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    Arrow De Benoist : Ancora Sotto I Riflettori

    Nel numero 253 abbiamo pubblicato un dossier sulle fantasiose ricostruzioni che alcuni organi di
    stampa italiani hanno fatto delle idee e delle intenzioni “politiche” di Alain de Benoist. Un solo tassello
    della polemica mancava: l’intervista che il pensatore francese ha rilasciato mesi fa al quotidiano
    leghista “La Padania”, citata da Rosalba Pileggi sul “Manifesto” come una delle pietre dello scandalo.
    La offriamo ora ai lettori perché ne prendano cognizione e giudichino della fondatezza delle accuse
    delle accuse di xenofobia mosse all’autore. Aggiungiamo poi un altro documento: la traduzione di
    un’altra intervista di de Benoist, rilasciata al periodico francese “Jeune Résistence” (numero datato
    inverno 2001), che chiarisce altri aspetti della riflessione del direttore di “Krisis” sulla politica. Una
    lettura interessante anche in chiave retrospettiva, visti i riferimenti alle elezioni francesi, all’epoca
    ancora lontane.
    La libertà dei popoli è nell’autonomia
    Parla Alain de Benoist, intellettuale “scomodo” della Nuova destra francese la Ue è
    iper-centralista. Parigi o Roma, oggi si chiamano Bruxelles
    Alain de Benoist, è uno stimato intellettuale transalpino, direttore di numerose
    pubblicazioni culturali e capofila della cosiddetta “Nuova Destra”, movimento
    identitario e tradizionalista che, già alla fine degli anni 70, prese le distanze dalla
    destra nostalgica e reazionaria d’Oltralpe.
    Al recente Congresso Federale della Lega Nord i dirigenti del Movimento, e
    soprattutto il Segretario Federale Bossi, hanno espresso forti critiche al modello
    europeo che sta prendendo forma. Qual è la sua opinione sullo stato attuale del
    processo?
    «Una concezione europea è assolutamente necessaria, a patto che non sia
    statalista però. Attualmente l’Europa è prigioniera di una contraddizione: ovunque
    si proclama di voler superare gli Stati, ma poiché le classi politiche sono ultrastataliste
    sia a Bruxelles sia nei singoli Stati, si finisce per privare l’Unione Europea
    dei mezzi politici necessari a superare gli Stati stessi».
    Ma dotando l’Ue di questi mezzi non si rischia di consegnarsi nelle mani di una
    casta di burocrati nemici della libertà dei singoli popoli e delle identità?
    «A questo rischio si può ovviare scegliendo il modello più appropriato. Esso deve
    essere rigorosamente federalista, e inoltre deve partire dalle autonomie.
    Attualmente, invece, l’Ue propone soltanto di esportare il giacobinismo su scala
    europea. Vogliono solo sostituire Bruxelles a Roma e Parigi. Noi non abbiamo nulla
    da guadagnare nel cambiare dei burocrati giacobini romani o parigini con altri di
    Bruxelles, o nel trasferirli dalle vecchie capitali a Bruxelles. Attualmente, siamo
    giunti al paradosso che l’Europa è presente dove dovrebbe essere assente, cioè
    nella vita dei popoli che hanno bisogno di autonomia, ed è invece assente dove
    dovrebbe essere presente, cioè sulla scena internazionale come soggetto politico
    forte e indipendente».
    La ricetta giusta potrebbe essere sintetizzata nella formula Europa dei popoli contro
    Europa delle banche?
    «Certamente, ma occorre essere più precisi. Europa dei popoli, cioè Europa della
    sovranità popolare dal basso, su questo non ho dubbi. Tuttavia, Europa delle
    banche non significa molto. Le banche sono solo uno strumento. Lo strumento che
    diventa egemone quando prevalgono la logica del mercato e, ancor più, la logica
    del mercato finanziario: il peggio è ciò che c’è dietro le banche. Cioè una visione del
    mondo dove tutto ha un prezzo ma niente ha più valore; una logica che oggi
    inaridisce ogni ideale e in più dirige quasi ogni movimento sociale».
    Bisogna dar forza ai valori creati dai popoli contro quelli dei disanimati mercati
    finanziari, dunque. Ma come dovrebbero organizzarsi i popoli d’Europa?
    «Lo ripeto, l’organizzazione deve partire dalla base e deve essere impostata su
    quattro pilastri: Identità, Volontarietà, Autonomia e Partecipazione. L’Autorità,
    infine, deve fluire dalla base verso l’alto. Per difendersi i popoli d’Europa devono
    proprio ripartire dalla base, dalla democrazia diretta. In fondo, anche gli Stati
    nazionali sono burocrazie come quella di Bruxelles: per questo nessuno Stato
    contrasta veramente Bruxelles. È quindi necessario estendere la partecipazione e
    interessare la gente alla vita politica ovunque sia possibile».
    La partecipazione tipica della cultura liberale, quindi?
    «No, questa non deve essere la visione liberale: questa prevede infatti solo
    l’incoraggiamento privato di ognuno, che si interessa così della politica solo a titolo
    personale. Al contrario, è necessario sviluppare la dimensione pubblica del Sociale.
    Ma soprattutto lo Stato non deve essere il monopolizzatore della vita sociale. Solo
    così essa potrà essere davvero autentica, specchio fedele della vita di un popolo, ed
    efficace strumento di sovranità».
    I burocrati di Bruxelles e le forze politiche e culturali che li sostengono amano
    definire le forze autonomiste, tra le quali la Lega Nord, con termini come
    “populista“, se non razzista o peggio. Cosa ne pensa?
    «I movimenti autonomisti sono un fenomeno complesso e nuovo. Assistiamo a un
    rinnovamento della vita associativa e questo è un bene. Però il termine populista è
    semplicistico, e non serve a definire un mondo molto diversificato. Alcuni
    movimenti “populisti “sono ultra-liberali, altri sono federalisti. Alcuni sono
    addirittura di stampo giacobino, come quello di Le Pen in Francia, che non è
    nemmeno autonomista. Populista insomma non vuol dire molto: è un termine che
    indica uno stile, non una dottrina. Che, inoltre, non è quella indipendentista.
    Personalmente, sono autonomista e non indipendentista. Specialmente oggi quando
    nemmeno gli Stati sono più indipendenti. Per questo auspico un modello
    confederale».
    In un momento nel quale l’Occidente si autoproclama in un conflitto di civiltà, con
    gli Stati Uniti alla testa, si potrebbe pensare di importare quel modello federale in
    Europa. Qual è la sua opinione?
    «Gli Stati Uniti adottarono un modello federale, ma lo hanno tradito. In particolare,
    lo hanno tradito durante il cosiddetto “New Deal” di Roosevelt, negli anni ’30.
    Questo fenomeno, tra l’altro, ebbe caratteri di grande similitudine col Fascismo che
    trionfava in Europa. Inoltre, bisogna tener presente un aspetto biblico e calvinista,


