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    Predefinito La separazione dalla Chiesa 2

    Riporto il testo iniziale per ripartire.... in tema.
    Dopo posaterò un tread su Maria.

    Riporto da "fos ek fotos" un testo penso poco conosciuto ma di grande importanza. Inviterei al dialogo su questo testo anche gli amici cattoliciromani.

    """""SULLA SEPARAZIONE DELLE CHIESE ORIENTALE ED OCCIDENTALE

    Si riporta l’opinione del vescovo orientale Niceta di Nicomedia sui motivi della separazione delle due Chiese. Pur in un tono pacato vi sono spunti notevolmente polemici.
    Ritengo particolarmente degno di nota il passo del cap. 3 che afferma che l’autorità del papa renderebbe vana la conoscenza delle Scritture dei Greci, loro non servirebbero più niente gli studi delle lettere, l’insegnamento dottrinale dei maestri ed i nobilissimi ingeni dei sapienti Greci; sarebbe infatti lui solo a determinare la fede.
    Personalmente ritengo valide ancora oggi queste e le altre argomentazioni riportate; comunque questo scritto espone il pensiero del vescovo Niceta di Nicomedia del XII secolo, non necessariamente quello dell’attuale Chiesa o Chiese Ortodosse.


    Si riportano i punti salienti di un dialogo, avvenuto a Costantinopoli nel XII secolo, tra il vescovo orientale Niceta di Nicomedia e quello occidentale romano Anselmo di Havelberg, intorno alle differenze tra le due Chiese a quel tempo già divise ed ai motivi della loro separazione.
    Detto dialogo è stato posto in forma scritta dal vescovo romano Anselmo di Havelberg. Il testo integrale, in lingua latina, è riportato nei DIALOGHI di questo autore, libro III, pubblicato nella PATROLOGIA LATINA del Migne vol 188 col 1209-1248.
    I passi riportati contengono gli interventi del vescovo Niceta di Nicomedia e pertanto rappresentano il punto di vista ortodosso del XII secolo.

    CONTENUTO:

    1 - I Greci, contro la tradizione universale, si separano dal rito della Chiesa Romana e sacrificano in pane fermentato.

    2 - I Greci dicono che le sedi patriarcali una volta furono sorelle e tra di esse non negano il primato alla Chiesa Romana.

    3 - Che i Greci dicono di tenersi lontani dalle assemblee dei pontefici Romani poiché i Romani hanno diviso la monarchia dell’impero.

    4 - Le eresie sorte a Costantinopoli od ovunque in Oriente, anche colà sono state estinte.

    5 - Riguardo al fatto che si può credere che gli apostoli ed i loro successori abbiano usato indifferentemente ora il pane azzimo ora il fermentato e che la Chiesa Occidentale un po’alla volta abbia abbandonato l’uno e invece la Chiesa Orientale abbia un po’alla volta abbandonato l’altro.

    1 - I Greci, contro la tradizione universale, si separano dal rito della Chiesa Romana e sacrificano in pane fermentato.

    Niceta arcivescovo di Nicomedia disse:
    I nostri Padri, uomini religiosissimi, eruditissimi nella legge divina e devotissimi, che furono a capo in questa sede patriarcale nella quale ora sediamo noi e governarono questa città regia insieme con tutto l’oriente, la memoria dei quali rimane ancora oggi presso di noi ed è esaltata in benedizione, che ci hanno anche lasciato molti scritti delle loro sacre istituzioni, non devono essere ritenuti aver avuto carenza né di ragionevolezza né di autorità. Per riverenza verso di loro noi manteniamo, inviolabilmente e con la dovuta venerazione, quelle cose che essi ci hanno trasmesso e non giudichiamo che esse debbano essere rinnovate da qualsivoglia, anche se costui brillasse per quanto grande che sia autorità di carica o santità di vita o eminenza di scienza. Perciò se la Chiesa Romana sostiene diversamente o insegna che debba essere sostenuto, fa ciò che a lei piace e secondo il suo arbitrio solo sceglie ciò che vuole, solo getta via ciò che vuole, solo stabilisce ciò che vuole, solo muta ciò che vuole, solo scrive ciò che vuole, solo cancella ciò che vuole, solo comanda ciò che vuole, solo proibisce ciò che vuole. Inoltre in tutte queste cose si vale della sua propria autorità e trova coloro che la seguono o per sana semplicità o per semplicità poco istruita; ciò anche talvolta forse avviene per la sola abitudine all’obbedienza, talvolta per la necessità dell’obbedienza. Noi tuttavia manteniamo e abbiamo mantenuto sino a questo punto ciò che abbiamo ricevuto come stabilito dai nostri Padri, né osiamo lasciarlo cadere facilmente in qualunque occasione. Questo poiché se volessimo tanto presuntuosamente abbandonare o mutare ciò, offenderemmo la sempre veneranda e da non disprezzarsi mai riverenza dei santi Padri e toglieremmo forza al rito del sacramento stesso che conserviamo sino ad oggi, quasicchè fosse nullo e senza forza e ci mostreremmo a tutto il mondo reprensibili di ogni leggerezza ed instabilità. Preferiamo invece mantenere e difendere il ritrovato e l’istituzione dei nostri predecessori e già stanchi distenderci nel letto di tanto grande autorità piuttosto che, coll’indagare più oltre, respingere anche le cose consuete e faticare per introdurre nuove.


