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Risultati da 1 a 10 di 28
  1. #1
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    Question Il cattolicesimo è una forma di globalizzazione e istiga al meticciato ?

    Premesso che etno sono ed etno rimango.


    Secondo voi il cattolicesimo è una forma di globalizzazione?

    Istiga al meticciato e alla società multirazziale?

    O lo è solo dal concilio vaticano II ?

    Oppure non lo è affatto?

    So già che gli amici del forum tradizione cattolica mi guarderanno male, ma alla luce del caso Nebbia ritengo utile porre per l'ennesima volta un sondaggio di questo tipo,soprattutto ad uso di nuovi eventuali arrivati.

    Qui convien lasciare ogni sospetto, qui convien che ogni viltà sia morta. .

    •   Alt 

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  2. #2
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    Exclamation

    http://www.white-history.com/hwr67.htm




    Comincio io e dico che ho scelto l'opzione Vat II.


    Non sono un superesperto, ma prendendo qualche informazione in questi anni il mio parere lo posso timidamente esprimere.

    La pretesa demenziale che gli uomini siano tutti uguali l'ha sempre avuta questo è vero,ma
    prima del CV II con tutta probailità l'idea di sincretismo religioso non esisteva e di conseguenza nemmeno l'idea della società multirazziale così come è funestamente confezionata oggi.

    Il meticciato a lungo andare è la tomba dei popoli, chiunque se ne può rendere conto senza aver letto Klauss o De Gobineau.


    ...e imporre il cattolicesimo a tutto il mondo è impensabile oltre che demenziale.

    Morale della favola?Rimango etnoidentitario e basta, difendendo la famiglia naturale , cioè rimanendo leghista, e ho risolto il problema scoprendo l'acqua calda.


    Ora vorrei sentire anche altre motivazioni di voto.


    http://www.white-history.com/usacrime.htm

  3. #3
    Arthur I
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    Va bene, riposto...

    La risposta è sempre sì. Se gli uomini sono tutti uguali (e non differenziati e connotati dalla propria storia etnico-culturale, in rapporto anche al luogo nativo), il cristianesimo tutto finisce per essere globalizzante e disinteressato sostanzialmente al rispetto delle diversità. Lo dimostra la storia centro e sud-americana, dove la divesità originaria è stata umiliata (senza giungere ad un miglioramento spirituale) e lo stato attuale delle cose indica un sincretismo il cui valore è molto opinabile (così come la sua capacità di durata).

  4. #4
    Totila
    Ospite

    Predefinito

    Originally posted by Arthur I
    Va bene, riposto...

    La risposta è sempre sì. Se gli uomini sono tutti uguali (e non differenziati e connotati dalla propria storia etnico-culturale, in rapporto anche al luogo nativo), il cristianesimo tutto finisce per essere globalizzante e disinteressato sostanzialmente al rispetto delle diversità. Lo dimostra la storia centro e sud-americana, dove la divesità originaria è stata umiliata (senza giungere ad un miglioramento spirituale) e lo stato attuale delle cose indica un sincretismo il cui valore è molto opinabile (così come la sua capacità di durata).

    Mah, nelle sacre scritture si parla del Regno di Dio che deve venire, mica della Repubblica mondiale dell' A.G.A.D.U.
    E' ovvio che tutti siamo uguali di fronte a Dio. Sulla terra fra di noi, siamo diversi.
    Insomma, io non mischierei i due piani.

  5. #5
    Arthur I
    Ospite

    Predefinito

    Originally posted by Totila
    Mah, nelle sacre scritture si parla del Regno di Dio che deve venire, mica della Repubblica mondiale dell' A.G.A.D.U.
    E' ovvio che tutti siamo uguali di fronte a Dio. Sulla terra fra di noi, siamo diversi.
    Insomma, io non mischierei i due piani.
    E fin qui (secondo il punto di vista di voi cristiani e cattolici) ci siamo. Ma dove, esattamente, si può ricavare, dalle scritture che voi seguite, un freno alla globalizzazione e alla distruzione etnica?

    Non credo che basti il "valore della famiglia" (per quanto importante, soprattutto oggi).

  6. #6
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    Exclamation

    Fa caldo, fa maledettamente caldo, forse questo tread era meglio crearlo da settembre in poi, comunque ogni tanto è giusto chiarire certi argomenti, e la discussione fra noi fa solo bene.

    Tirerò su questo tread di tanto in tanto : ora invece ne approfitto per augurare buone vacanze a tutti voi.

    Direi che forse ne abbiamo veramente bisogno.

  7. #7
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    Predefinito quesito

    Non ritengo che il cristianesimo comporti necessariamente un sistema globalizzato ed omologato senza diversità etniche.
    Spiego il perchè incollando un mio recente post su questo forum.



    Ecco il post.

    la Chiesa abbraccia tutti i cattolici Post #7 di 11

    abbraccia anche i cattolici neri.
    Gli etnonazionalisti non devono preoccuparsi perchè l'abbraccio della Chiesa non è un abbraccio uniformante e stantardizzante . Non stravolge il particolare, il locale, lo speciale. Ma li ricomprende tutti rispettando le peculiarità delle diverse culture e delle diverse identità. I cattolici di diverse etnie non perdono la loro identità etnica ma hanno solo l'obbligo di convivere sotto l'insegnamento amorevole di Cristo ... per cui il tedesco deve rispettare il nigeriano, il filippino deve rispettare il brasiliano etc. .. e tutti i cattolici hanno l'obbligo della solidarietà e della carità nei confronti dei più sfortunati. .
    Ecco la differenza tra l'universalità della Santa Romana Ecclesia e l'universalismo uniformante e stantardizzante del mondialismo massonico-capitalista che invece vuole distruggere le identità etniche al fine di degradare tutti gli uomini a semplici consumatori di un unico mercato globale sotto l'egida di un unico Dio Denaro eliminando ogni dimensione spirituale.
    Il popolo di Cristo è formato da tanti popoli e tante culture accomunati nell'amore in Cristo.
    Nel mondialismo massonico-capitalistico invece il "popolo" non esiste : esistono miliardi di individui/consumatori accomunati dal meccanismo esistenziale del guadagno/consumo.
    Ed allora io non vedo perchè avere perplessità di fronte ad un Papa nero.

  8. #8
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    Predefinito Re: Il cattolicesimo è una forma di globalizzazione e istiga al meticciato ?

    Originally posted by Jenainsubrica
    Premesso che etno sono ed etno rimango.


    Secondo voi il cattolicesimo è una forma di globalizzazione?

    Istiga al meticciato e alla società multirazziale?
    Sì, sì, sì.
    Iunthanaka
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  9. #9
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    Post La posizione del Cattolicesimo Tradizionale su razza e nazione

    La Civiltà Cattolica, Roma, 6 agosto 1938, a. 89, vol. III, quad. 2115, pp. 209-223

    GLI ELEMENTI COSTITUTIVI DELLA NAZIONE E LA RAZZA
    Che cosa é una nazione? Non è opportuno dare subito una risposta alla domanda, aggiungendo fin dal principio una nostra definizione, alle altre numerose già rammentate. Questa al più dovrà essere il risultato finale dell'indagine, che intraprendiamo e alla quale passiamo senz'altro, affrontando la questione sulla natura e le parti costitutive dell'aggregato nazionale.

    In primo luogo è cosa evidente che la nazione appartiene al novero degli aggregati sociali. Ogni nucleo di esseri intelligenti, congiunti insieme da un principio interna di unità, che suole essere l'adesione della volontà dei singoli componenti a uno scopo ben determinato, costituisce un,aggregato sociale, o una società in senso lato e generico. Perché sorga un'associazione umana di fatto non basta l'accostamento temporaneo e accidentale di alcuni individui, ma si richiede, oltre all'elemento umano dato dalla massa più o meno numerosa, un legame interiore, che unisca e cementi insieme le membra prima slegate e indipendenti, un principio informatore, che organizzi le singole cellule umane e ne impedisca la dispersione.

    Queste due parti costitutive di ogni aggregato umano, sia naturale e necessario sia volontario e accidentale, si trovano nella nazione, la quale, componendosi di un nucleo umano stretto insieme da un principio informatore, entra a far parte di quegli enti collettivi, detti aggregati sociali.