    tutto sommato inadatto all’Europa. A parte tutto questo, delle vere autonomie ci
    furono effettivamente, anche se già con la “guerra di secessione” si cominciò a
    negarle. Personalmente, non credo nell’antiamericanismo maniacale. Penso che vi
    sia tuttora maggior libertà di espressione in America che in Europa; e quel che resta
    del sistema federale non è malvagio. Il problema è che gli Stati Uniti sono l’unica
    potenza esistente e purtroppo hanno unificato il mondo secondo la logica del
    mercato, cosa che nuoce a tutti. Sono necessarie altre potenze che li contrastino».
    Quale modello federale si può allora suggerire?
    «Forse, miglior fonte di ispirazione può essere il modello federale tedesco, con i
    reali poteri assegnati ai diversi Länder, realmente autonomi rispetto al centro. La
    crisi economica della Germania, i problemi non completamente risolti della
    riunificazione e i debiti che vengono ancora oggi fatti pagare per la storia recente,
    non devono far dimenticare che la Germania è la colonna vertebrale dell’Europa; e
    ai tedeschi spetta il compito di spingere l’Europa all’indipendenza, lungo un asse
    che per ragioni di semplicità geometrica definirei Parigi-Berlino-Mosca, attorno al
    quale ruotino le libertà individuali di tutti i popoli europei. Libertà dai giacobini
    all’interno, e dagli Stati Uniti all’esterno».
    Occidente e islam: è veramente uno scontro di civiltà?
    «Non credo che sia il modo migliore di porre i termini. Né occidente, né islam sono
    concetti omogenei, poiché sono attraversati da grandi contraddizioni. Così come
    Europa e Stati Uniti hanno interessi divergenti e rappresentano modelli diversi, così
    il miliardo e duecento milioni di musulmani non sono unitari, non hanno un centro
    come punto di riferimento, le correnti culturali sono diverse e lo sono anche le
    interpretazioni del Corano. Anche se bin Laden si auto proclama voce dell’islam, le
    truppe afghane che lo combattono sono musulmane. L’Iran sciita è da sempre
    nemico dei talebani. Chi conferisce a bin Laden un ruolo che non ha, cerca uno
    scontro che non ci sarebbe. Gli Stati Uniti indicano in bin Laden la voce dell’Islam, i
    musulmani no».
    Mentre assistiamo ad una massiccia immigrazione islamica in Europa, come ci si
    può tutelare?
    «L’immigrazione è un problema diverso da quello della guerra in corso. L’unico
    modo praticabile ed efficace per gestirla è una politica di cooperazione con i paesi
    di origine. Purtroppo l’immigrazione è ineluttabile. Tuttavia è necessario
    ridimensionarla e restringerla comunque, e questo lo si può fare solo cooperando
    attivamente con i paesi di origine».
    Questo per chi non è ancora venuto, ma con chi è già in Europa quali soluzioni
    adottare?
    «L’unico modo di affrontare l’immigrazione islamica è quello di non praticare alcuna
    assimilazione. E’ necessario che vivano in comunità loro, omogenee al loro interno.
    Io penso che non vi sia un pericolo islamico; o meglio che non sia quello principale.
    L’identità europea è molto più minacciata dalla logica del capitalismo che
    dall’Islam. Infatti le multinazionali americane controllano le politiche economiche, i
    paesi islamici no. Io vedo ogni giorno film americani, libri, giornali, musica, vestiti,
    modi di dire e di pensare. Non vedo nessun film islamico, nessuno stile di vita
    islamico presente 24 ore al giorno in televisione. L’uno è un pericolo possibile,
    l’altro è in atto. I mercati finanziari incidono sulla nostra vita ogni giorno di più in
    tutto il mondo. E non sono islamici».
    (a cura di Alessandro Ortenzi)
    («La Padania»,13 marzo 2002)
    Un pensiero che non ha preso una ruga
    Alain de Benoist è difficile da classificare. Non ama le etichette e il suo pensiero
    prende spesso in contropiede coloro che vi cercano un manifesto politico
    dogmatico. Sfortunatamente per loro e fortunatamente per noi, non c’è. Sebbene
    sia ampiamente boicottato da una Francia mediatica definitivamente blindata, il suo
    contributo ai dibattiti di idee ha impresso un segno notevole sulla sua epoca. Da Vu
    de droite, uscito nel 1977 e da poco ripubblicato, a Dernière Année, l’insieme della
    sua opera non ha preso una ruga. La lucidità attraversa tutti i suoi libri, ciascuno dei
    quali è una boccata di ossigeno in questo universo asfissiante. Gli abbiamo perciò
    chiesto il suo punto di vista sull’attualità molto turbolenta di questo inizio di
    millennio.
    Nel 1989, dopo la caduta del Muro di Berlino, Lei ha dichiarato che il sistema
    capitalista si trovava ad occupare da solo la scena e poteva essere giudicato per
    quello che è. I recenti eventi dell’11 settembre non sono stati l’occasione giusta per
    rianimare quella bipolarità che era andata perduta, designando un nuovo male
    assoluto?
    Tutti i sistemi cercano di far dimenticare le proprie tare denunciando quelle degli
    altri. Anche Hannah Arendt aveva fatto notare che una delle caratteristiche dei
