www.corriere.it

I DUBBI DA UN CASO DI TANGENTI
FUGA DI NOTIZIE
Indagini «spiate», accuse al segretario di Colombo

Le tappe che hanno portato ai sospetti della talpa

MILANO -Da anni, quale vigile urbano «in prestito» al quarto piano della Procura di Milano, era il braccio destro del pm di Mani pulite Gherardo Colombo. Adesso è indagato per l’ipotesi di «accesso abusivo al sistema informatico» della Procura, per essere entrato più di 40 volte in un’inchiesta per tangenti facendo figurare che a intromettersi nel computer fosse invece proprio Colombo. Un fulmine a ciel sereno nell’ex cittadella di Mani pulite, che ieri ha basìto il magistrato e gli ex colleghi di tanti anni, e indotto il procuratore capo di Milano, Manlio Claudio Minale, a chiedere al comandante della polizia urbana, l’ex generale dei carabinieri Antonio Chirivì, l’immediato trasferimento ad altro incarico (non più polizia giudiziaria) e in altro luogo (non più la Procura) di quello che fino a ieri era l’unico vigile urbano in mezzo ai cinque finanzieri dello staff di segreteria del magistrato da poco promosso consigliere di Cassazione: un assistente sempre pimpante, energico e gioviale, perno della «squadretta» d’ufficio del pm, dalle cui scrivanie di fiducia sono passati tutti gli atti più delicati delle inchieste milanesi sulla pubblica amministrazione. E che ora, interrogato poche stanze a fianco di quello che era il suo ufficio, seduto dall’altra parte del tavolo (sulla sedia dell’indagato anziché dell’inquirente), ripiega su una mezza ammissione: non so spiegare gli accessi abusivi, li avrò fatti per sbaglio.
«Talpa» per superficiale curiosità, per malintesa amicizia verso qualche conoscente, o per illeciti interessi, non è ancora chiaro: anche perché negli uffici giudiziari milanesi, alle prese per la quarta volta in meno di un anno con una grave falla nella protezione delle notizie riservate, le reazioni sono verso l’esterno una chiusura totale, e all’interno una immersione altrettanto totale nella «caccia» ad altri potenziali fuggitori di notizie in Procura (per dirla col «neologismo» coniato anni fa da Di Pietro quando ancora faceva il pm).
Di certo in Procura, un pomeriggio di tre settimane fa, non devono aver creduto ai propri occhi quando un investigatore, indispettito dall’inutilità che puntualmente sembrava frustrare tutte le piste investigative sperimentate mano a mano in un inchiesta apparentemente di routine condotta dal pm Grazia Pradella contro appartenenti alle forze dell’ordine per reati contro la pubblica amministrazione, ha pensato bene di togliersi uno sfizio e nel contempo un dubbio: verificare se qualcuno avesse sbirciato nell’inchiesta al computer.
Sconcertante il risultato: oltre 40 accessi abusivi operati da settembre 2004 in poi. E sorprendente la «firma»: la password del pm Colombo.
Si deve decidere subito che fare: se davvero ci fosse anche solo un indizio concreto che sia lui la «talpa», tutta l’inchiesta dovrebbe essere trasmessa alla Procura di Brescia per competenza. Ma i già i primissimi accertamenti svelano almeno una parte dell’arcano: il computer dell’ufficio di Colombo registra infatti ulteriori accessi abusivi al fascicolo in giorni o in orari nei quali il magistrato non è in ufficio. Eppure è sicuramente sua la password della quale l’intruso si ammanta per entrare insospettato nel sistema.
Chi la possiede? Solo i 5 suoi più stretti collaboratori dell’ufficio. Che, a quel punto, si ritrovano tutti sotto osservazione. L’incrocio tra date/orari degli accessi al sistema e delle presenze del personale porta poco a poco i carabinieri della prima sezione del Nucleo Operativo a scagionare del tutto i quattro finanzieri. E a individuare invece il vigile. Che, a sorpresa, viene convocato venerdì scorso per un interrogatorio nel quale (in un concitato via e vai tra la stanza del pm Pradella e l’ufficio del capo del pool reati contro la pubblica amministrazione Corrado Carnevali) gli viene chiesto se sappia dare una spiegazione meno antipatica di quella che l’apparenza suggerirebbe.
Interpellato ieri, il suo avvocato novarese Roberto Bertoncelli spiega di «preferire consultare prima il mio assistito» e conferma solo «l’esistenza di questa indagine». Qualcosa di più, però, il vigile stesso ha accennato ad alcuni colleghi, sostenendo di aver solo raccolto per caso nel 2004 l’irritazione di un suo conoscente per un’asserita ingiustizia destinata ad archiviazione. E i 40 accessi abusivi, metà sul nome proprio di quel conoscente e metà sul numero proprio di quel procedimento? Con gli amici perplessi, glissa: non so, forse ci sarò capitato sopra per caso. Una versione che, a giudicare dal provvedimento di ieri, non deve aver convinto gli inquirenti.
lferrarella@corriere.it