerosi autori dell'antichità latina e greca.

    La prima testimonianza risale a Ecateo di Mileto (VI sec. A. C.), che li situa all'estremo nord della terra, tra l'Oceano e i Monti Rifei.

    Dati analoghi, ma più ampi, vengono forniti da Erodoto, che scrive: "Aristea di Proconneso figlio di Castrobio, componendo un poema epico, disse di essere arrivato, invasato da Febo, presso gli Issedoni e che al di là degli Issedoni abitano gli Arimaspi, uomini monocoli, e al di là di questi i grifi custodi dell'oro, e oltre a questi gli Iperborei, che si estendono fino ad un mare. Tutti costoro, eccetto gli Iperborei, a cominciare dagli Arimaspi aggrediscono di continuo i loro vicini; e così dagli Arimaspi furono scacciati dal loro paese gli Issedoni, dagli Issedoni gli Sciti; e i Cimmeri, che abitano sul mare australe, premuti dagli Sciti, abbandonarono il paese" (IV, 13). Ecateo di Abdera (IV-III sec. a. C.), autore di un'opera Sugli Iperborei di cui ci son pervenuti solo alcuni frammenti, li colloca anch'egli a nord, in un'isola dell'Oceano "non minore della Sicilia per estensione". Su questa isola, dalla quale è possibile vedere la luna da vicino, i tre figli di Borea rendono culto ad Apollo, accompagnati dal canto di una schiera di cigni originari dei Monti Rifei.

    Altre citazioni si trovano nel primo Inno a Dioniso pseudomerico, in Pindaro, in Eschilo, in Diodoro Siculo, in Luciano. Da parte sua, Strabone colloca gli Iperborei tra il Mar Nero, il Danubio e l'Adriatico: "Tutti i popoli verso nord ebbero nome, da parte degli storici greci, di Sciti o Celtosciti, ma gli scrittori dei tempi ancora più antichi, ponendo distinzioni tra loro, chiamavano Iperborei quelli che vivevano intorno al Ponto Eusino, all'Istro e all'Adriatico" (Geografia, 11, 6, 2).

    Tra i latini, troviamo questo passo di Virgilio: "tale è la gente selvaggia che sotto l'iperboreo Settentrione viene sferzata dal vento rifeo e si avvolge il corpo in fulve pellicce di animali" (Georgiche, 3, 381-383). Ma la testimonianza più ricca è quella di Plinio il Vecchio: "Poi ci sono i Monti Rifei e la regione chiamata Pterophoros per la frequente caduta di neve, a somiglianza di piume, una parte del mondo condannata dalla natura ed immersa in una densa oscurità, occupata solo dall'azione del gelo e dai freddi ricettacoli dell'Aquilone. Dietro quelle montagne e al di là dell'Aquilone, un popolo fortunato (se crediamo), che hanno chiamato Iperborei, vive fino a vecchiaia, famoso per leggendari prodigi. Si crede che in quel luogo siano i cardini del mondo e gli estremi limiti delle rivoluzioni delle stelle, con sei mesi di chiaro e un solo giorno senza sole; non, come hanno detto gl'inesperti, dall'equinozio di primavera fino all'autunno: per loro il sole sorge una volta all'anno, nel solstizio d'estate, e tramonta una volta, nel solstizio d'inverno. È una regione luminosa con clima mite, priva di ogni nocivo flagello. Hanno per case boschi e foreste, venerano gli dèi profondamente e in comune, la discordia e ogni malattia sono loro ignote. Non c'è morte, se non per sazietà di vita, dopo i banchetti e nella vecchiaia colma di conforto; si gettano in mare da una rupe: questo tipo di sepoltura è il più felice (..). Non si può dubitare di quel popolo: tanti autori tramandano che essi sono soliti inviare a Delo, ad Apollo, da loro venerato tra tutti, le primizie delle messi. Le portavano alcune fanciulle, venerate per alcuni anni dall'ospitalità dei popoli, finché, essendo stato violato il patto, essi decisero di deporre le sacre offerte sui confini degli abitanti più vicini, affinché questi le passassero ai loro vicini, e così fino a Delo" (Naturalis Historia, IV, 88-91).

    A nostro parere, un'eco del tema iperboreo potrebbe essere individuata nella stessa Odissea. Come è stato osservato, "il primo autore classico in cui l'idea di Settentrione sembra assumere connotazioni riducibili a termini reali è l'autore dell'Odissea i cui versi danno un'idea precisa di che cosa significasse il Nord per i Mediterranei. Quando Ulisse scende agli inferi ne trova l'ingresso nel paese dei Cimmeri, oscuro e gelido. Sia della Cimmeria che di Lestrigonia, dove d'estate regna la luminosità continua, Omero aveva avuto notizia tramite i mercanti che frequentavano i porti del Mar Nero settentrionale, dove i Greci si erano stabiliti a partire dall'VIII secolo" (1). In realtà, di ciò che accade nelle zone settentrionali del globo terrestre i Greci poterono avere notizia già in età micenea, quando importavano l'ambra dal Baltico. Ma non è escluso che il decimo libro dell'Odissea abbia custodito un elemento relativo all'originario stanziamento dei popoli indoeuropei nella zona artica e subartica, così come elementi analoghi sono stati conservati dagli inni vedici, secondo quanto ha dimostrato Bâl Gangâdhar Tilak (2).

    A Telepilo Lestrigonia infatti, secondo quanto dice l'aedo, "rientrando il pastore chiama il pastore, e questo uscendo risponde. Qui un uomo insonne (àypnos) riscuoterebbe due paghe: una pascolando buoi, l'altra pascolando candide greggi; infatti sono vicini i sentieri della Notte e del Dì" (Od., X, 82-86). In altre parole, un pastore che fosse in grado di rimanere continuamente sveglio potrebbe svolgere un doppio turno di lavoro, perché nella terra dei Lestrigoni la durata della luce diurna è di circa ventiquattro ore. (L'immagine dei sentieri del Dì e della Notte si chiarisce in questo senso, se la confrontiamo con Esiodo, Theog., 746 ss.).

    Il fenomeno descritto da Omero trova riscontro in ciò che effettivamente avviene nell'estremo Settentrione; e anche il nome di Lamo (Làmos), citato nel brano in questione, richiama curiosamente, come è stato osservato, quello di Lamøy, un'isola vicina alle coste settentrionali della Norvegia (3). Infine, non bisogna trascurare il fatto che "Telepilo Lestrigonia" potrebbe benissimo significare "Lestrigonia Porte-Lontane", nel qual caso avremmo un sintagma analogo ad "ultima Tule".