    Nondimeno la nazione non è una società nel senso stretto e specifico del termine. Esiste una società in senso stretto, quando, come avverte bene il Delos, si ha « un raggruppamento di persone umane in vista di un fine comune da proseguire e di uno scopo da ottenere mediante la convergenza e la coordinazione degli sforzi » (La société internationale, op. c., p. 35.). Tuttavia questi elementi non bastano a costituire una società pubblica. La società pubblica raggiunge la sua perfezione e la sua perfetta costituzione, e diventa vitale, quando gli sforzi dei singoli sono diretti al fine naturale da un potere sovrano, che è come una sintesi delle volontà individuali interpreta autoritativamente le esigenze del corpo sociale.

    Alla nazione non mancano invero né l'elemento umano né un fine proprio naturale che lo informi, come vedremo, ma manca una delle proprietà essenziali di ogni vera società, vale a dire il potere supremo, che stimola, dirige, obbliga i membri della collettività al conseguimento dello scopo comune. La distinzione fra nazione e. società pubblica non può essere fondata sulla assenza di un fine comune nell'aggregato nazionale, poiché l'uomo, come essere ragionevole, anche se opera mosso dalle forze congenite innestate nella sua natura, non può astrarre e non astrae mai di fatto da uno scopo ben determinato, conosciuto e voluto quale bene collettivo. Questo termine razionale di convergenza delle volontà individuali si rende assolutamente necessario, quando delle membra di loro natura autonome e libere e perfettamente costituite nel loro essere devon essere ridotte ad unità, e mantenute insieme in vista di una collaborazione collettiva, che non può risultare se non da un legame ideale.

    Né bastano, a nostro avviso, a costituire la nazione il fatto della generazione comune, sia pure intesa in senso latissimo come formazione integrale di tutto l'uomo, e tutte quelle unità reali prodotte dai vari fattori della nazionalità, come sembrerebbe intendere il Delos'( La société internationale, op. c., p. 36.), almeno in un primo tempo; poiché, fino a quando in questo amalgama omogeneo non sarà scoppiata la scintilla del fine collettivo, intorno al quale si polarizzino spontaneamente le parti, non si avrà un aggregato sociale, ma una costellazione di atomi indipendenti; come non bastano a porre in essere qualsiasi raggruppamento umano e a renderlo vitale l'identità di natura dei componenti e la somiglianza fondamentale delle loro aspirazioni e dei loro bisogni.

    Perché l'istinto di socievolezza passi dalla potenza all'atto e si concreti in associazione di fatto, è necessario,oltre all'identità di origine e delle prerogative essenziali della natura a tutti comune, un elemento psicologico, un fine cioè produttore e creatore dell'unità morale. Bisogna, dunque, assegnare alla nazione uno scopo naturale: quale esso sia, verrà determinato a suo luogo.

    Resta nondimeno fermo il punto principale, che qui interessa maggiormente: ossia che la nazione non è una società, specificamente intesa, e ciò non soltanto perché essa non richiede di sua natura e come presupposto necessario alla sua esistenza un potere centrale e un'autorità sovrana, ma anche per altre differenze, che saranno messe in pieno rilievo quando si determineranno le relazioni della nazione con lo Stato.

    Per questa ragione crediamo che non si possa convenire col Taparelli, il quale ha nella sua definizione praticamente identificati i due concetti di nazione e di società pubblica, quantunque in una nota ne avesse rilevate le differenze, scrivendo: « E' chiaro altro essere una Società pubblica, altro una Nazione secondo il rigoroso suo significato: l'Italia, benché divisa in molti Stati, è detta una Nazione; l'Austria in un unico Stato unisce molte Nazioni » (Saggio teoretico, op. c., p. 385, nota 3).

    Nonostante questa osservazione esatta, egli ha inserito nella definizione di nazione il concetto di società pubblica, ritenendo poi la presenza dell'autorità suprema, o di un governo, come egli si esprime, quale una proprietà essenziale della nazione. Non vi è dubbio che una nazione senza alcun governo ripugna, come il Taparelli osserva a dimostrazione del suo assunto, ma la ripugnanza tocca l'esistenza di una nazione senza alcuna forma di governo, non tocca però l'esistenza di una nazione senza un governo nazionale, il che è molto differente e toglie ogni forza alla dimostrazione.

    Infatti, se esistesse ripugnanza sostanziale a che dna nazione fosse governata da un potere non nazionale, la storia avrebbe creato dei mostri di natura, e il principio di nazionalità avrebbe un fondamento naturale, che lo renderebbe assoluto. Né l'uno né l'altro può essere ammesso: resta quindi che una nazione non è di sua natura una società pubblica, sebbene convenga con questa nel genere.

    * * *
    Sembrerebbe superfluo farsi a dimostrare. che la nazione è inoltre un aggregato sociale naturale. Ma la necessità di chiarire questo particolare aspetto della questione è generata dalle negazioni, invero incomprensibili, di parecchi , pubblicisti.

    Il Jellinek, ad esempio, ritiene come un principio già definitivamente acquisito dalla dottrina « che le nazioni non sono formazioni naturali, bensì storico sociali » (La dottrina generale dello Stato, op. c., p. 227).

    Così egli si riannoda alla teoria dinastica del Renan, secondo il quale la forza principale, che ricava effetti politici dal caos della religione, del territorio, della lingua e della razza, è il potere politico o la dinastia (Cfr. DELOS, La société internationale, op, c., p. 9). Tra di noi il Pagano ha attenuato in modo reciso, e ha cercato di dimostrare il suo assunto con larga messe di argomenti storici, che la nazione è creazione dello Stato. « E' lo Stato che ha creato la nazione, egli scrive, e non viceversa. La teoria romantico-popolaristica dell'origine spontanea delle nazioni è smentita dalla storia » ( Idealismo e nazionalismo, op. c., p. 104).

    Contro queste affermazioni, a parer nostro erronee; sta proprio l'argomento storico, invocato dal Pagano. Non si nega che il potere politico possa accelerare, con provvedimenti appropriati, la fusione di varie genti originariamente diverse e appartenenti a nazionalità distinte. Questo soltanto ha dimostrato il Pagano con tutti i suoi argomenti storici, che hanno il difetto di restringere l'indagine alla formazione delle nazioni moderne.

    Infatti l'azione efficace di un governo, che raduna sotto una dominazione politica unica popoli di differenti nazionalità, ma conviventi sullo stesso territorio e in continuo scambio culturale, può aiutare efficacemente l'impulso di cause naturali presenti e attive negli agglomerati sociali, e suscitare lentamente quella coscienza di unità, che fa di molte genti una nazione omogenea. Ma in ultima analisi la sua azione non potrà ridursi ad altro se non alla cura di eliminare gli ostacoli al dispiegamento delle forze naturali, che tendono all'associazione, e a stimolarle perché operino in modo più efficace.

    Ad escludere che il potere politico sia il fattore principale e unico delle nazioni, basta osservare come, prima ancora del suo intervento, al quale bisogna riconoscere un grande influsso nella formazione di alcune nazioni moderne, esistevano già nel territorio sottoposto al suo dominio delle cellule sociali bene individuate da caratteri specifici come gruppo etnico, alle quali non si può negare positivamente il nome di nazione, giacché possedevano in modo concreto e distinguibile le note, che contrassegnano un aggregato nazionale (Il PAGANO si propone la grave difficoltà, che deriva per la sua teoria storico-politica dal fatto incontrastabile che l'Italia fu per secoli una nazione, prima di diventare uno Stato, e la risolve affermando che la creazione della nazione italiana si dovette alla diffusione della lingua toscana, diffusione, a sua volta, promossa dalle corti. La soluzione, come è evidente, riposa sopra due affermazioni, dettate più dalla tesi preconcetta che dalla storia. Cfr. Idealismo e nazionalismo, op. c., p. 109 e segg..).

    Si dirà che anche queste cellule sono state il prodotto di un'azione politica preponderante? A tale riguardo non è stata ancora portata una prova storica, che dia fondamento all'illazione. Ma, ammessa pure l'ipotesi, il problema non sarebbe ancora risolto nel senso della teoria storico-politica dell'origine delle nazioni, poiché ci sarebbe ancora da risalire indietro nel tempo, sino alla culla dell'umanità, e dimostrare che anche allora la causa principale e unica, che ha condotto le genti a radunarsi in gruppi omogenei di origine, di costumi, di tradizioni e di lingua sia stato il potere politico. , Dimostrazione impossibile, dopo che l'etnologia si è incaricata di sfatare ogni simile supposizione, provando come il sorgere delle nazioni sia dovuto a cause, che nulla hanno da fare col potere politico, come l'esogamia, gli scambi e le relazioni commerciali, le feste religiose e simili (Cfr., SCHMIDT, Razza e nazione, op. c., p. 127).,Non sarà, dunque, l'argomento storico a consolidare la teoria storico sociale della formazione delle nazioni, la cui origine, come ben dice il Johannet, si perde nella notte dei tempi (cfr. LE FUR, Races, nationalités, Etat, op. c., p. 11).

