L’11 luglio del 1980, tre settimane prima della strage di Bologna, il prefetto Gaspare De Francisci, direttore dell’Ucigos, scrive al direttore del Sisde, generale Giulio Grassini, per informarlo delle negative reazioni del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) provocate dalla condanna del suo rappresentante in Italia, il giordano Abu Anzeh Saleh. La permanenza in carcere del giordano costituiva, in quel momento, una seria minaccia per la nostra sicurezza. C’era, insomma, la concreta possibilità che l’organizzazione della quale faceva parte mettesse in atto “una ritorsione” contro il nostro Paese se non fosse stato liberato colui che da anni era a capo della rete militare clandestina del Fronte popolare di George Habbash. Saleh, infatti, era stato arrestato dai carabinieri il 13 novembre 1979 a Bologna nell’ambito delle indagini che avevano portato in prigione, circa una settimana prima, tre militanti dell’Autonomia romana, Daniele Pifano, Giorgio Baumgartner e Giuseppe Nieri, mentre trasportavano in casse di legno due lanciamissili e relativo munizionamento. Si trattava di razzi terra-aria Sam-7 Strela di fabbricazione sovietica, pronti per essere imbarcati al porto di Ortona a Mare (in provincia di Chieti) sulla motonave Sidon diretta in Libano. Un quinto personaggio venne coinvolto nel traffico dei lanciamissili, il marittimo siriano Nabil Kaddoura, ma verrà catturato a Parigi dalla polizia francese su segnalazione dell’Interpol di Roma soltanto il 28 maggio 1981.

L’allarme parte da Bologna
È lunedì 30 maggio 2005 quando questa notizia viene battuta dall’Ansa, aggiungendo che l’informativa dell’Ucigos a firma De Francisci è stata di recente acquisita, insieme ad altri importanti documenti, dalla Commissione Mitrokhin e che l’organismo parlamentare d’inchiesta li sta studiando per verificare se possono essere messe in relazione diretta con la strage del 2 agosto 1980, poche settimane dopo l’allarme raccolto dal Sisde. Non solo. L’agenzia aggiungeva che l’allarme era arrivato all’Ucigos da una fonte qualificata che l’8 marzo 1980, proprio da Bologna, la inoltrava al ministero dell’Interno. Una nota analoga a quella indirizzata al direttore dell’intelligence civile venne trasmessa dal Viminale, per competenza, anche alla Questura di Bari proprio perché – in quel periodo – Abu Anzeh Saleh era detenuto nel penitenziario di Trani.
“Quali riscontri vennero fatti per escludere gli elementi di allarme che venivano segnalati? Che cosa ha fatto la nostra intelligence per fronteggiare il pericolo grave, anche se indeterminato, che il dott. De Francisci aveva segnalato?”, si domanda il prof. Salvatore Sechi, ordinario di Storia contemporanea all’Università di Bologna e consulente della Commissione d’inchiesta parlamentare sul dossier Mitrokhin. E aggiunge: “Tempo a disposizione i servizi segreti ne hanno avuto diverso, dato che la prima notizia ipotizza questa sorta di reazione e minaccia proviene direttamente al ministero l’8 marzo dell’80. Aggiungo solo”, prosegue Sechi, “e ciò senza violare gli obblighi di riservatezza nei confronti della Commissione, che i nostri servizi conoscevamo bene questo terrorista, tanto che un alto funzionario lo ha anche protetto dando garanzie in un momento in cui si ipotizzava il suo allontanamento dall’Italia. Tutto ciò, credo, per ragioni istituzionali. Penso che si volesse mantenere un legame con la guerriglia palestinese e cioè con George Habbash, leader dell’Fplp. Abu Anzeh Saleh è tuttavia uomo che porta sulla pista del terrorista Carlos, oggi detenuto nel carcere di Parigi. I due”, conclude Sechi, “si sono incontrati in diverse occasioni a Bologna, dove Carlos veniva a trovarlo per dividere insieme, credo, qualcosa di più di una tagliatella o di una lasagna”.

“Diplomazia parallela”
Tornando alle minacce di attentati registrati nel marzo 1980 contro l’Italia da parte dell’Fplp, la pressione dell’ala più radicale della resistenza palestinese, quella di matrice marxista-leninista che faceva capo proprio al Fronte popolare di George Habbash e Bassam Abu Sharif, era finalizzata non solo all’immediata scarcerazione di Saleh, ma anche ad un’attenuazione della condanna dell’esponente palestinese nato ad Amman in Giordania il 18 maggio del 1949. Il processo di primo grado sulla vicenda dei missili di Ortona, infatti, celebratosi davanti al Tribunale di Chieti, si era concluso il 25 gennaio del 1980 con la condanna dei cinque imputati a sette anni di reclusione per i reati di porto e detenzione di armi da guerra. Proprio nell’estate del 1980, era stato fissato l’inizio del processo di secondo grado, che si sarebbe celebrato non più a Chieti, ma all’Aquila. L’arco temporale che va dall’arresto degli autonomi (7 novembre 1979) alla condanna di primo grado (25 gennaio 1980) è quello in cui, da parte palestinese, furono più grandi le speranze per una rapida soluzione del caso. In questo periodo si moltiplicano i tentativi e le iniziative del Fronte popolare, soprattutto tramite i canali della “diplomazia parallela” dei servizi segreti, al fine di richiamare le autorità italiane al rispetto di quegli accordi e di quelle garanzie in vigore da anni tra l’Italia e la dirigenza palestinese. Accordi, questi, stipulati in forma ufficiosa e riservata all’indomani della strage di Fiumicino (il 17 dicembre del 1973, un commando palestinese dava l’assalto ad un aereo di linea della Pan Am, provocando la morte di 30 persone).
Fu proprio Aldo Moro, ministro degli Esteri dal 7 luglio 1973 al 23 novembre 1974, che si fece promotore e portatore di questo nuovo indirizzo di politica estera, inteso a trovare la possibilità giuridica di “non trattenere” in carceri italiane estremisti arabi eventualmente arrestati e che proprio per questo avrebbero provocato o giustificato ulteriori attacchi terroristici nel nostro Paese o contro interessi italiani. La nuova strategia diplomatica morotea prevedeva, inoltre, il libero transito di armi da parte della resistenza palestinese in territorio italiano. A perfezionare i dettagli tecnici di questo gentlemen agreement tra Italia e Olp sarebbero stati gli allora collaboratori giuridici di Moro, il costituzionalista Leopoldo Elia, il giurista Renato Dell’Andro e l’avvocato generale dello Stato Giuseppe Manzari. In termini operativi, invece, il governo italiano, per il tramite della Farnesina, delegava il servizio segreto militare (in particolare, il canale d’intelligence che faceva capo proprio al capo centro del Sid di Beirut, colonnello Stefano Giovannone) alla concreta applicazione dell’intesa italo-palestinese. Nulla di scritto. Tutto sulla parola.

Armi in partenza, armi in arrivo
Processo difficile, pieno di ostacoli quello che si è celebrato all’Aquila per la vicenda dei missili di Ortona. Anche perché, secondo il procuratore generale che sostenne l’accusa in appello, Vincenzo Basile, i lanciamissili Strela non erano “in transito” perché diretti alla resistenza palestinese, ma “in entrata” in Italia. Nella sua requisitoria del gennaio 1982, Basile chiese la condanna a dieci anni di reclusione per Baumgartner, Nieri, Pifano, Saleh e Kaddoura (ancora contumace) non solo per detenzione e trasporto di armi da guerra, ma anche per l’introduzione dei missili di fabbricazione sovietica in territorio italiano: reato per il quale erano stati assolti per insufficienza di prove nel processo di primo grado. Secondo la pubblica accusa, infatti, le armi erano state sbarcate dalla motonave Sidon (e non il contrario) la sera del 7 novembre 1979 e quindi caricate su un furgone Peugeot targato Roma K30860 guidato da Nieri e Baumgartner. Fu dopo lo scarico delle casse che Pifano e i suoi complici furono fermati da una pattuglia dei carabinieri del Nucleo radiomobile della Compagnia di Chieti a poca distanza dal porto di Ortona. Sempre secondo il pubblico ministero Basile, il siriano Kaddoura, conosciuto dagli investigatori come un contrabbandiere di armi, consegnò le casse contenenti i missili agli autonomi (Pifano, ex militante di Potere operaio, impiegato presso l’Istituto di patologia generale della Facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Roma, all’epoca aderente alla formazione eversiva Azione rivoluzionaria, Baumgartner, romano, medico ortopedico impiegato presso il Policlinico Umberto I, legato al disciolto gruppo dei Nap, e Nieri, siciliano, tecnico radiologo, anch’egli militante della sinistra extraparlamentare, membro di spicco del Collettivo Policlinico) dopo averli sbarcati dalla motonave.
Il giordano Abu Anzeh Saleh, per il magistrato aquilano, era l’intermediario e il garante di tutta l’operazione. Pifano e gli altri, contrariamente a quanto avevano affermato, a loro volta erano a conoscenza del contenuto delle casse che caricarono sul loro furgone, anche perché - già prima della partenza da Roma - avevano preso accordi per telefono con Kaddoura che era a Bologna. “La responsabilità degli autonomi per l’accusa di introduzione di armi”, sottolineava il magistrato, “è la testimonianza del fatto che Kaddoura consegna a loro la preziosa merce senza esitazioni, in quanto sa perfettamente con chi ha a che fare e che l’intera operazione era stata concordata”.

