…. la strega bruciata
Purtroppo la stroncatura del vescovo di Pistoia firmata ieri su Repubblica da Francesco Merlo, al quale ci lega un limpido e irreconciliabile disaccordo sulla funzione pubblica della religione, era per la sostanza giusta. Che la faccenda sia personale e che la si possa regolare intimando al sacerdozio celibatario di non occuparsi del sesso, del piacere, dell’amore o della famiglia, questo no, anzi; la castità in queste materie rende semmai più lucidi e intellettualmente distanti dalle passioni e dai luoghi comuni, ed è ai sessuologi casomai che si dovrebbe sconsigliare di parlare dell’eros, della virilità e della femminilità senza prima essersi fatti istruire dai maestri cristiani che studiano il matrimonio da alcuni secoli.
Gli uomini di chiesa dispongono spesso di uno specialismo in umanità che i laici conseguenti fanno male a sottovalutare o perfino a deridere.
Però il cumulo di banalità e di piccoli pregiudizi messi insieme nella lettera del monsignore fa impressione, allarma.
Sconcertano anche la sua falsa sicurezza e la pretesa di trovare ascolto per quelle ideuzze abborracciate, che sembrano fatte apposta per essere messe alla berlina.
Se la battaglia contro le derive del moderno ha un senso, deve essere condotta con strumenti classici, medievali e moderni, ma sempre idonei allo scopo.
Se Buttiglione avesse semplicemente dato addosso ai femminielli, nessuno di noi lo avrebbe difeso in nome di un concetto laico di libertà: la strega bruciata era lui, e inquisitori piuttosto ignoranti i suoi esaminatori del Parlamento europeo, perché il candidato cattolico aveva usato la parola “peccato” distinguendola dalla parola “reato”, perché aveva esplicitamente menzionato la distinzione kantiana tra morale e legge.
E’ vero che la distinzione non è separazione, e che il sogno del positivismo giuridico è svanito nel nullismo, visto che un sistema legale privo di basi etiche esterne al diritto positivo si risolve nello Stato etico, un costrutto intellettualistico abominevole. Ma la distinzione c’è, deve restare ferma, è riconosciuta anche, e bene, nella dottrina sociale della Chiesa.
La battaglia per mantenere in vita la legge 40 sulla procreazione artificiale ha avuto un senso largo e vivo, e nuovo e promettente, perché la legge era un compromesso laico e autorizzava alle donne e alle coppie diritti negati invece dai laicisti al concepito, un soggetto che gli abrogazionisti volevano negare in nome di una demenziale concezione della tecnoscienza, ora rimessa in discussione anche nel loro mondo (Amato eccetera).
Così per i matrimoni omosessuali con figli, perfettamente equiparati al matrimonio tra uomo e donna, e la regolamentazione delle coppie di fatto: c’è una distinzione decisiva tra un attacco alla famiglia di inqualificabile asprezza, frivolo in radice, e una politica amministrativa che sana posizioni sociali nuove, bilanciando e contemperando vecchi diritti e diritti emergenti.
A quella Chiesa che fa appello all’etica della ragione, e che per questo è sotto il tiro dello spiritualismo neoprotestante di tanti conciliaristi, conviene attenersi alle distinzioni razionali, che sole le consentono di essere nel mondo sebbene non del mondo.
Ferrara su il Foglio
saluti




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