La malattia, l’incidente, l’amore per Diego Rivera e la rivoluzione messicana. La Tate Modern di Londra celebra la pittrice messicana Frida Kahlo
Londra - “E’ stata l’unica donna nella storia dell’arte ad aver strappato il suo petto con assoluta schiettezza e brutalità per rivelare la verità biologica dei sentimenti che riguardano le donne”. Così il pittore messicano Diego Rivera condensava il talento originalissimo della sua piccola grande moglie, Frida Kahlo, che nei suoi quadri e disegni ha spietatamente raccontato un’esistenza popolata di fantasmi e tormenti, vissuta incastonata in un corpo imperfetto, ferito dalla poliomielite, da un incidente stradale che le ha spezzato la colonna vertebrale in tre punti, dalla mancata gravidanza, ma arricchito da un’indomita filosofia di vita, da una concezione del mondo e della natura priva di remore e tabù. Questo fu Frida Kahlo nei suoi 47 anni di vita (morì nel 1954), artista profondamente radicata nella cultura messicana, visceralmente legata alla militanza comunista, col cuore diviso tra il suo Diego e l’avanguardia europea degli anni Venti e Trenta infarcita di surrealismo, art decò e Nuova oggettività, ma con il tema dominante del dolore a scandire la sua opera. Frida “gamba di legno”, la ribelle, l’ironica pasionaria dell’arte messicana.
A questa donna la Tate Modern dedica un’ampia retrospettiva curata da Emma Dexter e Tanya Barson, visitabile fino al 9 ottobre, che documenta l’intera carriera artistica attraverso settanta opere, tra oli, disegni e acquerelli, molti dei quali poco conosciuti al grande pubblico, insieme, però, ai lavori più prorompenti, dall’”Autoritratto con vestito di velluto” del ’26, il suo primo vero dipinto, eseguito per l’amato Alejandro Gòmez Arias che l’aveva lasciata e quindi convincerlo a tornare da lei, dove il suo collo fortemente allungato recupera l’estetica del Parmigianino e di Modigliani, al doppio ritratto “Frieda e Diego” del ’31, che si rifà alla foto delle nozze, e che sembra alludere molto ai quattrocenteschi “Coniugi Arnolfini” di Jan van Eyck a “La colonna spezzata”, del ’44, autoritratto che evoca la sua spina dorsale malata e il busto d’acciaio che in quell’anno fu costretta a portare, all’“Henry Ford Hospital” del ’32, che riflette lo stato d’animo per l’aborto, fino all’inquietante “Le due Frida” del ’39, che condensa la separazione da Rivera dopo la crisi coniugale. Opere di una figuratività inesorabile, di appassionata autoanalisi, opere che devono mostrare e non alludere, che scaraventano in faccia allo spettatore la crudezza dei sentimenti. Opere che si concedono solo l’ambiguità di un simbolismo onirico, ma che precipitano nel dolore introspettivo nel momento in cui il rebus viene decifrato.