    2 - I Greci dicono che le sedi patriarcali una volta furono sorelle e tra di esse non negano il primato alla Chiesa Romana.

    Niceta arcivescovo di Nicomedia disse:
    Hai detto cose abbastanza grandi e sublimi riguardo alla dignità della Chiesa Romana, ma la tua modestia avrebbe potuto dire più moderatamente quelle cose che hai fatto seguire riguardo a questa Chiesa. Si addice tuttavia a te ed a me, a motivo della riverenza di coloro che sono presenti e che ti hanno pazientemente ascoltato parlare, che tu ascolti me mentre ti rispondo con la medesima benevolenza con la quale io ti sono stato a sentire. Questo infatti richiede quella carità in cui ci siamo radunati!
    Io non nego né ricuso il primato della Chiesa Romana che tu proponi tanto eccellente, dal momento che nelle nostre storie antiche leggiamo che vi furono tre sedi patriarcali sorelle, naturalmente la Romana, l’Alessandrina e l’Antiochena, tra le quali Roma sede eminentissima ottenne il primato dell’impero, cosicché era chiamata prima sede. Ad essa tutti gli altri si appellavano per le cause ecclesiastiche dubbie ed al suo giudizio soggiacevano quelle cose che non rientravano sotto regole certe. Tuttavia lo stesso Romano pontefice non veniva chiamato né il primo dei sacerdoti né il sommo sacerdote o qualcosa di tal fatta, ma soltanto il vescovo della prima sede. Infatti Bonifacio III (607 d.C.-n.d.t.), romano di nascita, vescovo della città di Roma, da padre Giovanni, ottenne davanti al principe Foca che la sede apostolica del beato apostolo Pietro fosse capo di tutte le chiese, mentre a quel tempo la sede Costantinopolitana si nominava prima di tutte per la traslazione dell’impero. Tuttavia né il romano pontefice né il vescovo di Alessandria o di Antiochia non insegnavano o istituivano qualcosa nelle loro Chiese che discrepasse dalla fede o dall’accordo degli altri. Inoltre, affinché tutti dicessero e predicassero una sola cosa, fu stabilito che due legati eruditi nella fede e nella sana dottrina fossero sempre mandati dalla Chiesa Romana, l’uno ad assistere il patriarca Alessandrino, l’altro l’Antiocheno, affinché li osservassero diligentemente mentre stavano in eminenza e predicavano pubblicamente riguardo alla fede. Similmente due venivano mandati da Alessandria, dei quali l’uno ad assistere il pontefice Romano, l’altro l’Antiocheno per la medesima opera. Parimenti da Antiochia venivano mandati due, dei quali l’uno ad assistere il pontefice Romano, l’altro l’Alessandrino per la medesima opera. E così qualunque cosa venisse predicata come Cattolica in una queste Chiese, era confermata dall’autorità e dalla testimonianza delle altre. Se però presso qualcuna di queste Chiese veniva detto qualcosa di contrario alla fede, dissonante dalla comunione e alieno dalla verità, i legati delle altre correggevano ciò con fraterna carità ed umile ammonimento. Se tuttavia non potevano correggere e l’errore veniva accanitamente difeso, subito ciò, per mezzo dei medesimi legati, veniva deferito alle altre Chiese sorelle. Se poi ciò poteva essere revocato per mezzo de lettere inviate canonicamente era bene, se altrimenti, sopra esso veniva celebrato un concilio generale.
    Poiché invero per divina volontà l’impero è stato trasferito in questa città regia ed in essa è stato fatto il capo in Oriente e per l’autorità dell’impero la città è stata denominata nuova Roma, è stato stabilito anche dai centocinquanta vescovi che si radunarono in essa, quando il beato Nectario fu ordinato vescovo di questa sede, una volta condannato Massimo Cinico che era oppresso da questo malanno (concilio di Costantinopoli I, 381 d.C.-n.d.t.), coll’assenso del piissimo imperatore Teodosio Maggiore che, come l’antica Roma aveva ottenuto il primato nelle cause ecclesiastiche dai santi padri a motivo dell’onore dell’impero, così anche questa più giovane e nuova Roma per la dignità dell’impero avesse dopo quella il primato ecclesiastico. Così i Padri decisero che essa come seconda Roma fosse anche denominata seconda sede e lo fosse realmente e governasse le Chiese di tutta l’Asia, della Tracia e del Ponto e trattasse e definisse con propria autorità tutte le cause ecclesiastche. Pertanto i legati della fede cattolica che precedentemente, col visitare le Chiese Romana, Alessandrina e Antiochena e coll’osservarsi reciprocamente in maniera fraterna, custodivano la fede, sono stati destinati pure in questa città regia. Similmente da questa sono mandati a quelle già indicate altri legati per il medesimo ministero, ciò affinché tutti dicano una sola cosa e non discordino in nessun dogma della verità.


