| Giovedì 21 Luglio 2005 - 9:17 | Nicola Piro |

L’agiatezza, il benessere, il possesso di beni materiali non sono palesamente sufficienti a soddisfare i desideri dell’uomo. Nella società industriale, prima, e post-industriale, dopo, ha avuto luogo un radicale cambiamento di valori: via dai tradizionali valori come, per esempio, adempimento del dovere, senso di responsabilità, senso civico, ecc., a vantaggio di un orientamento individualistico di puro interesse personale, autosoddisfacimento e materialismo edonistico.
Queste considerazioni presuppongono la domanda: com’è possibile che oggi tutto l’interesse è concentrato unicamente sull’aspetto economico – per quanto importante esso sia – mentre gli aspetti spirituali, culturali, umani, che prima costituivano l’essenza della cultura europea, vengono vieppiù emarginati ? In verità l’Europa non è stata nel suo evolversi una entità assoluta; al contrario essa si è continuamente trasformata anche sotto la spinta di concetti filosofici e delle idee delle singole epoche.
Sino al 18mo secolo, ma anche durante i primi decenni del 19mo, l’Europa è stata non solo il luogo spirituale comune dei Paesi che la costituivano, ma soprattutto l’indiscusso centro del mondo. I Paesi di lingua tedesca furono allora il laboratorio intellettuale d’Europa. Anche l’Est, in primo luogo Cracovia e S. Pietroburgo, appartennero naturalmente a quel contesto culturale. L’Europa è stata per lungo tempo – in verità sin dal Rinascimento – una unità spirituale. Nella seconda metà del 19. secolo il pensiero filosofico-artistico passò in secondo piano per dar posto alla scienza e alla tecnica. Furono inventati il telefono, la locomotiva a vapore, la lampada elettrica, ecc.
Nel 20. secolo accanto alla tecnica, il „materiale“ e il „ commercio“ irrompono al centro del pensiero e dell’operare, mentre tutto quelle che concerne lo spirito, la musica, l’umanesimo, viene spinto ai margini dell’esperienza quotidiana. L’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America nel primo conflitto mondiale, segnò il tramonto delle potenze europee, mentre con la Rivoluzione d’ottobre si ebbe lo strappo della Russia dalla famiglia dei popoli d’Europa.
La realtà dei nostri giorni esige, allora, una profonda riflessione nella speranza che l’Europa riscopra il suo ruolo originario e che una nuova dimensione filosofica del pensiero trovi rispondenza nel dibattito politico e nelle visioni che contraddistinguono un mondo nel quale globalizzazione e new economy sembrano voler indicare all’umanità nuovi (incerti) percorsi, riesaminando il senso di concetti come lavoro e produzione e ridiscutendo su nuovi ambiti del „potere“ e del progresso.
Istituzioni come scuola e famiglia, che in altri tempi indicavano valori accettati da tutti e stabilivano le regole della convivenza umana, non sono più in grado di svolgere un ruolo di orientamento sociale. Il (fab)bisogno di una nuova etica che suggerisca legami, riferimenti, minimo consenso, norme di comportamento senza le quali la collettività crollerebbe – com’è successo nei Paesi socialisti – è più che mai sentito. In questo senso il relativismo imperante rappresenta nella filosofia del pensiero la concezione secondo la quale tutte le conoscenze umane tutti i concetti hanno soltanto un significato relativo, proprio perché sono condizionati da innumerevoli componenti.
Questo vale non solo per le singole constatazioni, ma anche per i principi come, per esempio, le norme etiche. I primi rappresentanti di questa corrente di pensiero sono stati i sofisti greci (Protagora e Gorgias, in particolare) con i quali si sono confrontati Socrate e Platone.
L’immagine dell’uomo moderno è, pertanto, quella di un soggetto individualista teso sempre più che mai a soddisfare gl’interessi personali, fuori dal contesto dello Stato e della società. L’uomo viene vieppiù considerato come homo economicus che calcola con fredda razionalità i suoi vantaggi, massimizzando con precisione il suo tornaconto. L’attenzione esclusiva per gl’interessi materiali(stici) che strappa l’uomo dalla sue radici metafisiche, il positivismo totalizzante che si occupa solo dello aspetto esteriore delle cose trascurando ogni dimensione in profondità, non può e non deve alla lunga soddisfarci.
Le condizioni dentro le quali opera l’homo economicus, come sappiamo, sono imposte dal sistema del mercato che poggia sulla concorrenza, il motore della quale è l’egoismo all’insegna del quale prosperano brutalità e corruzione. Nessuno può contestare che nella sua efficienza il sistema del mercato non può essere sostituito da altri sistemi economici; ma quando esso viene idealizzato acriticamente senza anteporgli confini etici e considerato come escatologia secolarizzata, allora esso degenera nel caos. In questo caso il richiamo all’uomo forte che restaura l’ordine e l’equità sociale è inevitabile. In altri termini la questione è se noi, senza il bisogno di ristabilire quella categoria del „santo“ che accuratamente è stata distrutta dall’illuminismo scientifico, siamo in grado di dare posto ad un’etica che tenga a freno quelle forze estreme che tanto inquietano la società moderna.