    sistemi totalitari è la designazione di un nemico che viene rappresentato come
    l’incarnazione del male assoluto. Dopo il crollo dell’apparato sovietico, è evidente
    che l’Occidente liberale aveva bisogno di un nuovo “impero del male” per
    giustificarsi. L’idea generale è che l’avversario del male assoluto non può che
    essere assolutamente buono. Il modo in cui il presidente George W. Bush,
    all’indomani degli attentati di New York e Washington, si è affrettato a dividere il
    mondo in due campi (“chiunque non è con noi è contro di noi”) è, da questo punto
    di vista, rivelatore. Il parallelismo fra l’appello alla jihad e la retorico della “crociata”
    lo è altrettanto. Ciò detto, il pericolo rappresentato dalla crescita di un
    iperterrorismo globale non toglie niente ai difetti del sistema capitalista liberale, e
    ovviamente non impedisce di analizzarlo per quello che è.
    C’è chi vede negli attentati di New York il preludio allo “scontro delle civiltà”
    preannunciato da Samuel Huntington. Lei che ne pensa?
    Lo “scontro delle civiltà” è una formula semplice che affascina le menti semplici,
    che vi proiettano le loro ossessioni e i loro desideri inconfessati. Samuel Huntington
    aveva avuto il merito nel 1996, in un’epoca nella quale il suo compatriota Francis
    Fukuyama riteneva di poter annunciare la “fine della storia”, di ricordare l’esistenza
    di aree di civiltà distinte, di cui si deve tenere conto. Ha avuto il torto di trattare tali
    culture come entità omogenee, suscettibili di trasformarsi improvvisamente in
    attori delle relazioni internazionali. Gli “scontri” culturali sono sempre esistiti. Da
    ciò a tracciare degli scenari apocalittici, ci corre una certa distanza.
    Si dovrebbe peraltro cominciare con l’interrogarsi sul senso della parola “civiltà”. La
    civiltà occidentale oggi non è altro che un indice economico: il termine designa
    tutte le società sviluppate in cui regnano la legge del mercato e la logica della
    merce. Questa civiltà si ritiene superiore e “universale”, ovvero votata a sostituirsi
    alle altre culture dell’umanità, reputate retrograde e arcaiche. Non vi è alcun
    dubbio che, per il tramite del tema dello “scontro delle civiltà”, il sistema capitalista
    liberale tende a darsi una nuova legittimità, a far dimenticare i danni che produce e
    a disarmare le critiche delle quali è oggetto. Lo scopo è condurre tutti quanti a fare
    blocco attorno a un sistema in cui la ricchezza di meno di trecento individui è
    uguale al reddito cumulato di due miliardi e mezzo di essere umani, un mondo di
    divertimento programmato, nel quale però ognuno deve imparare a diffidare degli
    altri in nome di un’esasperata logica concorrenziale. Tutti i Bin Laden del pianeta
    cadono a pennello per giustificare un simile intento. Gli ingenui si accoderanno a
    questo atteggiamento, che agita la minaccia del fondamentalismo islamico solo per
    giustificare l’integralismo del profitto, la cui parola d’ordine resta più che mai In Go
    (l)d we trust. Sarebbe più saggio constatare che la causa principale di un eventuale
    “scontro delle civiltà” rimane l’estensione a livello planetario di un sistema
    occidentale che tende a sopprimere dappertutto le identità collettive e a realizzare
    l’uniformità.
    Da qualche anno, Lei annuncia la fine della modernità e l’avvento di una
    postmodernità. Quali sono gli indizi che Le consentono di affermarlo?
    Il tema della fine della modernità non è molto originale. Tutto mostra che un ciclo si
    chiude e che stiamo entrando in un mondo nuovo. La modernità era lo Stato
    nazionale, la produzione industriale, la mobilitazione delle masse, il tempo delle
    rivoluzioni. Troppo grande per rispondere alle aspettative quotidiane dei cittadini,
    ma troppo piccolo per fronteggiare le sfide della globalizzazione, lo Stato nazionale
    cede il suo margine di manovra rimpicciolirsi ogni giorno. Le regole dello scambio
    dei beni e dei servizi non sono più quelle dell’economia energetica. Per la prima
    volta, gli umani trattano la materia e gli oggetti che fabbricano attraverso la
    mediazione di codici e segnali, generando in tal modo un’economia sempre più
    immateriale, sostenuta da tecnologie che sconvolgono i concetti classici di spazio e
    tempo. L’informatica consente di produrre con sempre meno lavoro e tempo,
    lasciando intravedere una mutazione completa della condizione di salariato.
    L’astensione e il ritiro dalle istituzioni sovrastanti prendono il posto della
    mobilitazione all’interno dei partiti: la società ormai corre un rischio più di
    implosione che di esplosione. Lontano sia dall’individualismo puro che dalla
    socializzazione statale, il legame sociale si ricompone intorno a comunità e reti. Non
    è più il tempo dei rivoluzionari, ma piuttosto quello dei dissidenti e dei ribelli. Si
    potrebbe proseguire a lungo questa enumerazione…
    Lei mostra un certo fascino, o quantomeno un forte interesse, nei confronti delle
