Le polemiche referendarie hanno portato una novità nel panorama politico-culturale italiano: la scienza è stata al centro di un dibattito di grande rilievo, di scienza si è parlato come mai. Purtroppo non se ne è parlato in termini costruttivi, ma nella cornice di uno scontro frontale.
Parole come “progresso scientifico”, “razionalità scientifica”,
“Galileo”, sono state usate come mazze ferrate per abbattere l’avversario, colui che ne veniva additato come il negatore.
Sono stati commessi eccessi da tutti i lati ma è non il caso di fare gli equanimi: se qualcuno ha usato a casaccio l’accusa di
“scientismo”, ciò è stato nulla a fronte del diluvio di accuse contro i “nemici della scienza e della ragione” e dei torrenti di retorica sulle virtù salvifiche della scienza, quasi si trattasse dell’unico ridotto difensivo contro un’armata di biechi fanatici, l’unico faro di luce nella notte dell’oscurantismo, l’unica fiammella di speranza per i poveri malati che tentavano di sfuggire –per dirla con Giosué Carducci – alle “ridde paurose” di monaci “ebri di dissolvimento”. Tra le vittime principali di queste orde di flagellanti veniva indicato il nostro paese, destinato a essere tagliato fuori dal progresso e dalla ragione.
Sarà possibile venir fuori da questa sagra di retorica e discutere razionalmente, per l’appunto? Non sarà facile finché noti uomini politici e intellettuali continueranno a ubriacarsi di epiteti, come “caccia alle streghe”, “Savonarola”, “Controriforma”,
“integralismo”.
Proviamo a parlare qui di fatti e concetti, anziché di anatemi, prendendo come spunto un recente libro di Enrico Bellone (“La scienza negata. Il caso italiano”, Torino, Codice, 2005), sebbene la tendenza dell’autore all’invettiva non renda il compito facile.
La tesi di Bellone può essere così riassunta. L’Italia è un paese che ha sempre avuto una cultura scientifica fragile, una ricerca scientifica debole finanziariamente e istituzionalmente, combattuta da una cultura umanistica invadente e ostile, nel contesto di una cronica disattenzione per lo sviluppo scientifico-tecnologico.
Il suo libro è la cronaca di un disastro, che ha le sue radici nel periodo dell’Unità nazionale, ed è stato aggravato dalla scelta fascista di privilegiare la scienza applicata a scapito di quella teorica e dalle leggi razziali. Nel dopoguerra vennero i colpi di maglio finali, con la distruzione del nucleare italiano e gli ostacoli alle ricerche biotecnologiche.
Per Bellone, questi disastri sono conseguenze di un grande problema culturale, ovvero di un’ostilità per la scienza che ha la sue radici nel predominio della cultura umanistica antiscientifica. Non a caso tre quarti del libro sono dedicati a criticare l’ideologia de “la scienza e la ragione come nemici dell’uomo”.
Si parte da Husserl, padre di tutti i mali, per finire con Galimberti. Quasi tutti i nemici della scienza risultano essere non italiani, ma questa contraddizione viene spiegata da Bellone asserendo che soltanto in Italia il delirio antiscientifico viene preso sul serio e influisce persino sulle scelte politiche.
Bellone sa che l’Italia, tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento è stata la terza potenza mondiale della matematica e della fisica, e in ottima posizione in altri settori. Lo spiega dicendo che la matematica e la fisica teorica non hanno bisogno di finanziamenti. Ma uno storico della scienza come lui non può ritenere soddisfacente una simile spiegazione.
Enrico Fermi non è stato soltanto un buon fisico, ma uno dei massimi fisici dell’era moderna.
Tullio Levi-Civita era colui cui Einstein scriveva: “Quando ho saputo che lei attaccava la dimostrazione che mi è costata fiumi di sudore, mi sono preoccupato non poco”, perché “lei va a cavallo della vera matematica, mentre uno come me è costretto ad andare a piedi”.
Vito Volterra veniva accolto con tutti gli onori all’estero come il “Signor Scienza Italiana”. Giovanni Battista Grassi fu un protagonista degli studi sulla malaria.
E’ credibile che tutto ciò sia sbocciato a caso, per l’estro di qualche singolo? Non è credibile, e non fu così. Gli anni successivi all’Unità videro un’opera sistematica di costruzione della comunità scientifica nazionale, anche attraverso viaggi volti a studiare i modelli tedesco e francese.
Levi-Civita fu prodotto della formazione di una scuola matematica metodicamente costruita.