    Niceta arcivescovo di Nicomedia continua quindi parlando del fatto:
    3 - Che i Greci dicono di tenersi lontani dalle assemblee dei pontefici Romani poiché i Romani hanno diviso la monarchia dell’impero.

    Così, o fratello carissimo, si trova scritto nelle antiche storie dei nostri. Invero la Chiesa Romana, alla quale noi non neghiamo il primato tra queste sorelle ed alla quale quando presiede nel concilio generale riconosciamo il primo luogo d’onore, da sé stessa si è allontanata da noi a causa della sua grandiosità, quando si è impadronita della monarchia, cosa che non era conforme al suo dovere ed ha diviso i vescovi e le chiese dell’occidente e dell’oriente, già divisi per l’impero. Per questa ragione se talvolta essa celebra un concilio senza di noi ma coi vescovi occidentali, prendano su di sé e osservino i suoi decreti con la dovuta venerazione coloro col cui consiglio essa comanda quelle cose che ritiene doverlo essere e colla cui convivenza vengono stabilite le cose che essa ritiene doverlo essere. Noi pure, quantunque non discordiamo dalla Chiesa Romana nella medesima fede cattolica, tuttavia poiché in questi tempi non celebriamo concili con essa, come potremmo accettare i decreti di quella, che senz’altro sono scritti senza il nostro consiglio, anzi senza che noi sappiamo niente? Se infatti il Romano pontefice, in grande dignità, seduto nel trono della sua gloria vuole tuonare su di noi e come gettare dall’eccelso i suoi mandati e giudicare non col nostro consiglio ma col proprio arbitrio e secondo il suo beneplacito, riguardo a noi ed alle nostre chiese, anzi meglio vuole comandare, quale fraternità o anche quale paternità potrà mai essere questa? Chi mai potrà sostenere ciò serenamente? Allora veramente potremo essere giustamente detti ed essere veramente servi e non figli della Chiesa. Se ciò fosse necessario ed un così grave gioco sovrastasse col dover essere portato sulle nostre teste, non resterebbe nient’altro se non che la sola Chiesa Romana godesse della libertà che vuole e dasse certamente leggi a tutti gli altri, mentre essa sarebbe senza leggi e ormai non più sembrerebbe nè sarebbe pia madre di figli ma dura ed imperiosa padrona di servi.
    Cosa dunque ci servirebbe la conoscenza delle scritture? Cosa ci servirebbero gli studi delle lettere? Cosa ci servirebbe l’insegnamento dottrinale dei maestri? Cosa ci servirebbero i nobilissimi ingegni dei maestri Greci! La sola autorità del Romano pontefice che, come tu dici, è al di sopra di tutti, distrugge tutte queste cose. Lui solo sia vescovo, lui solo solo maestro, lui solo precettore, lui solo risponda di tutti coloro che sono stati affidati a lui solo, come solo buon pastore risponda al solo Dio. Perché se vorrà avere cooperatori nella vigna di Dio, egli stesso certamente, pur essendo stato conservato il suo primato, si glori esaltato nella sua umiltà e non disprezzi i suoi fratelli, i quali sono stati generati nell’utero della madre Chiesa non per la servitù ma per la libertà. “E’ necessario, infatti- come dice l’Apostolo - che noi tutti stiamo davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riporti al giudizio come abbia compiuto, sia di bene sia di male.”(IICor V,10). Dice tutti, chi ha detto era Apostolo, non ha escluso nessuno dei mortali. Tutti ha detto, non ha escluso neppure il romano pontefice. Per la qual cosa in nessun simbolo si trova che siamo specialmente comandati a riconoscere la Chiesa Romana; che anzi ovunque ci si insegna a riconoscere una, santa, cattolica ed apostolica Chiesa.
    Io potrei dire queste cose riguardo alla Chiesa Romana, fatta salva la tua pace, la quale Chiesa io venero insieme a te ma non seguo insieme a te in tutte le cose, né ritengo che debba di necessità essere seguita in tutte le cose; tu anche proponesti l’autorità di questa Chiesa come tanto eccellente che, abbandonato il nostro costume tradizionale, dovremmo accettare senza discutere la sua organizzazione a copia nei sacramenti a causa del suo giudizio indiscusso e della sua autorità nelle Scritture e, come ciechi, ad occhi chiusi, la seguiamo dovunque quella condotta dal proprio spirito ci preceda. I sapienti sia Latini sia Greci giudichino quanto ciò sarà per noi sia sicuro che onesto.