    All'opposto la storia dimostra che, quando il potere politico ha voluto premere sulle minoranze nazionali, nell'intento di assorbirle e livellarle, si è determinata una reazione sorda, e qualche volta anche violenta, a difesa quasi istintiva del patrimonio culturale della nazione, che invece di portare all'unione e alla fusione ha condotto alla scissione irriconciliabile, ha suscitato odi inestinguibili e moti separatistici non facilmente arginabili.

    Non è la nazione a supporre lo Stato, ma lo Stato, nel caso in cui questo sia nazionale, e solo in questo,caso, suppone la nazione, la quale potrebbe allora chiamarsi col Duguit « l'ambiente nel quale si produce il fenomeno dello Stato » (Cfr. DELOS, La société internationale, op. c., p. 8). Si può pertanto concludere con tutta tranquillità che la teoria dell'origine spontanea delle nazioni, chiamata dal Pagano, in tono dispregiativo, romantico-popolaristica, non ha contro di sé la storia, e che, lungi dall'essere smentita dai fatti, rimane da essi confermata in tutto il suo valore.

    * * *
    Del resto, a dare il bando alla teoria contraria, sarebbe bastato lo studio della natura umana con le leggi immanenti di socialità, che le sono proprie. L'uomo è per istinto naturale un essere sociale e tende, obbedendo necessariamente a questo impulso innato, ad inserirsi in aggregati umani sempre più ampi e comprensivi, nei quali cerca la soddisfazione adeguata dei suoi innumerevoli bisogni.

    Questo impulso, generico nella sua inclinazione originaria, si specifica, in primo luogo nella società domestica, e poi soverchiando la cerchia familiare, troppo ristretta per fornirgli tutti i mezzi richiesti per la sua soddisfazione integrale, si attua in associazioni più vaste e più potenti. Ma come, per istinto naturale, l'uomo intreccia relazioni sociali, così ancora dal medesimo istinto è portato a istituire comunanza di vita con quelle persone, con le quali si sente unito, oltre che dalla natura fondamentalmente comune, da legami particolari di origine, di costumi, di omogeneità strutturali fisiche e spirituali, di uguaglianza di sentimenti e di abiti morali.

    Tali somiglianze, che non si devono per nulla all'azione di una causa volontaria, ma che l'uomo trova impresse nel suo corpo e nella sua anima quasi in modo deterministico, segnano la direzione lungo la quale si esplicherà il suo istinto sociale, specificando l'inclinazione generica e indeterminata. Ora sia l'impulso generico verso la vita sociale, sia la direzione specifica, che esso prende sotto l'azione di queste cause determinanti, sono opera della natura, effetto spontaneo delle sue leggi, e quindi la nazione, non essendo altro che il portato ultimo della mutua influenza di queste cause naturali, è un frutto genuinamente naturale, un aggregato sociale naturale.

    L'impulso naturale di socievolezza si attua così secondo una gradazione di vita sociale, che corrisponde alle leggi immanenti nell'essere umano, e che va dalla famiglia, nel suo inizio unione di due esseri complementari per la riproduzione della specie e poi società domestica stretta insieme dalla comunità di sangue, alla nazione aggregato più vasto, il cui fondamento unitivo è la comunità di origine e soprattutto di cultura, allo Stato società politica, che sta al culmine della scala ascendente, e imprime il carattere di organicità a tutti gli elementi, anche eterogenei, attratti entro la sua orbita.

    * * *
    Messo in chiaro che là nazione è un aggregato sociale naturale, conviene ora determinare il suo elemento generico e specifico, vale a dire conviene procedere all'assegnazione dei suoi elementi essenziali, dai quali è distinta da tutti gli altri raggruppamenti consimili.

    Come si è già rilevato, a questo riguardo esiste una congerie di opinioni disparatissime, poiché non vi è uno dei così detti fattori della nazionalità che non sia servito di fondamento a una teoria. La razza, la lingua, la religione, il territorio, lo Stato sono stati elevati di volta in volta, o separatamente o raggruppati insieme, secondo i gusti degli studiosi, alla funzione di elementi essenziali della nazione. E' necessario, quindi, innanzi tutto sgombrare il terreno, sottoponendo a una rapida critica tali opinioni. Questo processo di eliminazione ci condurrà quasi naturalmente alla scoperta di quegli elementi, che a nostro avviso meritano di essere ritenuti come essenziali.

    La teoria, che riduce la nazione alla razza, è rappresentata oggi e difesa, con una ostinatezza e un fanatismo ideologico degno di migliore causa e con una povertà di argomenti pseudo-storici, e pseudo-scientifici, che fanno poco onore alla scienza, da tutti gli scrittori che traggono ispirazione dal mito razzista della nuova Germania.

    Non è qui il luogo di risalire alle fonti di questa ideologia, che nata in Francia col Gobineau, si trapiantò in Germania, dove germogliò rigogliosamente sul terreno preparato dall'immanentismo dell'Hegel e del Fichte. Momentaneamente la teoria ci interessa solo in quanto identifica nazione e razza, e sotto questo rispetto conviene ora esaminarla e vagliarla.

    Il concetto di razza é derivato dalla zoologia. In questa scienza serve alla classificazione delle varie specie animali, secondo alcuni caratteri somatici distintivi di ciascuna specie. « Tutti gli animali, che possiedono insieme una certa somma di determinate qualità, vengono raggruppati sotto la medesima razza », scrive lo Holzheimer (cfr. SCHRÖDER, Rasse und Religion, München, 1937, p. 20.).

    L'antropologia, mutuando questo concetto dalla zoologia, lo ha applicato all'uomo, senza tuttavia uscir fuori dal significato originario del termine. « Con l'espressione razza, scrive lo Schröder, viene designata un'accolta di individui, i quali mostrano una qualche somiglianza in tutte le caratteristiche somatiche, e una perfetta identità nelle note principali » (Rasse und Religion, op, c., p. 20.
    Il FINOT a sua volta scrive «Le dottrine implacabili sull'ineguaglianza degli umani, ornate di una vernice scientifica, si moltiplicano all'infinito. Fondate sulle differenze cranologiche, la grandezza o la piccolezza delle membra, il colore della pelle o dei capelli, si sforzano di chiamare come garante delle loro tesi audaci una specie di pseudo scienza con le sue leggi problematiche,i suoi fatti non verificati e le sue generalizzazioni ingiustificabili». cfr. Le préjugé des races, Paris, 1921, p. 15.). Il concetto di razza, trasportato all'uomo, si restringe dunque a rilevarne le qualità somatiche, e queste considera in modo esclusivo.

    Si è dunque in presenza di un concetto prettamente materialistico, che non può essere applicato all'uomo integralmente, senza abbassare la creatura ragionevole al livello degli animali. L'uomo non è soltanto animalità, ma è anche spirito; non ha soltanto dei caratteri somatici, ma ha ancora qualità spirituali, che sovrastano di gran lunga quelle corporali, né si possono a queste ridurre. La ristrettezza del concetto di razza non può dunque contenere ed esaurire quello di nazione. In caso contrario una mandria di animali, che possiede gli stessi caratteri somatici, dovrebbe dirsi una nazione.

    Ma anche a voler dare alla razza un significato meno materialistico di quello sopra notato, seguendo la scuola antropo-sociologica, non si potrebbe su di essa fondare scientificamente una teoria sulla nazione. Pei confessione comune di tutti gli studiosi seri di antropologia e di etnologia, nessun concetto è così oscuro, così indeterminato, così vago e controverso come quello di razza. Lo Schröder, già citato scrive: « Fin da questo momento noi dobbiamo persuaderci del fatto, che non esiste una sicura derivazione della parola e un concetto di razza perfettamente determinato e universalmente ammesso » (Rasse und Religion, op. c., p. 19.).