La corrispondenza scientifica del geometra Luigi Cremona – senatore, ministro e fondatore della scuola di ingegneria italiana – è uno straordinario documento del rispetto ammirato di cui era circondata una scienza che in pochissimi anni aveva raggiunto una posizione di grande prestigio mondiale.
In pochi decenni, un paese inesistente si era dotato delle istituzioni scientifiche caratteristiche dei paesi avanzati.
Anche guardando al processo di decadenza che iniziò nel periodo fascista occorre evitare ogni schematismo. E’ semplicistico dire che il fascismo promosse la ricerca applicata – utile agli scopi militari e imperiali del regime – a scapito della ricerca pura. Al contrario, il fascismo introdusse tratti di modernità concependo una distinzione tra i due settori tipica di esperienze avanzate e, assieme a istituzioni applicative, ne promosse alcune di ricerca pura, come l’Istituto nazionale di alta matematica, che aveva come controparte l’Institute of Advanced Study di Princeton.
E le ricerche applicative non furono meramente strumentali se, nel secondo dopoguerra, il matematico-capitano americano Goldstine, inviato da von Neumann, individuò Roma come uno dei migliori candidati per un centro europeo di informatica. Il disastro creato dal fascismo ha un nome diverso e ben preciso: autarchia – autarchia economico-industriale e autarchia culturale. Ovvero, l’idea nefasta che la scienza italiana dovesse svilupparsi in separatezza e antagonismo rispetto alle altre esperienze nazionali. In fondo, le leggi razziali furono l’estrema espressione dell’autarchismo fascista, ed è chiaro che la recisione dei rapporti internazionali non poteva non produrre effetti nefasti, portando alla ribalta una leadership della comunità scientifica subordinata a tale miserando disegno autarchico e che nessuna epurazione rimosse dalle posizioni di comando.
E’ nella continuità di questa classe dirigente mediocre e provinciale che va ricercato il declino del dopoguerra, su cui Bellone ha buoni argomenti, e neppure li dice tutti. Difatti, alla questione nucleare si potrebbe aggiungere la questione informatica, ancor più grave, ovvero la progressiva distruzione della Olivetti, che aveva tutte le carte per proporsi come un’azienda leader a livello mondiale in questo campo.
Questo declino è associato a due mediocrità: quella di certi leader della comunità scientifica, e della classe imprenditoriale. Vogliamo attribuire la responsabilità dell’uscita del nucleare soltanto all’odio ideologico per la scienza e la tecnologia “nemiche dell’uomo”?
Ricordo un dibattito di quegli anni in cui un illustre economista e un altrettanto illustre scienziato patrocinavano la scelta nucleare. Alla fine, un crocchio circondò i due per chiedere ulteriori chiarimenti sulla questione delle scorie che era rimasta in ombra. La risposta fu una scrollata di spalle seguita dal cinico commento: “Se la vedranno i nostri pronipoti”.
Quanti consensi alienarono siffatti atteggiamenti arroganti, cui era sottesa l’idea: “Dateci carta bianca, perché noi siamo quelli che sappiamo”?
Bellone si appella ai vertici industriali come ai soli in grado di intendere e far intendere.
Ma un siffatto appello dovrebbe essere assortito da una critica per l’insensibilità che la classe imprenditoriale ha avuto e continua ad avere nei confronti della ricerca di base. E’ tradizione dell’imprenditorialità statunitense il mecenatismo disinteressato nei confronti della ricerca. Disinteressato fino a un certo punto, perché è basato sulla consapevolezza che il motore dell’innovazione è la libertà della ricerca, e non la sua subordinazione a esigenze pratiche immediate. Qualcuno ha mai visto in Italia esperti di industrie inviati ad ascoltare seminari universitari (anche i più teorici e apparentemente inutili) per trarne idee nuove? Questo è usuale negli Stati Uniti, dove si riservano imponenti finanziamenti federali alla ricerca di base. Al contrario, nel nostro paese la ricerca di base riceve le briciole dallo Stato e non riceve un centesimo dalle imprese, le quali invece sono pronte a spender denaro per iniziative il cui scopo è enunciare i dettami che la ricerca e le università debbono seguire al fine di fornire “prodotti” (così vengono chiamati ormai i lavori scientifici) immediatamente utili. Ma una siffatta strumentalizzazione all’uso immediato è la morte dell’innovazione nella ricerca, e quindi della ricerca stessa. Pertanto, simili ricette –una miscela di arroganza e di miopia – non soltanto non guariscono il paziente ma rischiano di avvelenarlo ancor di più.