    biotecnologie. Ciò non è in contraddizione con le Sue posizioni vicine agli ecologisti
    integrali?
    Non ho mai confuso l’ecologismo con l’oscurantismo. Lo sbocciare delle
    biotecnologie, che è ancora agli inizi, apre prospettive immense, nelle quali vi può
    essere il meglio e il peggio. Il problema è che l’uomo è ormai in ritardo rispetto ai
    suoi nuovi poteri, come è testimoniato dalla ridicola agitazione dei comitati di etica
    e dei politici attorno ad ogni ulteriore avanzata della scienza. Quando l’uomo è sul
    punto di riuscire a modificarsi, l’“umanismo” non è più una risposta! Un altro
    problema, assai concreto, è lo scontro tra la tecnoscienza e la logica del mercato.
    Le biotecnologie possono anche sfociare in una migliore conoscenza di noi stessi, in
    un’eugenetica popolare liberamente desiderata, in nuove possibilità terapeutiche,
    oppure in una forma inedita di reificazione della vita, di mercantilizzazione dei
    rapporti sociali. Quel che è sicuro è che la biologia molecolare e le neuroscienze
    sono chiamate a trasformare la nostra vita quotidiana. Il vero problema è capire in
    quale prospettiva si inscriveranno queste trasformazioni.
    Qual è la Sua posizione nei confronti dei movimenti antiglobalisti di sinistra, e che
    reazioni Le ispirano le soluzioni che essi propongono?
    Provo per loro una grande simpatia di principio, pur ritenendo il discorso che fanno
    spesso confuso e i mezzi che usano a volte discutibili. Certi loro aderenti criticano la
    libera circolazione dei capitali ma nel contempo incoraggiano quella delle persone,
    il che vuol dire che non credono al ruolo della “mano invisibile” sul piano economico
    ma continuano a crederci sul piano demografico o umano. Altri ancora ieri
    sottoscrivevano un internazionalismo di cui ora scoprono che la logica del capitale è
    un vettore molto più sicuro del socialismo. Nulla vieta di aiutarli a prendere
    coscienza delle loro contraddizioni.
    Passando ad un altro argomento: l’esplosione della destra nazionale [francese, ndt]
    non ha fornito occasione a nuove collocazioni politiche. A Suo avviso, che analisi va
    fatta di questo immobilismo intellettuale, che porta spesso i sostenitori
    dell’“identità” a difendere le idee degli avversari? Che riflessioni Le ispira la vita
    politica francese in generale?
    Come stupirsi dell’immobilismo, intellettuale o di altro genere, di una famiglia
    politica che ha nell’immobilismo la sua ragion d’essere? Non so cosa ci si potrebbe
    aspettare da una famiglia politica che, da almeno mezzo secolo, ha costantemente
    coltivato una mentalità reazionaria e da stato d’assedio, è sempre andata avanti
    con gli occhi fissi sul retrovisore e ha sempre ingaggiato lotte perse in partenza
    (l’ultima in ordine di tempo è la mobilitazione contro l’euro a poche settimane dalla
    sua entrata in vigore!). La destra nazionale oggi non è nemmeno più capace di dire
    quale tipo di istituzioni o di sistema politico preferisce. La vera vita è altrove!
    I sostenitori dell’identità hanno perfettamente ragione di pensare che questo
    concetto sia destinato ad assumere un’importanza sempre maggiore. Devono però
    dire quale contenuto preciso contano di darle; in mancanza di ciò, l’“identità”
    resterà una semplice parola-feticcio o uno slogan. L’identità non è un’essenza ma
    una sostanza. Non è quel che non cambia mai, ma quel che ci consente di restare
    noi stessi cambiando di continuo. Infine è una modalità di costruzione del proprio io
    che implica un rapporto dialogico con gli altri. Non è dunque un concetto così
    semplice come sembra. La vita politica francese mi ispira soprattutto noia. Già
    Montherlant diceva: “Il piano sociale non soddisfa lo spirito”.
    Che cosa pensa del processo di Matignon che riguarda l’autonomia della Corsica?
    Sono favorevole a tutto ciò che permette di dare alle collettività e alle regioni più
    autonomia, cioè una maggiore possibilità di decidere da sole sulle questioni che le
    riguardano. Sono ostile a qualunque forma politica in cui l’autorità provenga
    esclusivamente dall’altro. A mio parere la vita politica deve essere interamente
    ripensata a partire dalla base, secondo il principio di sussidiarietà. Ciò vuol dire: più
    vita associativa, più democrazia diretta, più partecipazione di tutti alla vita
    pubblica. Parlare in nome del popolo è bene, creare le condizioni che gli consentano
    di prendere direttamente la parola è ancora meglio.
    Chevènement sembra avere il vento in poppa nei sondaggi. Qual è la Sua opinione
    su questo fenomeno?
    L’ex ministro degli Interni è un uomo di forti convinzioni, fatto relativamente raro
    all’interno della classe politica, ed è anche un uomo coraggioso. Offre a coloro che
    sono resi inquieti da certe attuali evoluzioni un discorso “repubblicano” che ha
    qualcosa di rassicurante. Tuttavia, il suo giacobinismo e la sua ostilità al
    federalismo europeo mi allontanano radicalmente dalle sue posizioni. La sua