    La scienza a questo riguardo non ha fatto molti progressi, da quando il Babington poteva definire la razza « un vago fantasma » (cfr. COLAJANNI, Latini e Anglo-Sassoni, Roma, 1906, p. 3). Tutto infatti rimane ancora incerto: incerto il criterio di discriminazione delle diverse razze (Cfr, COLAJANNI, opera sopra citata, p. 4, scrive: «così è avvenuto che alcuni classificano le razze dal preteso luogo della loro origine (razza caucasica, mongolica, africana ecc.i; o dal colore della pelle (bianca, gialla, nera, ecc.i; o dalle dimensioni del cranio (brachicefali, mesaticefali, dolicocefali); o dalla forma del cranio (Sergi); o dalla forma dei capelli (crespi, lanosi, lisci: Haekel); o dal linguaggio (monosillabico, agglutinante, a flessione); o dalla statura ecc. ecc.»), incerto il loro numero (Il medesimo COLAJANNI, alla pagina sopra citata, nota: «E per la stessa ragione mentre Blumenbach distingueva cinque razze, Topinard ne ammetteva diciannove; Nolt e Gliddon riconoscono sessantaquattro famiglie divise fra otto razze; Deniker ammette 29 razze racchiuse in 17 gruppi, che poi etnicamente raggruppa, tenendo conto della lingua, in ariani e anariani; Haekel ne enumera 34, ecc. » Sullo stesso argomento il FINOT, Le préjugé des races, op. c., p. 79, dice: «Tante scuole antropologiche, tante divisioni degli umani.., Mentre gli unì non cercano che a dividere l'umanità in quattro rami nettamente separati, gli altri, più generosi, arrivano persino a centinaia di divisioni e di suddivisioni »), incerti i caratteri somatici specifici secondo i quali esse dovrebbero selezionarsi, incerte molto più le leggi della loro trasmissione ereditaria, incerte infine le diversità psichiche, sulle quali si è di recente rivolta l'indagine scientifica (Relativamente alla psicologia dei popoli, il FINOT ironicamente osserva: «Quale popolo è stato, per esempio, più studiato dei greci antichi? La bibliografia dedicata a questo soggetto è una delle più vaste e delle più nutrite, Il numero dei volumi che parlano dei greci è di gran lunga superiore alla cifra degli abitanti sotto Pericle. Nondimeno, quantunque tutti i lati della sua vita siano stati messi a nudo, noi non possiamo dare una definizione esatta della sua anima,». Le préjugé des races, op. c., p. 294.).

    Il P. Schmidt, dopo un esame accurato delle teorie .razziste, riesce a questa conclusione negativa. « Da tutto ciò risulta chiaramente .che le teorie della razza rimangono per ora, anche presso gli studiosi più accreditati, sospese in un flusso incerto, da cui si può giungere alle più opposte conclusioni » (Razza e nazione, op. c., p. 51). Alla medesima soluzione negativa perviene lo Schröder, relativamente alle diversità psichiche delle varie razze. La scienza, egli dice, non è riuscita in questo suo lavoro di ricerca a stabilire chiaramente le differenze razziali psichiche, trasmissibili per eredità, né ha trovato dei punti certi sui quali regni la concordia (Rasse und Religion, op. c., p. 165).

    Ora, posta una tale assoluta incertezza e oscurità nel concetto di razza, è, non solo antiscientifico, ma addirittura mostruosamente illogico voler fondare su di esso una teoria qualsiasi sulla nazione. Per quanto i fanatismi ideologici possano violentare i dati della scienza e della storia, ogni uomo di buon senso non potrà fare a meno di respingere sdegnosamente queste acrobazie del pensiero, vere aberrazioni mentali collettive. L'onore della scienza e dell'umanità richiede che una buona volta si accantonino tra i rifiuti tali concezioni arbitrarie, che non hanno alcun serio fondamento.

    * * *
    Andando ora più da presso al nostro soggetto, anche a prescindere dalle incertezze entro le quali si dibatte la dottrina della razza, è facile avvertire come fra nazione e razza passano differenze profonde, che impediscono ogni identificazione delle due entità. La nazione va contraddistinta soprattutto per i suoi caratteri spirituali, da inconfondibili elementi di civiltà, la cui somma viene oggi chiamata cultura. Ora non soltanto è da negare la connessione, voluta affermare, tra cultura e razza, ma si deve positivamente affermare che fra nazione e razza passa una differenza qualitativa e quantitativa.

    « Di fronte alla razza, scrive il P. Schmidt, la nazione è un'entità più estesa, più vasta. Non è solo quantitativamente più grande, ma anche qualitativamente più alta: ché per quanto si possa insistere sul fatto che la « razza » possiede in sé anche qualità spirituali, si tratta pur sempre della misura in cui queste possono avere una sede nel corpo, cioè nel cervello, nei tendini, nei nervi ecc. Ma nozione significa invece la compartecipazione a tutta una cultura, non solo a quella materiale ma anche a quella spirituale. L'essenza della cultura è nello spirito, e l'elemento materiale appartiene alla cultura in quanto viene afferrato e figurato dallo spirito » (Razza e nazione, op. c., p. 12 b).

    La contrapposizione, che passa fra razza e nazione, si riduce a quella del tutto irriconciliabile, che corre fra materia e spirito, fra animalità e razionalità. « Come la razza viene classificata, scrive il Colajanni, e contraddistinta da caratteri somatici comuni, così la nazione lo è dai caratteri psichici e dalle manifestazioni sociali comuni » (Latini e Anglo-Sassoni, op. c., p. 26).

    A corroborare la netta distinzione, necessaria ad ammettersi, fra razza e nazione, concorre il fatto che non esistono popoli, i quali non risultino da un miscuglio di razze diverse, fusesi insieme e mutatesi in nazioni. Lo stesso Lapouge, fanatico dottrinario del principio razzista, ha dovuto ammettere questa verità. Infatti egli scrive: « La nazione che comincia a formarsi comprende delle razze diverse in proporzioni differenti e ripartite in una certa maniera nella gerarchia sociale. Da questi individui esce a poco a poco un gruppo più compatto. Di generazione in generazione le linee si congiungono, si ramificano e si uniscono ancora all'infinito. La comunità di plasma si stabilisce in tutta la massa e non vi è individuo che non sia un poco parente di tutti » (Citato dal COLAJANNI, Latini e Anglo-Sanssoni, op, c., p, 7). .

    Ricapitolando il suo studio sull'origine della razza e della nazione, il P. Schmidt scrive: « Una conclusione significativa delle nostre indagini sopra la posizione delle nazioni deve saltare subito agli occhi: mentre le razze risalgono colle loro radici agli inizi della storia dell'umanità, le nazioni hanno un'origine molto più tarda e si formano solo all'inizio delle culture superiori, quando le singole culture primarie, che sono egualmente più antiche delle nazioni, si fondono o vengono fuse insieme da un più grande destino sociale, in cui raggiungono anche la coscienza di questa comunità, appunto; di carattere culturale » (Razza e nazione, op. c., p.158).



    La composizione eterogenea delle nazioni moderne, sotto l'aspetto della razza, è perfettamente riscontrabile con dati storici incontrovertibili, ed è cosa tanto universalmente ammessa che proprio non mette conto di insistervi (Cfr. JEILINEK, La dottrina generale dello Stato, op. c., p. 227. SCHMIDT, Razza e nazione, op. c., p. 89. - FINOT, Le préjugé des races, op. c., p. 425 e p. 444). Basterà a questo proposito riportare un passo del Keane, illustre antropologo, citato dal Colajanni. « Flinders Petrie, egli scrive, ha acutamente osservato che il solo senso che può avere adesso la parola razza è quello di un gruppo di uomini, il cui tipo si è unificato coll'eccedenza della funzione dell'assimilazione sulla funzione del cambiamento prodotto da elementi stranieri. E con Gustavo Tosti dobbiamo ricordare che nello stato attuale della scienza la parola razza è una formula vaga, alla quale nulla di definito può corrispondere. Da una parte le razze originarie possono ammettersi soltanto nella paleontologia; mentre i gruppi più limitati che ora si chiamano razze non sono razze ma popoli e riunioni di popoli, affratellati più dalla civiltà che dal sangue » ( Latini e Anglosassoni, op. c., p. 29).

    Per comune consenso della vera scienza non esistono, dunque, oggi razze pure, ma miscugli di razze svariate, fuse insieme da cause molteplici, tanto che, secondo il P. Schmidt, l'ufficio dell'indagine scientifica sulle razze europee sarà quello di « stabilire da quali razze più antiche, con quale percentuale, e in quali rapporti di mescolanza le razze europee abbiano acquistato, nelle singole parti, il loro aspetto odierno » (Razza e nazione, op. c., p. 89).

    Da tutto ciò si deve concludere che, se l'unità di razza fosse un elemento essenziale della nazione, oggi non esisterebbe alcuna vera nazione, degna di questo nome. E così verrebbe ad essere distrutta la realtà stessa, della quale si cerca di determinare gli elementi costitutivi, e si riuscirebbe all'assurdo che, mentre da un lato si cerca di determinare l'essere e la natura della nazione, la nazione rimane negata nella sua stessa esistenza. Bisogna dunque escludere in modo assoluto che la nazione si riduca alla razza.

