CAIRO, INSODDISFAZIONE CRESCENTE 15/07/05
La tensione politica, ormai palpabile nelle strade del Cairo, era stata dimenticata per qualche giorno, per le bombe di Londra e per lo choc dell’assassinio del quasi-ambasciatore egiziano in Iraq. La parentesi, pero’, e’ stata breve. E il disagio e’ tornato a farsi sentire
Paola Caridi

Venerdi' 15 Luglio 2005
Non c’e’ nessun compiacimento sul volto di Tarek, il commesso della farmacia. Si’, le bombe di Londra. Lo ha visto su Al Jazeera, sul televisore del negozietto accanto stracolmo di snack, barrette di cioccolato e succhi di frutta. Quello che serve per andare avanti nell’afa inquinata del Cairo. “Guarda dove ci hanno portati. E chissa’ dove ancora ci porteranno”. Sottintende i terroristi, quelli di al Qaeda. E scuote il capo.
Tarek ha la barba appena accennata. E, sulla fronte, quella macchia scura che dice, agli altri, che si e’ uomini pii, gente che prega e rispetta i precetti di Dio. Al Cairo, di zibiba ce ne stanno sempre di piu’ sulla fronte degli uomini, segno di un conformismo religioso ormai imperante. Di pari passo con il velo sul capo delle donne che, ora, la fa da padrone anche in luoghi considerati “sterili”. Come gli uffici della televisione di Stato, ad esempio. O i club esclusivi della megalopoli araba. Quelli che, fino al 1952, erano frequentati proprio dagli inglesi del protettorato britannico sull’Egitto.
Le vittime pero’, dice Tarek, sono tutte uguali. I cinquanta morti di Londra come i civili iracheni che muoiono ogni giorno non solo per mano di al Zarqawi. Ma anche per mano degli americani. “A dare legittimita’ ai terroristi siete voi”. Voi occidentali, tutti insieme e senza distinzioni, per Tarek, voce del popolo. Come in Europa quel “voi” sta per musulmani. “Avete occupato l’Afghanistan, l’Iraq. E sostenete Mubarak”.
La tensione politica, ormai palpabile nelle strade del Cairo, rientra dalla finestra, nelle parole di Tarek, che a stento riesce a mantenere due figli ormai grandi e alla ricerca disperata di un lavoro. La battaglia contro la rielezione di Hosni Mubarak per un altro mandato presidenziale, le proteste di piazza, la polizia schierata ovunque per le vie di downtown, la crisi economica. Tutto era stato dimenticato per qualche giorno, per le bombe di Londra e per lo choc dell’assassinio del quasi-ambasciatore egiziano in Iraq. La parentesi, pero’, e’ stata breve. E il disagio e’ tornato a farsi sentire.
“Noi” occidentali, stavolta, siamo accusati di appoggiare Mubarak, al potere da 24 anni e in procinto di essere rieletto a settembre. E di togliere, in questo modo, spazio alla riforma politica richiesta da tutte le opposizioni. Le richieste? Reale multipartitismo, fine delle leggi d’emergenza istituite nel 1981, sdoganamento dei Fratelli Musulmani. E nessuna ingerenza straniera. Tantomeno americana.
“Anche se, certo, siamo pronti a incontrare chiunque. Ma sempre attraverso contatti ufficiali”, precisa Abdel Moneim Abul Futouh, uno dei pochi leader della Fratellanza ancora a piede libero, dopo che la polizia ha arrestato – piu’ di due mesi fa – l’altro nome famoso, Essam el Arian, assieme a quasi 300 militanti ancora in galera. E’ il leader della “giovane guardia”, ma i capelli del dottor Abul Futouh sono ormai tutti bianchi. Lui e’ uno di quelli che ha guidato il dialogo con le altre anime dell’opposizione: i vecchi nemici comunisti, nasseriani, liberal. Era uno dei partecipanti della riunione di fondazione di Kifaya, diventato il fenomeno politico piu’ interessante della scena araba del 2005. A casa di Abul Ayla Madi, il capo del partito islamista ultramoderato del Wasat, dove – ricorda il padrone di casa - erano in ventidue, il 2 novembre del 2003. Di giovani, allora, neanche l’ombra. Sono arrivati solo negli ultimi mesi
