La Coop dei capitali (economy)
Mandato da Rassegna Stampa LS Venerdì, 15 luglio 2005, 223.
di Giovanni Francavilla
Panorama Economy
12/7/2005
Si sono sganciate dalla presa dei Ds e hanno cominciato a macinare ricavi e utili. Sono diventate una potenza economica che ha deciso di giocare sui grandi tavoli dell'industria e della finanza. Come Granarolo con Parmalat, Conserve Italia con Cirio e ora Unipol con Bnl
Negli anni Settanta li chiamavano «boiardi rossi», quasi a rivendicare il peso del Pci negli appalti pubblici ai tempi d'oro dell'Italstat di Ettore Bernabei. Poi, con la svolta di Achille Occhetto nel 1989, sono arrivati i primi «cesaristi», i padri-padroni delle coop, che lentamente cominciavano a sfilarsi dal controllo e dall'inquadramento politico di Botteghe Oscure; quindi la lunga stagione di Tangentopoli che ha restituito al Paese un gruppetto di aziende sottocapitalizzate e senza più numi tutelari. Che cosa è rimasto oggi di questo ritratto ingiallito delle coop rosse? Assai poco. Il fil rouge della solidarietà nazionale, i principi mutualistici e il radicamento al territorio hanno resistito negli statuti delle imprese cooperative, così come i nomi dei signori dell'economia sociale. Tutto il resto è una storia ancora da scrivere. A cominciare dai protagonisti e dalle partite che si stanno giocando sul tavolo dei futuri assetti economici in Italia.
Dalle Frattocchie a Parmalat. Hanno imparato il mestiere alla Scuola delle Frattocchie, quella che ha formato la classe dirigente del Pci, e girano con autista e auto blu. Dicono di aver reciso ogni legame con i Ds, ma portano ancora in tasca la tessera del partito. Muovono affari nell'ordine di miliardi di euro l'anno (oltre 80 miliardi, insieme con le coop bianche) e si spostano senza soggezione tra i circuiti della Borsa, così come sui banchi del Parlamento, dove allacciano relazioni con esponenti di spicco di An (sempre disponibile il ministro delle Politiche agricole, Gianni Alemanno), dell'Udc (dalla liaison con l'ex ministro delle Politiche comunitarie, Rocco Buttiglione, ai primi approcci con il segretario Marco Follini), della Margherita (il feeling con Francesco Rutelli non è mai venuto meno) e, naturalmente, dei Ds (a partire dalle dichiarazioni distensive del segretario Piero Fassino fino all'appoggio incondizionato di Pierluigi Bersani).
Se poi annusano un business, sono capaci di allearsi con l'inossidabile Confindustria di Luca Cordero di Montezemolo (come stanno facendo per il recepimento in Italia delle direttive comunitarie sugli appalti) o con la potente Compagnia delle Opere di Raffaello Vignali (partner di peso della Coopfond, la cassaforte della Lega cooperative gestita da Marco Bulgarelli, in Obiettivo Lavoro). Per fare lobby, ma anche per guadagnare soldi. Qui, la coloritura politica conta davvero poco. Sono i nuovi capitalisti del sociale: gente capace di creare cordate con i colossi privati per le grandi opere e farsi avanti per rilevare gli asset di Parmalat (è il caso di Granarolo) o guardare nel piatto di quel che resta della Cirio (come ha fatto Conserve Italia). Ma soprattutto sembrano vicini a mettere mano al portafoglio per lanciare la loro offerta sulla Bnl, come nel caso delle coop che controllano Unipol.
Il paradigma Unipol. Per capire il ruolo delle coop rosse nella partita su Bnl, bisogna salire ai piani alti di via Stalingrado 45, a Bologna. Qui ha sede Unipol (la compagnia di assicurazioni che sta valutando l'ipotesi di una contro-Opa sull'istituto guidato da Luigi Abete, oggetto del desiderio degli spagnoli del Bbva), ma qui c'è anche il quartier generale della Holmo, la scatola del potere cooperativo rosso che detiene il 51% di Finsoe che, a sua volta, controlla il 32% del capitale di Unipol. Nella Finanziaria dell'economia sociale (Finsoe) non mancano facce note. Ci sono i «cugini» del Monte Paschi di Siena, altra roccaforte finanziaria della sinistra, che però hanno fatto mancare il loro appoggio alle ambizioni del presidente della compagnia felsinea Giovanni Consorte su Bnl.
C'è l'Hopa di Emilio Gnutti, una vecchia amicizia che risale ai tempi della scalata della lussemburghese Bell, cavallo di Troia per prendere il controllo di Telecom, grazie anche ai buoni uffici del leader dei Ds Massimo D'Alema e all'imprimatur dell'allora ministro dell'Industria, Pierluigi Bersani, emiliano e da sempre molto vicino alla Lega delle cooperative. Poi ci sono altri due partner finanziari: Jp Morgan e il gruppo assicurativo belga B&V, pronti a uscire in buon ordine dal capitale di Finsoe non appena scatterà l'opzione di vendita che potrà essere esercitata nel secondo semestre 2007, incassando un premio di oltre 50 milioni di euro. Dentro Holmo comandano una ventina di coop rosse, quasi tutte legate alla grande distribuzione, che dispongono di circa l'80% del capitale. Il restante 20% fa capo alla spa Ariete, schermo societario di Finec Merchant, controllata da Unipol e presieduta da Pierluigi Stefanini, padre-padrone della Coop Adriatica e socio di peso in Holmo: una partita di giro.