    *


    Un antico testo taoista, il Lieh-tzu o Vero libro della sublime virtù del cavo e del vuoto, contiene una lunga descrizione di un paese, il regno dell'Estremo Settentrione, che si trova a nord del mare settentrionale, "non so a quante migliaia o decine di migliaia di li dalle province centrali". Questo paese, in cui le condizioni climatiche sono miti ("non c'è vento e pioggia, gelo e rugiada"), "non dà vita ad uccelli e ad animali, ad insetti e a pesci, ad erbe e ad alberi". La geografia di questo paese richiama, per alcuni versi, certe descrizioni del paradiso: "Tra i quattro lati è completamente piatto ed è circondato da ripide colline. Nel mezzo del regno c'è una montagna a forma di orcio, chiamata Hu-ling, sulla cui sommità c'è un orificio a forma di braccialetto rotondo, detto Antro dell'Abbondanza, dal quale zampilla un'acqua chiamata Polla Sovrannaturale: ha un odore più forte di quello delle orchidee e delle spezie, un sapore più forte di quello del mosto. Questa sola sorgente, dividendosi, forma quattro corsi d'acqua, che fluiscono verso il basso della montagna e scorrono ad irrigare tutto il paese".

    Gli abitanti dell'Estremo Settentrione, prosegue il Lieh-tzu, vivono una vita felice. "Essendo di carattere gentile e compiacente, non litigano e non contendono; avendo il cuore molle e le ossa deboli, non sono alteri né servili; vivendo separati anziani e giovani, non hanno principi né sudditi; andando frammisti uomini e donne, non hanno paraninfi e sponsali; vivendo in vicinanza dell'acqua, non arano e non seminano; essendo il clima mite e uniforme, non tessono e non si vestono. Muoiono a cent'anni, senza morti premature o malattie; il popolo si moltiplica a iosa, gode di piaceri e di gioie e non conosce decadimento e vecchiaia, tristezza e dolore. Per costume sono amanti della musica e, prendendosi per mano, cantano a turno senza mai smettere per tutto il giorno. Quando hanno fame e sono stanchi, bevono alla Polla Sovrannaturale e ne sono rinfrancati nelle forze e nella volontà, se eccedono si ubriacano e tornano sobri dopo dieci giorni. Bagnandosi nella Polla Sovrannaturale, la loro pelle diviene liscia e lucida e la fragranza svanisce solo dopo dieci giorni" (4).



    *


    I temi del paradiso iperboreo e dell'origine polare, attestati nelle forme tradizionali più antiche, si ripresentano congiuntamente, in modo definitivo, nella forma tradizionale più recente, quella islamica, la quale ha situato nell'estremo Settentrione la "terra celeste" di Hûrqalyâ. Questa dottrina, esposta nell'età contemporanea dalle scuole sciite shaykhî e ishrâqî, riprende il tema mazdaico della "Terra trasfigurata": infatti il geografo Yaqût affermava che il monte Qâf, la "madre di tutte le montagne" da cui parte la via polare verso Allâh, un tempo si chiamava Alborz. Henry Corbin, da parte sua, avverte che l'Oriente di cui parla la cosmologia di Avicenna deve essere cercato nella "dimensione polare", e non nell'est indicato dalle nostre carte geografiche. "Infatti - spiega Corbin - questo Oriente è il polo celeste, il 'centro' di ogni orientamento concepibile. Bisogna cercarlo nella direzione del Nord cosmico, quella della 'Terra di luce'" (5). Nel suo Libro dell'Uomo Perfetto (Kitâb al-insân al-kâmil), cAbd al-Karîm al-Jîlî (1365-1403) parla di un luogo che in Corano, VII, 44 e 46 è designato col nome di al-Acrâf ("le Altezze") e in LIV, 55 è definito "soggiorno di verità, presso un re potente". Chi dimora in questo luogo è un "desto", un "vegliante" (in arabo yaqzân, equivalente all'omerico àypnos); d'altronde il vicino paese dell'angelo Yûh, sul quale regna Sayyidn`â al-Khidr, è il paese del sole di mezzanotte, nel quale non vige l'obbligo della preghiera rituale della sera (salât al-maghreb), perché ivi l'alba precede il tramonto.



    *


    "Dov'era, dove non era, di là dai sette paesi e un settimo, di là dalla Montagna di Vetro, di là dal mare di Operencia, c'era una volta..." (6) Nel motivo dei "sei paesi e un settimo" (hetedhétország) o dei "sette mondi" (hétvilág), che compare nel consueto incipit delle fiabe popolari ungheresi, il folclore magiaro ha conservato il residuo fossile di un elemento di dottrina tradizionale ampiamente diffuso nelle culture dell'Eurasia. I "sette paesi" o "sette mondi" della tradizione magiara trovano infatti riscontro nella geografia sacra dei Purâna indù, che parlano di sette dwîpa, cioè di sette "isole" continentali emerse l'una dopo l'altra. Ma il motivo delle "sette terre" è presente anche nella geografia tradizionale iranica, la quale distingue sette keshvar (avest. karshvar), sette "climi", che sono in realtà sette zone della Terra. Il keshvar centrale, che rappresenta lo spazio terrestre attualmente accessibile agli uomini, è stato a sua volta suddiviso (per esempio da al-Bîrûnî) nelle sette regioni seguenti: 1) India, 2) Arabia e Abissinia, 3) Siria ed Egitto, 4) Iran, 5) Bisanzio e mondo slavo, 6) Turkestan, 7) Cina e Tibet. Nell'esoterismo islamico, le "sette terre" rappresentano sette diverse categorie (tabaqât) dell'esistenza terrena: ciascuna è governata da un Polo (Qutb) e i sette Poli sono subordinati al Polo Supremo (al-Qutb al-Ghawth). Ai sette Poli dell'Islam (ai sette rsi dell'India, ai sette saggi dell'antichità greca ecc.) corrispondono i sette Magyar (hetumoger) di cui parlano le Cronache medioevali, i hét vezér delle tribù ugriche guidate da Árpád.

    Di là dai "sette paesi", di là dai "sette mondi", tra gli altri personaggi fiabeschi c'è anche il Forte Giovanni (Erös János, Erös Jancsi). In questo personaggio (che corrisponde al Batyr Ivan delle favole ciuvasse e allo Starker Hans di quelle tedesche) troviamo il riflesso fiabesco di tutta una serie di mitici "fanciulli divini", alla quale, come ha mostrato Károly Kerényi (7), appartengono anche il Kullervo del Kalevala e il Mir-susne-hum della mitologia vogula. Alcune favole raccontano che il Forte János è figlio di una vedova, come Parsifal, come Mani; altre dicono che non ha né padre né madre: come Melchisedec (Ebrei, 7, 3), che alcuni identificano con Sayyidnâ` al-Khidr. D'altronde, la figura del "fanciullo divino" allude anch'essa a un'arché; e spesso a questa arché si accompagnano riferimenti "polari" ed iperborei.