    4 - Le eresie sorte a Costantinopoli od ovunque in Oriente, anche colà sono state estinte.

    Niceta arcivescovo di Nicomedia disse:
    Può essere ciò che dici. D’altronde poco fa hai detto che la Chiesa di Costantinopoli, anzi quasi tutto l’oriente, sono stati contaminati da varie eresie; questo hai detto ed in parte hai detto il vero, poiché anch’io, essendo servo della verità, non devo negare la verità stessa. Ma dì, prego, dove sono state condannate quelle eresie? Chi le ha condannate? Se qui sono nate a partire da malvagi ed iniqui, qui anche sono state condannate da buoni e cattolici uomini; dal momento che, una volta convertitosi alla fede l’imperatore Costantino il Grande e quando scriveva leggi gradite a Dio a favore dei Cristiani, Roma accorse alla fede col suo occidente e Costantinopoli col suo oriente secondo i decreti dell’imperatore. E poiché improvvisamente veniva predicata pubblicamente una fede nuova e non udita dai più, e nella città di Costantinopoli erano in vigore gli studi delle arti liberali ed erano molti forti i sapienti in logica ed i sottili nell’arte dialettica e nella scienza del discutere, intrapresero ad esaminare colla discussione la fede Cristiana ed a venir meno nell’esaminare e nel raziocinare. Essi, scrutando e dicendo di essere sapienti, divennero stolti e si perdettero nei loro pensieri, poiché non investigarono ciò che dovevano credere piamente ed umilmente. Mentre per la superba ragione le scienze umane tendono in alto, essi caddero nel profondo dell’infedeltà e molti divennero eretici e produssero molte sette e la fede Cristiana fu confusa e lacerata, divisa in molte e diversissime sette. Così la Chiesa dell’Oriente vedendo che tali persone abusavano della scienza secolare e che i capi degli eresiarchi parlavano grandemente in diversi luoghi ed in diversi tempi, celebròconcili, dopo aver mandato le lettere sinodiche e col consenso dei religiosissimi imperatori. Il primo a Nicea della provincia di Bitinia (325 d.C.- n.d.t.), dove è stata condannata l’eresia Ariana ed è stato composto e confermato, coll’autorità inviolabile dello Spirito Santo e dei trecento e diciotto Padri, il simbolo della fede per tutti i cattolici.
    Quindi coll’avanzarsi del tempo e col susseguirsi anche di diverse eresie, furono celebrati molti altri concili per la distruzione delle eresie stesse e l’edificazione della Chiesa cattolica. Infatti concili generali furono tenuti nella chiesa Calcedonense ed in questa di Costantinopoli e ad Efeso e nell’Antiochena e nell’Alessandrina, tutti per la condanna delle eresie e per rinforzare la fede e l’unità delle Chiese. Da cui, come ho detto, se qui sono sorte, qui le eresie