Le preoccupazioni dell’Fplp
È facile intuire come sentimenti di rabbia e rancore misti a preoccupazione da parte della dirigenza dell’Fplp fossero alimentati dall’orientamento del pubblico ministero che riteneva i missili in entrata e non in uscita dal nostro Paese. Circostanza, questa, che se fosse stata confermata avrebbe pesantemente aggravato la posizione di Saleh e dei suoi complici. Senza contare, poi, le implicazioni che questo poteva avere sulla questione dei collegamenti internazionali del terrorismo domestico. Non va dimenticato che lo Stato italiano, le istituzioni, l’opinione pubblica nazionale erano ancora sotto shock per il tragico epilogo del sequestro del presidente della Dc Aldo Moro (rapito il 16 marzo e assassinato il 9 maggio 1978) e dalla sanguinaria escalation di violenza scatenata dalle Brigate rosse. In sostanza, non solo George Habbash, ma anche buona parte della dirigenza dell’Olp temeva che un inasprimento della pena per Saleh (oltre che per gli altri coimputati) potesse avere ricadute catastrofiche per la rete occulta dell’Fplp in Europa e gettare ombre sinistre sulla causa palestinese, andando a pregiudicare i traballanti equilibri geopolitici della regione sui quali poggiavano gli accordi di Camp David (il presidente americano Jimmy Carter organizzò nel settembre del 1978 un summit con il presidente Anwar Sadat e il primo ministro Menachem Begin che portò alla firma del trattato di pace tra Egitto e Israele, sotto l’egida degli Stati Uniti, il 26 marzo 1979 che metteva fine ad una guerra durata oltre 30 anni – gli accordi prevedevano, inoltre, una soluzione transitoria anche per la Palestina con l’introduzione della clausola dell’autogoverno dei territori). Tutto questo poteva trasformarsi in una grave ipoteca sui negoziati di pace con Israele e sulle stesse ipotesi di un futuro Stato palestinese.
Con l’arresto di Saleh, in combutta con gli autonomi nell’ambito di un traffico internazionale di armi da guerra (armi simili erano state sequestrate ad un gruppo di estremisti arabi a Fiumicino nel settembre del 1973 e utilizzate dal gruppo Carlos nel gennaio del 1975 per colpire un aereo di linea della compagnia di bandiera israeliana El Al all’aeroporto parigino di Orly), la resistenza palestinese che faceva capo al Fronte popolare di Habbash rischiava di subire un colpo durissimo. Era necessario, dunque, correre immediatamente ai ripari. E così andò.

La lettera di Habbash
Il 2 gennaio del 1980, il Comitato centrale del Fronte popolare per la liberazione della Palestina indirizzava (per il tramite dell’avvocato Mauro Mellini, deputato del Partito radicale e componente del collegio dei difensori degli imputati del quale facevano parte anche i penalisti Eduardo Di Giovanni, Bernardino Marinucci, Maria Causarano e Edmondo Zappacosta) una dichiarazione scritta ufficiale al presidente del Tribunale di Chieti nella quale, fra l’altro, si dettavano le condizioni per ricomporre quella imbarazzante situazione. Questi, in sintesi, i passaggi più significativi: “I missili trovati ad Ortona sono dell’Fplp (…) Non c’è mai stata intenzione da parte del Fronte di usarli in Italia (…) A causa di un’emergenza, abbiamo richiesto soltanto l’aiuto del dott. Giorgio Baumgartner, ma non abbiamo detto a questo amico del popolo palestinese che si trattava di lanciamissili. Noi gli dicemmo che si trattava di materiale rotto. Le organizzazioni palestinesi conoscono il dott. Baumgartner perché spesso raccoglie medicinali e altro materiale medico per il popolo palestinese, dandoci un aiuto umanitario. Noi non abbiamo chiesto nulla al sig. Luciano Nieri e al sig. Daniele Pifano. Noi non li conosciamo direttamente. Sappiamo dai giornali che essi solo della stessa organizzazione politica del dott. Baumgartner ed è possibile che abbiano aiutato il dott. Baumgartner a raccogliere medicinali per il popolo palestinese durante gli anni passati. L’aiuto richiesto al dott. Baumgartner consisteva esclusivamente nel prelevare una cassa lungo il tratto finale dell’autostrada Roma-Pescara e di portarla a Ortona, dove un palestinese, con una lettera, stava arrivando per riceverla. Il sig. Saleh Abu Anzeh non è la persona preposta a ricevere i lanciamissili a Ortona. La nave Sidon non ha niente a che fare con questa faccenda e lo stesso vale per l’equipaggio di questa nave”.
E qui, il passaggio più delicato: “Durante i primi giorni dopo l’arresto del dott. Baumgartner, del sig. Nieri, del sig. Pifano e del sig. Saleh, noi fummo contattati dall’ambasciata italiana in Libano a cui spiegammo immediatamente tutti gli avvenimenti succitati. Noi richiedemmo che queste informazioni fossero trasmesse al governo italiano. Alcuni giorni dopo, l’ambasciata italiana ci confermò che il governo italiano era stato informato in modo esatto e completo”. Questo documento venne letto in aula, durante il dibattimento, dallo stesso avvocato Mellini.
Così come riporta il giudice Carlo Mastelloni nella sua ordinanza-sentenza relativa all’inchiesta sul traffico d’armi tra Olp e Br del 20 giugno 1989, l’ambasciatore italiano a Beirut, Stefano D’Andrea, “nei tempi successivi all’arresto avvenuto a Ortona degli autonomi Pifano e Baumgartner nel novembre 1979, trovati in possesso di armamento, apprese solo dalla stampa che George Habbash, capo di Fplp, rivendicando la proprietà dei missili, aveva comunicato in una lettera al governo che si trattava di una operazione di transito accordata dall’ambasciata d’Italia a Beirut”. D’Andrea, a lungo ascoltato dal giudice istruttore di Venezia su questo punto, ha consentito di ricostruire il percorso della lettera di Habbash, spiegando che la missiva era stata affidata a Damasco dall’Fplp al colonnello Stefano Giovannone, capo centro del Sismi a Beirut, il quale era partito per Roma senza informare l’ambasciatore “né del contenuto della lettera né del motivo del viaggio”.

