di Maurizio Blondet

Peter Barnett è l'analista strategico del momento, il più alla moda.
Il suo libro, "Pentagon's New Map", sta diventando per i bellicisti della squadra Rumsfeld quello che per i dodicenni è "Harry Potter": un best seller e un libro dei sogni.
Ma è utile scorrerlo, per capire le tendenze del nuovo pensiero politico americano, e chi sono per gli USA i nemici.



Barnett divide il mondo in tre gruppi di paesi, che chiama: 1) il "nucleo funzionale" (functional core) della globalizzazione, 2) la "breccia" (gap) disfunzionante rispetto alla globalizzazione, 3) e una varietà di "Stati-sutura" (seam States).
Il "core" comprende il ricco mondo occidentale, USA, Gran Bretagna, Germania, Giappone e Francia (old core), a cui però viene affiancato un "nuovo nucleo" (new core) costituito da India e Cina.
Per quanto diversi, anche questi due Stati hanno aderito alla globalizzazione economica e vogliono diventare, o stanno diventando, "giocatori internazionali".
Gli Stati del "gap", della breccia (o del vuoto) sono Iran, Corea del Nord e praticamente tutta l'Africa, visti come fonte di instabilità, destabilizzazione, guerre, e incapaci di competere nell'economia globale.
I "seam States" sono quelli come il Brasile e la Serbia (sic), avviati secondo Barnett a diventare, da Paesi poveri e instabili, a Paesi ad economia capitalista e in sviluppo.



Barnett sostiene che la strategia americana deve, nel prossimo futuro, "proteggere ed espandere" il "core", ed "eliminare gradualmente" i regimi del "gap", che resistono alla globalizzazione (e alla "democrazia").
Non stupirà apprendere che Barnett è un nipotino spirituale di Wolfowitz e, come lui, ha sostenuto l'invasione in Irak contando che provocasse un "contraccolpo democratico" in tutto il Medio Oriente, capace di portare la "democrazia" e "l'economia di mercato" nell'area.
Ma oggi si oppone a quanti, nel Pentagono, avvertono che la Cina sta prendendo il posto dell'Unione Sovietica, e che è il nemico con cui gli USA dovranno confrontarsi nel prossimo decennio.
Secondo lo stratega, Washington deve invece rallegrarsi dello sviluppo di Pechino nel mercato globale, perché espande il "core", il nucleo di Paesi interessati alla prosperità mondialista; collaborare con Pechino, cointeressare i cinesi alla comune impresa di espandere il "core" eliminando il "gap".
E anzi, sperare che quando la cricca comunista di Pechino perderà la sua presa d'acciaio su una società che diventa ogni giorno più ricca, individualista e "liberale", il trapasso dei poteri avvenga con il minimo di violenza e convulsioni.



Allo scopo di darsi gli strumenti per attuare questa nuova politica, lo stratega propone di riformare le forze armate USA, dividendole in due forze parallele ma distinte.
La prima, che chiama il "Leviathan", gestirà l'intero arsenale nucleare americano e l'apparato bellico più offensivo, comprese le forze speciali (che dovranno essere ampliate e rinforzate).
La scopo del "Leviathan" sarà la deterrenza (dissuadere i conflitti tra le grandi potenze del "core") e "la rapida eliminazione" dei regimi "gap" quando diventassero pericolosi.
L'altro complesso militare, che Barnett chiama "System Administrator force", sarà il complemento del "Leviathan", e dovrà occuparsi insieme di contro-insorgenza e di "ricostruzione" e "riforma" degli Stati che il "Leviathan" occuperà.

L'esperienza irachena ha almeno insegnato allo stratega che per l'esercito americano, ricostruire è molto più difficile che distruggere e massacrare; e che, nel vuoto che il "Leviathan" lascia dietro, di sé pullulano incontrollabili terrorismi, il presunto Osama e il presunto AL-Zarqawi.