sono state anche condannate. Sembra pure che la Chiesa di Dio coll’occasione di queste sia cresciuta più e più nella scienza delle Scritture e appare che una volta estinte abbia ricevuto una maggiore robustezza nella fede, al punto che, essendo il credere Cattolico già denotato e ormai condotto a perfezione, è stato giustamente proibito dai santi Padri che nessuno osi più oltre disputare pubblicamente riguardo alla fede, specialmente poiché non vi è niente da togliere o da aggiungere ad essa per l’avvenire. Senza dubbio una volta trovata la verità, chi cerca più in là cosa altro merita di trovare se non menzogna. Si può certamente investigare interrogando umilmente, per apprendere qualcosa della fede che prima fino ad un certo punto si ignorava, purchè non riporti contenziosamnte nell’ambiguità ciò che è stato definito dai nostri santi Padri con certo termine del credere; non è infatti lecito a nessuno dei mortali correggere ciò, poiché è proibito con gravissimo anatema. Adunque questo improperio che hai voluto lanciarci contro riguardo alle eresie, ormai cesserebbe, poiché presso i sapienti devono valere di più la verità e la virtù dei buoni che le menzogne ed i vizi dei malvagi. Dì, di grazia, dove sono ora gli eretici? Non sono qui coloro dei quali neppure il nome si ode in alcun luogo in Oriente, ma dai Cattolici dovunque in Oriente viene dato a Dio, con uguale e sana fede, un degno ossequio. E forse nella cittadinanza Romana per questo non sono sorte eresie, perché colà non vi furono persone a tal punto sapienti e sottili ed investigatrici delle Scritture come presso di noi orientali; e come deve essere ritenuta colpevole la vana sapienza degli eretici dalla quale essi sono stati sedotti, così non deve essere lodata l’imperizia Romana, a causa della quale questi non dissero né questo né quello, ma quindi con semplicità come meno istruita dettero retta ad altri che parlavano in pubblico ed insegnavano. Cosa che appare essere accaduta o per la troppa negligenza dell’investigare la fede o per la rozza ottusità di un ingegno inetto o per l’occupazione e la mole dell’impedimento secolare. Infatti come è proprio delle persone istruite pensare o dire assolutamente bene o assolutamente male, così è proprio degli insensati e degli ignoranti pensare o dire né completamente bene né completamente male


    Niceta arcivescovo di Nicomedia continua a parlare:
    5 - Riguardo al fatto che si può credere che gli apostoli ed i loro successori abbiano usato indifferentemente ora il pane azzimo ora il fermentato e che la Chiesa Occidentale un po’alla volta abbia abbandonato l’uno e invece la Chiesa Orientale abbia un po’alla volta abbandonato l’altro.

