venerdì, 15 luglio 2005
Israele si aggiudica la 'palma d'oro'...
QUANDO IL TERRORISMO E' DI STATO
Roma, luglio - Lo Stato ebraico si sta macchiando in queste ore di un nuovo crimine. Ora, il teatro della carneficina è Rafah, nella striscia di Gaza. Non è la prima nella storia di Israele e non sarà probabilmente l'ultima. Nulla distingue queste operazioni militari dagli attacchi terroristici che colpiscono alla cieca degli innocenti indifesi da qualche parte nel mondo. Infatti, coloro che li conducono, vogliono ottenere lo stesso risultato: creare il panico e attraverso la paura piegare coloro che non vogliono piegarsi.
Da notare come la feroce azione militare israeliana di adesso non sia scattata in seguito a un attentato terroristico, bensì dopo delle operazioni schiettamente militari da parte della resistenza palestinese contro soldati di invasione. In qualsiasi epoca, a qualsiasi latitudine, queste azioni sarebbero state considerate delle azioni militari che rientrano nel quadro di un'occupazione. Ma è proprio questo che fa paura ad Israele, avere un vicino palestinese che non colpisce più i civili, ma prende di mira i simboli dell'occupazione: militari e coloni. La lezione che si pensa di impartire deve quindi essere esemplare, perché non si ripeta il caso del Libano, dove la ritirata è stata una sconfitta. Da Gaza Israele vuole andarsene, ma intende lasciare dietro di sé un cimitero.
Se Israele non è mai stato costretto a rispondere per i crimini commessi sino ad ora, non significa che l'impunità sia destinata a durare in eterno. Certamente, con o senza la sentenza di un tribunale, è facile trarre il giudizio sul comportamento di uno Stato, che con ogni sua decisione ha regolarmente sfidato la legalità internazionale. Iraq, al Qaeda, il fondamentalismo, sono tutti problemi gravi, ma non c'è un problema tanto grave, quanto Israele. Israele costituisce il problema. Per il Medio Oriente, per la comunità internazionale, per la pace.
La mancanza di rispetto per le leggi internazionali, per le Convenzioni siglate da tutti, per le risoluzioni approvate dalle Nazioni Unite e la totale e assoluta indifferenza per la vita delle popolazioni arabe, che Israele ha privato da decenni della propria terra e poi anche del diritto di sopravvivere nei campi profughi, non sono dei semplici indizi, ma dei macigni che identificano perfettamente lo Stato ebraico. Israele non ha mai conosciuto altro approccio che non fosse quello dell'imposizione militare. Ha abbandonato la strada delle trattative di pace, quando si è reso conto che le intese sono il frutto di trattative e non di ultimatum.
Sarebbe proprio compito della comunità internazionale richiamare lo Stato ebraico al rispetto della volontà della comunità, anche al costo di sanzioni da applicare a uno Stato che si è regolarmente preso gioco di tutti. La scusa del terrorismo palestinese è una coperta corta e stretta: non c'è repressione che possa contenere la disperazione. Lo sanno bene anche i criminali che insistono con le loro azioni per provocare reazioni. Questa catena va spezzata.




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