Nel numero 253 abbiamo pubblicato un dossier sulle fantasiose ricostruzioni che alcuni organi di
stampa italiani hanno fatto delle idee e delle intenzioni “politiche” di Alain de Benoist. Un solo tassello
della polemica mancava: l’intervista che il pensatore francese ha rilasciato mesi fa al quotidiano
leghista “La Padania”, citata da Rosalba Pileggi sul “Manifesto” come una delle pietre dello scandalo.
La offriamo ora ai lettori perché ne prendano cognizione e giudichino della fondatezza delle accuse
delle accuse di xenofobia mosse all’autore. Aggiungiamo poi un altro documento: la traduzione di
un’altra intervista di de Benoist, rilasciata al periodico francese “Jeune Résistence” (numero datato
inverno 2001), che chiarisce altri aspetti della riflessione del direttore di “Krisis” sulla politica. Una
lettura interessante anche in chiave retrospettiva, visti i riferimenti alle elezioni francesi, all’epoca
ancora lontane.
La libertà dei popoli è nell’autonomia
Parla Alain de Benoist, intellettuale “scomodo” della Nuova destra francese la Ue è
iper-centralista. Parigi o Roma, oggi si chiamano Bruxelles
Alain de Benoist, è uno stimato intellettuale transalpino, direttore di numerose
pubblicazioni culturali e capofila della cosiddetta “Nuova Destra”, movimento
identitario e tradizionalista che, già alla fine degli anni 70, prese le distanze dalla
destra nostalgica e reazionaria d’Oltralpe.
Al recente Congresso Federale della Lega Nord i dirigenti del Movimento, e
soprattutto il Segretario Federale Bossi, hanno espresso forti critiche al modello
europeo che sta prendendo forma. Qual è la sua opinione sullo stato attuale del
processo?
«Una concezione europea è assolutamente necessaria, a patto che non sia
statalista però. Attualmente l’Europa è prigioniera di una contraddizione: ovunque
si proclama di voler superare gli Stati, ma poiché le classi politiche sono ultrastataliste
sia a Bruxelles sia nei singoli Stati, si finisce per privare l’Unione Europea
dei mezzi politici necessari a superare gli Stati stessi».
Ma dotando l’Ue di questi mezzi non si rischia di consegnarsi nelle mani di una
casta di burocrati nemici della libertà dei singoli popoli e delle identità?
«A questo rischio si può ovviare scegliendo il modello più appropriato. Esso deve
essere rigorosamente federalista, e inoltre deve partire dalle autonomie.
Attualmente, invece, l’Ue propone soltanto di esportare il giacobinismo su scala
europea. Vogliono solo sostituire Bruxelles a Roma e Parigi. Noi non abbiamo nulla
da guadagnare nel cambiare dei burocrati giacobini romani o parigini con altri di
Bruxelles, o nel trasferirli dalle vecchie capitali a Bruxelles. Attualmente, siamo
giunti al paradosso che l’Europa è presente dove dovrebbe essere assente, cioè
nella vita dei popoli che hanno bisogno di autonomia, ed è invece assente dove
dovrebbe essere presente, cioè sulla scena internazionale come soggetto politico
forte e indipendente».
La ricetta giusta potrebbe essere sintetizzata nella formula Europa dei popoli contro
Europa delle banche?
«Certamente, ma occorre essere più precisi. Europa dei popoli, cioè Europa della
sovranità popolare dal basso, su questo non ho dubbi. Tuttavia, Europa delle
banche non significa molto. Le banche sono solo uno strumento. Lo strumento che
diventa egemone quando prevalgono la logica del mercato e, ancor più, la logica
del mercato finanziario: il peggio è ciò che c’è dietro le banche. Cioè una visione del
mondo dove tutto ha un prezzo ma niente ha più valore; una logica che oggi
inaridisce ogni ideale e in più dirige quasi ogni movimento sociale».
Bisogna dar forza ai valori creati dai popoli contro quelli dei disanimati mercati
finanziari, dunque. Ma come dovrebbero organizzarsi i popoli d’Europa?
«Lo ripeto, l’organizzazione deve partire dalla base e deve essere impostata su
quattro pilastri: Identità, Volontarietà, Autonomia e Partecipazione. L’Autorità,
infine, deve fluire dalla base verso l’alto. Per difendersi i popoli d’Europa devono
proprio ripartire dalla base, dalla democrazia diretta. In fondo, anche gli Stati
nazionali sono burocrazie come quella di Bruxelles: per questo nessuno Stato
contrasta veramente Bruxelles. È quindi necessario estendere la partecipazione e
interessare la gente alla vita politica ovunque sia possibile».