Nessuno in Occidente, sino ad ora, ha fatto il passo forse decisivo per la riforma egiziana. Incontrare i Fratelli musulmani, l’unico movimento di massa dell’opposizione. Nemmeno la Condoleezza Rice quando e’ venuta al Cairo a giugno. “Voi non vi rendete conto – dice Abul Futouh con una punta di stizza – di quanto i movimenti islamici pacifici abbiano gia’ spostato parecchi radicali dentro il campo moderato”. Qualcosa di vero ci deve essere, in quello che dice, se Ayman al Zawahri, nell’ultimo videotape di meta’ giugno, se l’era presa proprio con la riforma politica nei paesi arabi condotta con metodi pacifici. “Le forze di occupazione crociate e gli ebrei si cacciano solo con la lotta in nome di Dio”, aveva tuonato l’egiziano al Zawahri, ben attento alle questioni del suo paese d’origine.
Le minacce del numero due di al Qaeda, comunque, non sembrano spaventare gli attivisti dell’islam politico. “Le marce e le dimostrazioni le ha gia’ condannate come inutili in altre occasioni, ma Ayman al Zawahri non ha presa popolare in Egitto, non tra le masse”, dice Heba Raouf Ezzat, una delle piu’ note femministe egiziane di cultura islamica, politologa alla Cairo university.
Il fossato tra Zawahri e gli islamisti, per Heba Raouf, e’ gia’ stato tracciato da un pezzo. E gli attentati di al Qaeda, le fa eco Dia’a Rashwan, studioso di movimenti islamici del centro governativo di studi strategici Al Ahram, non hanno mai tolto voti agli islamisti. Anzi. “Negli ultimi tre anni hanno ottenuto successi elettorali in nove paesi”. Nonostante l’aura negativa che li circondava in Occidente.
Se si vuole scegliere un volto dell’islamismo moderato new style, Heba Raouf potrebbe essere una testimonial perfetta. Lei si batte per “le liberta’ civili basate sul nostro forte credo islamico e il nostro impegno democratico”. E usa gli strumenti tipici della protesta non-violenta. Come quando, alla fine di maggio, chiese alla gente di indossare un abito nero per protestare contro il duro pestaggio subito da chi – donne comprese – aveva manifestato in strada contro il referendum costituzionale voluto da Hosni Mubarak. In quell’occasione, il web si riempi’ nel giro di poche ore del suo logo per il black Wednesday, e il mondo virtuale si confermo’ come uno dei posti dove la protesta puo’ dilagare senza freno, i blog lievitano come panna montata. E l’islam politico parla.
Come succede su islamonline.net, una potenza nel mondo virtuale musulmano, un sito da un milione e mezzo di contatti al giorno, confezionato in un piccolo appartamento del quartiere cairota di Doqqi. Il cui ingresso – ingombro di tappeti - funge da spazio per la preghiera. Su islamonline.net non c’e’ una linea omogenea, anche se lo sceicco al Qaradawi, quello che parla dagli schermi di Al Jazeera, va per la maggiore. “Da noi lavorano e scrivono anche non musulmani”, dice con orgoglio Hossam el Din el Sayed, il vicedirettore. Che non appartiene certo allo stereotipo dell’islamista, con il viso perfettamente rasato e la camicia a maniche corte. “Qui, in Egitto, e’ nata indubbiamente una nuova era. Ma perche’ cambi veramente qualcosa, ci vorranno almeno dieci anni”.
Dieci anni, forse cinque, perche’ il paese venga traghettato nel dopo-Mubarak, dicono anche i vecchi di Kifaya. Ma le previsioni, per le strade del Cairo sempre piu’ insoddisfatte, sono rischiose. L’unica cosa certa, sinora, e’ che i Fratelli musulmani mordono il freno. In attesa di farsi sentire.

L'articolo è uscito sull'Espresso in edicola questa settimana

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