    concezione “bodiniana” della sovranità, condivisa da tutti i sovranisti di destra e di
    sinistra, si situa all’esatto opposto dello schema politico al quale aderisco. La sua
    messa in opera, ricalcata sul modello dell’individuo autosufficiente, fonte storica
    della centralizzazione (sia prerivoluzionaria che giacobina) non può che finire con il
    rafforzare le attuali posizioni di dominio transnazionali. Come tutti i sovranisti,
    Chevènement non ha capito che il mondo è cambiato.
    La polemica, essenzialmente americana, tra i libertari e i comunitaristi è stata
    completamente taciuta in Francia. Come spiega questo silenzio? Può fornirci un
    breve sunto di questo dibattito?
    Le teorie comunitariste hanno in un primo momento costituito una risposta a John
    Rawls, che nella sua celebre Teoria della giustizia si era sforzato di rifondare la
    dottrina socialdemocratica. Si trattava, in origine, di una discussione sulla priorità
    del giusto o del bene, discussione che si può considerare molto astratta ma le cui
    conseguenze politiche sono immediate. Contro la concezione liberale della società,
    secondo la quale lo Stato deve rimanere neutrale sui valori (la “vita buona” secondo
    Aristotele), i teorici comunitaristi sostengono che l’uomo è sempre anteriore ai
    propri fini, che è almeno in parte costituito dalla sua o dalle sue comunità di
    appartenenza e che una società che non tiene conto di ciò è destinata a disgregarsi.
    Varie centinaia di opere sono state pubblicate sinora nel quadro di questo ampio e
    appassionante dibattito. Con rare eccezioni, la Francia se ne è più o meno tenuta in
    disparte. Dal momento che la pigrizia intellettuale e l’incultura si aggiungono ai
    diktat del pensiero unico, alcuni hanno ridotto le tesi comunitariste a un
    “comunitarismo” ricostruito da cima a fondo oppure a polemiche riguardanti
    l’immigrazione. Basta leggere Alasdair McIntyre o Michael Sandel per constatare
    che si tratta di tutt’altra cosa.
    Nei Suoi anni giovanili, Lei si è interessato ai movimenti di estrema sinistra e più in
    particolare alle organizzazioni trotzkiste. Cosa pensa della loro importanza
    elettorale e sindacale (SUD, Arlette, FO, les Motivés…) oggi?
    La conversione del partito socialista alla logica del mercato e la
    socialdemocratizzazione del Partito comunista hanno del tutto naturalmente aperto
    a sinistra uno spazio che gli ultimi “rivoluzionari” si sforzano di occupare. Gli ex
    militanti del Maggio 68 hanno del resto preso d’assalto il mondo della politica e dei
    media. Che fra di loro si trovino degli ex trotzkisti non ha niente di sorprendente. Il
    vero problema è capire in che misura il loro passato ci informa su quel che sono
    diventati. Marx diceva, del tutto a ragione, che non si ha il diritto di ridurre l’uomo a
    un determinato momento della sua storia. È anche il mio parere – tanto più che non
    amo i processi alle intenzioni. Dopotutto Stéphane Courtois, il principale artefice del
    Libro nero del comunismo, è lui pure un ex militante di estrema sinistra! Ciò
    significa che io mi interesso più a ciò che le persone pensano oggi che a ciò che
    esse hanno potuto essere un tempo.
    L’immensa maggioranza degli ex sessantottini sono uomini che hanno abbandonato
    o tradito i propri ideali, o perché non credevano più alla possibilità di un’alternativa
    al sistema attuale o per semplice opportunismo. Dei loro impegni passati restano
    reti amicali, certi riferimenti culturali, un ossessivo “antifascismo” residuale;
    insomma ciò che Edwy Plenel, maestro in materia, chiama uno “stato d’animo”. Il
    trotzkismo in quanto tale non mi sembra abbia dinanzi a sé un grande avvenire, e la
    tesi in base alla quale Lionel Jospin sarebbe “sempre trotzkista” è, a mio parere,
    ridicola. Mi capita, in compenso, di immaginare l’amarezza che devono aver provato
    i militanti di Action directe oggi in prigione quando hanno visto la ex maoista
    Marylise Lebranchu diventare Guardasigilli…
    Per finire: nel suo libro “Dernière Année” si scopre un Alain de Benoist ossessionato
    dalla morte. A un certo punto, Lei scrive che c’è tuttavia di peggio della morte. A
    cosa pensa, più precisamente?
    Viviamo in una società la quale ritiene che niente sia peggiore della morte.
    Quest’idea è del tutto nuova. In passato, gli europei hanno sempre ritenuto che
    molte cose fossero peggiori della morte: il disonore o la schiavitù, ad esempio,
    oppure tutto ciò che degrada l’immagine che ci creiamo di noi stessi. Un’idea di
    questo tipo resta fortunatamente presente nella maggior parte delle società del
    Terzo mondo. Quanto a me, non sono assolutamente ossessionato dalla morte. Se
    essa continua ad essere per me un pensiero sempre presente, è solo perché credo
    che soltanto la chiara consapevolezza della nostra finitezza dia un senso alla nostra
    esistenza. L’uomo è l’unico essere che si sappia destinato alla morte. Attorno a
    questo pensiero, tutto il resto si ordina.