La partecipazione tipica della cultura liberale, quindi?
«No, questa non deve essere la visione liberale: questa prevede infatti solo
l’incoraggiamento privato di ognuno, che si interessa così della politica solo a titolo
personale. Al contrario, è necessario sviluppare la dimensione pubblica del Sociale.
Ma soprattutto lo Stato non deve essere il monopolizzatore della vita sociale. Solo
così essa potrà essere davvero autentica, specchio fedele della vita di un popolo, ed
efficace strumento di sovranità».
I burocrati di Bruxelles e le forze politiche e culturali che li sostengono amano
definire le forze autonomiste, tra le quali la Lega Nord, con termini come
“populista“, se non razzista o peggio. Cosa ne pensa?
«I movimenti autonomisti sono un fenomeno complesso e nuovo. Assistiamo a un
rinnovamento della vita associativa e questo è un bene. Però il termine populista è
semplicistico, e non serve a definire un mondo molto diversificato. Alcuni
movimenti “populisti “sono ultra-liberali, altri sono federalisti. Alcuni sono
addirittura di stampo giacobino, come quello di Le Pen in Francia, che non è
nemmeno autonomista. Populista insomma non vuol dire molto: è un termine che
indica uno stile, non una dottrina. Che, inoltre, non è quella indipendentista.
Personalmente, sono autonomista e non indipendentista. Specialmente oggi quando
nemmeno gli Stati sono più indipendenti. Per questo auspico un modello
confederale».
In un momento nel quale l’Occidente si autoproclama in un conflitto di civiltà, con
gli Stati Uniti alla testa, si potrebbe pensare di importare quel modello federale in
Europa. Qual è la sua opinione?
«Gli Stati Uniti adottarono un modello federale, ma lo hanno tradito. In particolare,
lo hanno tradito durante il cosiddetto “New Deal” di Roosevelt, negli anni ’30.
Questo fenomeno, tra l’altro, ebbe caratteri di grande similitudine col Fascismo che
trionfava in Europa. Inoltre, bisogna tener presente un aspetto biblico e calvinista,
tutto sommato inadatto all’Europa. A parte tutto questo, delle vere autonomie ci
furono effettivamente, anche se già con la “guerra di secessione” si cominciò a
negarle. Personalmente, non credo nell’antiamericanismo maniacale. Penso che vi
sia tuttora maggior libertà di espressione in America che in Europa; e quel che resta
del sistema federale non è malvagio. Il problema è che gli Stati Uniti sono l’unica
potenza esistente e purtroppo hanno unificato il mondo secondo la logica del
mercato, cosa che nuoce a tutti. Sono necessarie altre potenze che li contrastino».
Quale modello federale si può allora suggerire?
«Forse, miglior fonte di ispirazione può essere il modello federale tedesco, con i
reali poteri assegnati ai diversi Länder, realmente autonomi rispetto al centro. La
crisi economica della Germania, i problemi non completamente risolti della
riunificazione e i debiti che vengono ancora oggi fatti pagare per la storia recente,
non devono far dimenticare che la Germania è la colonna vertebrale dell’Europa; e
ai tedeschi spetta il compito di spingere l’Europa all’indipendenza, lungo un asse
che per ragioni di semplicità geometrica definirei Parigi-Berlino-Mosca, attorno al
quale ruotino le libertà individuali di tutti i popoli europei. Libertà dai giacobini
all’interno, e dagli Stati Uniti all’esterno».
Occidente e islam: è veramente uno scontro di civiltà?
«Non credo che sia il modo migliore di porre i termini. Né occidente, né islam sono
concetti omogenei, poiché sono attraversati da grandi contraddizioni. Così come
Europa e Stati Uniti hanno interessi divergenti e rappresentano modelli diversi, così
il miliardo e duecento milioni di musulmani non sono unitari, non hanno un centro
come punto di riferimento, le correnti culturali sono diverse e lo sono anche le
interpretazioni del Corano. Anche se bin Laden si auto proclama voce dell’islam, le
truppe afghane che lo combattono sono musulmane. L’Iran sciita è da sempre
nemico dei talebani. Chi conferisce a bin Laden un ruolo che non ha, cerca uno
scontro che non ci sarebbe. Gli Stati Uniti indicano in bin Laden la voce dell’Islam, i
musulmani no».
Mentre assistiamo ad una massiccia immigrazione islamica in Europa, come ci si
può tutelare?