Riunione d’urgenza a Palazzo Chigi
La lettera del Fronte popolare pervenne, attraverso il capo della centrale Sismi a Beirut, alla presidenza del Consiglio che convocò una riunione nei giorni successivi alla quale parteciparono il generale Giuseppe Santovito, direttore del Sismi, il colonnello Stefano Giovannone e l’on. Francesco Vittorio Mazzola, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti. Il giudice Mastelloni interrogò anche il diretto superiore gerarchico di Giovannone, il colonnello Armando Sportelli, divenuto in quei giorni capo della Seconda Divisione del Sismi, il quale a verbale dichiarò che dopo l’arresto di Pifano e gli altri il generale Santovito diede l’ordine di indagare sulla circostanza. Fu così che il colonnello Giovannone parlò con Taysir Quuba del settore Operazioni speciali dell’Fplp, il quale gli riferì che i missili erano di loro proprietà, che ne pretendevano la restituzione, che gli autonomi non conoscevano la qualità del materiale trasportato, che i missili erano in uscita dall’Italia in direzione del Medio Oriente e che l’Fplp era disposto a parlare con il governo italiano per chiarire la vicenda. L’esito di quel colloquio tra Giovannone e Quuba venne riassunto in un appunto della Seconda Divisione, comandata appunto dal colonnello Sportelli, e inoltrato al ministro della Difesa dell’epoca, Attilio Ruffini al quale, probabilmente, non venne detto che Quuba era legato al gruppo Carlos tanto che il suo nome figurava in alcuni documenti del terrorista venezuelano. La vicenda dei missili di Ortona si stava trasformando, lentamente ma inesorabilmente, in uno dei più intricati affari di Stato della storia della Repubblica. Per la dirigenza dell’Fplp, sia la missiva al governo che quella ai giudici di Chieti erano ampiamente sufficienti per sbloccare la situazione: e cioè, arrivare il più presto possibile ad una condanna lieve e quindi alla scarcerazione del loro rappresentante in Italia, Saleh appunto. Ma le cose si complicano. La situazione non si sblocca. Abu Anzeh Saleh non viene liberato e, anzi, rischia una condanna più pesante al processo di appello. Da qui, l’inizio delle minacce e degli ultimatum al governo finalizzati a chiudere, una volta per tutte, la partita dei missili. Anche Bassam Abu Sharif, uno dei massimi dirigenti dell’Fplp, nonché ufficiale reclutatore dell’organizzazione, in un’intervista pubblicata sul quotidiano di sinistra Paese Sera il 12 gennaio 1980 (durante il processo di Chieti, alla vigilia della sentenza) ripete con forza la versione del vertice del Fronte e calca la mano su quanto già detto da Habbash nelle sue istanze ai vertici di Palazzo Chigi e all’autorità giudiziaria competente (il testo dell’intervista è riprodotto a pag. 26). Sul ruolo e sulla figura di Bassam Abu Sharif torneremo più avanti, quando affronteremo il capitolo sull’intossicazione e i depistaggi delle indagini sulla strage del 2 agosto 1980.
Con il salire della tensione, a fronte del pericoloso stallo della situazione, sale anche il livello di allarme. Il pericolo di un’eventuale azione di ritorsione nei confronti del nostro Paese, nel periodo che va dal processo di primo grado di Chieti a quello di appello dell’Aquila, viene registrato con intensità sempre maggiore dai nostri apparati di sicurezza proprio a partire dalla primavera del 1980. La nota dell’Ucigos a firma De Francisci ne costituisce la prova documentale. Anche perché, come abbiamo visto, il campanello d’allarme inizia a suonare proprio a Bologna da dove parte una prima segnalazione che porta la data dell’8 marzo 1980. In questo contesto, la situazione è resa ancora più esplosiva dal fatto che, come ha ipotizzato poche settimane fa il giudice Mastelloni, dietro la vicenda dei missili Strela poteva esserci una pericolosa sovrapposizione di interessi da parte del gruppo capeggiato da Carlos. E la sua organizzazione le bombe metteva sul serio (vedi box a pag. 17).

L’uomo di Carlos a Bologna resta in carcere
Come si vede, la presa di posizione dei vertici del Fronte popolare è chiara e intransigente. E forse era condivisa, giocoforza, anche da una parte della nostra diplomazia (soprattutto quella che faceva capo al Sismi) e da settori del governo. Per Abu Sharif, che intima all’Italia le condizioni per uscire senza traumi dalla crisi (restituzione delle armi, immediata scarcerazione di Abu Anzeh Saleh e assoluzione per gli italiani coinvolti) nei giorni caldi del processo per direttissima di primo grado, la versione dei fatti e le assicurazioni fornite all’esecutivo e alla magistratura erano ampiamente sufficienti per sistemare le cose. Ma la sentenza a sette anni inflitta dal Tribunale di Chieti provocò reazioni durissime in seno alla dirigenza dell’Fplp. Di certo, per l’ala oltranzista del Fronte popolare di Habbash l’arresto, la condanna e soprattutto il mancato rilascio del loro uomo in Italia (Saleh risiedeva a Bologna dai primi anni Settanta, prima ospite di alcuni cittadini bolognesi in via San Pio V e quindi in un’abitazione in via delle Tovaglie, in pieno centro storico e vicino all’Università dove era iscritto alla Facoltà di scienze politiche) erano uno “strappo”, un tradimento di quei patti stretti dopo i fatti di Fiumicino tra governo italiano e dirigenza palestinese. La fermezza (o l’inerzia) delle autorità italiane sull’episodio dei missili Strela per i falchi di Habbash costituiva un atto di guerra.
A rendere la situazione ancora più critica era il fatto che proprio il giordano Saleh, ufficialmente conosciuto come studente e commerciante, simpatizzante della causa palestinese, in realtà non solo era uno dei capi della rete militare occulta dell’Fplp a livello europeo, ma anche elemento di collegamento dell’organizzazione di Carlos in Italia. Polizia e servizi di sicurezza (e quindi i vertici di governo) erano al corrente di questo fin dalla metà degli atti Settanta. Più precisamente dall’estate del 1975, quando le autorità francesi scoprirono e smantellarono una parte della rete palestinese che faceva capo al libanese Michel Moukarbal e a Carlos, sequestrando armi e documenti dell’organizzazione. La polizia francese aveva messo le mani sugli indirizzi e i numeri di telefono di parecchie persone collegate con la rete terroristica dello Sciacallo. Fra questi, anche Abu Anzeh Saleh a Bologna. L’affaire Carlos, infatti, era scoppiato il 27 giugno di quell’anno quando il terrorista venezuelano freddò a colpi di pistola due funzionari della Dst (la Direzione di sorveglianza del territorio) e lo stesso Moukarbal (il successore di Mohamed Boudia alla guida della rete palestinese in Europa, ucciso dal Mossad il 28 giugno 1973, sempre a Parigi, collocando sotto la sua auto una carica d’esplosivo), ferendo in modo grave un terzo poliziotto. Tutto avvenne a Parigi in un appartamento al civico 9 di Rue Toullier, nel Quartiere Latino. Per lo Sciacallo, Moukarbal era una spia, uno che faceva il doppio gioco, avendolo visto arrivare nel suo covo-nascondiglio scortato dai tre poliziotti dell’antiterrorismo francese. Per Carlos, tutto questo era la prova del tradimento del suo capo. L’elemento che fece scattare la molla della sua fulminea e spietata reazione, provocando una strage.