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    In un momento nel quale l’Occidente si autoproclama in un conflitto di civiltà, con
    gli Stati Uniti alla testa, si potrebbe pensare di importare quel modello federale in
    Europa. Qual è la sua opinione?
    «Gli Stati Uniti adottarono un modello federale, ma lo hanno tradito. In particolare,
    lo hanno tradito durante il cosiddetto “New Deal” di Roosevelt, negli anni ’30.
    Questo fenomeno, tra l’altro, ebbe caratteri di grande similitudine col Fascismo che
    trionfava in Europa. Inoltre, bisogna tener presente un aspetto biblico e calvinista,


    tutto sommato inadatto all’Europa. A parte tutto questo, delle vere autonomie ci
    furono effettivamente, anche se già con la “guerra di secessione” si cominciò a
    negarle. Personalmente, non credo nell’antiamericanismo maniacale. Penso che vi
    sia tuttora maggior libertà di espressione in America che in Europa; e quel che resta
    del sistema federale non è malvagio. Il problema è che gli Stati Uniti sono l’unica
    potenza esistente e purtroppo hanno unificato il mondo secondo la logica del
    mercato, cosa che nuoce a tutti. Sono necessarie altre potenze che li contrastino».
    Quale modello federale si può allora suggerire?
    «Forse, miglior fonte di ispirazione può essere il modello federale tedesco, con i
    reali poteri assegnati ai diversi Länder


