L'ANTITERRORISMO ITALIANO E' STATO ACCECATO DAGLI USA
di Maurizio Blondet
“Abu Omar” e Nicola Calipari

"Chissà cosa avremmo potuto sapere sui terroristi, se Abu Omar non fosse stato rapito [dalla CIA]".
Così il giudice milanese Guido Salvini ha detto in una notevole intervista alla Reuters.
"Abu Omar", alias Hassan Mustafà Osama Nasr è l'imam egiziano che abitava a Milano, fino al giorno in cui agenti della CIA non l'hanno rapito e portato in Egitto, dove è stato torturato per convincerlo a "collaborare" come infiltrato.



"Il sequestro di questa persona", dice Salvini, "non è solo illegale e in violazione della sovranità italiana; è stato anche dannoso alla causa della lotta al terrorismo".
Da anni infatti "Abu Omar" era sotto discreto controllo dell'intelligence italiano, ricavandone informazioni di straordinaria importanza.
L'imam, che non sapeva di essere intercettato (al telefono e con ascolti ambientali), era - come dice la Reuters - "una connessione parlante e camminante con i gruppi militanti in Europa".
Abu Omar, che era stato mujaheddin in Afghanistan e godeva in Italia di asilo politico, conosceva tutti nell'oscuro mondo dell'estremismo islamico, dalla Germania all'Egitto, e chiacchierava con loro al telefono di tutto: raccolta di fondi, reclutamento di "suicidi" da utilizzare all'estero, attentati da organizzare.
Nelle miniere di carbone i minatori portavano un canarino in gabbia: se smetteva di cinguettare, segnalava la presenza del gas grisou e l'imminente esplosione.
Per i nostri agenti segreti, Abu Omar era il canarino: da lui, inconsapevole chiacchierone, si aspettavano di conoscere i segni premonitori del grande attentato islamico in Italia.



Il giornalista della Reuters ha avuto modo (evidentemente grazie a Salvini) di ascoltare alcune delle intercettazioni, e testimonia del loro estremo interesse.
Il punto è che ora – proprio ora che il grande attentato contro l'Italia viene ritenuto inevitabile e imminente, dopo quello di Londra – noi abbiamo perso il canarino-segnalatore.
Se e quando succederà l'inevitabile, ricordiamoci di "chi" ha accecato la nostro intelligence.
Non sono stati i sauditi, i pakistani, l'inafferrabile Al Qaeda.
Sono stati gli americani.
I nostri servizi, lealmente condividono con il grande alleato ogni informazione sul terrorismo islamico; gli americani non lo fanno mai.
Se n'è lamentato persino Giuliano Amato, creatura e protetto dell'Establishment USA: "il problema reale è con gli americani, c'è una certa difficoltà a riceverne informazioni; il loro atteggiamento è esclusivista. Non rispettano il criterio della massima collaborazione coi paesi occidentali".
Vorrei evitare la detestabile frase "l'avevo detto".
Ma mesi fa fui chiamato a fare una conferenza sullo scenario mondiale dopo l'11 settembre, e la intitolai: "Tutto è cambiato. Il nemico, ora, è l'alleato".



C'è solo da sperare che i nostri servizi, che non sono affatto disprezzabili, lo abbiano ormai capito e ne abbiano tratto le conseguenze.
Che stiano in guardia contro il nuovo nemico.

Washington ha colpito duro per smantellare la nostra intelligence, accecare i nostri occhi sul mondo islamico militante.
Ha trucidato Nicola Calipari, che indispettiva la CIA perché si muoveva sul territorio iracheno molto meglio dei super-agenti USA.
E ci ha portato via il canarino.
C'è da chiedersi se una delle forti ragioni per rapire Abu Omar non sia stata proprio questa: renderci ciechi per esporci indifesi all'attacco del loro Osama bin Laden, della loro Al-Qaeda



L'altra ragione forte, può essere stata di impedire ai nostri agenti di risalire alla vera mente di tutta la messinscena del "terrorismo islamico": sempre loro, gli alleati.
Secondo l'ex ministro britannico Robin Cook, Al Qaeda era (ed è ancora) nient'altro che "un database americano coi nomi dei mujaheddin arruolati dalla CIA per combattere in Afghanistan". Al Qaeda, e l'enorme allarmismo creato dagli USA sul pericolo islamista, è una preziosa arma da guerra psicologica per un'Amministrazione che ha bisogno di tenere le opinioni pubbliche sotto il regime di terrore, necessario a giustificare le sue guerre future.
Londra stessa è stata colpita, sta emergendo, perché troppo tiepida – agli occhi di Washington e di Tel Aviv - sul terrorismo islamico.
Ma qualcosa di peggio si prepara contro il popolo americano.



Dopo la strage di Londra, Charlotte Sector, analista della RAND Corporation (un think tank finanziato dalle industrie militari) ha "profetizzato" che quello è il modello con cui "Al Qaeda" compirà il prossimo attentato contro gli USA: "piccole, isolate reti di jihadisti", ovviamente "difficili da infiltrare".
Comoda definizione del "nemico" inafferrabile, e senza legami veri con l'estero: sarà esibita quando l'Amministrazione deciderà che l'opinione pubblica USA, sempre meno convinta della guerra in Iraq, sarà ritenuto "matura" per il nuovo "mega-attentato di Al Qaeda", che spaventerà gli americani abbastanza da convincerli ad attaccare l'Iran.
Un attentato che, assicurano le "profezie", potrà essere atomico o almeno radiologico, con bombe sporche: la droga deve essere iniettata in dosi crescenti.



Figurarsi se il "grande fratello" può permettere che i servizi di un paese secondario come l'Italia, nel loro zelo e con le loro reali capacità, mandino all'aria un simile piano: credendo magari perfino di rendere un servizio a Washington.
Perché la nuova mega-strage di "Al Qaeda" in USA deve essere vicina.
Forse a settimane.
Ce n'è almeno un segno: ebrei americani e canadesi stanno emigrando in Israele a ritmo accelerato, a vagonate, anzi a voli charter interi.
Segnala questa "olim" (emigrazione) senza precedenti il sito IsraelNN.com: il 13 luglio scorso due charter della El Al sono partiti da USA e Canada, ciascuno con 500 "olim" (1) a bordo, ansiosi di insediarsi in Israele.
Alla loro emigrazione presiede l'organizzazione Nefesh' B'Nefesh, che fornisce ai nuovi arrivati denaro e finanziamenti per mettere su casa (di preferenza negli insediamenti dei "territori"), e l'Agenzia Ebraica, organo ufficiale dello Stato israeliano.
Le due potenti entità stanno accelerando questo grande ritorno.
In un solo mese, sono 1800 gli ebrei che scappano dal sicuro continente americano per l'insicura "terra santa": forse sapendo che la situazione sta per rovesciarsi?



Si disse che l'11 settembre molti ebrei che lavoravano al World Trade Center rimasero a casa. L'accusa potrebbe essere infondata, era il giorno seguente a una festività ebraica.
Ma ora, la grande fuga giudaica dagli Stati Uniti potrebbe dare maggior fondamento a quella vecchia voce.
Anche quelli sono, a loro modo, canarini.
Stiano svegli, i nostri servizi.



di Maurizio Blondet





Note

1) "Record numbers of US & Canadian Jews moving to Israel on single day", IsraelNN.com, 8 luglio 2005.


www.effedieffe.com