    In una favola il Forte János si fa obbedire da un orso che egli ha trovato nella foresta; alcune varianti spiegano l'eccezionale forza fisica del ragazzo attribuendone la paternità ad un orso. E' noto che il simbolo dell'orso corrisponde, in una delle sue valenze, al Nord: ce lo ricorda l'Orsa Maggiore, ma anche la terminologia geografica ed astronomica relativa al Nord, che in varie lingue trae origine dal greco àrktos ("orso"). Ma, secondo la tradizione indù, la settentrionale "terra dell'orso" era stata precedentemente la "terra del cinghiale", Vârâhî, perché il cinghiale (in sanscrito varâha) simboleggia la terza "discesa" di Vishnu nell'attuale manvantara, ossia nel presente ciclo di umanità. Tale cambiamento di denominazione, spiega René Guénon, sarebbe l'effetto di una rivolta della casta guerriera contro quella sacerdotale, rivolta alla quale pose termine il sesto avatâra di Vishnu, Parashu-Râma.

    Ora, se il Forte János si limitasse a sottomettere l'orso, il suo ruolo sarebbe identico a quello di Parashu-Râma e l'eroe della favola ungherese sarebbe una variante folclorica della figura dell'avatâra. Anzi, per rimanere in ambito ugrofinnico, János si identificherebbe con Mir-susne-hum, che insegue l'orso e lo sconfigge. Ma János riunisce intorno alla propria persona sia l'orso sia i cinghiali, quasi a dimostrazione del fatto che "i due simboli del cinghiale e dell'orso non appaiono sempre necessariamente in opposizione o in lotta, ma, in certi casi, possono anche rappresentare l'autorità spirituale e il potere temporale, o le due caste dei druidi e dei cavalieri, nei loro rapporti normali e armonici" (8). Dunque, se l'abbinamento dei simboli in questa favola non è casuale, essa dovrebbe alludere a un'epoca remota in cui tra le due funzioni esisteva ancora una perfetta armonia.

    Infine, un'osservazione sul nome del protagonista. Nel suo studio sulla "Dacia iperborea" (9), Geticus (alias Vasile Lovinescu) ha riportato il nome Ion (Giovanni), che secondo la sua interpretazione designa il "Re del Mondo" nella tradizione popolare romena, al nome di Janus, il dio che regnò sul Lazio nell'età dell'oro. Ma si potrebbe aggiungere che il latino Janus, indipendentemente da ogni considerazione propriamente etimologica, presenta una curiosa assonanza anche con l'ungherese János; e a questa fortuita analogia fonetica tra i due nomi si aggiunge una analogia sostanziale tra le due figure, perché tanto il bifronte Janus quanto lo János dominatore di orsi e cinghiali rappresentano un'unità primordiale non ancora dissociata nella dualità.

    La tesi di Geticus-Lovinescu è nota. A suo parere la Dacia sarebbe stata, in un certo periodo dell'antichità, la sede di un centro spirituale di origine iperborea; in altri termini gl'Iperborei, spostandosi dall'originaria sede settentrionale verso il sud, avrebbero sostato nel territorio compreso tra il Danubio e i Carpazi e ne avrebbero fatto una loro sede secondaria. Al fine di suffragare un tale assunto, l'autore della Dacia iperborea passa in rassegna un vasto materiale documentario, desunto sostanzialmente dall'opera di Densuçianu (10): il folclore, la toponomastica, la numismatica, le fonti greche e latine, la stessa storia dei Principati romeni secondo Geticus-Lovinescu avvalora l'ipotesi per cui la tradizione dacica sarebbe sopravvissuta fino a tempi relativamente recenti.

    Geticus-Lovinescu espose tali vedute in una serie di articoli che apparvero su "Études Traditionnelles" tra il 1936 e il 1937. Questi scritti hanno avuto più ampia risonanza cinquant'anni più tardi, quando, in seguito all'edizione italiana del 1984 e a quella francese del 1987, Vintila Horia ne parlò con ammirazione, mentre in Romania Virgil Candea ebbe modo di richiamare l'attenzione sull'immagine della Dacia arcaica tracciata da "B.P. Hasdeu, Nicola Densuçianu, Mihail Sadoveanu, Matila Ghyka, Mircea Eliade, Mihai Valsan, Mihai Avramescu, Vasile (e anche Horia) Lovinescu, Nichita St[nescu, per citare soltanto quegli autori scomparsi che hanno coltivato la philosophia perennis con mezzi, ambizioni e risultati differenti" (11). L'edizione francese, in particolare, destò l'interesse di studiosi quali Charles Ridoux e Paul Georges Sansonetti; quest'ultimo, allievo di Henry Corbin e Gilbert Durand, tenne alla Sorbona un corso sulla "Dacia iperborea".

    Le indicazioni contenute nella Dacia iperborea hanno ricevuto un certo sviluppo in Russia, negli scritti di Aleksandr Dugin, che già nel 1991 faceva circolare in samizdat una sua Giperborejskaja teorija (12). Scrive Dugin: "La 'Dacia iperborea' di Geticus rappresenta il polo comune di due circoli opposti: il circolo meridionale mediterraneo e il circolo settentrionale (..) russo-slavo (nel quale rientrano anche le componenti balto-scandinave). (..) Comunque sia, la 'Dacia iperborea' rappresentava il limite meridionale della Gardarika-Russia iperborea, concentrando in sé le energie sacrali del Nord e i motivi mitici iperboreo-solari. Però, la sua posizione intermedia tra i due circoli suddetti fa sì che essa svolga una funzione davvero particolare all'interno della 'economia del sacro', sicché si spiega in parte il radicarsi delle tendenze iperboree sul territorio romeno" (13). Sempre in Russia, nel 1997 Valerij Diomin ha guidato una spedizione scientifica nella Penisola di Kola, dove sono stati scoperti i resti di una civiltà che dovrebbe risalire a ventimila anni fa. Riferendosi ai risultati di quella spedizione, la stampa russa annunciava che l'Iperborea, "culla di tutti i popoli indoeuropei (..) non soltanto è esistita, ma si trovava sul territorio del Settentrione russo" (14).


    Claudio Mutti


    1 Luigi De Anna, Conoscenza e immagine della Finlandia e del Settentrione nella cultura classico-medievale, Turun Yliopisto, Turku 1988, pp. 17-18.