    Ci siamo dilungati, forse un poco troppo, nel ribattere la teoria razzista della nazione, ma ci è parso necessario toccare almeno i punti fondamentali, per dimostrare la vacuità di questa ideologia, oggi tanto fanaticamente proclamata dai cultori del mito razzista. Accenneremo ora soltanto di sfuggita agli altri fattori della nazionalità, ritenuti da qualcuno come elementi essenziali della nazione. Vengono particolarmente in considerazione la lingua, la religione, il territorio e lo Stato. Tralasciamo di considerare lo Stato, dovendo più in là toccare l'argomento più diffusamente.

    Indubbiamente la lingua è uno degli indici più evidenti della nazionalità, e una delle cause più attive a far sorgere il sentimento dell'unità nazionale, e tuttavia non può essere ritenuta come l'elemento principale della nazione, e molto meno come un suo costitutivo essenziale. Vi sono infatti dei popoli che parlano la medesima lingua, eppure sono divisi in parecchie nazioni, spesso in aperto antagonismo. Il fatto si mostra in tutta la sua evidenza nelle repubbliche dell'America latina.

    Si danno ancora, come osserva il Jellinek (La dottrina generale dello Stato, op. c., p. 228), dei frammenti di nazione le quali parlano una lingua differente dalla maggioranza, e nondimeno si considerano come parti di un'unità nazionale più estesa. « La lingua, come elemento unificante, scrive il P. Schmidt, non deve essere sopravvalutata, tenendo conto dei confini oscillanti tra lingua e dialetto e. del fatto che nel vasto territorio di una nazione possono trovarsi necessariamente un gran numero di dialetti, e anche una certa quantità di lingue straniere » (Razza e nazione, op. c., p. 147).

    Come la lingua, così non vanno sopravvalutati la religione e il territorio. L'unità della credenza religiosa non è necessariamente richiesta dall'esistenza di una nazione, nella quale possono bene convivere insieme gruppi appartenenti a diverse credenze religiose, che sebbene divisi' nelle verità accettate per fede e nelle. forme del culto, si sentono tuttavia uniti nella comune appartenenza a un medesimo organismo nazionale. Nel fatto non esiste oggi nazione, dove non si noti la presenza di comunità religiose dissidenti.

    Il territorio, poi, sebbene abbia il suo influsso nella formazione di alcuni caratteri nazionali e faciliti gli scambi culturali fra i popoli viventi in contatto continuo, è evidentemente un elemento più accidentale degli altri, potendo di tempo in tempo cambiare di estensione e di confini, senza che la nazione cessi di esistere o si disperda.

    Sembra, dunque, necessario concludere, dopo quanto si è detto, che né la razza, né la lingua, né la religione; né il territorio costituiscono l'essenza della nazione, e che pertanto questa debba essere ricercata in qualche altro elemento, che riduca ad unità gli individui contrassegnati da tutti questi caratteri distintivi.

    A. MESSINEO S. I.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Predefinito La posizione del Cattolicesimo Tradizionale sul sionismo e sul giudaismo

    LA CIVILTÀ CATTOLICA, ANNO 89 - VOL. IV 1° OTTOBRE 1938 QUADERNO 2119


    Beatus populus cuius Dominus

    Deus eius. (Psalm. 143. v. 15).

    La questione giudaica e "La Civiltà Cattolica"


    Di Ebrei, di questione ebraica, di pericolo e di " problema " giudaico è un gran parlare da tempo.

    In Italia, udiamo ripeterci da molte parti, ed è confermato anche dalla più autorevole voce della politica italiana, non si vuole imitare la Germania in genere, né l'acerbità nazistica in particolare contro gli oppositori, venuti dal giudaismo.

    Ma, anche fra noi, gravi provvedimenti furono decretati contro gli Ebrei, o sono già in corso, e la stampa quotidiana li commenta, com'è suo costume, e a suo modo li giustifica, ma con una vivacità di linguaggio e una così ardimentosa facilità di logica e di storia, di citazioni e di polemica che noi, senza forti riserve, non potremmo accettare. Eppure vi abbiamo trovato più volte, contro il solito, fatto con onore il nome del nostro periodico, allegatone frasi, proposizioni, o anche interi articoli, antichi di quasi mezzo secolo fa, sebbene alludessero a condizioni sociali, o polemiche dottrinali, assai diverse dalle presenti. Ma - cosa per noi non meno grave - si vollero mettere quegli scritti del nostro periodico, di quasi mezzo secolo fa, in recisa ed aperta opposizione al sentimento odierno degli altri cattolici, ed a quello perfino dell'autorità ecclesiastica, che è dire della Chiesa gerarchica e docente, di fronte alla quale deve cedere ogni autorità di maestro o scrittore privato.

    Su ciò abbiamo già aperto il nostro animo e chiarito il pensiero dei nostri predecessori ed il nostro nel precedente quaderno (1), sebbene i nostri intelligenti e fedeli lettori non ne avessero di bisogno. Essi avevano, infatti, col semplice riscontro dei passi allegati potuto verificare da sé ed accertare quanto dalle moderne citazioni dei giornali uscisse monco o travisato quel pensiero; anzi, in alcuni tratti, affatto incongruo e lesivo della giustizia e della carità. Ora l'una e l'altra assolutamente, noi, come i nostri predecessori, vogliamo usata e rivendicata anche verso gli Ebrei, sia pure con la certezza che non l'useranno essi con noi. Né certo l'hanno usata mai nelle passate persecuzioni, da essi o scatenate o promosse contro la Chiesa, in accordo sia con la massoneria, troppo da essi sostenuta, sia con altri partiti sovversivi ed anticristiani, dalla " grande " rivoluzione francese specialmente, fino ai nostri giorni.

    Ma ciò non c'indusse punto, né c'indurrà mai a voler ricambiare della stessa moneta, bensì ad impedirli semplicemente dal loro mal fare ed a premunire gli altri dalla loro strapotenza, e ciò per il bene comune, morale e religioso sopra tutto, e per la salvezza degli stessi Giudei.

    Gli uomini invece della politica, sopra accennati, per i loro fini o motivi d'interessi politici che non tocca a noi ora discutere cominciarono proprio sul loro primo trionfare, prima in Russia e poi in Germania, a rivoltarsi contro gli Ebrei, quando si accorsero di averli avversari, fautori malfidi o aperti oppositori dei nuovi metodi o "ideologie" di governo, prima che dei pretesi diritti o interessi di stirpe o di razza. Come è evidente, quella mossa antigiudaica, sia del comunismo internazionalista o bolscevismo russo, sia del socialismo nazionalista o nazismo germanico, non fu maturata da nessuna considerazione religiosa, se non anzi agevolata dall'odio o avversione generale di tali partiti contro ogni religione positiva, anche l'ebraica: odio dissimulato nel nazismo, ostentato nel bolscevismo. Non può quindi dar luogo a qualsiasi pur lontano richiamo contro la Chiesa o il Clero, nonché a quelle recriminazioni a cui usano abbandonarsi i vecchi persecutori, a loro volta divenuti perseguitati, e con essi i vecchi liberali, della massoneria specialmente, loro naturali alleati, com'è noto.



    * * *


    L'Italia non entra nella lizza se non dopo tre lustri e più di fascismo dominante e con più miti consigli, come sentiamo, non ostante i prodromi sopra accennati. Ci dichiara anzi il Regime fascista, uno dei giornali più accreditati o rappresentativi del partito, in un suo articolo del 30 agosto passato, col titolo Un tremendo atto di accusa: "Confessiamo che il Fascismo è molto inferiore, sia nei propositi, sia nell'esecuzione, al rigore della Civiltà Cattolica". E sopra aveva detto di accorgersi, dopo aver letto lo "studio vigoroso" del nostro periodico (dell'autunno 1890) che "gli Stati e le società moderne, e persino le più sane e coraggiose nazioni d'Europa, l'Italia e la Germania, hanno molto da imparare dai Padri della Compagnia di Gesù"; ed appunto, come conchiude, da questa, ch'egli chiama "leale e coraggiosa battaglia dei sapienti e irreprensibili Gesuiti".