    .

  3. #3
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    Predefinito

    «L’unico modo di affrontare l’immigrazione islamica è quello di non praticare alcuna
    assimilazione. E’ necessario che vivano in comunità loro, omogenee al loro interno.
    Io penso che non vi sia un pericolo islamico; o meglio che non sia quello principale.
    L’identità europea è molto più minacciata dalla logica del capitalismo che
    dall’Islam. Infatti le multinazionali americane controllano le politiche economiche, i
    paesi islamici no. Io vedo ogni giorno film americani, libri, giornali, musica, vestiti,
    modi di dire e di pensare. Non vedo nessun film islamico, nessuno stile di vita
    islamico presente 24 ore al giorno in televisione. L’uno è un pericolo possibile,
    l’altro è in atto. I mercati finanziari incidono sulla nostra vita ogni giorno di più in
    tutto il mondo. E non sono islamici».
    (a cura di Alessandro Ortenzi)
    («La Padania»,13 marzo 2002)
    .

  4. #4
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    Exclamation

    Mi sembrano analisi molto lucide e senza nevrastenie.

    sono limabili quanto volete,
    non si accenna neppure a Israele o agli Ebrei o alla massoneria,

    non vi sono accenni al sedevacantismo ,

    non vi sono insulti a terroni o similia eppure è un pensiero etnonazionalista al 100% che non esclude l'indipendenza della PDN!

    E queste considerazioni sono molto vicine a quelle dell'Umberto.

 

 

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