Il giordano protetto dal servizio segreto
L’ombra dello Sciacallo, dunque, era una variabile non solo rischiosa ma anche imprevedibile in un contesto già di per sé pericoloso e difficile da tenere sotto controllo. Non è un caso che, come ha fatto sapere di recente sempre Carlo Mastelloni, proprio il giordano arrestato per i missili di Ortona era protetto dal nostro servizio segreto militare sin dai tempi del Sid, in particolare proprio dal colonnello Stefano Giovannone, al quale il compianto ammiraglio Fulvio Martini ha dedicato il suo libro di memorie Nome in codice Ulisse (vedi box a pag. 25). Fu, probabilmente, il doppio ruolo di alto esponente del Fronte popolare e residente in Italia della rete Carlos a spingere l’intelligence italiana ad entrare in contatto con Saleh. Queste “aderenze”, che risalivano alla prima metà degli anni Settanta, erano motivate da questioni di sicurezza nazionale e rientravano in quel quadro di accordi che Moro volle stringere con la dirigenza palestinese a partire dalla fine del 1973. Nel gennaio del 1982, il settimanale Panorama, in un articolo dedicato ai fatti di Ortona, scrisse che anche il generale Gianadelio Maletti, capo del Reparto D del Sid fino all’ottobre 1975, ebbe alcuni contatti con Saleh. La prova era conservata nei diari dell’ex responsabile del nostro controspionaggio, sequestrati a Maletti proprio nel 1980 durante una perquisizione nella sua abitazione nell’ambito delle indagini sull’assassinio del giornalista Mino Pecorelli, direttore di Op.
Scriveva Panorama, “le carte Maletti non sono mai arrivate ai giudici dell’Aquila. Sono documenti importanti che possono chiarire, una volta per tutte, il ruolo del palestinese e che nello stesso tempo possono chiarire uno degli interrogativi: i servizi segreti italiani erano stati informati della presenza ad Ortona dei missili terra-aria?”. Il 17 gennaio 1982, Saleh si affrettò a smentire queste notizie, smentendo addirittura di far parte del Fronte popolare per la liberazione della Palestina e sottolineando che le affermazioni di Panorama erano una “grossa quanto stupida provocazione alla vigilia della sentenza del processo in cui sono ingiustamente imputato”. La sentenza di secondo grado venne emessa il giorno seguente la smentita di Saleh dalla Corte d’Appello dell’Aquila, il 18 gennaio 1982. Si chiudeva così il processo per i missili di Ortona con una riduzione di pena (da sette a cinque anni) per tutti gli imputati, assolvendoli peraltro dall’accusa di introduzione di armi da guerra con l’aggravante del terrorismo. A quella data, l’esponente dell’Fplp era in libertà da cinque mesi.
L’unico dei cinque coinvolti per il traffico degli Strela ad essere scarcerato, Saleh uscì dal penitenziario di Rebibbia il 14 agosto del 1981, per scadenza dei termini di custodia preventiva. L’ordine venne emesso dagli stessi giudici della Corte d’Appello dell’Aquila che si adeguavano ad una decisione della Cassazione. La Suprema Corte aveva, infatti, riconosciuto la legittimità di un’istanza di scarcerazione depositata dal difensore del giordano, avvocato Edmondo Zappacosta, il quale aveva sostenuto che i termini di custodia per il suo assistito dovevano considerarsi scaduti… A differenza degli altri imputati, infatti, Abu Anzeh Saleh, non si associò alla richiesta di rinvio del dibattimento (durante il processo di secondo grado) che era stata accolta dalla Corte di Appello poco meno di due mesi prima. Era il 17 giugno quando i giudici aquilani rinviavano il processo a nuovo ruolo con la sospensione dei termini di carcerazione per gli imputati.
Il rinvio venne motivato dalla necessità di tradurre dinanzi alla Corte Nabil Kaddoura, arrestato come abbiamo detto il 27 maggio a Parigi. Nonostante la richiesta di estradizione avanzata dalla magistratura italiana, il marittimo siriano non verrà mai estradato. Il ministero di Grazia e giustizia e quello degli Esteri ritennero, difatti, di non dover dar corso alla richiesta di estradizione e quindi al suo trasferimento dinanzi alla Corte d’Appello del capoluogo abruzzese. Quello del 17 giugno era il terzo rinvio che subiva il processo. Fino alla vigilia della conclusione del processo di secondo grado, non fu possibile riprendere il dibattimento vero e proprio in quanto i giudici attendevano l’estradizione di Kaddoura dalla Francia, ritenuto (anche dagli stessi autonomi imputati) teste chiave della vicenda dei missili di Ortona.
Tornando al 1981, l’udienza del 17 giugno durò solo 45 minuti e si celebrò davanti ad un centinaio di autonomi. Sempre quel giorno, gli avvocati difensori distribuirono fotocopie dei dispacci dell’Ansa da Beirut relativi ad un nuovo documento dell’Fplp con il quale si ribadiva l’estraneità di Abu Anzeh Saleh (vedi box a pag. 28). E così, mentre per gli imputati detenuti dell’Autonomia romana i termini vennero regolarmente prorogati, per l’esponente palestinese finirono, provvidenzialmente, con lo scadere e Saleh poté tornare in libertà in attesa del giudizio d’appello. Ma facciamo un salto indietro di un anno, alla primavera dell’80.

Rotta di collisione a Beirut
Ricapitolando: dopo la condanna di Saleh e degli autonomi, dalla fine di gennaio del 1980 inizia a farsi sempre più pesante l’iniziativa dell’Fplp nei confronti dell’Italia per ottenere la liberazione del loro rappresentante. Tuttavia, nonostante il pressante interessamento del nostro servizio segreto militare e in particolare della cordata che faceva capo a Giovannone, Sportelli e al prefetto Walter Pelosi, segretario generale del Cesis, la situazione è in stallo. Gli eventi stanno per precipitare. Saleh resta in carcere. Anzi, col timore che potesse essere intrapresa un’azione per farlo evadere, il giordano viene sottoposto ad una frenetica girandola di spostamenti da un istituto di pena all’altro, sempre in regime di massima sicurezza. L’8 marzo, l’Ucigos riceve da Bologna una nota sull’allarme attentati per la questione della condanna di Saleh e dei missili di Ortona. A Beirut, proprio a causa di questo rischiosissimo braccio di ferro, entrano in rotta di collisione il capo centro del Sismi Giovannone e Stefano D’Andrea, ambasciatore italiano in Libano dal 1977 al 1981. L’irrigidimento sulla questione palestinese del diplomatico italiano, così come quello di larghi settori della magistratura e delle forze di polizia, era da mettere in relazione anche alle rivelazioni del brigatista pentito Patrizio Peci (arrestato il 19 febbraio 1980 a Torino), il quale aveva iniziato a squarciare il velo proprio sui collegamenti internazionali del terrorismo italiano e sui traffici di armi tra l’Olp e Br.
I rapporti tra Giovannone e D’Andrea iniziano ad incrinarsi proprio all’indomani della vicenda dei missili Strela. Scrive sul punto il giudice Mastelloni: “L’ambasciatore d’Italia a Beirut, D’Andrea, nei tempi successivi all’arresto avvenuto ad Ortona da parte dei carabinieri degli autonomi Pifano e Baumgartner nel novembre 1979, trovati in possesso di armamento, apprese solo dalla stampa che George Habbash, capo di Fplp, rivendicando la proprietà dei missili, aveva comunicato in una lettera al governo che si trattava di una “operazione di transito” accordata dell’ambasciata d’Italia a Beirut”. Come si è visto, infatti, all’inizio di gennaio del 1980, durante il processo di primo grado a Chieti, l’Fplp “scrisse una lettera ove veniva citata la precedente conversazione con l’ambasciata italiana e la contestuale richiesta di contatto con il governo. Palazzo Chigi”, prosegue il giudice istruttore di Venezia riportando le dichiarazioni rese dal colonnello Sportelli capo della Seconda Divisione del Sismi, “convocò d’urgenza Santovito e Giovannone e contestò la circostanza. Io non fui presente. A notte inoltrata, Santovito mi telefonò e mi chiese di portare l’appunto redatto in dicembre [come detto, in seguito alla conversazione tra il capo centro del Sismi a Beirut e Taysir Quuba, Operazioni speciali dell’Fplp, venne redatto un appunto dalla Seconda Divisione inoltrato all’allora ministro della Difesa, Attilio Ruffini, e alla presidenza del Consiglio dei ministri, ndr] e, in mia presenza, mostrò l’appunto al presidente del Consiglio [Francesco Cossiga, ndr]. L’appunto rivelò al governo che l’Fplp aveva ammesso la responsabilità propria quantomeno del transito”. Nella lettera indirizzata al Tribunale di Chieti e al governo, “Fplp aveva poi addotto di aver parlato già con l’ambasciata italiana a Beirut e di aver già chiarito le cose. In quei giorni, alle rimostranze di Giovannone sul termine “ambasciata”, gli fu risposto che lo si era voluto coprire o che non lo si era voluto scoprire. È dunque in tale contesto”, sottolinea Mastelloni, “così come narrato da Sportelli, che D’Andrea stilò un comunicato per l’Ansa, diramandolo”.

Santovito rischia il posto
Questo il ricordo dell’ambasciatore italiano a Beirut sulla circostanza: “Mostrai il mio comunicato al ministro degli Esteri Ruffini [passato dalla Difesa agli Esteri il 14 febbraio 1980 in sostituzione di Franco Maria Malfatti, dimissionario per motivi di salute, ndr] che lo approvò e all’ambasciatore Walter Gardini [direttore generale degli affari politici della Farnesina, ndr]. La mia smentita non l’ho mai vista pubblicata sui giornali, e credo di ricordare che la magistratura romana non è riuscita a rintracciarla negli archivi dell’Ansa. Il Gardini considerò il comunicato un po’ sprezzante, ma finì per approvarlo”. Il direttore dell’Ansa dell’epoca, Sergio Lepri, nella sua deposizione al giudice, ha dichiarato: “Non escludo che della smentita dell’ambasciatore D’Andrea, inviatami dal mio ufficio di Beirut, io abbia potuto parlare con l’allora capo del servizio stampa del ministero degli Esteri che si rapportava con Gardini. Gardini non è intervenuto presso di me e non escludo che il capo del servizio stampa abbia detto di trovare inopportuna detta smentita”. Conclude il giudice Mastelloni: “La lettera di Habbash in realtà aveva provocato un trauma politico interno notevole a fronte del quale la pubblicazione del “comunicato stampa durissimo” (D’Andrea) dell’ambasciatore a Beirut, stilato “per interrompere quel nesso che Habbash voleva creare tra Giovannone ambasciata, ambasciata e governo italiano” (D’Andrea) evidentemente non poteva ritenersi la risposta più qualificata in un contesto di “Affare di Stato” che in precedenza aveva anche fatto vacillare la poltrona del generale Santovito”. Il colonnello Giovanni Serappo