La mostra ha l’abilità di ricostruire per temi l’epopea di Frida Kahlo, lasciando alla stessa artista il compito di auto-presentarsi “genealogicamente”, con l’opera “I miei nonni, i miei genitori e io”, del ’36, dove illustra le sue origini. Appare come una bimba di tre anni nella sua Casa Azul, la posa dei genitori è tratta dalla foto delle nozze, la mamma messicana e il padre immigrato tedesco, con i rispettivi nonni materni, legati alla terra, e quelli paterni legati all’oceano. Frida nasce in un sobborgo di Città del Messico nel 1907, conoscendo una sobria povertà familiare e la poliomielite che si accanirà sul suo piede destro. Diventa pittrice con impeto da autodidatta, come sfogo terapeutico all’indomani di un grave incidente che la tiene in ospedale per un mese di convalescenza (1925). Tre anni dopo è l’amicizia con Tina Modotti, famosa fotografa italo-statunitense, ad introdurla nel mondo eccitante e irriverente dell’arte e della politica di sinistra. Anni in cu nascono opere come il “Ritratto di Alicia Galant”, dove spicca uno sfondo stile art nouveau, o il “Ritratto di Miguel N. Lira”, opera pregna di allusioni alla ricerca futurista e surrealista. Anni in cui conoscerà Diego Rivera. E’ l’inizio di un coinvolgimento totale per Frida. Sarà il suo uomo, che le assicura subito un matrimonio, ma anche tre gravidanze negate, viaggi negli Stati Uniti, ottime conoscenze, e l’inevitabile tradimento. Si separano e si riuniscono, Frida e Diego, senza tregua. Lui scomposto, pesante, scapigliato, lei elegante, minuta, folcloristica, iconoclasticamente spontanea, nella peluria dei baffi e nel sopracciglio folto, nelle acconciature d’altro secolo e nella vestizione “tehuana”, in un folclore di tradizione azteca. E nell’arte, Frida non ha mai lesinato nulla di sé, raccontando tutto, senza ipocrisie o false convenzioni, con un’esasperata vena realistica e una visionaria fantasia. Lo raccontano opere, dal formato votivo, come “Nascita o La mia nascita” del ’32, con la scena di un vero parto, “La mia balia e io” del ’37, in cui si autoritrae mentre viene allattata da una nutrice col volto coperto da una maschera, “Il cervo ferito” del ’46, sull’insuccesso dell’operazione alla sua spina dorsale. Non è una pittura di facile estetismo, quella di Frida Kahlo. E’ complessa e spiazzante. Non ha paura di osare, Frida. Lo testimonia la sua spettacolare galleria di auto-ritratti, il leit motiv della sua produzione, come sentenziò lei stessa: “dipingo me stessa perché trascorro molto tempo da sola e perché sono il soggetto che conosco meglio”.
Nel famoso quadro “Las dos Fridas” del 1939, Frida riproduce se stessa in un doppio autoritratto speculare a figura intera e seduta. La Frida di destra indossa il costume “tehuana”, tipico del folclore messicano, quella di sinistra un abito di fattura occidentale, così la Frida di destra sembra esprimere l’ancoraggio ad una etnia forte ed evidente, l’altra l’appartenenza ad una vastità culturale oltre confine. Le due figure si tengono per mano e i loro cuori, messi in evidenza con precisione anatomica, si uniscono tramite una lunga vena di sangue. Purtroppo, se la Frida etnica collega alla vena il ritratto dell’amato marito bambino, l’altra, la parte europea, quella rifiutata dall’uomo, rischia di morire dissanguata. E il sangue imperversa sulla gonna bianca senza contegno, né misura.
E non c’è pace per Frida che, nel 1932 a Detroit, è costretta a interrompere ancora una gravidanza, e non teme di esprimere questo accanimento della natura sul suo minuto, martoriato, funestato corpo. “Henry Ford Hospital” propone un repertorio di oggettistica votiva che aleggia intorno al letto dell’inferma, caricando la scena di agghiacciante essoterismo. Un dramma raccontato per colpi di colore comunicativo e non casuale. Frida sceglie i colori con la stessa cura con cui sceglie i vestiti, con uno squisito calcolo estetico. Come raccontano anche le sue nature morte, le sue composizioni di frutta che hanno il tono esasperato di un ritratto. Il verde chiaro è la luce temperata e buona, quello scuro è presagio di cattive notizie o di buoni affari, il verde foglia incarna la tristezza, e tutta la Germania viene vista inondata da questo colore. Il giallo esprime pazzia, malattia, paura, ma può sconfinare nell’allegria del sole. Niente è nero per Frida. E il rosso, forse, è il sangue.
(Laura Larcan)
Notizie utili - “Frida Kahlo”, dal 9 giugno al 9 ottobre 2005. Tate Modern - Level 4
Bankside London SE1 9TG. La mostra è curata da Emma Dexter e Tanya Barson.
Orari: tutti i giorni, 10-18, (ultimo ingresso alle 17,15) venerdì e sabato fino alle 22 (ultimo ingresso alle 21,15).
Ingresso: intero 10£, ridotto 8£ (gratuito per la visita della collezione permanente).
Informazione: +44 (0) 20 7887 8008
Sito web: www.tate.org.uk




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