Le decisioni strategiche si prendono qui. E sull'istituto romano non sono mancati attriti e spaccature (o, come dicono i diretti interessati, «una attenta riflessione»). Mentre Consorte, un manager da 1,3 milioni di euro all'anno considerato molto vicino a D'Alema, progetta piani industriali per costruire intorno a Unipol-Bnl un vero e proprio istituto bancario delle cooperative, il rumore di spade tra i soci forti ha forato le segrete stanze. Il piano Consorte, sostenuto dal presidente di Holmo, Stefanini (ex operaio di un'azienda del gruppo Seragnoli, ex segretario del Pci bolognese e oggi presidente di Coop Adriatica – un colosso da 1,7 miliardi di fatturato nel 2004 –, una poltrona nella Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna e una nel board dell'Aeroporto Marconi) e da Mario Zucchelli, a capo della coop Estense, altro big della cooperazione rossa pronto ad azzannare l'impero Esselunga, al primo tentennamento del patron Bernardo Caprotti, non è stato digerito da una parte degli azionisti rossi.
Fortemente contrario all'opzione Bnl c'è il plotone toscano, che fa riferimento a Turiddo Campaini, numero uno di Unicoop Firenze e con un gettone di presenza fisso nella Fondazione del Monte dei Paschi. Al suo fianco, Silvano Ambrosetti ha schierato tutto il peso della Coop Lombardia, una macchina da soldi che fattura più di 1 miliardo di euro all'anno e poco incline a seguire le avventure del tandem Consorte-Gnutti che, peraltro, hanno qualche problema con la magistratura per una vicenda di insider trading proprio su un prestito obbligazionario di Unipol. Tuttavia la frattura tra le diverse anime rosse si è rapidamente ricomposta e negli ultimi giorni Consorte ha pigiato il piede sul gas. Da Via Stalingrado sarebbe partita un'offerta allettante all'indirizzo di Francesco Gaetano Caltagirone, socio di Bnl al 4,96% e animatore del contropatto. Il presidente di Unipol, determinatissimo, avrebbe messo sul tavolo 2,6 euro per azione, per rilevare l'intero pacchetto del 26,69% detenuto dal contropatto (l'offerta spagnola si ferma a 2,52 euro).
Lungo la Via Emilia la trattativa è serratissima: le coop rosse appaiono pronte a fare la loro parte per raggiungere la bellezza di oltre 2 miliardi di euro da «girare» a Caltagirone e soci. «Ma non certo per fare un favore a D'Alema» ci scherzano sopra. Lenin, la Borsa e le cordate. Ma non ci sono solo Unipol e la Bnl. A Cavriago di Reggio Emilia, a pochi passi dalla piazza che ospita il busto di Lenin, si è da poco registrata la saldatura tra due centri di potere locali: la Coopservice di Pierluigi Rinaldini e la Fondazione Manodori (già azionista della Bipop di Bruno Sonzogni e oggi di Capitalia) presieduta dall'ex sindaco ds reggiano, Antonella Spaggiari, che ha scalzato i cattolici dalle leve di comando. Obiettivo: portare in Borsa la Servizi Italia, una branch di Coopservice partecipata al 40% dalla Fondazione Manodori. E sperare di ottenere lo stesso successo che Piazza Affari ha riservato a Igd, lo spin-off immobiliare di Coop Adriatica.
Il collocamento dello scorso febbraio ha portato nelle casse di Stefanini qualcosa come 138 milioni di euro e finora il titolo è cresciuto del 15% valutando la società intorno ai 156 milioni. A questo punto il presidente di Coop Adriatica si è detto pronto a rilevare la rete distributiva di Parmatour per rilanciare la sua Robintur nell'industria delle vacanze, che può sempre contare sulla sponda dei suoi 116 ipermercati e supermercati sparsi tra Emilia Romagna, Veneto, Marche e Abruzzo.
Lontano dai circuiti borsistici si muovono, invece, compatte le coop di costruzioni. Giganti da 500-700 milioni di ricavi annui, come la Cmc di Ravenna o la Ccc di Bologna. Nella penuria generalizzata delle gare d'appalto che si registra in Italia, il loro sigillo non manca mai, spesso associato ai grandi general contractor (Astaldi, Condotte, Impregilo, Pizzarotti) nei maxicantieri: dalla Tav, la linea ad alta velocità Bologna-Firenze, ai lotti della Salerno-Reggio Calabria, fino al Ponte sullo Stretto di Messina. Tanto dinamismo, in partite giudicate «poco mutualistiche», ha sollevato un vespaio di polemiche a sinistra. Legambiente, Verdi, la Margherita e una parte dei Ds soffrono di mal di pancia quando circolano i nomi di quelle coop rosse.


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