Dopo il lungo riflusso delle coscienze giovanili iniziato a partire dagli anni ottanta, la gioventù si è venuta a formare come un’accozzaglia scomposta di individualità dominate da pulsioni edonistiche e materialistiche, prigionieri di un NARCISISMO COLLETTIVO, che porta alla perdita di ogni senso di iniziativa, di impegno comune, di vocazione generale. Nessun sogno collettivo, nessuna mobilitazione per imporre un’idea nuova di mondo; bensì il desiderio di rifugiarsi nel proprio microcosmo protetto, tra gli affetti famigliari, tra il gruppo consolidato delle proprie amicizie.
Ronald Nielhart ha erroneamente interpretato questo riflusso delle coscienze come cultura postmaterialista, in base alla quale i giovani rintanandosi nel proprio universo individuale, sposterebbero i propri bisogni e attenzioni da una sfera materialistica a un orbita sempre più idealistica, raggiungendo un senso di appartenenza, di autorealizzazione_intellettuale, superando il materiale bisogno fisico ed economico.
In realtà è solo la paura di affrontare il confronto/scontro con il mondo esterno che spinge il giovane a rifiutare qualsiasi mobilitazione collettiva; è il nichilismo individualista che lo porta a disinteressarsi delle dinamiche che sconvolgono l’odierno occidente capitalistico. E tutto questo nonostante vi siano le premesse per una nuova moblitazione giovanile, per una nuova rivolta esistenziale. La mondializzazione infatti, comporta la progressiva erosione della sovranità popolare e la concentrazione del potere nelle mani di pochi uomini: organizzazioni sovranazionali, imprese multinazionali, affiliazioni massoniche. Il conformismo e la massificazione culturale determinano per i giovani un’effettiva limitazione della libertà di pensiero e di parola. L’internazionalismo a sua volta comporta la costante demolizione delle millenarie tradizioni e identità popolari. Il materialismo strisciante, la mercificazione di ogni aspetto dell’esistenza favoriscono il tramonto del primato della sfera emotiva e la desertificazione delle coscienze. Infine, la globalizzazione economica delinea per i giovani la prospettiva di trascorrere la propria vita alla continua ricerca di un lavoro temporaneo e insicuro.Ebbene, di fronte a questo scenario sconfortante, il giovane del 2000 anziché trovare una ragione per scatenare la lotta, si rifugia disorientato e impaurito nel suo “microcosmo protetto”: la famiglia, la cerchia ristretta degli amici fedeli. Eccolo approdare al “relativismo etico” (ognuno per sé) e al nichilismo. Eccolo abbandonarsi all’opportunismo, al cinismo, al menefreghismo. Eccolo protrarre il più possibile la fase d’immaturità restando ancorato alla dimensione famigliare. Sembra incredibile, ma nei discorsi dei ragazzi d’oggi si coglie già la mestizia dei settantenni. Nelle loro parole domina la sfiducia nel futuro, l’incapacità di alzare lo sguardo all’orizzonte e di elaborare un sogno collettivo.Tuttavia, i giovani del 2000 non sono i soli responsabili di questa meschina situazione. Grandissime colpe ricadono sulle cosiddette fonti di trasmissione della cultura e degli schemi di valori. Mi riferisco alla scuola e ai mass-media. Queste istituzioni hanno perseguito scientificamente il progetto di svuotamento delle coscienze delle nuove generazioni al fine di renderle innocue e pilotabili. Loro hanno diffuso il “pensiero debole”, le false convinzioni radical-buoniste, il dogma del “politicamente corretto”. Loro hanno inculcato nelle giovani menti una cultura che sanziona sul nascere ogni idea di ribellione, ogni forma di conflitto. Loro, come avrebbe detto Nietsche, hanno sparso a piene mani la “morale del gregge” (Herdenmoral). Loro hanno imposto e legittimato stili di vita e identità collettive fondate sull’esaltazione dell’eguaglianza e della normalità, reprimendo sul nascere ogni slancio eroico, ogni potenza del mito.Ed è proprio nella scuola che il contrasto tra i giovani d’oggi e quelli di ieri diventa plastico, drammatico. Basta guardare a cosa sono diventate le famose “okkupazioni”. Un tempo, simbolo della contestazione e dell’anticonformismo. Oggi invece, ridottesi a semplici “consuetudini”; addirittura si è arrivati a realizzare forme di “cogestione”, ossia, occupazioni concertate e ottenute con la benedizione paterna del preside!Sono molte, quindi, le definizioni potremmo usare per descrivere l'odierna gioventù. Di certo, individui sempre più numeri, sempre più carne da macello, sempre più schiavi del sistema. Giovani che si limitano a vivere meschinamente il presente secondo le regole impostegli dalla collettività. Totalmente incapaci di progettare una realtà e uno schema di valori alternativi. Ecco che il fine ultimo della loro esistenza diventa “il divertimento”. Il loro unico imperativo morale si riassume nel “consumare per essere felici”. La complessità del mondo esterno li spaventa e per questo si alienano in mondi paralleli: la droga, la notte con le sue trasgressioni, il mondo virtuale.Il futuro che ci attende non appare rassicurante, dato che le schiere dei ragazzi d’oggi saranno gli uomini del domani. A questo punto il mondo potrebbe realmente diventare quel regno postmoderno e postindustriale del buio e del freddo descritto in qualche romanzo di fantascienza. Forse realmente si aggireranno per le strade uomini senza identità sempre più simili a macchineForse, ma dobbiamo evitarlo. E’ bene, come afferma il grande critico George Steiner, che i giovani abbandonino la disillusione e l’indifferenza e riscoprano la passione. Non c’è più tempo per restare immobili e passivi. E’ il momento per la nostra generazione di confrontarsi con i grandi problemi della società: filosofici, etici, politici. Molte sfide attendono le nuove generazioni di camerati: trovare la giusta sintesi tra tradizione e modernità; ridare dignità alla natura umana sempre più schiava del mercato; raealizzare nella storia la promessa di una nuova rivoluzione.
LeccoRN




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