    2 Bâl Gangâdhar Tilak, The Arctic Home in the Vedas, trad. it. La dimora artica nei Veda, Ecig, Genova 1986.

    3 Felice Vinci, Homericus nuncius. Il mondo di Omero nel Baltico, Solfanelli, Chieti 1993, p. 45.

    4 Testi taoisti, trad. di F. Tomassini, Utet, Torino 1977, pp. 275-276.

    5 Henry Corbin, Corpo spirituale e Terra celeste, Adelphi, Milano 1986, p. 94.

    6 Cfr. Anikó Steiner, Sciamanesimo e folclore, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma 1980, p. 26.

    7 Carl G. Jung e Károly Kerényi, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, Boringhieri, Torino 1972.

    8 René Guénon, Simboli della Scienza sacra, Adelphi, Torino 1975, pp. 150-151.

    9 Geticus, La Dacia iperborea, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma, 1984.

    10 Nicolae Densusianu, Dacia preistorica, editia a II-a, studiu introductiv si note de Manole Neagoe, Editura Meridiane, Bucuresti 1986.

    11 Virgil Cândea, Viziuni ale Daciei arhaice în perspectiva istoriei ideilor, "Viata Româneasca", nn. 2, febbraio 1990, p. 41.

    12 Edizione a stampa: Aleksandr Dugin, Giperborejskaja teorija, Arktogeja, Moskva 1993.

    13 Alexandr Duguin, Rusia. El misterio de Eurasia, Grupo Libro 88, Madrid 1992, pp. 67-72.

    14 Vittorio Strada, Scoperta Iperborea. Nuova linfa per i neonazisti russi, "Corriere della Sera", 19 aprile 1998.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Il simbolismo dell'ascia



    Questa parola è giunta alla nostra lingua quasi del tutto immutata nel corso dei millennî. Corrisponde infatti al latino ascia, che deriva a sua volta alla forma indoeuropea *aksi/*agwesi, che gli studiosi hanno ricostituito sulla base della comparazione del termine latino con il gotico aqizi, l’antico alto tedesco ackus (tedesco moderno Axt, inglese ax, adze) e il greco axi(on). È necessario precisare, però, che questa è la forma indoeuropea occidentale; è stata ricostruita anche quella orientale, cioè *peleku-, sulla base del raffronto del greco e del sanscrito. Nel simbolismo il pellicano, attraverso un processo assai interessante, è stato assimilato all’ascia per via del suo grande e caratteristico becco.

    L’ascia ha un’importanza enorme, per quanto ci testimonia dell’arcaico passato indoeuropeo. Adams e Mallory spiegano che durante il Neolitico le asce in Eurasia erano fatte con selce scheggiata o con altri tipi di pietre lavorabili. Inoltre spesso erano semplici asce piatte, ma in alcune culture neolitiche più tarde iniziarono a comparire perforate, perché vi si potesse inserire il manico. Sono queste a essere definite "asce da battaglia", "e quando si trovano nelle tombe, come per esempio quelle della cultura della ceramica cordata (in quelle parti dell’Europa del Nord in cui si parla di "cultura dell’ascia da battaglia"), esse sono chiaramente strumenti o armi maschili". Emblemi, cioè, di una società patriarcale e guerriera, poiché, come ben scrisse Adriano Romualdi, "la cultura nordica non presenta tracce di matriarcato: gli idoli femminili mancano… la salda struttura familiare, tradizioni di caccia e di guerra, attestano una cultura eminentemente virile". E. Sprockhoff svolse osservazioni estremamente interessanti sull’ascia da guerra nell’antica cultura megalitica, assimilando l’ascia primordiale al dio del Tuono, che in tempi remoti sarebbe stato anche dio del Cielo e del Sole. A tale possente divinità, secondo lo studioso tedesco, "sono consacrate le asce di ambra e di creta, come pure le asce in miniatura. Come la donna germanica dei tempi successivi portava il martello di Thor quale ornamento d’argento appeso a una catenella, così le popolazioni nordiche della più remota età della pietra portavano al collo, quale ornamento, perle d’ambra a forma di ascia bipenne, simbolo del dio del tuono di quei giorni, un dio che oggi è per noi senza nome. L’ascia di guerra diventò semplicemente il simbolo della più alta divinità" (Die nordische Megalithkultur).

    L’irruzione dell’ascia da guerra verso il meridione e l’oriente, testimoniata dai ritrovamenti archeologici, ci mostra le fasi della penetrazione indoeuropea, identificabile persino nella spinta estrema dei Cimmeri e dei Tocari: "la concreta testimonianza di questa migrazione", scrisse Romualdi, "è l’improvviso arrivo in Cina di una quantità di armi occidentali, databili in Europa dal 1100 all’800 a.C., e che non hanno in Asia nessun precedente". L’ascia è insomma, allo stesso tempo, simbolo del dio celeste supremo e dello spirito creatore dei nostri lontani avi.


    Alberto Lombardo


    Tratto dal quotidiano La Padania, del 14 ottobre 2001.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Indoeuropei, le nostre radici



    Di recente, sull'onda di circostanze emblematiche quali l'estensione dell'Unione Europea a diversi Stati dell'area orientale, si è fatto un gran parlare di radici culturali e spirituali dell'Europa. Moltissime voci autorevoli sono intervenute nel dibattito, sottolineando diverse "cifre" comuni della storia e della forma mentis europea (grecità, cristianesimo, umanesimo, attitudine scientifica etc.). Quasi nessuno, però, ha portato lo sguardo verso le origini comuni. Molti ancora muovono dall'idea, non errata ma insufficiente, che diversi popoli ed etnie abbiano forgiato altrettante comunità e nazioni europee, distinte nelle lingue e nelle tradizioni, che ebbero semplicemente la ventura di vivere in terre confinanti, e che pertanto svilupparono una serie di contatti commerciali, culturali e storici di vario genere, dando così forma e origine alla moderna Europa.

    È necessario aprire lo sguardo a orizzonti più vasti e lontani, verso un passato più risalente ma non per questo a noi meno vicino. Celti, Germani, Romani, Veneti, Greci, Albanesi, Slavi e Baltici sono popoli che si formarono in seguito a più diaspore di un'ampia comunità: un popolo unitario, che aveva una medesima lingua, (poi differenziatasi in dialetti, divenuti lingue), una medesima organizzazione sociale e politica, un medesimo sentimento del mondo e del sacro. Gli Indoeuropei, come li chiamiamo oggi, sono i nostri antichi progenitori comuni.

    Di origine indoeuropea sono la stragrande maggioranza delle lingue oggi parlate in Europa (le eccezioni sono il basco e le lingue ugrofinniche, di cui in Europa sopravvivono l'ungherese e il finlandese, che pure hanno assorbito molti termini indoeuropei), così come nel resto del mondo: si calcola che su circa il 90% delle terre emerse si parlino lingue indoeuropee. Il motivo di questa diffusione è probabilmente duplice: vi è una ragione esterna, cioè la vocazione storica alla conquista dei popoli indoeuropei, che imposero via via i loro linguaggi; e una interna, da ricercarsi nella pregevole adattabilità ed "esportabilità" dei modelli linguistici indoeuropei: come è stato, in passato, per il latino o lo spagnolo, così avviene oggi con l'inglese.