    Grazie dell'elogio insolito, che troviamo ripetuto pure, in termini più o meno calorosi, da altri periodici e giornali quasi a gara, come vediamo anche dai molti ritagli che ce ne comunica alla giornata "L'eco della stampa". Ed a questo coro di lodi - tanto poco vi siamo avvezzi! - avremo noi il mal garbo o la scortesia ingrata di rispondere con la freddezza del riserbo, della correzione o della critica? Non intendiamo ciò; ma più di ogni lode o popolarità, in un argomento specialmente che tocca le ragioni della carità e della giustizia, ci preme di chiarire il pensiero nostro e quello dei nostri defunti colleghi e maestri; perché noi siamo certi che anch'essi troverebbero queste lodi più sgradite delle critiche, se dovessero palliare sotto la loro egida una qualsiasi offesa di carità e di giustizia contro il prossimo, fosse pure il prossimo in sé meno simpatico, quello degli Ebrei, specialmente se stretti in intima alleanza con la massoneria, come apparivano alla data degli articoli accennati, del 1890.

    E non vi è chi ci fa dire, generalmente e senza niuna distinzione, ciò che invece nella nostra rivista fu negato esplicitamente? Ma particolarmente si suppone che siano della rivista stessa i suggerimenti e rimedi da altri autori proposti e da essa discussi e rigettati, come quello fra i più gravi, non solo di considerare gli Ebrei come stranieri, ma di "confiscarne i beni perché roba di malo acquisto": suggerimento che, dato così generalmente e senza nessuna distinzione sa troppo di ingiustizia o di vendetta, e perciò riesce troppo difforme dallo spirito cristiano e religioso.



    * * *


    Fortunatamente, gli articoli del nostro periodico, dell'ultimo trimestre del 1890 (2), che furono i più largamente sfruttati nella presente polemica, si possono riscontrare da chiunque voglia, in fonte. E diciamo in fonte, perché furono, è vero, ristampati a parte, ma non sempre correttamente, anche nella più recente edizione, da cui hanno attinto, crediamo noi, i giornalisti (3). In questa, per l'appunto, un gravissimo errore di stampa - certamente involontario, per l'omissione di una riga e lo spostamento di altre - rende inintelligibile il passo della confiscazione, di cui si parla. Si trova esso nel terzo articolo, che discute i "rimedi", dopo che nel primo si sono indagate le "cause" e nel secondo gli "effetti", della moderna invasione giudaica nell'Europa.

    Fra i "rimedi" o proposte di soluzione della vessata questione, sono riferite anzitutto dal nostro periodico, ma escluse, "alcune proposte di pubblicisti, non già mossi da maltalento di socialismo contro le ricchezze degli ebrei ma caldi di uno zelo per la religione e la patria, che per altro si desidererebbe meglio temperato da giustizia". La prima di tali proposte è appunto il rimedio che "sarebbe più radicale di tutti, ma non conforme allo spirito cristiano"; la confisca dei beni e il bando delle persone. Quindi l'autore dell'articolo riportava bensì le ragioni più forti allegate dai proponenti, e il voto espressone anche da un congresso di antisemiti - che "si applichino ai giudei le leggi che i giudei stessi hanno fatto approvare e sancire dai framassoni governanti dei paesi cattolici contro la Chiesa", cioè che "si dichiarino nazionali tutti, senza eccezione, i beni dei giudei" - ma senza punto approvarle, conchiudeva:

    "Non è mente nostra diffonderci in un esame critico di sì fatta proposta. Notiamo soltanto, che della sua esecuzione abbondano gli esempi nelle storie. Ma, per essere legittima, bisognerebbe, prima di tutto, che la confisca fosse decretata da chi esercita regolarmente nelle nazioni la pubblica autorità: ed in secondo luogo, che si effettuasse con certe norme di giustizia e di carità cristiana".

    "Non tutti gli ebrei - soggiungeva - sono ladri, arruffoni, bari, usurai, framassoni, farabutti e corruttori dei costumi. In ogni luogo se ne conta un numero, che non è complice delle furfanterie degli altri. Perché involgere questi innocenti nella pena dovuta a' rei?". Così egli col buon senso e la equità del cristiano e del religioso, che gli era propria. Né tace le ragioni che a queste oppongono "i sostenitori dell'eroico rimedio", come il dire che "nelle guerre più giuste e più sante perisce gran numero d'innocenti, che questa non è vendetta, ma legge di necessaria difesa ecc.". Ma egli non le approva senza riserva, e quanto al provvedimento generale di cui si parla, conchiude anzi che "la giustizia e la carità avrebbero in ogni caso buone ragioni da far valere contro la crudezza delle sue troppo draconiane disposizioni".



    * * *


    Similmente rigetta l'altro rimedio, che dovrebbe essere di necessario compimento al primo, del bando generale dell'ebreo come straniero dal nostro suolo, ammesso pure il fatto che "se esso vi sta o vi sta per toglierlo a noi cristiani o vi sta per congiurare ai danni della nostra fede"; giacché infine "si tratta di un nemico che mira a spropriarci della terra ed a privarci del cielo". Ma un siffatto rimedio, specialmente se si avesse da praticare in tutti i paesi civili, "non sarebbe generalmente possibile, anzi contrarierebbe i disegni di Dio", che vuole la conservazione di Israele, sebbene così disperso, come "un palpabile argomento della verità del Cristianesimo". E "ammesso pure che fosse ora praticabile, sarebbe difforme dal modo di vedere e di operare della Chiesa romana". Ed a quest'ultimo proposito l'autore aveva allegato già l'esempio dei papi e dei principi cattolici, e citato anche la testimonianza dei due ebrei convertiti, i fratelli Lémann: i quali notano come "i Papi hanno sempre permesso con benevolenza il soggiorno nella città loro; e questo popolo errabondo, pur avendo libertà di non andarvi, sempre vi andava e chiamava anzi per gratitudine Roma il paradiso degli ebrei". Se ciò avveniva, era perché quei giudei più assennati dei moderni riconoscevano che le leggi di separazione o " interdizione" loro poste, erano non meno a difesa loro propria che a tutela dei cristiani, impedendo ogni mutua offesa o violazione di diritto da una parte e dall'altra.

    Ora su questo ultimo punto insiste precisamente la nostra rivista nel 1890, e l'oppone alla condotta del liberalismo e massonismo allora dominanti, per trovare "il solo modo di accordare il soggiorno degli ebrei col diritto dei cristiani". E questo sarebbe, secondo essa, di "regolarlo con leggi tali che al tempo stesso impediscano agli ebrei di offendere il bene dei cristiani, ed ai cristiani di offendere quello degli ebrei": leggi quindi non odiose, ma giuste; di eccezione, non di persecuzione, anzi di mutuo vantaggio, come si disse.

    E' vero che ciò sembrerà violare quella piena "eguaglianza civile" che il liberalismo si fece vanto di concedere loro senza limitazione alcuna. E il nostro polemista lo riconosce, ma contro le ragioni dei vecchi liberali richiama il pensiero del de Pascal, uno degli scrittori antiliberali del secolo passato, che "volere un diritto comune fra condizioni sociali disparate, è come volere una misura eguale fra stature diverse. L'equo, il necessario è invece il rispetto eguale a tutti i diritti differenti", quali corrono, ad esempio, fra nazionali e stranieri. E fra questi ultimi vanno annoverati, a loro stessa confessione, gli ebrei, generalmente parlando; se è vero che "il cosmopolitismo della loro stirpe è dai giudei medesimi confessato".

    Il nostro antecessore del secolo passato crede adunque che la totale eguaglianza civile, data dal liberalismo agli ebrei, che li collegò quindi con la massoneria, non solo e loro indebita, non avendone essi diritto, ma "anzi è perniciosa non meno ad essi che ai cristiani". Egli era perciò di opinione che "presto o tardi, per amore o per forza, si avrà da rifare" ciò che si era disfatto, da cento anni in qua, negli antichi ordinamenti civili, per amore di novità, di pretesa libertà o falso progresso. "E forse - egli soggiungeva - gli ebrei medesimi saranno costretti di supplicare che si rifaccia". Ora la ragione di questa previsione sta appunto sotto i nostri occhi: perché proprio oggi "la strapotenza alla quale il diritto rivoluzionario li ha oggi sollevati, viene scavando loro sotto i piedi un abisso, pari nella profondità alla altezza in cui sono assorti".

    Ma sopra ogni altra cosa, vi è il troppo giusto motivo di ben considerare se non sia troppo vero e confermato dall'esperienza di mezzo secolo quanto egli denunciava fin dal 1890: che "la uguaglianza, largita agli ebrei dalla setta anticristiana, ovunque si è usurpato il governo dei popoli, ha partorito l'effetto di collegare l'ebraismo col massonismo nella persecuzione alla Chiesa Cattolica e di innalzare la razza giudaica sopra i cristiani, nella potenza occulta e nella opulenza manifesta".

