Nove anni. La testa sbattuta contro il muro, pugni e calci davanti alla classe. «Non posso insegnare a mio figlio il rispetto per gli altri, se poi a scuola si prende le botte e nessuno interviene». Il padre è molto arrabbiato: «Se fosse stato lui a comportarsi in questo modo sarebbe stato sospeso immediatamente.
Ma è stato un bambino nomade, e allora la cosa cambia... Meglio insabbiare, meglio non chiamare le forze dell’ordine, il preside me l’ha detto chiaramente, che poi ci va di mezzo l’immagine della scuola. Non è giusto. Io non ci sto. Forse qualcuno teme delle ritorsioni, ma io voglio che si faccia chiarezza...». Interviene la madre: «
Sì, i figli degli zingari sono più tutelati dei nostri». Il bambino picchiato annuisce: «È già successo altre volte. Mi lancia le mele nel piatto, mi insulta e tira calci. A me piace andare a scuola, ma adesso ho paura». Bullismo alle elementari. Forse, anche, qualcosa di peggio.
L’istituto comprensivo Castello di Mirafiori cade a pezzi. Muri disfatti dall’umidità, scale rotte, spazi sinistri, sembra un edificio abbandonato. Dentro però, al fondo di corso Unione Sovietica, ci sono circa 500 studenti che studiano e crescono. Elementari e medie. Animi agitati, ieri mattina. Non è la prima volta che succede. Alle otto e mezza sono dovuti intervenire i carabinieri.
«Non mi sembra un fatto così grave 
- dice il preside Luciano Camarda - ma se finisce sul giornale, l’anno prossimo rischiamo di non avere più iscrizioni». Per la famiglia del bambino picchiato, invece, quello che è successo è intollerabile. Martedì sera sono dovuti andare all’ospedale Regina Margherita per sottoporre il figlio ad accertamenti clinici. Il referto dice: «
Trauma cranico e contusione agli arti inferiori». Il bambino frequenta la quarta elementare. È stato dimesso subito. Ieri pomeriggio c’era anche lui dai carabinieri di Stazione Lingotto per denunciare l’accaduto.
Sono stati querelati sia i genitori del ragazzino nomade, sia il preside. Alcune righe, messe a verbale, spiegano il clima: «Ieri pomeriggio verso le 16,30 ho incontrato la maestra Roberta del doposcuola, la quale mi ha riferito che è dovuta intervenire perché il ragazzino rom stava picchiando mio figlio. Ha dovuto toglierglielo dalle mani perché
continuava a sbattergli la testa contro il muro». Il giorno dopo: «Mi sono ripresentato a scuola e ho parlato nuovamente con il preside mostrandogli il certificato medico. Gli ho spiegato che mio figlio non voleva recarsi a scuola perché spaventato, ho chiesto se era possibile fare allontanare... Il preside mi ha detto che non era possibile. Mi ha detto che
non era il caso di chiamare i carabinieri, di non a fare degenerare la situazione... Allora mi sono alterato. Ma anche di fronte ai carabinieri il preside
ha minimizzato, dicendo che era la prima volta, cosa non vera. Si notava anche una maestra che stava piangendo. Poi accompagnati dai militari abbiamo abbandonato la scuola».
Picchiato in classe a 9 anni "Ma la scuola non fa niente"- LASTAMPA.it