«L’immigrazione è un problema diverso da quello della guerra in corso. L’unico
modo praticabile ed efficace per gestirla è una politica di cooperazione con i paesi
di origine. Purtroppo l’immigrazione è ineluttabile. Tuttavia è necessario
ridimensionarla e restringerla comunque, e questo lo si può fare solo cooperando
attivamente con i paesi di origine».
Questo per chi non è ancora venuto, ma con chi è già in Europa quali soluzioni
adottare?
«L’unico modo di affrontare l’immigrazione islamica è quello di non praticare alcuna
assimilazione. E’ necessario che vivano in comunità loro, omogenee al loro interno.
Io penso che non vi sia un pericolo islamico; o meglio che non sia quello principale.
L’identità europea è molto più minacciata dalla logica del capitalismo che
dall’Islam. Infatti le multinazionali americane controllano le politiche economiche, i
paesi islamici no. Io vedo ogni giorno film americani, libri, giornali, musica, vestiti,
modi di dire e di pensare. Non vedo nessun film islamico, nessuno stile di vita
islamico presente 24 ore al giorno in televisione. L’uno è un pericolo possibile,
l’altro è in atto. I mercati finanziari incidono sulla nostra vita ogni giorno di più in
tutto il mondo. E non sono islamici».
(a cura di Alessandro Ortenzi)
(«La Padania»,13 marzo 2002)
Un pensiero che non ha preso una ruga
Alain de Benoist è difficile da classificare. Non ama le etichette e il suo pensiero
prende spesso in contropiede coloro che vi cercano un manifesto politico
dogmatico. Sfortunatamente per loro e fortunatamente per noi, non c’è. Sebbene
sia ampiamente boicottato da una Francia mediatica definitivamente blindata, il suo
contributo ai dibattiti di idee ha impresso un segno notevole sulla sua epoca. Da Vu
de droite, uscito nel 1977 e da poco ripubblicato, a Dernière Année, l’insieme della
sua opera non ha preso una ruga. La lucidità attraversa tutti i suoi libri, ciascuno dei
quali è una boccata di ossigeno in questo universo asfissiante. Gli abbiamo perciò
chiesto il suo punto di vista sull’attualità molto turbolenta di questo inizio di
millennio.
Nel 1989, dopo la caduta del Muro di Berlino, Lei ha dichiarato che il sistema
capitalista si trovava ad occupare da solo la scena e poteva essere giudicato per
quello che è. I recenti eventi dell’11 settembre non sono stati l’occasione giusta per
rianimare quella bipolarità che era andata perduta, designando un nuovo male
assoluto?
Tutti i sistemi cercano di far dimenticare le proprie tare denunciando quelle degli
altri. Anche Hannah Arendt aveva fatto notare che una delle caratteristiche dei
sistemi totalitari è la designazione di un nemico che viene rappresentato come
l’incarnazione del male assoluto. Dopo il crollo dell’apparato sovietico, è evidente
che l’Occidente liberale aveva bisogno di un nuovo “impero del male” per
giustificarsi. L’idea generale è che l’avversario del male assoluto non può che
essere assolutamente buono. Il modo in cui il presidente George W. Bush,
all’indomani degli attentati di New York e Washington, si è affrettato a dividere il
mondo in due campi (“chiunque non è con noi è contro di noi”) è, da questo punto
di vista, rivelatore. Il parallelismo fra l’appello alla jihad e la retorico della “crociata”
lo è altrettanto. Ciò detto, il pericolo rappresentato dalla crescita di un
iperterrorismo globale non toglie niente ai difetti del sistema capitalista liberale, e
ovviamente non impedisce di analizzarlo per quello che è.
C’è chi vede negli attentati di New York il preludio allo “scontro delle civiltà”
preannunciato da Samuel Huntington. Lei che ne pensa?
Lo “scontro delle civiltà” è una formula semplice che affascina le menti semplici,
che vi proiettano le loro ossessioni e i loro desideri inconfessati. Samuel Huntington
aveva avuto il merito nel 1996, in un’epoca nella quale il suo compatriota Francis
Fukuyama riteneva di poter annunciare la “fine della storia”, di ricordare l’esistenza
di aree di civiltà distinte, di cui si deve tenere conto. Ha avuto il torto di trattare tali
culture come entità omogenee, suscettibili di trasformarsi improvvisamente in
attori delle relazioni internazionali. Gli “scontri” culturali sono sempre esistiti. Da
ciò a tracciare degli scenari apocalittici, ci corre una certa distanza.