Il corollario della nuova strategia è che l'ONU dovrà essere liquidato o marginalizzato (è pieno di Paesi "gap") e sostituito con un consesso dei Paesi ricchi e cointeressati allo sviluppo globale: un G8 diventato G20.
E il "nuovo nucleo" (India e Cina) è per Barnett molto più importante del "vecchio nucleo" (l'Europa) che vede invecchiata, in declino, ingessata dalla burocrazia di Bruxelles e sempre meno aggressiva.
Insomma i vecchi alleati vanno buttati a mare.
Fino a quando, ridotti alla miseria dalla concorrenza cinese, caduti al livello dei Paesi-"gap", potranno essere "eliminati".



Invece Cina e India devono essere convinte e attratte ad affiancare la forza di occupazione e sviluppo USA, la "System Administrator Force" nelle future occupazioni di Stati deboli ("gap") con ricche risorse (petrolio e altro); insomma le nuove superpotenze possono "lavorare insieme anziché competere", diventando poliziotti mondiali.

Si configura così una nuova definizione del "nemico" per gli Stati Uniti. L'India e la Cina, che sono forti, non lo sono.
Il nuovo "nemico" è il nucleo dei Paesi arretrati, che sono deboli e facili da debellare anche per il mediocrissimo esercito USA: non è un sogno?
Harry Potter ha fatto la magia.



Ma il sogno di Potter-Barnett diventa presto un incubo.
Secondo lui, l'armata amministrativa d'occupazione (l'orwelliano "System Administrator Force") agirà secondo la legalità internazionale del vecchio mondo, e i suoi membri saranno soggetti alla "Corte Criminale Internazionale" e alle convenzioni di Ginevra; il "Leviathan", l'enorme potenza bellica aggressiva, invece, ne sarà esente.
Potrà commettere ogni atrocità nel più completo segreto, secondo il principio "il fine giustifica i mezzi".
Il Leviathan non sarà soggetto al voto dell'ONU; la "System Administration Force" potrà essere gestita con il voto dei G20, in proporzione della forza fornita da ciascun paese del "nucleo" alla co-gestione del mondo.



A questo punto entra in scena un altro mago, e la visione di Barnett si tramuta in delirio fantascientifico.
L'altro mago è Art Cebrowski, uno dei vari neocon sharonisti che Rumsfeld si è portato dietro al Pentagono.
Il quale sogna di risucchiare gli enormi fondi della Difesa in una "trasformazione" altamente tecnologica che è chiamata "Network Centric Warfare".
Da quel poco che si comprende, si tratterebbe di non costruire più "piattaforme" sempre più costose, cariche di gadget elettronici e sempre più vulnerabili (come portaerei e bombardieri invisibili), ma di includere le "piattaforme" esistenti in una "rete" ovviamente informatica, con forti dosi di intelligenza artificiale e potenza di calcolo di computer, in modo non solo da mantenere agli USA la "dominanza informativa", ma – grazie alla disseminazione di sensori e centri automatici di comando e di controllo sull'intero pianeta – chiudere il globo terrestre in una "griglia" che può mobilitare istantaneamente le forze (e le cognizioni) necessarie per debellare un nemico appena tiri su la testa: dai satelliti ai droni, dalle navi ai sensori, ai singoli commandos.



"Queste forze future", dice il mago della superguerra, "avranno un'accresciuta sopravvivenza, perché le sue macchine belliche sono disperse e le operazioni non dipenderanno in modo essenziale da poche piattaforme di grande costo; accresciuta adattabilità, perché la potenza di combattimento sarà facilmente scambiato fra unità di superficie, aeree e sottomarine; migliore bilanciamento, perché la potenza di fuoco potrà essere ammassata dove serve"…
Il mago Superpotter ritiene addirittura di poter eliminare quella che Clausewitz chiamò "la nebbia del campo di battaglia".
E qui il genio rivela la sua monumentale natura di cretino strategico, di guerriero da tavolino.
La "nebbia della guerra" è tragicamente inerente alla battaglia, perché è legata agli uomini che combattono sotto il fuoco, al loro terrore, al panico, alle mutilazioni e ai cadaveri maciullati: l'indicibile orrore della linea del fuoco ottenebra le comunicazioni, e i comandi dovranno sempre affrontare, nelle decisioni belliche in corso di combattimento, un margine ineliminabile di azzardo, di false informazioni, di incertezza.
E' lì che si mostra il genio del grande stratega, di un Napoleone o di un Rommel.