Cronologia di un attentato
7 novembre 1979 – Gli autonomi Daniele Pifano, Giorgio Baumgartner e Giuseppe Nieri vengono arrestati dai carabinieri nei pressi del porto di Ortona mentre trasportano lanciamissili di fabbricazione sovietica (Sam-7 Strela).
13 novembre 1979 – Viene arrestato a Bologna, sempre dai carabinieri, il giordano Abu Anzeh Saleh, rappresentante dell’Fplp in Italia e appartenente al gruppo Carlos. Fin dal 1975, era protetto dal servizio segreto militare italiano.
dicembre 1979 – Il direttore del Sismi, Giuseppe Santovito, consegna un appunto al presidente del Consiglio, Francesco Cossiga, nel quale si afferma la totale estraneità dei palestinesi nella vicenda dei missili di Ortona. Proprio sui fatti di Ortona entrano in conflitto il capo centro Sismi a Beirut Stefano Giovannone e l’ambasciatore Stefano D’Andrea.
2 gennaio 1980 – George Habbash, capo dell’Fplp, spedisce una lettera alle autorità italiane (governo e Tribunale di Chieti) nella quale assume la paternità dell’operazione dei missili di Ortona e chiede l’immediata scarcerazione di Abu Saleh e la restituzione degli Strela. Il comunicato del Fronte popolare si chiude affermando che la faccenda era stata spiegata all’ambasciata d’Italia a Beirut. Il generale Santovito rischia la destituzione per le false assicurazioni al governo.
12 gennaio 1980 – Bassam Abu Sharif, portavoce dell’Fplp e colui che arruolò Carlos nel Fronte popolare, ribadisce in un’intervista a Paese Sera le condizioni dettate al governo italiano per uscire dalla crisi degli Strela. L’ambasciatore italiano a Beirut, Stefano D’Andrea, emette una durissima nota di smentita alle affermazioni rese nel comunicato dell’Fplp. La smentita non verrà mai diramata, né ritrovata negli archivi dell’Ansa.
25 gennaio 1980 – Il Tribunale di Chieti condanna Pifano, Baumgartner, Nieri, Saleh e il siriano Nabil Kaddoura a sette anni di reclusione per il traffico dei missili. La mancata liberazione di Saleh fa salire le tensioni tra i vertici dell’Fplp e il governo italiano.
19 febbraio 1980 – Viene catturato a Torino il brigatista Patrizio Peci. Poche settimane dopo l’arresto, decide di collaborare e inizia a svelare i segreti dei collegamenti internazionali del terrorismo e dei traffici di armi tra Olp e Br.
26 febbraio 1980 – Il Cesis, con una nota a firma del segretario generale, prefetto Walter Pelosi, informa il governo che il colonnello Giovannone è venuto a conoscenza di un ipotetico piano di sequestro dell’ambasciatore D’Andrea da parte dell’Fplp. Il Sismi, pertanto, suggerisce l’allontanamento del diplomatico per ragioni di sicurezza. Lo stesso giorno, viene informato della questione il ministro degli Esteri Attilio Ruffini, il quale concorda sull’ipotesi di trasferimento del diplomatico.
3 marzo 1980 – In un appunto del ministro dell’Interno Virginio Rognoni e diretto al ministro degli Esteri Ruffini si legge: “Fonte solitamente attendibile ha segnalato che sarebbe tuttora esistente il pericolo del rapimento dell’ambasciatore italiano a Beirut da parte di elementi del Fronte popolare per la liberazione della Palestina come rappresaglia alla condanna inflitta dal Tribunale di Chieti al cittadino giordano Abu Anzeh Saleh, implicato nella vicenda di Ortona”.
8 marzo 1980 – Da Bologna arrivano al ministero dell’Interno segnali di possibili azioni di ritorsione da parte dell’Fplp contro il nostro Paese per la condanna e il mancato rilascio di Saleh.
21 giugno 1980 – A Venezia, dopo il summit dei nove ministri della Comunità europea, si apre, tra imponenti misure di sicurezza nel timore di attentati, il sesto vertice dei Paesi più industrializzati dell’Occidente. Al termine dei lavori, che chiudono il semestre di presidenza italiana, i “nove” concordano, tra l’altro, una dichiarazione sul Medio Oriente, nella quale si afferma che è “venuto il momento di favorire il riconoscimento e la messa in opera dei due principi universalmente ammessi dalla comunità internazionale, il diritto all’esistenza ed alla sicurezza di tutti gli Stati della regione, ivi compreso Israele, e la giustizia per tutti i popoli, ciò che implica il riconoscimento dei diritti legittimi del popolo palestinese”.
11 luglio 1980 – Il direttore dell’Ucigos, Gaspare De Francisci, scrive al direttore del Sisde, generale Giulio Grassini, informandolo delle negative reazioni dell’Fplp provocate dalla condanna di Saleh e ipotizza, sulla base di una fonte fiduciaria, che sono possibili azioni di ritorsione contro il nostro Paese finalizzate alla liberazione del giordano.
12 luglio 1980 – Il segretario generale del Cesis scrive al segretario generale della Farnesina, criticando il comportamento dell’ambasciatore italiano a Beirut, “il quale tende a limitare drasticamente l’autonomia del predetto centro… Si prospetta, pertanto, l’opportunità di un tempestivo intervento inteso a chiarire il carattere del rapporto ambasciata-centro Sismi”.
23 luglio 1980 – D’Andrea scrive al segretario generale della Farnesina, preannunciando il suo arrivo a Roma: “Ti lascio immaginare il mio stupore nel leggere quanto ti viene scritto dal Cesis circa la mia tendenza a limitare drasticamente l’autonomia del centro Sismi… allorché vedo il capo del centro forse cinque minuti al mese, quando, di passaggio a Beirut, viene a parlarmi del bello e del cattivo tempo”.
2 agosto 1980 – Alle 10,25, nei locali della sala d’aspetto di 2ª classe della stazione centrale di Bologna, esplode una bomba. L’ordigno (20-25 kg di esplosivo) era stato nascosto in una valigia collocata su un tavolinetto portabagagli. Bilancio: 85 morti e oltre 200 feriti.
5 agosto 1980 – Si riunisce il Comitato interministeriale per le informazioni e la sicurezza. All’ordine del giorno, l’attentato alla stazione di Bologna. Il presidente del Consiglio Cossiga dichiara: “La strage è di chiara marca fascista”.
19 agosto 1980 – Il Sismi, da una fonte interna alla destra radicale (il bolognese Mario Guido Naldi), raccoglie una serie di indiscrezioni sulla matrice nera della strage. Le stesse informazioni saranno condensate in un rapporto inviato ai magistrati dall’Ugicos.
28 agosto 1980 – La Procura della Repubblica di Bologna emette una prima serie di ordini di cattura contro militanti di destra, molti dei quali già detenuti.
2 settembre 1980 – Graziella De Palo e Italo Ioni, rispettivamente collaboratori di Paese Sera e Diario, spariscono in circostanze misteriose da Beirut. I due, che si erano recati in Libano nella seconda metà di agosto per fare un’inchiesta su traffico d’armi e gruppi palestinesi, furono visti per l’ultima volta all’ambasciata italiana a Beirut.
19 settembre 1980 – Rita Porena, giornalista ed esperta di Medio Oriente, già corrispondente dell’Ansa da Beirut, intervista Abu Ayad sul Corriere del Ticino. Il numero due dell’Olp, responsabile dei servizi di sicurezza di Al Fatah, dichiara che in alcuni campi in Libano, controllati dalle destre maronite, si sarebbero addestrati neofascisti tedeschi, francesi e italiani e che da questi era venuto a conoscenza dei progetti di attentato a Bologna. Prende il via, così, la cosiddetta “pista libanese”. Abu Ayad era in contatto con il gruppo Carlos attraverso il suo braccio destro, Amine El Hindi, il quale si incontrava con il tedesco Johannes Weinrich. Anche la Porena, secondo l’antiterrorismo francese, sarebbe stata collegata a Carlos, dai primi anni Settanta. Non solo. La giornalista, che aveva come “contatto privilegiato” nell’Fplp proprio quel Bassam Abu Sharif che aveva arruolato Carlos nel Fronte popolare, era anche un “agente a rendimento” del Sismi (legata a Giovannone) che la utilizzava per tenere i contatti con la dirigenza del Fronte popolare. Per i giudici, la “pista libanese” si inserisce nella più vasta e articolata manovra depistante dei servizi segreti, culminata con l’operazione “terrore sui treni” e che portò alla condanna a dieci anni di reclusione dei funzionari del Sismi, Giuseppe Belmonte e Pietro Musumeci per calunnia pluriaggravata.
9 gennaio 1981 – Il generale Musumeci consegna al direttore del Sismi Santovito un appunto in cui si annuncia un fantomatico progetto di attentati ai tronchi ferrovari.
13 gennaio 1981 – Alla stazione di Bologna, sul treno Taranto-Milano, viene rinvenuta una valigia con esplosivo simile a quello utilizzato per la strage, armi, giornali stranieri e due biglietti aerei. Il ritrovamento della valigia, per la quale il Sismi indicava Stefano Delle Chiaie come responsabile, doveva servire a confermare la velina di Musumeci e Belmonte, nella quale sempre i fascisti erano indicati come gli organizzatori della strage del 2 agosto 1980.
24 febbraio 1981 – Il direttore del Sismi trasmette alla Procura di Bologna i risultati delle “indagini” sui biglietti aerei ritrovati sul treno Taranto-Milano: Giorgio Vale avrebbe comprato i biglietti e la pista è italo-franco-tedesca. è la “saldatura ideale” con la “pista libanese”, lanciata dall’intervista ad Abu Ayad.
14 agosto 1981 – Abu Anzeh Saleh viene scarcerato per decorrenza dei termini di custodia preventiva, nonostante fosse stato condannato a sette anni di reclusione e imputato nel processo di appello a L’Aquila per la vicenda dei missili di Ortona. È l’unico dei condannati ad uscire di galera.
18 gennaio 1982 – Si chiude il processo alla Corte d’Appello dell’Aquila con una riduzione di pena per tutti gli imputati (da sette a cinque anni di reclusione). Assolti per il reato di introduzione di armi da guerra nel territorio italiano.
18 giugno 1982 – Viene arrestata all’aeroporto di Fiumicino la terrorista tedesca Christa Margot-Fröhlich con una valigia carica di esplosivo. La donna, che proveniva dalla Siria dopo aver fatto uno scalo tecnico a Bucarest, era una stretta collaboratrice del gruppo Carlos per il quale si occupava del trasporto degli esplosivi. Scrive l’Ansa del 21 giugno 1982: “Dentro la valigia, all’interno di un sottofondo, gli investigatori hanno trovato tre chili di miccia detonante composta di esplosivo ad alto potenziale T4, al quale erano collegati due detonatori elettrici e un timer. L’esplosivo è probabilmente dello stesso tipo usato nell’attentato alla stazione di Bologna (ma gli esperti non lo hanno mai accertato con sicurezza assoluta)”. Perché?



