Dire “recessione” è giusto e sbagliato
C’è qualcosa che non va nelle rappresentazioni dell’economia italiana. E che ne svia l’interpretazione. Non perché vi siano errori di rilevamento, l’Istat merita assoluta fiducia. Il problema riguarda la capacità dei modelli standard di catturare la specificità dei fenomeni in atto. Da tanti dati, in particolare qualitativi, emerge che c’è un’Italia in boom e una altra che va da schifo. La media risultante è corretta: recessione nell’ultimo trimestre del 2004 e nel primo del 2005, lieve ripresa in atto che proietta una crescita, per il 2006, di poco più dell’1 per cento del pil. Ma dai calcoli fatti da questa rubrica per una prima stima degli andamenti dell’Italia che va e di quella che cede, è ipotizzabile che la prima (prodotto industriale e dei servizi) stia crescendo attorno al 6 per cento mentre la seconda sta precipitando al ritmo, circa, del 10 per cento annuo.
Questa ha un minore volume, ma con realtà che pesano parecchio sul dato aggregato.
La situazione delle famiglie è più difficile da analizzare, ma anche qui si nota una polarizzazione: tante migliorano, altrettante peggiorano. Le seconde, per esempio, sono quelle che sempre di più si rivolgono al credito al consumo, le prime riempiono i posti di vacanza, pur risparmiando (per residuo di sfiducia) più di quanto consumino. In sintesi, l’ipotesi è che ci siano due Italie economiche molto più differenziate che nel passato e che l’analisi standard non abbia gli strumenti per rilevarlo. Se fosse vero, potrebbe cambiare molte immagini e ispirare diverse politiche economiche. Non è l’Italia intera a essere andata in recessione e a restare in stagnazione a causa di una crisi competitiva sistemica totale, ma solo un suo pezzo debole e marcito sia in termini di settori specifici sia di aree locali. Per esempio, ci sono piccole aziende che investono moltissimo in ricerca e innovazione interpretando perfettamente i nuovi requisiti di competitività globale, altre che non lo fanno. La differenza tra i due gruppi – visti alcuni casi in dettaglio – sembra in prima ipotesi non dovuta a impedimenti per chi va male, ma principalmente a causa dello stile di conduzione.
Tre raccomandazioni:
(a) mappare in modo più dettagliato l’Italia economica per capire meglio chi va o meno, dove e perché;
(b) pensare a un politica economica che rinforzi i forti in modo da farli pesare di più sulla media;
c) perimetrare i territori depressi, circa 30 province, e sottoporli a politiche speciali.
L’ipotesi di un’Italia ruggente al 70 per cento e lagnante per il 30 è rasserenante. E divertente perché manda in recessione i declinisti, ben due terzi in meno di quanto dicono.
Carlo Pelanda su il Foglio
saluti




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