La cieca fiducia nei computer e negli algoritmi ha già provocato amare sorprese anche fra quegli economisti che hanno conquistato i premi Nobel nello studio probabilistico dei corsi azionari, mettendo a punto sistemi "intelligenti" e sofisticatissimi di acquisto e di vendita automatici, computerizzati, delle azioni.
Ora il cretino strategico pretende di portare gli stessi automatismi.
Cebrowski ignora tutto della vera, spaventosa arte militare: intuisce che gli USA mancano di geni strategici, del loro coraggio ed audacia, e s'illude di sostituirli con "sistemi di sistemi" macinati da supercomputer.
Ma già non è facile integrare, per esempio, forze aeree e forze navali. Mettere "in rete" forze di contro-guerriglia, commandos, satelliti e intelligence da migliaia di chilometri, pone problemi di logica (e di software) di immensa portata.
Il "sistema di sistemi" esposto alla guerra può rivelare anelli deboli non immaginati: e in primo luogo il soldato in linea.
Può ricevere ordini intelligentissimi che non sarà in grado di eseguire, perché è stato incenerito e annientato.
Per ora, il grande network che rende scientifica la guerra – questa faccenda di sangue e di fango - è una teoria, in attesa di innovazioni del campo cognitivo informatico che per ora nemmeno si immaginano.
Ma è quasi certo che miliardi di dollari verranno ingoiati da questo mega-progetto.
Infatti, già alcuni giochi di guerra sono stati organizzati dal Pentagono sulla base della teoria di Barnett.
L'ultimo s'è svolto a Newport, nell'Armi War College.
Quattro gruppi, ciascuno di 15 giocatori, simulavano di costituire il centro decisionale di USA, Cina, Iran, Brasile: come si vede c'era il "new core" (Cina), un "gap" (Iran) e un "seam" (Brasile).
I quattro team stavano chiusi in diverse stanze (1).
Un ulteriore gruppo di supervisione e controllo "gettava in campo" varie situazioni di crisi – da una ribellione della minoranza islamica in Cina ad una rivalutazione della moneta cinese – per vedere come reagivano i quattro Paesi.



Beh, non ha funzionato.
L' "old core" (USA) e il "new core" (Cina) non si sono messi d'accordo.
In una delle simulazioni, "l'Iran" si faceva la bomba atomica.
Gli "USA" hanno chiesto alla "Cina" di far pressioni dissuasive sull' "Iran", proponendo anche a Pechino un grande vertice asiatico per la co-gestione della sicurezza in Asia.
Risposta della "Cina": d'accordo ad imporre all' "Iran" dei limiti all'armamento atomico, purché Israele accetti le stesse regole.
Perché le regole devono essere uguali per tutti, non è vero?
Quanto al vertice sulla sicurezza in Asia, Pechino ha educatamente rifiutato.
Perché la valutazione del Politburo "cinese" (ossia degli americani che impersonavano i cinesi) è stata: l' "America" si sente debole, e sa che da sola non ha la forza di colpire l' "Iran".
Aderire a un vertice significa dare respiro alla superpotenza declinante; il vertice?
E perché? Vogliono solo vedere che carte abbiamo in mano.
Era già la "nebbia della guerra", ancor prima della guerra.



di Maurizio Blondet









Note

1) Ne ha dato notizia Dominic Cummings, l'esperto militare del Financial Times, il 17 luglio ("From playing wargames to building a new world order"). Come fa notare Cummings, nel gioco di guerra non c'era nulla che rappresentasse "l'Europa". Credete davvero, gli ha detto uno degli strateghi USA, che l'UE avrà una forza qualunque da gettare nel teatro mondiale nel 2010? (era la data immaginata per la simulazione). In questo, ha ragione l'Harry Potter bellicista: l'UE non c'è, nel 2010 ci sarà ancora meno.