    Ritengo che ciò stesso hanno fatto gli apostoli di Cristo, i quali si deve credere che secondo il rito che allora, alla nascita della Chiesa, osservavano nella consacrazione del corpo del Signore, abbiano usato ora l’azzimo ora il fermentato. Essi stessi infatti quando, nell’evangelizzare, visitavano successivamente diverse province, allorché si fossero rivolti ad una qualche Chiesa di Cristiani e volessero offrire il sacrificio santo al Signore per la comunione dei fratelli, devono essere ben ritenuti non aver ricercato troppo diligentemente né, per osare dire così, troppo curiosamente, né pane fermentato né pane azzimo. Invero qualunque tipo essi si trovavano in mano, sia questo, sia quello, lo offrivano indifferentemente con devozione. Ritengo che questa forma di offerta o di comunione vi sia stata anticamente sia nella Chiesa Romana, quanto in tutte le altre Chiese, certamente tramandata dagli apostoli, sebbene una Scrittura sicura non ce lo dica. Ma in verità la Chiesa Romana un poco alla volta ha abbandonato l’uno, chiaramente il fermentato, mentre ha accettato soltanto l’altro, evidentemente l’azzimo; essa ha fatto ciò di propria autorità. Pure la Chiesa Orientale ha abbandonato un po’ alla volta totalmente l’altro, chiaramente l’azzimo ed ha preferito solamente l’altro, evidentemente il fermentato. Tuttavia a ragione di ciò né gli antichi sapienti Greci né gli antichi sapienti Latini stimavano di doversi condannare a vicenda, ma sebbene in ciò fossero meno uniformi, tuttavia con mutua pace e carità fraterna si amavano e si ristoravano l’un l’altro fedelmente in Cristo e senza reciproco giudizio, se talvolta fu opportuno, celebravano insieme concili.
    In seguito, circa trecento anni fa, si alzò la moderna temerarietà di alcuni Latini che si lodano al di sopra di sé stessi, secondo la narrazione della storia che si legge nelle cronache, cioè nei libri degli annali. Infatti quella temerarietà spesso determinò molti scandali tra i Latini ed i Greci. Invero in quei tempi sorse un certo Carlo re dei Franchi, che invase violentemente l’impero Romano e si fece chiamare patrizio della città di Roma. Al suo tempo la monarchia è stata divisa o piuttosto scissa contro la maestà dell’impero, per cui sono sorti non pochi scandali tra i Latini ed i Greci, non solo nella varietà delle istituzioni imperiali, ma anche nella diversità delle regole ecclesiastiche. Per cui avviene che mentre i Latini oltraggiano il nostro pane fermentato e lo giudicano indegno del sacrificio dell’altare e ci chiamano eretici piuttosto a partire dall’orgoglio della loro altezzosità che per asserzione della verità e, allontanadoci dai loro altari, noncomunicano con noi, noi, a nostra volta, da loro irritati e rispondendo loro ugualmente non curiamo senza ragione il loro pane azzimo, lo giudichiamo indegno del sacrificio dell’altare e denominiamo quelli come eretici col nome di azzimati, non per orgoglio di superbia ma come giusta retribuzione. Allontanandoli così dai nostri altari non comunichiamo con loro e costernando costerniamo noi stessi con equa bilancia e, qualunque cosa commettiamo di male in questo, la facciamo gravemente provocati.
    Se essi volessero trattenersi da offese di tal fatta e camminare con noi in carità fraterna e non calpestarci coll’altezza della potestà, noi certamente saremmo molto lieti. In tal caso non solo desisteremmo dall’inopportuna risposta, ma anche, senza giudicare nessuno di quelli e senza rimuovere nessuno dal diritto della nostra comunione perché pensa diversamente, con fraterna carità ed animo benevolentissimo spenderemmo degna riverenza e, secondo l’Apostolo, sorpasseremmo in congruo onore.
    Ma in verità vi è un proverbio che dice:”Dove precede un’inopportuna provocazione, non indegnamente segue un’indegna risposta.” Non dovrebbe essere facilmente dimenticato e si dovrebbe sempre osservare che una volta era tanto grande l’autorità dei Greci nel mezzo dei sapienti Latini che gli stessi nomi ecclesiastici o delle solennità disposti convenientemente venivano denominati con parole Greche, così come ancora oggi vengono chiamati nella stessa Chiesa Romana e per tutto l’occidente, come è patriarca, metropolita, arcivescovo, vescovo, corepiscopo, presbitero, diacono, subdiacono, acolito, esorcista, canonico, clerico, abate, monaco, chiesa, monastero, cenobita, eremita, basilica, battesimo, esorcismo, catecumeno, Epifania o Teofania, Ipapante, Parasceve, Pentecoste. Dalla qual cosa risulta manifesto che l’autorità dei Greci non deve essere ritenuta minima, da essi infatti gli stessi Latini nei tempi passati e allora più giustamente prudenti di ora, hanno derivato i nomi delle dignità e delle solennità ecclesiastiche

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