Si dovrebbe peraltro cominciare con l’interrogarsi sul senso della parola “civiltà”. La
civiltà occidentale oggi non è altro che un indice economico: il termine designa
tutte le società sviluppate in cui regnano la legge del mercato e la logica della
merce. Questa civiltà si ritiene superiore e “universale”, ovvero votata a sostituirsi
alle altre culture dell’umanità, reputate retrograde e arcaiche. Non vi è alcun
dubbio che, per il tramite del tema dello “scontro delle civiltà”, il sistema capitalista
liberale tende a darsi una nuova legittimità, a far dimenticare i danni che produce e
a disarmare le critiche delle quali è oggetto. Lo scopo è condurre tutti quanti a fare
blocco attorno a un sistema in cui la ricchezza di meno di trecento individui è
uguale al reddito cumulato di due miliardi e mezzo di essere umani, un mondo di
divertimento programmato, nel quale però ognuno deve imparare a diffidare degli
altri in nome di un’esasperata logica concorrenziale. Tutti i Bin Laden del pianeta
cadono a pennello per giustificare un simile intento. Gli ingenui si accoderanno a
questo atteggiamento, che agita la minaccia del fondamentalismo islamico solo per
giustificare l’integralismo del profitto, la cui parola d’ordine resta più che mai In Go
(l)d we trust. Sarebbe più saggio constatare che la causa principale di un eventuale
“scontro delle civiltà” rimane l’estensione a livello planetario di un sistema
occidentale che tende a sopprimere dappertutto le identità collettive e a realizzare
l’uniformità.
Da qualche anno, Lei annuncia la fine della modernità e l’avvento di una
postmodernità. Quali sono gli indizi che Le consentono di affermarlo?
Il tema della fine della modernità non è molto originale. Tutto mostra che un ciclo si
chiude e che stiamo entrando in un mondo nuovo. La modernità era lo Stato
nazionale, la produzione industriale, la mobilitazione delle masse, il tempo delle
rivoluzioni. Troppo grande per rispondere alle aspettative quotidiane dei cittadini,
ma troppo piccolo per fronteggiare le sfide della globalizzazione, lo Stato nazionale
cede il suo margine di manovra rimpicciolirsi ogni giorno. Le regole dello scambio
dei beni e dei servizi non sono più quelle dell’economia energetica. Per la prima
volta, gli umani trattano la materia e gli oggetti che fabbricano attraverso la
mediazione di codici e segnali, generando in tal modo un’economia sempre più
immateriale, sostenuta da tecnologie che sconvolgono i concetti classici di spazio e
tempo. L’informatica consente di produrre con sempre meno lavoro e tempo,
lasciando intravedere una mutazione completa della condizione di salariato.
L’astensione e il ritiro dalle istituzioni sovrastanti prendono il posto della
mobilitazione all’interno dei partiti: la società ormai corre un rischio più di
implosione che di esplosione. Lontano sia dall’individualismo puro che dalla
socializzazione statale, il legame sociale si ricompone intorno a comunità e reti. Non
è più il tempo dei rivoluzionari, ma piuttosto quello dei dissidenti e dei ribelli. Si
potrebbe proseguire a lungo questa enumerazione…
Lei mostra un certo fascino, o quantomeno un forte interesse, nei confronti delle
biotecnologie. Ciò non è in contraddizione con le Sue posizioni vicine agli ecologisti
integrali?
Non ho mai confuso l’ecologismo con l’oscurantismo. Lo sbocciare delle
biotecnologie, che è ancora agli inizi, apre prospettive immense, nelle quali vi può
essere il meglio e il peggio. Il problema è che l’uomo è ormai in ritardo rispetto ai
suoi nuovi poteri, come è testimoniato dalla ridicola agitazione dei comitati di etica
e dei politici attorno ad ogni ulteriore avanzata della scienza. Quando l’uomo è sul
punto di riuscire a modificarsi, l’“umanismo” non è più una risposta! Un altro
problema, assai concreto, è lo scontro tra la tecnoscienza e la logica del mercato.
Le biotecnologie possono anche sfociare in una migliore conoscenza di noi stessi, in
un’eugenetica popolare liberamente desiderata, in nuove possibilità terapeutiche,
oppure in una forma inedita di reificazione della vita, di mercantilizzazione dei
rapporti sociali. Quel che è sicuro è che la biologia molecolare e le neuroscienze
sono chiamate a trasformare la nostra vita quotidiana. Il vero problema è capire in
quale prospettiva si inscriveranno queste trasformazioni.