Così Carlos piegò la Francia
Denominato Separat dalla Stasi, il gruppo Carlos è stato attivo tra il 1976 e il 1989. Ha stretto una serie di alleanze logistico-militari con un po’ tutte le organizzazioni terroristiche europee e mediorientali, godendo dell’appoggio di Stati come la Siria, la Libia, l’Iraq, lo Yemen del Sud, la Germania Est, l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria, la Cecoslovacchia e l’Urss. Accanto a Carlos, a guidare il gruppo c’erano il siriano Ali Al Issawi, i tedeschi Johannes Weinrich, Magdalena Kopp e Christa Margot-Fröhlich e gli svizzeri Bruno Breguet e Giorgio Bellini. All’organizzazione sono attribuite una serie di azioni terroristiche:

21 febbraio 1981 - Attentato alla sede dell’emittente Radio Free Europe (8 feriti gravi) a Berlino.
15 marzo 1982 - Attentato al Centro culturale francese a Beirut.
29 marzo 1982 - Attentato al treno rapido Parigi-Tolosa “Le Capitole” (5 morti e 28 feriti).
15 aprile 1982 - Assassinio di due impiegati dell’ambasciata francese a Beirut (i coniugi Guy e Marie-Caroline Cavallo).
19 aprile 1982 - Attentato all’ambasciata francese e agli uffici della compagnia aerea Air France a Vienna.
22 aprile 1982 - Attentato contro la sede del giornale filo-iracheno Al Watan Al Arabi in Rue Marbeuf a Parigi Obiettivo: il direttore Walid Abu Zahr, scampato all’esplosione che provocò un morto e decine di feriti.
3 maggio 1982 - Lancio di razzi Rpg contro il consolato francese a Beirut.
25 agosto 1983 - Attentato al consolato francese (Maison de France) a Berlino Ovest (un morto e oltre 20 feriti).
31 dicembre 1983 - Doppio attentato alla stazione Saint-Charles di Marsiglia e al treno ad alta velocità “Tgv” (4 morti e oltre 50 feriti).
1° gennaio 1984 - Attentato al Centro culturale francese di Tripoli (Libano).
25 gennaio 1984 - Attentato agli stabilimenti della Snias (Società nazionale dell’industria aerospaziale) di Châtillon, alla periferia di Parigi.
31 dicembre 1984 - Attentato all’ambasciata francese a Bonn.



Gaspare De Francisci, profilo di un superpoliziotto
A dare forza a questa nuova, sconvolgente ipotesi quale movente per l’attentato alla stazione ferroviaria di Bologna non è solo il contenuto delle informazioni riportate nella nota dell’11 luglio 1980 a firma dell’allora direttore dell’Ucigos, ma soprattutto la grande serietà professionale del mittente (cioè De Francisci) e la stessa credibilità istituzionale dell’organismo da lui diretto.
Nominato prefetto di prima classe nel febbraio del 1982, Gaspare De Francisci è il funzionario di polizia che coordinò, per incarico dell’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni, le indagini sul sequestro del generale americano James Lee Dozier, vice comandante della base Ftase (Forze terrestri alleate del Sud Europa) della Nato di stanza Verona. Negli ambienti della polizia, la promozione di De Francisci decisa dal Consiglio dei ministri era da mettere in relazione proprio alla positiva soluzione della caso Dozier (l’alto ufficiale statunitense venne prelevato da un commando delle Brigate rosse il 17 dicembre 1981 nella sua abitazione veronese e liberato, all’esito di una brillantissima operazione di polizia a Padova, il 28 gennaio 1982) e, più in generale, ai lusinghieri risultati ottenuti nelle indagini che il direttore dell’Ucigos coordinava contro la colonna veneta delle Br, praticamente smantellata nel giro di pochi mesi e che portò all’arresto, fra gli altri, di Antonio Savasta. Siciliano di Partinico, classe 1922, Gaspare De Francisci entra in polizia nel dopoguerra.
La sua prima esperienza è a Brindisi, dove rimane per una decina d’anni, diventando dirigente dello scalo marittimo e aereo. Poi a Pisa, alla Polizia giudiziaria e Squadra Mobile e quindi a Firenze. Nominato nel 1968 vice questore, viene assegnato a Reggio Emilia come capo di Gabinetto della Questura. Nel 1973, è promosso questore. Dal 1978 è al ministero dell’Interno, prima come ispettore generale, poi - dal 1980 - come dirigente generale e, infine, con l’entrata in vigore della riforma della Polizia, come prefetto.
Nel maggio del 1978, assume la direzione dell’Ucigos (il braccio o perativo del Dipartimento della pubblica sicurezza nella lotta contro il terrorismo, oggi Direzione centrale della polizia di prevenzione), organismo dove rimane fino al pensionamento, avvenuto nel febbraio del 1983. Per quanto riguarda l’Ucigos (l’acronimo sta per Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali), l’organismo venne istituito con decreto del 31 gennaio 1978, contestualmente alle Digos, dall’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga, nell’ambito dell’attuazione della legge 801 del 1977 sul riordino dei servizi di informazione e sicurezza la quale introduceva, fra l’altro, il Sisde.
Queste le competenze dell’Ucigos: “1 - raccolta delle informazioni relative alla situazione generale politica, sociale, economica e civile del Paese per le esigenze operative e istituzionali del ministero dell’Interno e delle Prefetture. 2 - raccolta delle informazioni necessarie per la prevenzione e il ristabilimento dell’ordine pubblico. 3 - investigazioni per la prevenzione e la repressione dei reati contro l’ordine pubblico, dei reati di terrorismo, dei reati di natura politica contro la sicurezza dello Stato e delle istituzioni democratiche. 4 - compimento di atti di polizia di sicurezza e di polizia giudiziaria, su richiesta e in collaborazione con il Sisde e il Sismi nonché attività di supporto operativo a detti servizi”.