Non ha torto quindi Bellone quando individua nell’insensibilità per la ricerca scientifica di base uno dei mali del nostro paese. Ma il suo discorso va molto al di là di una questione di politiche scientifiche, poiché egli individua come unico responsabile di questa insensibilità un’ideologia antiscientifica che avrebbe allungato le sue radici soprattutto nella penisola. Il problema è che quando si passa dal discorso politico a quello ideologico-filosofico le cose si fanno tremendamente più complicate. Limitiamoci a enunciare due temi.
La scienza di oggi non si ispira più a quell’oggettivismo assoluto che ne fu posto a base dalla metafisica cartesiana, non è più in grado di difendere con intransigenza l’idea che il mondo è retto da leggi naturali supreme e immutabili.
Circa mezzo secolo fa il fisico Eugene Wigner mise in discussione la possibilità di parlare di “leggi” scientifiche, e John von Neumann asserì che la scienza non “spiega” nulla, a malapena “interpreta”, ma soprattutto fa dei “modelli”, ossia costruisce delle immagini formali della realtà che vengono valutate in base a meri criteri di efficacia. Naturalmente, né Wigner né von Neumann avrebbero ammesso che la scienza rinunziava a una funzione di “crescita” della conoscenza, e tantomeno avrebbero aderito a una posizione relativistica, intendendo con ciò l’idea che le costruzioni scientifiche non hanno alcun fondamento oggettivo, o addirittura sono il mero riflesso di rapporti sociali di potere.
Ma il vaso di Pandora era scoperchiato e lo stato della scienza di oggi mostra come il criterio di “verità” guidi sempre meno la ricerca. Siamo lontani dai tempi in cui dominava la concezione riduzionista, quella visione secondo cui la scienza è un edificio in perpetuo accrescimento, e al cui nucleo centrale vengono continuamente ricondotte le nuove scoperte, non soltanto per verificare le seconde ma per accrescere il potere esplicativo del primo.
Insistiamo che non è facile per uno scienziato ammettere che la scienza non comporti una progressione verso il vero, senza dover ammettere che essa è una forma di conoscenza incerta come quelle non scientifiche.
Pertanto, siamo in presenza di una vera e propria crisi di orientamento, e persino di identità, della scienza contemporanea. Dovrebbe essere superfluo dire che una via d’uscita a questa difficoltà non è asserire che la scienza è, per sua natura, relativista. Eppure questa è la più recente trovata di alcuni spiriti ameni, che la fondano sull’osservazione che la scienza non offre verità assolute, ma risultati
continuamente rivedibili. Sono discorsi che si dubita possano essere fatti da persone in possesso di un diploma.
Che la scienza stabilisca leggi eterne e assolute, scritte nella pietra, è un discorso che neanche il più accanito riduzionista si è mai sognato di fare. La gnoseologia scientifica classica è basata sull’idea di Nicola Cusano secondo cui esiste uno iato tra le conoscenze limitate e imperfette degli uomini e la verità assoluta, cui essi si avvicinano (come un poligono si approssima al cerchio circoscritto) senza poterla mai raggiungere.
Ma l’esistenza di tale verità assoluta è il principio stesso che fonda la conoscenza: da un lato ne abbiamo bisogno, perché essa è la stella polare del processo conoscitivo, dall’altro non possiamo
raggiungerla (e quindi siamo sempre in possesso di verità parziali), altrimenti essa parteciperebbe della natura imperfetta della nostra mente e non sarebbe verità. Secoli di scienza si sono basati su questa visione della conoscenza. (Del resto, persino l’“assolutismo” del pensiero religioso è basato su una visione analoga: cos’è l’esegesi dei testi sacri se non un tentativo di approssimare continuamente la conoscenza del senso della “rivelazione”, la verità assoluta, in sé irraggiungibile
pienamente dall’essere umano?).
Il relativismo nega l’esistenza di qualsiasi verità oggettiva e quindi afferma l’assoluta (sic!)
mancanza di certezza di ogni risultato della scienza, che può sempre essere sostituito o confutato, o è frutto di convenzioni sociali o rapporti di potere. La scienza non può accogliere in sé il relativismo senza distruggere il principio su cui si fonda: l’esistenza di una realtà oggettiva conoscibile. Pertanto, il vero problema è l’ingresso di questo cavallo di Troia nella scienza, non per opera di qualche umanista irrazionalista, ma per opera di scienziati-scientisti dichiarati.
E’ il positivismo che distrugge se stesso.

(1. continua)

Giorgio Israel su il Foglio

saluti