Qual è la Sua posizione nei confronti dei movimenti antiglobalisti di sinistra, e che
reazioni Le ispirano le soluzioni che essi propongono?
Provo per loro una grande simpatia di principio, pur ritenendo il discorso che fanno
spesso confuso e i mezzi che usano a volte discutibili. Certi loro aderenti criticano la
libera circolazione dei capitali ma nel contempo incoraggiano quella delle persone,
il che vuol dire che non credono al ruolo della “mano invisibile” sul piano economico
ma continuano a crederci sul piano demografico o umano. Altri ancora ieri
sottoscrivevano un internazionalismo di cui ora scoprono che la logica del capitale è
un vettore molto più sicuro del socialismo. Nulla vieta di aiutarli a prendere
coscienza delle loro contraddizioni.
Passando ad un altro argomento: l’esplosione della destra nazionale [francese, ndt]
non ha fornito occasione a nuove collocazioni politiche. A Suo avviso, che analisi va
fatta di questo immobilismo intellettuale, che porta spesso i sostenitori
dell’“identità” a difendere le idee degli avversari? Che riflessioni Le ispira la vita
politica francese in generale?
Come stupirsi dell’immobilismo, intellettuale o di altro genere, di una famiglia
politica che ha nell’immobilismo la sua ragion d’essere? Non so cosa ci si potrebbe
aspettare da una famiglia politica che, da almeno mezzo secolo, ha costantemente
coltivato una mentalità reazionaria e da stato d’assedio, è sempre andata avanti
con gli occhi fissi sul retrovisore e ha sempre ingaggiato lotte perse in partenza
(l’ultima in ordine di tempo è la mobilitazione contro l’euro a poche settimane dalla
sua entrata in vigore!). La destra nazionale oggi non è nemmeno più capace di dire
quale tipo di istituzioni o di sistema politico preferisce. La vera vita è altrove!
I sostenitori dell’identità hanno perfettamente ragione di pensare che questo
concetto sia destinato ad assumere un’importanza sempre maggiore. Devono però
dire quale contenuto preciso contano di darle; in mancanza di ciò, l’“identità”
resterà una semplice parola-feticcio o uno slogan. L’identità non è un’essenza ma
una sostanza. Non è quel che non cambia mai, ma quel che ci consente di restare
noi stessi cambiando di continuo. Infine è una modalità di costruzione del proprio io
che implica un rapporto dialogico con gli altri. Non è dunque un concetto così
semplice come sembra. La vita politica francese mi ispira soprattutto noia. Già
Montherlant diceva: “Il piano sociale non soddisfa lo spirito”.
Che cosa pensa del processo di Matignon che riguarda l’autonomia della Corsica?
Sono favorevole a tutto ciò che permette di dare alle collettività e alle regioni più
autonomia, cioè una maggiore possibilità di decidere da sole sulle questioni che le
riguardano. Sono ostile a qualunque forma politica in cui l’autorità provenga
esclusivamente dall’altro. A mio parere la vita politica deve essere interamente
ripensata a partire dalla base, secondo il principio di sussidiarietà. Ciò vuol dire: più
vita associativa, più democrazia diretta, più partecipazione di tutti alla vita
pubblica. Parlare in nome del popolo è bene, creare le condizioni che gli consentano
di prendere direttamente la parola è ancora meglio.
Chevènement sembra avere il vento in poppa nei sondaggi. Qual è la Sua opinione
su questo fenomeno?
L’ex ministro degli Interni è un uomo di forti convinzioni, fatto relativamente raro
all’interno della classe politica, ed è anche un uomo coraggioso. Offre a coloro che
sono resi inquieti da certe attuali evoluzioni un discorso “repubblicano” che ha
qualcosa di rassicurante. Tuttavia, il suo giacobinismo e la sua ostilità al
federalismo europeo mi allontanano radicalmente dalle sue posizioni. La sua
concezione “bodiniana” della sovranità, condivisa da tutti i sovranisti di destra e di
sinistra, si situa all’esatto opposto dello schema politico al quale aderisco. La sua
messa in opera, ricalcata sul modello dell’individuo autosufficiente, fonte storica
della centralizzazione (sia prerivoluzionaria che giacobina) non può che finire con il
rafforzare le attuali posizioni di dominio transnazionali. Come tutti i sovranisti,
Chevènement non ha capito che il mondo è cambiato.
La polemica, essenzialmente americana, tra i libertari e i comunitaristi è stata
completamente taciuta in Francia. Come spiega questo silenzio? Può fornirci un
breve sunto di questo dibattito?