    Le grandi migrazioni iniziano tra il quarto e il terzo millennio a.C., dopo la definitiva scomparsa dell'ultimo periodo glaciale. Ampie comunità di cacciatori, nuovamente coagulate, iniziano a sciamare da una vasta area nordica che, secondo l'interpretazione più verosimile, si estendeva nello spazio compreso tra la Scania, le rive meridionali e orientali del Baltico e le propaggini occidentali delle steppe caucasiche. Presto nasceranno la civiltà indiana e quella persiana: allo stesso modo le asce e il carro da guerra segneranno l'arrivo degli Indoeuropei in Anatolia, così come nel bacino del Tarim e nella regione dello Xinjiang, in Cina, si stabilirà la popolazione dei Tocari.

    Ovunque l'arrivo degli Indoeuropei sovverte l'organizzazione sociale precedente, imponendo un nuovo modello. Sorgono arroccamenti, castellari, città-stato; si impone il rito della cremazione; le strutture urbane, così come gli oggetti d'uso comune, si ispirano a forme rigidamente geometriche e strutturate. D'improvviso, la venuta dei nuovi signori crea società patriarcali, guerriere e gerarchiche. Attraverso più ondate, l'Europa viene completamente indoeuropeizzata. I Celti occupano la maggior parte dell'area occidentale, migrazioni illiriche, venete e latine penetrano verso sud in Italia e nei Balcani, mentre i Germani occupano una vasta e fluida area verso il nord; le lingue si differenziano gradatamente. Ancora in epoca storica, alcuni autori classici riconosceranno negli altri popoli indoeuropei dei parenti.


    Alberto Lombardo
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    La "migrazione dorica" in Padania e in Italia



    Franz Altheim definì l'invasione dell'Italia da parte di quei popoli indoeuropei che avrebbero dato poi origine, tra l'altro, alla civiltà romana, come "migrazione dorica in Italia" (Die dorische Wanderung in Italien). Il brillante studioso tedesco assimilava la calata da Nord dei primi invasori Elleni in Grecia a quella avvenuta alcuni secoli più tardi sul suolo italico. In comune, esse avevano una vera e propria rivoluzione sociale: d'improvviso, l'arrivo indoeuropeo sovverte come un'onda le comunità pacificamente organizzate o non sufficientemente preparate; sorgono roccaforti e cittadelle, un'organizzazione militare si impone.

    Così il linguista Giacomo Devoto descriveva, nel suo fondamentale Origini Indeuropee, l'invasione della Padania: "Nell'Italia settentrionale, l'affermazione positiva di un processo di indeuropeizzazione comincia nell'età del bronzo, attraverso le terramare, nella regione corrispondente al corso medio del Po, fra Lombardia ed Emilia. Si afferma poi in modo netto nell'età del ferro, in condizioni confrontabili con quelle dei campi d'urne, in tre focolai principali". Si tratta di Golasecca, Este e del "focolaio protovillanoviano". Il primo e più occidentale si associa ai ritrovamenti linguistici che gli studiosi definiscono "leponzi": Devoto riteneva si trattasse di una lingua indoeuropea non gallica, ma gli studiosi di oggi tendono invece a includerla nel ramo celtico. Ai ritrovamenti di Este e dintorni vanno riferite le testimonianze del venetico; solo al "focolaio protovillanoviano" non si accompagnano ritrovamenti di testimonianze linguistiche. "Ma ha la sua importanza attraverso la funzione di collegamento e di tappa per un'ulteriore espansione verso il sud di correnti linguistiche collegate alla civiltà dei campi d'urne". Infatti da lì si aprono la strada a sud, lungo il crinale appenninico, focolai di "cittadelle" indoeuropee tutte caratterizzate dal rito dell'incinerazione, "appoggiate a caposaldi, che vanno dal Pianello del Genga in provincia di Ancona fino a Terni, al Foro romano, e, al di là del Tevere, risalgono nell'Etruria in direzione di nord-ovest". L'incinerazione, rito funebre assolutamente innovatore, che è quasi una bandiera di questi nuovi venuti, sarà ereditata e conservata per secoli dai Romani.

    Ma in cosa consistevano questi campi d'urne terramaricoli dei primi invasori? Adriano Romualdi ce ne fornisce una descrizione suggestiva: "Si tratta di stazioni su pali costruite sulla terraferma, rettangolari o trapezoidali, tagliate ad angolo retto da un cardo e da un decumanus, rigorosamente suddivise e con uno spazio libero a oriente ad uso di comitium. La severità dell'impianto, le sobrie urne lusaziane deposte l'una accanto all'altra nella nuda terra, ci attestano uno spirito severo e quiritario". In Val Camonica, rilevava poi il compianto studioso, le incisioni rupestri ci mostrano "analogie sorprendenti con le incisioni rupestri in Svezia: non solo vi appaiono gli stessi simboli, le stesse figure (il sole trainato dai cervi, il "portatore d'ascia", il "portatore di lancia") ma anche lo stesso identico stile che scolpisce le figure come figure portanti e si riconnette alla mentalità "tettonica" del Nord".

    Franz Altheim osserva le incisioni della Val Camonica: "È uno spirito assolutamente diverso, quello che si manifesta in quest'arte rupestre nordica e italica. Di fronte all'antico complesso culturale mediterraneo, femmineo e naturistico, si fa avanti una civiltà che ha pronunciati tratti virili. Essa penetra verso Sud".


    Alberto Lombardo
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    Le radici dell'Europa? Dobbiamo cercarle nel neolitico



    Le nostre radici europee sono ben altrimenti profonde di quanto possa immaginarsi quello sgangherato conciliabolo che ha sede a Strasburgo. L'Europa, con un'identità certa e caratteri nitidi, con un suo profilo culturale già disegnato, con le sue aristocrazie e con le prime forme di organizzazione proto-statale, esiste da quando vi fu un popolo che ne calcò la terra lasciando di sé tracce inequivocabili, ben leggibili da archeologi, paletnologi, linguisti di ogni scuola scientifica. Questo popolo è l'Indoeuropeo: ai primordi era unito geograficamente, da qualche parte nel nostro continente; poi si è irraggiato ai quattro punti cardinali. Ogni volta gettando il primo seme della civiltà su sostrati umani più antichi e diversi, spesso ancora sprofondati nella notte dell'orda: così sono nate la Grecia e Roma, la Persia iranica e l'India vedica, e l'orma dell'uomo indoeuropeo è visibile anche in Egitto e nell'Asia centrale, ma pure nelle Americhe, e persino in Oceania.