    Eppure né per il presente, né per tutto il cinquantennio passato, non è venuto proprio né da parte della Chiesa, né da reggitori o governi cattolici, ossia da quelli che più erano danneggiati dall'ebraismo, nessuna mossa violenta, di rappresaglia o di lotta contro gli ebrei, non ostante la loro strapotenza. E' venuta per ultimo proprio dalla Germania, protestantica e nazista, come prima dalla Russia zarista e poi dalla comunistica e internazionalistica, che pure agli ebrei era per gran parte debitrice della sua rivoluzione, come è noto e fu anche dimostrato su queste pagine (4).



    * * *


    Da questi rapidi cenni ognuno vede quanto lo scrittore del nostro periodico, sebbene tanto vivacemente commosso dalla persecuzione religiosa - che allora infieriva in Italia ed era attribuita in massima parte, sia pure con qualche esagerazione, alla strettissima alleanza della massoneria col giudaismo anticristiano - fosse tuttavia sollecito di non proporre, contro i mali da lui deplorati, nessun "rimedio" od opposizione che non riuscisse pienamente consona alle supreme ragioni della giustizia e della carità. Si fa quindi troppo evidente che il suo pensiero non fu bene inteso, anzi fu interamente svisato da chi lo ebbe a rappresentare come un programma di vendetta o di rappresaglia, se non anzi di guerra senza quartiere, quale sarebbe certamente suggerita dalle considerazioni meramente umane e interessate della politica. Esso era invece un caldo e ben motivato richiamo alla vigilanza e alla difesa. efficace ma pacifica, contro un pericolo e disordine civile, non meno che religioso e morale, della società moderna, minacciata dal giudaismo.

    Non negheremo però che la forma o lo stile, più che la sostanza del pensiero, possa, dopo quasi cinquant'anni, apparire di qualche acerbità, ora che la lotta, sia della massoneria come del giudaismo sembrerà a molti mitigata; nella forma almeno, se non nella sostanza. Ma checché sia di ciò, il difetto dello stile e della forma non attenua la forza del ragionamento, né il valore quindi delle conclusioni nella loro sostanza.



    * * *


    Quella severità di linguaggio oscurò tuttavia agli occhi di qualche studioso il concetto dominante di quegli antichi articoli, per quello che concerne il vecchio liberalismo e lo spirito della rivoluzione. Così il ch. Roberto Mazzetti ne riconosce bensì "la nobiltà dell'intenzione e la serietà indiscutibile e la larghezza d'orizzonte nell'indagine e la impressionante molteplicità di dati storici e la pregnanza delle idee antigiudaiche"; ma trova poi "da notare che non è affatto accettabile il concetto dominante circa il valore della rivoluzione, così detta francese, circa il significato della civiltà democratica e liberale del secolo XIX e, quindi, circa il Risorgimento italiano". E posto ciò, egli avrebbe ragione di non ammettere, come "storicamente valido il coprire di quella che era una momentanea degenerazione dello spirito del Risorgimento tutto il Risorgimento stesso"; ed oltre a questo, di trovare illogico che la questione ebraica fosse posta nella seconda metà del secolo XIX "col medesimo spirito con cui si sarebbe posta nel secolo XVIII e prima ancora" (5), supponendo "l'origine giudaica della rivoluzione del 1789 e della civiltà democratica e liberale del secolo XIX".

    Ora appunto a cotesta "degenerazione" dello spirito del risorgimento mirano i colpi del nostro vivace polemista del 1890, sebbene l'impeto della polemica non gli abbia sempre richiamato alla penna tutte le fredde ed opportune distinzioni. Del resto, è ben certo che egli non dava né poteva dare tutta la colpa dei disordini sociali da lui deplorati al giudaismo ed alla massoneria con esso collegato, né perciò voleva ferire, proprio senza distinzione, tutto il Risorgimento, tutta la civiltà democratica ecc.

    Nella interpretazione del Mazzetti noi troviamo quindi un grosso abbaglio; al quale, non neghiamo, può aver data ansa il linguaggio generico dell'articolo, che nel calore della polemica non poteva scendere a tutte le precisioni desiderabili: non è cioè tutto il complesso moto del Risorgimento che egli ha dinnanzi ed impugna; è l'indirizzo anticattolico che vi si era immischiato; è il connubio del liberalismo con la massoneria; è insomma quella "degenerazione" appunto che il Mazzetti stesso riconosce e deplora. Ma questi la suppone "momentanea"; laddove tale non fu, certamente, né così ristretta come a lui sembra. Quanto generale anzi e radicata fosse tale "degenerazione" tra i liberali del Risorgimento - anche se non collegati con la massoneria così esplicitamente, come credeva il nostro confratello di cinquant'anni fa - risulta dallo stesso "studio introduttivo", che il Mazzetti premette alla sua raccolta di testimonianze sulla questione ebraica, e più ancora dai passi citati appresso, di un R. Lambruschini, di Massimo D'Azeglio, di G. B. Giorgini, di C. Cattaneo, di V. Gioberti, tutti buoni rappresentanti del liberalismo e perciò difensori del giudaismo, sebbene in diverse gradazioni e per motivi diversi.

    In un siffatto consenso a difesa dei giudei, che si accompagnava non di rado ad uno strano accordo di persecuzione, di vessazione e disprezzo della Chiesa, del Clero, degli Ordini religiosi, allora spogliati e dispersi senza pietà, non si poteva vedere, su quell'ultimo scorcio del secolo XIX, quanto ora vi scorge il Mazzetti: che "il Risorgimento italiano, specie nel suo fiore fu filosemita non perché fosse una diabolica instaurazione di nuovo paganesimo, non perché fosse una settaria negazione del cristianesimo, ma perché intimamente religioso e fervido di ricchezza di vita morale, sognò e volle un mondo di spiriti religiosamente liberi, in cui più non fosse distinzione antiumana fra Barbaro e Greco, Ebreo e Romano" ecc.

    Un siffatto ideale di unità e concordia che sarebbe fondamentalmente cristiano, se bene inteso e schiettamente applicato - non era di tutti, e quantunque riaffermato con sincerità e con forza nel liberalismo mitigato del d'Azeglio, del Giorgini, del Manzoni segnatamente, non era poi applicato nei riguardi del clero e del laicato cattolico dall'altra scuola o "corrente" del liberalismo anticlericale, sempre così gretto ed accanito nella sua opposizione alla Chiesa che accreditava purtroppo l'opinione corrente di un connubio con la massoneria incredula ed il giudaismo anticristiano. Diamo pure che vi sia stato su ciò della esagerazione e dell'abbaglio anche dall'altra parte, per la facile propensione a generalizzare; ma era ben il caso di dire, a scusa di chi esagerava nell'attribuire troppa importanza all'ingerenza massonica ed ebraica, che un tale abbaglio non mancava di fondamento; avverandosi l'effato filosofico, che interdum falsa sunt probabiliora veris.



    * * *


    Il simile possiamo dire sul punto dell'origine giudaica della rivoluzione del 1789; la quale non è affermata negli articoli menzionati, in modo esclusivo, ma semplicemente concomitante; per quanto cioè nel complesso moto rivoluzionario, che doveva trasformare la società civile, ebbe una sua parte, e tra le più nefaste e scristianeggiatrici, l'ingerenza dei Giudei e dei loro amici. Ma. con questa concorse pure in gran maniera quella giansenistica, regalistica e incredula dei parlamentari, dei "filosofi" e di altri partiti avversi alla Chiesa ed al Papa; e per tutte queste molteplici e violente spinte rivoluzionarie gli stessi ben pensanti e il clero medesimo andò travolto e lasciò prendere alla fiumana irrompente della rivoluzione quel corso rovinoso che minacciò di finire, con gli orrori del "Terrore", nell'abisso delle barbarie.