Nelle memorie dell’ex direttore del Sismi Fulvio Martini
Giovannone, lo “Stefano d’Arabia”
Fulvio Martini è stato direttore del Sismi dal 5 maggio 1984 al 26 febbraio 1991. Entrato nel Sid nel novembre del 1969, uscì dal servizio segreto militare (rinominato Sismi con la legge 801 del 1977) nel settembre 1978, dopo il controverso esito del sequestro Moro (vedi “I giorni dello Sciacallo” su Area di marzo). Nato a Trieste nel 1923, “il marinaio” muore il 13 febbraio 2003. Nel 1999, l’anno in cui scoppiò lo scandalo sul materiale Impedian, Martini congedò Nome in codice Ulisse, la prima versione delle sue memorie, pubblicata dalla Rizzoli. La seconda versione, con un aggiornamento sul dossier Mitrokhin, uscì nel gennaio del 2001. Il capitolo 11 è dedicato al “Maestro”, al colonnello Stefano Giovannone. “C’è un appartenente al Servizio intelligence”, scriveva Martini, “che a questo punto merita di essere particolarmente ricordato. Si tratta del colonnello Stefano Giovannone, morto a metà degli anni ’80, che per molti anni fu il nostro capo centro a Beirut. Desidero ricordarlo perché per un certo tempo sono stato anche il superiore di Giovannone, sono stato un suo collega in alcune missioni e penso che l’Italia debba qualcosa a questo ufficiale dei carabinieri; in centrale (termine con il quale, in ambito Servizio, si usa chiamare la sede di Roma), avevano scelto per lui il nome in codice Maestro, e questo è già di per sé indicativo. Pochi riuscivano a capire con quali difficoltà il colonnello Giovannone avesse a che fare nello svolgimento della sua missione di capo centro a Beirut. Il compito principale di Giovannone era quello di mantenere il Sid informato con continuità sull’evoluzione degli avvenimenti. Il Servizio, come era suo dovere istituzionale, aveva necessità di conoscere esattamente la situazione, non solo per poterla analizzare e fare delle previsioni utili alla politica estera del nostro governo, ma anche al fine di provvedere alla difesa dell’Italia da eventuali operazioni di terrorismo che avrebbero potuto coinvolgerla”.
“L’abilità di Giovannone”, prosegue Martini, “fu quella di tenere sempre una situazione aggiornata di quanto avveniva sia in Libano, sia in tutta la zona mediorientale interessata, senza tagliarsi alle spalle quei rapporti e quel cordone ombelicale che aveva col mondo arabo e che gli permettevano di sopravvivere in una situazione che certo avrebbe scoraggiato chiunque altro. Giovannone aveva alle spalle diciassette anni in Somalia, era stato l’uomo di fiducia del presidente Aldo Moro, ed ebbe l’onore di essere citato in una delle lettere scritte durante la prigionia dal leader demoscristiano. Era un maestro della cosiddetta “diplomazia parallela” – quella che ti scarica se non riesci e che ha come solo scopo l’interesse superiore del tuo Paese. Il suo successo fu completo. L’Italia fu molto ingrata con lui. Rientrò da Beirut nel 1980 e morì nel 1985, di tumore, dopo un calvario giudiziario che durò a lungo e durante il quale non fu difeso da quei politici che l’avevano utilizzato”.
Giovannone venne arrestato il 18 giugno 1984 su ordine della Procura di Roma nell’ambito delle indagini sulla scomparsa dei due giornalisti Italo Toni e Graziella De Palo, avvenuta il 2 settembre 1980 dopo aver preso alloggio in un albergo di Beirut. I due, che si erano recati in Libano per un’inchiesta giornalistica sui gruppi palestinesi, furono visti per l’ultima volta all’ambasciata italiana a Beirut il 1° settembre. Giovannone era accusato di violazione del Segreto di Stato e rivelazione di notizie riservate per aver intercettato i telex segreti che partivano o arrivavano all’ambasciatore italiano in Libano, Stefano D’Andrea. Il capo centro del Sismi a Beirut avrebbe rivelato il contenuto dei messaggi intercorsi con la Farnesina - ottenuti corrompendo un maresciallo dei carabinieri in servizio all’ufficio cifra dell’ambasciata - ai massimi dirigenti del Fronte popolare, mettendo al corrente in particolare il portavoce dell’Fplp, Bassam Abu Sharif, dell’imminente arrivo in Libano di due funzionari del ministero dell’Interno (Domenico Spinella dell’Ucigos e Luciano Ruggeri dell’Interpol) e dei termini della missione che dovevano fare proprio a Beirut nell’ambito dell’inchiesta sul traffico d’armi tra frange dell’Olp e le Brigate rosse. Missione, questa, immediatamente precedente a quella di una delegazione di parlamentari italiani sempre a Beirut, organizzata per trovare conferme alle dichiarazioni di Abu Ayad nella sua intervista a Rita Porena e apparse sul Corriere del Ticino il 19 settembre 1980 con le quali si dava avvio al depistaggio della cosiddetta “pista libanese” per la strage di Bologna. Colpito da un secondo mandato di cattura nel febbraio del 1985, spiccato dal giudice istruttore di Venezia Carlo Mastelloni per favoreggiamento aggravato e corruzione nell’ambito dell’inchiesta sui traffici di armi tra Br e Olp, Giovannone otterrà la libertà provvisoria il giorno seguente. Rilasciò un’intervista al quarto canale della tv britannica che andò in onda il 18 maggio 1985: “Il mio dialogo con i palestinesi ha dato sette anni di pace all’Italia… I giudici sono molto duri nei miei confronti. Ora il generale Santovito, mio ex capo, è morto e non può difendermi. Sono solo. Stanno facendo di me un capro espiatorio al posto dell’attuale governo in Italia. Ma io ero un esecutore, un professionista. Ho eseguito ordini e ho lavorato per il mio Paese”. “Il Maestro” morirà poche settimane dopo, il 17 luglio 1985.




Così il portavoce dell’Fplp rivendicò l’operazione dei missili di Ortona
La versione di Bassam Abu Sharif, il reclutatore di Carlos
Il 12 gennaio 1980, tredici giorni prima del deposito della sentenza di condanna di primo grado del Tribunale di Chieti contro Pifano, Baumgartner, Nieri, Saleh e Kaddoura per la vicenda dei missili di Ortona, il quotidiano di sinistra Paese Sera pubblicava un’ampia intervista a Bassam Abu Sharif, portavoce del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, in intimi rapporti con la giornalista Rita Porena. Nel 1970, fu proprio Abu Sharif ad arruolare Ilich Ramirez Sanchez nei ranghi del Fronte popolare al seguito di Mohamed Boudia, responsabile della rete militare attiva in Europa, e dandogli il nome di battaglia Carlos (per Sharif si trattava della corruzione spagnola del nome arabo Khalil riferito ad Abramo e che fu introdotto nella Penisola iberica dai Mori). Il “battesimo” di Carlos nell’Fplp avvenne 24 ore dopo il suo arrivo a Beirut, proveniente da Mosca dove aveva frequentato la scuola sovietica internazionale Patrice Lumumba. Ciò che segue sono i brani più significativi di quell’intervista.