    Un'identità all'opera da millenni, pervenuta infine a maturazione: "L'età del bronzo, il cui principio in Europa si può datare intorno al 1800 a.C., e che dura nel Sud fino al 1000, nel Nord fino all'800 a.C. circa, segna la maturazione delle varie nazionalità indoeuropee". Questa frase di Adriano Romualdi compare nel suo libro Gli Indoeuropei: origini e migrazioni, ora ripubblicato dalle Edizioni di Ar, dopo la prima, esauritissima edizione, risalente all'ormai lontano 1978. Da tempo è un classico, un libro che, tra l'altro, esce al momento giusto, nel pieno dei vociferanti nonsensi sulle radici dell'Europa, cui ha dato la stura la nuova retorica pseudo-europeista. Era necessario che, mentre la setta progressista si danna l'anima per occultare le nostre vere radici e per assegnarcene di posticce e di post-datate, una voce almeno si levasse, e di prestigio, per tenere alta il più possibile la bandiera di una identità plurimillenaria che, se è destinata a soccombere, almeno vorrà farlo circondata da simboli veritieri, e non da ghigni di contraffazione.

    Questo, per ricordare ai simulatori che, quando si parla di radici europee, non sono in questione l'illuminismo, i "diritti" liberaloidi e neppure il cristianesimo, arrivato a Roma quando la piena luce della storia era accesa da un millennio e quella più soffusa della proto-storia da ère incalcolabili.

    In pagine dense e godibili, irte di riferimenti scientifici e come poche illuminanti, Romualdi ripercorre tutte le fasi di quella grandiosa vicenda di fondazione che è stata la serie di sommovimenti migratori e di nuovi stanziamenti che, nel corso delle epoche, hanno caratterizzato l'identità indoeuropea. Dall'uomo di Cro-Magnon alle culture megalitiche, dagli usi della ceramica a cordicella e del vaso a imbuto fino ai campi d'urne; dall'ascia da combattimento al carro da guerra, fino alle sacre simbologie solari: uno dopo l'altro vengono ricomposti i tasselli che, mano a mano, mettono a fuoco il volto dell'uomo indoeuropeo. Questi è il tipo nordico, e Romualdi - come prima di lui, tra gli altri, il prestigioso Kossinna, ma in parte anche il nostro Devoto - accredita la sua patria d'origine nell'area che comprende Scandinavia e Carpazi, portando a supporto una moltitudine di materiali filologici e archeologici. Altri indicarono il Nord artico, altri ancora la zona sarmatica dei kurgan, mentre qualcuno ipotizza persino l'Anatolia. Ma, al di là delle volubili dispute accademiche, ciò che conta è l'accertamento che vi fu una Ur-Heimat da cui prese le mosse un Ur-Volk. E che questo popolo, con la sua morfologia e il suo carattere, sia non il vago, ma il diretto antecedente dei popoli che ancora oggi abitano l'Europa. I tratti fisici fissati nei graffiti della Valcamonica come nella statuaria ellenica, le superiori tecniche agricole, la capacità organizzativa sociale e guerriera, fino a quei pantheon di divinità dominatrici e gloriose, che sono il sigillo di un mondo eternamente proteso alla conquista: di sé, degli spazi e dei saperi. Tuttavia, ammonisce Romualdi, "la scienza delle radici indoeuropee della civiltà d'Europa non ha un mero valore storico e antiquario. E' la scienza di ciò che è affine e ciò che è estraneo". E' la scienza cui guardano tutti coloro che, sul ciglio di un abisso di dispersione, ancora credono che il differenzialismo e la memoria ancestrale europea siano valori politici preziosi, da tutelare ad ogni costo.

    Quello indoeuropeo è comunque uno di quei campi del sapere in cui l'ipocrisia della cultura contemporanea è più che altrove instancabile nel confondere le idee. La paura di essere considerati "razzisti" per il solo fatto di essere studiosi delle razze umane, induce molti studiosi conformisti a grottesche circonlocuzioni semantiche. E' qui che si annida, tra l'altro, il nevrotico puntiglio di voler considerare l'Indoeuropeo esclusivamente una lingua, e non un popolo, quasi che una lingua potesse essere parlata da entità astratte, e non da uomini in carne ed ossa. Al contrario, si sa che la lingua ovviamente segue, e non precede, la conformazione biologica di un ethnos. Cosa risaputa anche ai tempi di Vico che, non a caso, scrisse che "i parlari volgari sono i testimoni più gravi degli antichi costumi de' popoli, che si celebrarono nel tempo ch'essi si formaron le lingue". La possibilità di negare realtà storica agli Indoeuropei come stirpe, prendendola in considerazione solo come lingua, solleva certi studiosi dal peso angoscioso di dover riconoscere la semplice esistenza di una materia - le razze umane - al cui suono si innescano nevrastenìe di massa. Si utilizza quindi il concetto di migrazione - in cui la mescolanza tra tipi è sempre stata una costante storica, mai negata da alcuno studioso, neppure "razzista" - come prova che l'ibrido è un fattore normale. Ma si dimentica che proprio la migrazione è, al contrario, uno dei pochi elementi attraverso i quali poter individuare i vari popoli, e che il concetto di razza può includere tranquillamente quello di mescolanza, ove i tipi prevalenti permangano omogenei e, come tali, riconoscibili. A questi livelli proto-storici, inoltre, si tratta, per lo più, di mescolanza intra-razziale e non inter-razziale. Lo ricorda Romualdi, rimarcando che "quanto più si va indietro, verso le origini, razza e lingua tendono a coincidere": un dato che viene volentieri sottaciuto da quanti ipotizzano primordiali rimescolamenti etnici per giustificare quelli odierni.

    La vera e unica "costituzione" europea è dunque quella che vedeva "costituiti" di fatto i maggiori popoli d'Europa addirittura prima ancora dell'età del bronzo, in pieno neolitico. Romualdi individua una definita koiné indoeuropea nell'area baltica a far data dal 3.500 a.C. La Gimbutas colloca pure al IV millennio a.C. le infiltrazioni indoeuropee dirette antenate dei nostri popoli; Renfrew retrodata la lingua proto-ariana al VII millennio; recentemente, Villar ne accerta l'esistenza almeno al V-IV millennio a.C., e così via. E' dunque un fatto che la nostra identità ancestrale è ovunque scientificamente documentata nelle grandi linee. Storicamente, essa data da quando, da quel grande bacino antropologico indoeuropeo che con tutta probabilità fu la zona baltico-lusaziana, presero a muoversi le prime avanguardie di quelli che poi sarebbero divenuti i Germani, gli Italici, gli Elleni, cioè esattamente quei popoli che poi daranno vita al nostro intero patrimonio di civiltà.

    Come scrisse Altheim, citato da Romualdi: "La migrazione dorica e l'invasione dei Latini e delle popolazioni affini a questi ultimi furono fasi dello stesso evento. La grande migrazione illirica ha esercitato un influsso profondo nella storia mondiale. Ciò appare chiaro allorché si osserva il risultato finale: Sparta per la Grecia e Roma per l'Italia". Queste le uniche vere radici d'Europa, e non altre.