    Posta la tanta molteplicità e varietà di cause che concorsero a quello straordinario cataclisma sociale uno degli avvenimenti più complessi della storia umana, come anche recenti studi hanno dimostrato - riconosciamo che sarebbe davvero "semplicistico" assegnargli per unica e precipua causa l'ingerenza giudaica, sia pure rafforzata dalla massoneria, com'era opinione del vecchio Barruel. In ciò conveniamo col Mazzetti come anche gli concediamo che sarebbe del pari semplicistico il "voler sostenere la origine e la funzione esclusivamente capitalistica, secondo lo spirito del materialismo storico, del gran moto rinnovatore del liberalismo moderno". Ma da lui dissentiamo nell'attribuire cotale "semplicismo" antistorico al nostro collega; giacché questi non intendeva allora di involgere tutto l'intero "moto rinnovatore"; bensì mirava, come dicemmo, alle sue degenerazioni da quella primitiva ispirazione, di origine fondamentalmente cristiana, verso una giusta e ben compresa libertà e fratellanza di individui e di popoli. Questa fu bensì, o apparve ai più, "l'anima di verità" dell'errore e il nobile impulso iniziale che attrasse molti alla professione e proclamazione dei famosi principi del 1789; ma purtroppo degenerò così presto in un moto anticristiano, violento e sovvertitore dell'ordine sociale, che anche le origini prime e la iniziale ispirazione apparvero a molti prettamente anticristiane.

    Nella deviazione del moto, pertanto, più che nella sua iniziale ispirazione e direzione, si troverà avverato ciò che osserva il Mazzetti, e non si oppone al nostro pensiero: che "in questo moto (del liberalismo), gli ebrei hanno portato un valido contributo in Italia come in Europa in genere; ma essi furono un ruscello, un piccolo affluente, non il maestoso e gonfio fiume della storia moderna" (pag. 118). Il ruscello cioè e l'affluente - diremo noi nel senso ben inteso degli articoli del 1890 - intorbidò il maestoso fiume non solo, ma lo disarginò talora e lo sospinse alle devastazioni, religiose e morali, sotto il manto della libertà e del progresso. Si ebbero così magni passus extra viam; e di essi poterono bensì profittare gli Israeliti che il liberalismo davvero "liberò politicamente e umanamente", ma non del pari le classi medie, né molto meno le altre "classi e categorie popolari", se parliamo col Mazzetti di verace e "integrale umanamento", di un moto cioè o avviamento della "futura storia d'Italia verso il regno di un romano e cristiano umanesimo integrale in cui è l'anima più vera della vita italiana", come parrebbe al benevolo nostro critico. Per il malo fermento della massoneria e del giudaismo, infiltratosi fino dalle origini, il liberalismo parve favorire troppo spesso l'apostasia delle nazioni dalla vita dello spirito, da Dio e dalla sua Chiesa. E la sua vantata "liberazione" a che cosa riuscì nella pratica? A sguinzagliare le classi medie e le inferiori, la borghesia ed il proletariato, verso una mentita libertà, che era licenza sfrenata e riusciva infine ad una sorte di schiavitù, anche economica e morale. A ciò alludeva la risentita frase del nostro, che "tutto il dolce del liberalismo finiva con attirarle ( le nazioni) fra le strette della vorace piovra del giudaismo".



    La frase saprà di "semplicismo", e sia pure. Ma il certo è che il liberalismo così traviato, come il giudaismo ed il massonismo da esso protetto, venne a punirsi da sé, nei medesimi effetti tristissimi della sua "degenerazione" o deviazione, partecipe della pena, come fu complice della colpa, del suo protetto, il giudaismo. E di quello possiamo dire ciò che di quest'ultimo scriveva il nostro collega nel 1890, ben presago di quanto si è poi venuto maturando e che possiamo riscontrare più al vivo in questi ultimi tempi: "sente già rumoreggiare da lontano la tempesta di quella rivoluzione sociale che esso ha in gran parte generato e pare debba essere l'esterminatrice sua e dei rinnegati che seco hanno stretto alleanza".

    Le parole sono forti, ma più duro ancora è l'esito che fin d'allora esse preanunciavano e che al presente tutti possono già vedere verificato in diversi paesi, mentre in altri si va purtroppo avverando.

    Conchiudiamo tuttavia, per debito di verità e di lealtà, che ciò non è avvenuto e non avviene per colpa unica, e neppure forse la più grave, degli ebrei; avviene altresì per colpa della complicità o dell'inerzia di tanti cristiani e cattolici sviati; e le colpe di costoro non è giustizia addossare sugli ebrei per infierire ai loro danni.



    * * *


    L'ordine delle considerazioni in cui ci siamo tenuti finora, ci esime dall'entrare nell'esame e nella discussione dei tanti altri particolari aspetti della questione giudaica; tanto più che di non pochi si è già trattato, più o meno ampiamente, nel nostro periodico (6).

    Di altri punti che riguardano particolarmente il lato politico, economico, finanziario e simili, come il "capitalismo ebraico" in particolare, il "mito giudaico" e le prime reazioni oppostevi dalla coscienza italiana, con le accuse e le difese degli ebrei, secondo la tradizione liberale e laica, si troverà pure una larga esposizione nello "studio introduttivo" del Mazzetti all'opera sopra citata (7). Egli appunto passa in un'erudita rassegna, anche se non del tutto adeguata per "un secolo di cultura italiana" fino allo scoppio della guerra mondiale, le varie opinioni, discussioni e proposte che si dibatterono in Italia; o piuttosto gli "atteggiamenti con cui i nostri pensatori esaminarono quella questione": atteggiamenti che egli ordina giustamente "secondo tre fondamentali correnti: una cattolica tradizionale; una cattolica liberale; una laica su basi economiche e giuridiche".

    Notiamo solo, tra le varie riserve che l'indirizzo liberale dell'autore ci suggerisce, come tutte e tre queste correnti vadano talora miste e confuse, per le diversità dei rigagnoli, diciamo così, che vi confluiscono. Diversa e non poco manchevole è la precisione di dottrina e spesso anche diverse le deficienze di ortodossia, dal giansenismo al cattolicesimo liberale, rappresentato, ad esempio, dall'abate Raffaele Lambruschini, la cui concezione umanistica non pare a noi così "intimamente religiosa, e in concreto, cattolica", ma piuttosto laica, e di un laicismo che fraintende e svisa il cattolicesimo genuino. Esso e ben lontano perciò dal concetto del Manzoni, del Tommaseo, del Rosmini, e vicino invece a quello del Gioberti, tanto tenero verso gli ebrei, come verso "i buoni e generosi Valdesi", quanto acerbo ed intollerante verso i cattolici da lui dissenzienti, designati col nomignolo di gesuiti, per lui il più odioso e calunniato.

    La fallacia, nel resto, dell'argomentazione liberale per la abolizione delle antiche leggi che regolavano la vita della nazione giudaica in mezzo ai popoli cristiani, è riconosciuta dallo stesso Mazzetti, che ben vi ravvisa pure qualche ingenuità. E tale è, ad es., l'insistere che fanno nell'attribuire i vizi degli ebrei all'effetto naturale delle leggi stesse, e vederne il rimedio invece nel sempre più "legarli alla vita moderna" mercé la piena eguaglianza dei diritti, senza nessuna tutela dei diritti dello stesso popolo cristiano. Ciò era un lasciar loro del tutto libero il campo, e questo a loro stesso danno, come ragionava il nostro periodico. Del quale infine il Mazzetti medesimo loda "l'opera coordinatrice ed ispiratrice", onde "la cultura italiana impostava, in tutta la ricchezza delle sue direzioni, e svolgeva, con indiscutibile serietà di preparazione scientifica, la questione ebraica". Ma appunto perché tale quell'opera del nostro periodico, non poteva dipartirsi, anche nella vivacità spiegabile della polemica, e dallo studio sincero della verità e dall'equilibrio doveroso della giustizia e della carità cristiana, che noi abbiamo dimostrato.

    E. Rosa S. I.





    --------------------------------------------------------------------------------




    NOTE

    ( l) Cfr. Civ. Catt. 1938, III, pp. 560-561.

    (2) Cfr. Civ. Catt., Serie XIV, vol. 8°, pp. 5 , 385 , 641. . (Della questione giudaica in Europa).

    (3) Cfr. La questione ebraica in, un secolo di cultura italiana. Con uno studio introduttivo di Roberto MAZZETTI (Modena, Soc. Tip. Modenese 1938), pp. 326-387.

    (4) Cfr. Civ. Catt. 1922, vol. IV, p. 11 (La rivoluzione mondiale e gli ebrei).

    (5) La questione ebraica, pp. 118-119

    (6) Cfr. Civ. Catt. 1934, vol. IV, pp. 126 segg.; 276 segg. (La questione giudaica e l'antisemitismo nazionalsocialista), 1937, vol. II, pag. 418 segg,., 497 segg.; vol. III, pag. 27 segg. e 1938, vol. II, p. 77. (La questione giudaica e il Sionismo; le conversioni e l'apostolato cattolico).

    (7) La questione giudaica (Modena 1938), pp. 7-119.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 
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