Ed ecco l’intervista con Bassam Abu Sharif, che spiega la parte avuta dalla sua organizzazione nella vicenda. Perché i due missili di cui il Fronte ha rivendicato la proprietà si trovano nelle mani di tre autonomi?
I missili erano in transito ed erano destinati a essere spediti altrove per nave. Non è la prima volta che imbarchiamo armi attraverso l’Italia che per la sua posizione geografica, il sistema sviluppato di trasporti e l’abbondanza di porti, rappresenta una comoda via di passaggio. Ora, per la prima volta, è accaduto un incidente: le nostre armi sono state scoperte e sequestrate. Ma quello che voglio chiarire definitivamente è che i missili non erano destinati a essere utilizzati in Italia. Abbiamo già cercato di chiarire la nostra posizione, inviando una lettera all’avvocato dei tre detenuti italiani. E in precedenza avevamo informato persone che riteniamo siano interessate al fatto che i missili sono di proprietà del Fronte popolare e che si trovavano in Italia per essere spediti. Devo aggiungere che desideriamo che ci siano restituiti.
Signor Abu Sharif, che cosa intende dire quando afferma di aver informato persone che ritiene “siano interessate”?
In Libano l’ambasciata italiana rappresenta ufficialmente il governo italiano. E poiché il governo italiano, dopo la scoperta dei missili, è interessato a questa vicenda, abbiamo passato l’informazione a chi di dovere.
Questo è avvenuto dopo la scoperta dei missili. Lei vuole dire che il governo italiano non era stato informato dei passaggi di armi?
No. Il governo italiano non era stato informato, né questa volta né le altre volte.
È vero che i missili non sono in grado di funzionare?
Sì. È vero. E probabilmente sono rimasti danneggiati nel corso dei vari traslochi da un porto all’altro.
Lei esclude che i rapporti tra il Fronte popolare e i gruppi di sinistra, anche quelli che fanno uso della violenza, comprendano per esempio la fornitura a questi gruppi di armi che potrebbero essere utilizzate in Italia?
I gruppi della sinistra appoggiano la resistenza palestinese e cercano di aiutare i palestinesi nella loro lotta: questo è il tipo di rapporto che abbiamo, mentre è fuori questione che la resistenza possa fornire loro armi. Noi abbiamo bisogno di tutte le nostre armi per la nostra lotta. I missili sono destinati ad essere usati contro il nemico israeliano, per proteggere i nostri campi di rifugiati contro i bombardamenti aerei. La nostra operazione con i gruppi della sinistra occidentale è incentrata sulla nostra politica contro l’imperialismo e non ha niente a che fare con i rifornimenti di armi ai gruppi che ci appoggiano. La propaganda sionista e imperialista ha cercato di far credere che i palestinesi sono compromessi in attività terroristica, come il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. Il nostro obiettivo principale è la lotta contro il sionismo, contro il nemico israeliano e contro l’imperialismo.
Quale risultato vi aspettate da questa pubblica assunzione di responsabilità da parte del Fronte popolare sulla vicenda dei missili?
Noi vogliamo che i nostri missili ci siano restituiti. Per quanto riguarda i tre detenuti, deve essere chiaro che questi compagni stavano soltanto cercando di aiutarci, senza sapere che cosa contenesse la cassa che stavano trasportando. Quindi, non riteniamo che debbano essere considerati colpevoli. D’altra parte, abbiamo ritenuto di doverci assumere pubblicamente la responsabilità di quanto è avvenuto nell’interesse della giustizia, e anche perché riteniamo che i compagni italiani, i quali ci appoggiano e ci aiutano, debbano essere riconosciuti innocenti.
Il Fronte popolare è pronto a fornire altre prove ed eventualmente a testimoniare al processo?
Non posso rispondere ora a questa domanda. Ritengo che quanto abbiamo rivelato finora debba servire a chiarire ogni dubbio.
Ma consideriamo l’eventualità che i giudici non siano convinti, lei ritiene che il Fronte popolare potrebbe prendere in considerazione l’eventualità di una azione violenta?
No, nessuna violenza da parte nostra in Italia.
Signor Abu Sharif, vi servite normalmente di intermediari italiani scelti tra coloro che vi appoggiano politicamente per questo tipo di operazioni, come il trasporto di armi?
No, assolutamente no. L’appoggio che gli italiani e altri gruppi europei e in genere occidentali ci forniscono è esclusivamente di tipo umanitario e politico. Per esempio, il dott. Baumgartner negli anni passati ha fatto molto per organizzare aiuti sanitari alle popolazioni dei campi di rifugiati.
È vero che il Fronte ha fornito addestramento militare a membri di gruppi estremisti europei e italiani?
Sì, abbiamo addestrato dei militanti per aiutarli nella loro lotta. Ma escludo che tra essi vi siano degli italiani.
[da Paese Sera, 12 gennaio 1980]



Saleh resta in carcere e l’Fplp replica la minaccia
Il 13 giugno 1981, durante le controverse fasi del processo di secondo grado, davanti alla Corte d’Appello dell’Aquila per la vicenda dei missili sovietici sequestrati ad Ortona, la dirigenza dell’Fplp diramava un ulteriore comunicato - recapitato all’ufficio Ansa di Beirut - che rappresentava un ulteriore ricatto rivolto alle autorità italiane, nonché un gravissimo tentativo di condizionamento dell’attività della magistratura italiana, impegnata in un caso-limite nel e sul quale si contrapponevano e scontravano inconfessabili interessi di Stato e delicatissime esigenze di sicurezza nazionale, in un infuocato contesto internazionale. Il testo del seguente documento del Fplp (del quale riproduciamo i brani più significativi) venne letto e distribuito dal collegio dei difensori degli imputati italiani, all’udienza del 17 giugno 1981, quella durante la quale verrà decretato il rinvio a nuovo ruolo del dibattimento che servì - di lì ad un paio di mesi - a portare alla scarcerazione di Abu Anzeh Saleh: unico degli arrestati e imputati per i fatti di Ortona ad aver ottenuto la libertà anticipata nonostante in primo grado fosse stato condannato a sette anni di reclusione per detenzione e trasporto di armi da guerra.

I missili dovevano essere portati fuori dall’Italia per essere consegnati alla resistenza palestinese, ma all’ultimo momento ci fu un contrattempo. Il Fronte popolare si è rivolto allora a Giorgio Baumgartner, un tecnico del Policlinico di Roma che già in passato aveva collaborato con i palestinesi per raccogliere medicinali e altri aiuti per i profughi palestinesi.

Baumgartner non sapeva che cosa stava trasportando. Gli era stato chiesto soltanto di consegnare due casse a un palestinese che lo aspettava a Ortona con una lettera di riconoscimento. Precisiamo che questo palestinese non era Saleh Abu Anzeh, l’uomo che venne poi arrestato dalla polizia italiana.

I missili non erano assolutamente destinati ad essere usati in Italia. Lo abbiamo spiegato in una lettera al Tribunale di Chieti che ha processato Pifano, e lo abbiamo ripetuto alla delegazione parlamentare italiana che ha visitato il Libano nel marzo scorso.

Il Fplp tiene a esprimere la propria disapprovazione alle autorità italiane che condannano per ragioni non accettabili gli amici del popolo palestinese. Consideriamo le autorità italiane responsabili di tutto ciò che potrà accadere alle persone arrestate e le avvertiamo di non continuare su questa strada, poiché non è così che si conduce la lotta al terrorismo. Il vero terrorismo è quello delle forze fasciste alleate con l’imperialismo e il sionismo. Per questo domandiamo la liberazione di Abu Anzeh e degli amici del popolo palestinese.

In riferimento alla delegazione parlamentare italiana che andò in Libano nel 1981, la missione a Beirut del 5 marzo di quell’anno venne organizzata proprio all’indomani dell’intervista di Rita Porena per fare chiarezza sulle dichiarazioni rese da Abu Ayad e pubblicate sul Corriere del Ticino il 19 settembre 1980. Nel corso dell’incontro con i parlamentari italiani, il numero due dell’Olp ribadì quanto riportato nell’intervista alla Porena e cioè che aveva avuto notizie certe sulla presenza di terroristi italiani in addestramento nei campi falangisti. In particolare, Abu Ayad sottolineò che fra i terroristi di destra vi sarebbero stati dei bolognesi e che, in quell’ambito, sarebbe maturata la strage del 2 agosto 1980. Al termine dei colloqui, la dirigenza palestinese offrì una cena alla delegazione italiana. Fu in quella occasione che l’ambasciatore italiano a Beirut Stefano D’Andrea si trovò fianco a fianco con Bassam Abu Sharif, l’uomo che reclutò Carlos nel Fronte popolare e che teneva i contatti con la rete Separat attraverso Ali Al Issawi, ufficiale dei servizi segreti siriani. Quattro giorni prima, nel corso di una conferenza stampa, Sharif aveva accusato i servizi segreti italiani di volerlo uccidere “in combutta con la Cia e con Israele”. Nel comunicato diffuso in quella circostanza, il portavoce dell’Fplp aveva definito D’Andrea un “fascista”. Nel suo discorso ai parlamentari italiani, Bassam Abu Sharif disse: “Potete anche considerarmi un terrorista. Il terrorismo che noi esercitiamo è una lotta di liberazione. Per il popolo palestinese la violenza è l’unico mezzo per tornare nella sua patria dopo 25 anni di esilio. Il popolo italiano, che ha combattuto con le armi contro il fascismo, ci capirà”. Il discorso venne applaudito. Ma l’ambasciatore italiano apostrofò freddamente l’ospite inatteso: “Non posso bere con lei, né stringerle la mano finché non mi avrà spiegato perché mi ha dato del fascista e non si sarà scusato”. Abu Sharif replicò di considerare D’Andrea ostile alla causa palestinese.