Le teorie comunitariste hanno in un primo momento costituito una risposta a John
Rawls, che nella sua celebre Teoria della giustizia si era sforzato di rifondare la
dottrina socialdemocratica. Si trattava, in origine, di una discussione sulla priorità
del giusto o del bene, discussione che si può considerare molto astratta ma le cui
conseguenze politiche sono immediate. Contro la concezione liberale della società,
secondo la quale lo Stato deve rimanere neutrale sui valori (la “vita buona” secondo
Aristotele), i teorici comunitaristi sostengono che l’uomo è sempre anteriore ai
propri fini, che è almeno in parte costituito dalla sua o dalle sue comunità di
appartenenza e che una società che non tiene conto di ciò è destinata a disgregarsi.
Varie centinaia di opere sono state pubblicate sinora nel quadro di questo ampio e
appassionante dibattito. Con rare eccezioni, la Francia se ne è più o meno tenuta in
disparte. Dal momento che la pigrizia intellettuale e l’incultura si aggiungono ai
diktat del pensiero unico, alcuni hanno ridotto le tesi comunitariste a un
“comunitarismo” ricostruito da cima a fondo oppure a polemiche riguardanti
l’immigrazione. Basta leggere Alasdair McIntyre o Michael Sandel per constatare
che si tratta di tutt’altra cosa.
Nei Suoi anni giovanili, Lei si è interessato ai movimenti di estrema sinistra e più in
particolare alle organizzazioni trotzkiste. Cosa pensa della loro importanza
elettorale e sindacale (SUD, Arlette, FO, les Motivés…) oggi?
La conversione del partito socialista alla logica del mercato e la
socialdemocratizzazione del Partito comunista hanno del tutto naturalmente aperto
a sinistra uno spazio che gli ultimi “rivoluzionari” si sforzano di occupare. Gli ex
militanti del Maggio 68 hanno del resto preso d’assalto il mondo della politica e dei
media. Che fra di loro si trovino degli ex trotzkisti non ha niente di sorprendente. Il
vero problema è capire in che misura il loro passato ci informa su quel che sono
diventati. Marx diceva, del tutto a ragione, che non si ha il diritto di ridurre l’uomo a
un determinato momento della sua storia. È anche il mio parere – tanto più che non
amo i processi alle intenzioni. Dopotutto Stéphane Courtois, il principale artefice del
Libro nero del comunismo, è lui pure un ex militante di estrema sinistra! Ciò
significa che io mi interesso più a ciò che le persone pensano oggi che a ciò che
esse hanno potuto essere un tempo.
L’immensa maggioranza degli ex sessantottini sono uomini che hanno abbandonato
o tradito i propri ideali, o perché non credevano più alla possibilità di un’alternativa
al sistema attuale o per semplice opportunismo. Dei loro impegni passati restano
reti amicali, certi riferimenti culturali, un ossessivo “antifascismo” residuale;
insomma ciò che Edwy Plenel, maestro in materia, chiama uno “stato d’animo”. Il
trotzkismo in quanto tale non mi sembra abbia dinanzi a sé un grande avvenire, e la
tesi in base alla quale Lionel Jospin sarebbe “sempre trotzkista” è, a mio parere,
ridicola. Mi capita, in compenso, di immaginare l’amarezza che devono aver provato
i militanti di Action directe oggi in prigione quando hanno visto la ex maoista
Marylise Lebranchu diventare Guardasigilli…
Per finire: nel suo libro “Dernière Année” si scopre un Alain de Benoist ossessionato
dalla morte. A un certo punto, Lei scrive che c’è tuttavia di peggio della morte. A
cosa pensa, più precisamente?
Viviamo in una società la quale ritiene che niente sia peggiore della morte.
Quest’idea è del tutto nuova. In passato, gli europei hanno sempre ritenuto che
molte cose fossero peggiori della morte: il disonore o la schiavitù, ad esempio,
oppure tutto ciò che degrada l’immagine che ci creiamo di noi stessi. Un’idea di
questo tipo resta fortunatamente presente nella maggior parte delle società del
Terzo mondo. Quanto a me, non sono assolutamente ossessionato dalla morte. Se
essa continua ad essere per me un pensiero sempre presente, è solo perché credo
che soltanto la chiara consapevolezza della nostra finitezza dia un senso alla nostra
esistenza. L’uomo è l’unico essere che si sappia destinato alla morte. Attorno a
questo pensiero, tutto il resto si ordina.




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