    Luca Leonello Rimbotti


    Tratto da Linea del 1 agosto 2004.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    In cammino verso l'origine



    Le librerie antiquarie conservano ancora le copie della prima edizione, eleganti ed essenziali, in carta nobile, ma le Edizioni di Ar, rinnovando la grafica, nella collana 'gli Inattuali', hanno riproposto in catalogo questo volume di Adriano Romualdi del 1978, che per sostanza di argomentazioni culturali e per sue peculiarità, proprie di una ricerca spirituale più che archeologica, non ha mai smesso di essere individuato tra i libri di una biblioteca 'eccellente'.

    E' una raccolta di saggi che l'Autore - tra i massimi protagonisti della destra culturale, prematuramente scomparso, un vero e proprio sciamano della profondità arcaica - compose mantenedovi un carattere divulgativo affinché la questione di un popolo, il suo destino, avesse un riconoscimento fattuale, politico, e non dunque meramente erudito. Il riferimento più esplicito è quello alla categoria di "Europa Nazione" e, vista l'attualità, con il dibattito sulle radici culturali europee in tema di Costituzione, questo volume risulta ancora una volta stuzzicante perché propone una controversia difficilmente digeribile per l'opinione cosiddetta pubblica: c'è appunto il destino di un popolo le cui origini coincidono con il sorgere del "pensiero dell'Origine" (quel luogo del percorso filosofico su cui ha lavorato Martin Heidegger), le cui tracce, le vestigia della "razza dei signori" (l'areté ellenica), si fondono con la più remota consapevolezza della grandezza europea, ben più potente dunque di una vanificata identità qual'è quella dell'attuale Unione Europea.

    Romualdi riprende un concetto di Oswald Spengler quando spiega che gli indoeuropei ebbero ragione sulla terra, più che per la tecnologia che per la "superiorità culturale", in virtù della loro tecnica militare. Molto interessante, tra i capitoli, quello su Giacomo Devoto, suggestivo, infine, quello di analisi comparativa tra il "latino" e il "germanico" e quello sulle incisioni scandinave e il geometrico greco. E' un un libro senza dubbio efficace questo vecchio titolo di Ar, un libro dove al lettore viene offerto il repertorio completo dei "materiali spirituali" che dal Nord, all'Oriente, fino alla tradizione di Roma, hanno poi costituito quella che con efficacia Fabrizio Sandrelli, firmando l'introduzione, definisce come “utopia dell'eterno”.


    Pietrangelo Buttafuoco


    Tratto da "Il Foglio" del 24 luglio 2004.

    Adriano Romualdi, Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni, Edizioni di Ar, Padova 2004.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Il "mistero iperboreo"



    L'origine iperborea della civiltà europea è uno di punti di maggiore e significativa continuità dell'opera di Evola. In ciò Evola non tanto presentava una posizione di per sé originale, quanto piuttosto il connettersi di tesi di svariati autori che avevano effettuato importanti scoperte nei campi della storia e dell'antropologia, con la conoscenza metafisica di Evola e la sua penetrazione filosofica della tradizione solare: tutto ciò gli diede la possibilità di sviluppare una peculiare visione dell'origine e della natura della "indoeuropeità": quale civiltà solare, virile e guerriera, forma nella quale viceversa non era stata compresa dalla maggior parte dei cattedratici e delle autorità. In questo studio, ultimo e più corposo tra le pubblicazioni della Fondazione Evola, Alberto Lombardo ha riproposto una veste usuale, quella di riunire articoli evoliani pubblicati su giornali, introdotti con ricchezza di informazioni, e documentato l'influenza su Evola di alcuni suoi precorritori. Questi sono soprattutto Bachofen, Wirth, Altheim e Günther. Quest'ultimo è rappresentato nel volume meno per le sue ricerche razziali che non per la sua piccola opera Frömmigkeit nordischer Artung. Notevole è anche la recensione evoliana allo studio duméziliano Jupiter, Mars, Quirinus.

    L'origine degli Indoeuropei dal Polo Nord, come aveva individuato l'indiano Tilak, non è soltanto un motivo spesso ricorrente nell'opera di Evola, ma viene anche frequentemente commentata (su questo punto va raccomandato La Tradizione artica - Arthos 27/28). I riferimenti all'analisi razziale sono stati recentemente rianalizzati criticamente: in particolare, Robert Steuckers ha pubblicato alcuni saggî su Hans F. K. Günther. Circa gli studi su Bachofen di Evola c'è un altro volume della Fondazione Julius Evola. Così il servizio reso da questo volume è quello di focalizzare il campo visivo verso il centro a cui convergono questi interessi di Evola: origine e natura della civiltà indoeuropea. In questo il curatore segue l'allievo di Evola Adriano Romualdi.

    Questi gli articoli che compongono il volume:

    Il ciclo nordico atlantico (1934, estratto dalla prima edizione di Rivolta contro il mondo moderno)
    Il mistero dell'Artide preistorica: Thule ("Il Corriere Padano", 13.1.1934)
    Razza e cultura ("La Rassegna Italiana", 1934)
    Preistoria mediterranea ("Il regime fascista", 21.3.1934)
    Senso della tesi nordico aria ("Il regime fascista", 12.7.1940)
    L'equivoco latino ("Il regime fascista", 11.3.1941)
    Popolazioni primordiali abitarono forse il Polo Nord? ("Roma", 22.10.1952)
    Ricerche sulle origini. La migrazione "dorica" in Italia ("Il regime fascista", 1.11.1940)
    Giove, Marte e Quirino per gli antichi romani ("Roma", 21. 1.1956)
    Religiosità indoeuropea ("Il Conciliatore", 15.8.1970)

    Quale conclusione è riportato un raffronto tra la "protostoria indoeuropea" secondo la scienza attuale e le posizioni di Evola.

    Martin Schwarz

    Tratto da Algiza 16 (2003), p. 27.
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    GLI INDOEUROPEI



    Chi erano gli Indoeuropei?
    [ risposta ] Quando parliamo di “Indoeuropei”, parliamo di una popolazione che ha avuto in comune cultura, religione, etnia, lingua e che, tra il 4500 e il II-I millennio a.C., a ondate successive, avrebbe colonizzato gran parte dell\'Asia centro-meridionale e dell\'Europa.
    Molti studiosi ritengono che la sede primitiva degli indoeuropei si trovasse nelle pianure della Russia meridionale, e che a questo popolo possa essere ricondotta la cultura dei kurgan, fiorente in quei territori fra il 5000 e il 3000 a.C.
    Da lì, in seguito, gli indoeuropei si sarebbero mossi verso l\'India e l\'Asia e verso ovest, in Europa.


