Blair e il no alla Commissione d’inchiesta
La mitologia complottista
di
Pierluigi Battista

Il rifiuto di Tony Blair di istituire una commissione d'inchiesta sugli attentati di Londra non è solo un trasparente messaggio politico ma anche una lezione culturale, il ripudio di una pessima abitudine mentale e la sconfessione di un tic ideologico purtroppo molto diffuso, anche in Italia.

Resta, ovviamente, l'indagine giudiziaria vera e propria, finalizzata all'identificazione degli autori del massacro. Poi l'accertamento di eventuali manchevolezze, negligenze e smagliature (sempre possibili) nella rete dei servizi di informazione. Ma la commissione d'inchiesta a carattere politico è un'altra cosa: contiene inevitabilmente in sé la tentazione di un rovesciamento delle parti, il suggerimento implicito, di origine culturale tipicamente cospiratoria, che le responsabilità di una carneficina terroristica non siano tanto in chi l'ha ideata e realizzata ma abbiano primariamente trovato forza e alimento nella complicità criminale di qualcuno dei «nostri».

Al complottismo che ribalta i ruoli e permette la larvata innocentizzazione dei massacratori veri e la rude colpevolizzazione di chi ne ha subìto l'azione criminale, Blair ha meritoriamente posto la parola fine. Il premier inglese l'aveva detto già venerdì scorso, all'indomani della strage jihadista: «La mia opinione è che quanti uccidono sono i responsabili e sono loro gli unici responsabili ». Un'ovvietà, all'apparenza. Ma nell'atteggiamento occidentale di fronte allo stragismo terroristico di matrice islamista, questa ovvietà viene come oscurata, svilita a retorica semplicistica se non menzognera, annichilita da una montagna di teoremi dietrologici di segno opposto che finiscono per cancellare la responsabilità dei «veri responsabili» indicati da Blair, per attribuire ogni genere di colpa a qualcosa di losco e di sordido che si annida tra noi, le «finte» vittime della guerra santa.
Il sottofondo ideologico della mitologia complottista si è rivelato in forme clamorose negli Stati Uniti non appena spenta l'emozione collettiva dell'11 settembre, quando a poco a poco la Cia ha preso il posto di Al Qaeda nella graduatoria delle responsabilità e un profluvio di letteratura dozzinale (poi trasfusa e resa esteticamente briosa dal film-documentario di Michael Moore) ha invaso la pubblicistica americana ed europea per dimostrare che i veri carnefici dell' America sarebbero stati gli americani stessi. E anche in Spagna, dove gli attentati alla metropolitana di Madrid sono stati all'origine di un radicale cambio di governo, la polemica politica sulle responsabilità della polizia e dei servizi di sicurezza iberici ha emotivamente soverchiato la stessa indignazione indirizzata sugli autori materiali della strage.

È una storia non nuova. Non lo è in America, dove la mania complottistica ha sempre trovato un terreno culturalmente favorevole e dove, per esempio, l'assassinio di John Fitzgerald Kennedy ha generato una massa imponente e variegata di letture cospiratorie. Non lo è in Italia, dove la tentazione della «commissione» politica in grado di ricostruire una presunta verità occulta e censurata dilaga in forme ossessive, sino a sfiorare e talvolta a oltrepassare la soglia del grottesco. Ma è nei meccanismi culturali di difesa di fronte all'offensiva terroristica internazionale che la sindrome cospirazionista si è trasformata in una febbre, aggravata dall'incapacità di comprendere il volto e le mire di chi ha deciso di portare il terrore nel cuore dell'Occidente.

Blair e il suo governo, attraverso un semplice atto politico comunicato con ammirevole e fermo understatement, ha imboccato una direzione addirittura opposta, si è sottratto al gioco al massacro che consiste nel mettere sul banco degli accusati non i terroristi ma chi, per dolo e non per semplice inefficienza, non avrebbe protetto come si deve la vita dei cittadini inglesi. Una lezione culturale, appunto, su cui non solo i blairiani dovrebbero meditare.
Corriere - 14 luglio 2005

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Ecco una bella lezione di pragmatismo intellettuale, morale e politico! Come dire:

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