    Quali sono stati gli studi che hanno “scoperto” l’esistenza del popolo Indoeuropeo?
    [ risposta ] L’avere avuto in comune linguaggio ed idee e quindi una “unità di origine” dei popoli Indoeuropei fu messo in luce durante il secolo XIX dalle scienze moderne.
    Fu per prima la linguistica, attraverso la filologia comparata, che lo dimostrò. In seguito tale disciplina riuscì a stabilire con sufficiente probabilità, l’ordine e la successione delle diverse migrazioni dei popoli Indo-Europei.
    Alla filologia si aggiunse poi la mitologia, per dare un nuovo e potente impulso alle teorie sulle origini storiche dei popoli Indoeuropei. Nelle culture delle varie stirpi Indoeuropee si ritrovano dispersi, dove più dove meno alterati, miti, leggende, simboli che si collegano ad una fonte comune, ad un semplice concetto primitivo da cui derivarono.

    Quali sono stati gli spostamenti che compirono gli Indoeuropei?
    [ risposta ] Gli Indoeuropei dall’Europa centrale e orientale si spostarono un po’ in tutte le direzioni.
    Tre furono le loro ondate migratorie.
    Con la prima che avvenne verso il 2000 a.C. si spinsero a sud gli Ittiti e i Greci. Gli Ittiti fondarono un grande impero nell’Asia Minore. I Greci a più riprese si diffusero nei territori estremi della penisola balcanica e nelle isole del mare Egeo.
    Nella seconda ondata alcuni altri gruppi di Indoeuropei si spinsero verso l’India e la Persia. Da questi si formarono i popoli Indiani, Medi e Persiani.
    La terza ondata di popoli Indoeuropei oltrepassò il Reno e il Danubio, per dirigersi nell’Europa occidentale e meridionale. In questa direzione si mossero i Veneti, i Latini, gli Osco-Umbri, gli Illiri, i Celti.
    Altre famiglie di asiatici, gli Uralici ( Ungheresi, Finlandesi, Lapponi e altri popoli) e gli Altaici
    ( Kirghisi, Kazachi, Tartari, Turchi, e gli antenati dei Bulgari ) si sono sparsi in Europa attraversando le grandi pianure della Russia.

    Quali erano le caratteristiche principali degli indoeuropei?
    [ risposta ] Una delle teorie più accreditate vuole che la culla del “popolo originario” si trovi tra il Basso Volga, il Mar Caspio, il Lago d’Aral e l’alto Jenisej. Questo antico popolo nostro antenato visse nelle steppe e nelle foreste russe. Erano di aspetto chiaro per motivi ambientali: se ne erano stati qualche millennio sotto le cupe cappe delle foreste ad un sole debole, a climi molto freddi.
    Grosso modo avevano le seguenti caratteristiche comuni.
    Un’articolazione sociale della società divisa in tre categorie: guerrieri, preti, lavoratori (in quest’ultima confluiscono i più deboli e gli appartenenti ai popoli vinti).
    L’uso dell’ascia in ferro e del carro da combattimento.
    L’abbandono del matriarcato di tipo mediterraneo nei territori occupati e la sua sostituzione con il sistema patriarcale.
    Il culto degli agenti atmosferici, del cielo, della luna, del sole, degli alberi, dei boschi. Si noti la similitudine tra la parola devas (Dio) in sanscrito, Zeus in greco, Dieaus in antico indoeuropeo e Juppiter (Dyeaus-Pitar) in latino. Il ruolo di queste divinità è il medesimo: esse sono preposte al dominio più alto e più importante: il clima. Tanto per fare un esempio, la massima divinità tra gli Hittiti era il dio Hattico delle Tempeste, in Grecia c’è Zeus e tra i Germani vi era Wotan, il dio della luce e del tuono.
    Per ultimo, le assonanze linguistiche indicano che nel 2200 circa a.C. la lingua era una sola.

    Che cosa si intende per lingue indoeuropee?
    [ risposta ] Una famiglia di lingue con caratteri fonetici, morfologici, sintattici e lessicale analoghi, che derivano da un’unica fonte preistorica, detta appunto Indoeuropeo. Oggi è concepito come un insieme di dialetti con caratteri affini, originari o in parte acquisiti lungo un processo di contatti preistorici o protostorici fra parlate anche diverse.
    Quali e quante sono le lingue indoeuropee?
    [ risposta ] Le lingue indoeuropee sono il gruppo di lingue (famiglia, secondo la classificazione delle lingue) più diffuso nel mondo, parlato attualmente da più di un miliardo e mezzo di persone.
    Fanno parte della famiglia indoeuropea le lingue celtiche, germaniche, italiche (fra cui il latino, e da questo le lingue romanze), slave, baltiche, indoiraniche, più una serie di lingue isolate fra cui il greco, l\'albanese e l\'armeno, e due sottogruppi oggi estinti, le lingue anatoliche (tra cui l\'ittita) e il tocarico, parlato un tempo nel Turkestan cinese. L\'estensione primaria di queste lingue copre quasi tutta l\'Europa, e con l\'India buona parte dell\'Asia; dopo le scoperte geografiche, le lingue indoeuropee si sono espanse in tutti i continenti.

    Quali sono i tratti comuni delle lingue indoeuropee?
    [ risposta ] Un certo numero di termini comuni indica che l\'allevamento del bestiame era la più importante delle occupazioni fra le popolazioni Proto-Indoeurope. Voci lessicali come: cavalli, bestiami, maiali, capre erano conosciuti ed usati. Altrettanto importanti e numerosi sono i termini che hanno a che fare con l\'agricoltura. Gli studiosi ritengono che la terra d’origine degli Indoeropei sia stata montagnosa, infatti, in tutte le lingue Indoeuropee vi è un considerevole numero di termini atti a definire le montagne e le colline. Fra i nomi delle piante, degli alberi e degli animali usati da queste popolazioni si trovano sia tipi propri europei che tipi che si possono trovare solo nel medio oriente. Troviamo citati fra gli alberi la betulla, la quercia, il faggio; fra gli animali il leone, l’orso, il lupo, lo sciacallo, la volpe, l’alce, il serpente, il topo, il castoro; tra gli uccelli, l’aquila, l’oca e la gru.
    Le lingue indoeuropee sono flessive, con declinazione nominale, e sistema verbale articolati.

    Qual è una possibile conclusione sugli Indoeuropei?
    [ risposta ] Una conclusione possibile potrebbe essere questa. Nel periodo che va dal 2000 al 500 a.C. l’Europa fu attraversata da un profondo cambiamento di popolazioni e di lingue a causa dell’avanzata degli Indoeuropei, i quali si spostarono da est verso ovest e verso sud.
    Qualche secolo dopo, i Romani che erano un piccolo gruppo di originari Indoeuropei, in qualche modo continuarono quei movimenti.
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    Der Wehrwolf

 

 
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