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    Barghouti. Il Mandela palestinese.

    Barghouti. Il Mandela palestinese.

    di Enrico Galoppini
    venerdì, 22 luglio 2005



    Autore: PAOLO BARBIERI / MAURIZIO MUSOLINO
    Titolo: BARGHOUTI. IL MANDELA PALESTINESE
    Editore: Datanews, 2005


    La vicenda politica ed umana di Marwan Barghouti, leader politico di al-Fatah assai popolare tra la sua gente detenuto in un carcere israeliano dall’aprile 2002 con accuse che ruotano attorno alla nozione di “terrorismo”, ci impone, una volta di più, d’interrogarci su quello che significa, oggi, questa parola. “Terrorismo” non è più quello che ci racconta un qualsiasi dizionario della lingua italiana, ma viene ormai spacciato per sinonimo di “resistenza”.

    In poche parole, i detentori del potere ed i loro trombettieri, intendono far passare l’idea che resistere ad un’invasione è sbagliato, che chi resiste ad un’occupazione è un “terrorista” e che c’è la “guerra al terrorismo”: “Il terrorismo è una drammatica realtà del presente, ma la grande menzogna che viene propalata con estrema faciloneria (quando non si tratti di colpevole complicità con il potere politico) dalla maggioranza dei mezzi di informazione occidentali è che il terrorismo sia una politica, e non un metodo di lotta politica, che per quanto ripugnante può, quindi, essere adottato dai soggetti più diversi, anche nemici in guerra tra loro e ideologicamente diversissimi” (p. 23).

    Dunque, in una guerra, ciascuno mette in campo i mezzi che ha. Altrimenti, si diano aerei, elicotteri, carri armati, corvette, satelliti, bulldozer anche ai palestinesi. Il resto sono solo chiacchiere.

    Ma una volta imposta la mistificazione mediatica per cui il problema è il “terrorismo” (palestinese), tutto si semplifica. Si spianano delle abitazioni? “Erano di sicuro abitate da terroristi”! Si lanciano razzi su un corteo funebre? “Vi si commemorava un terrorista, e terroristi erano comunque tra i presenti”! Si confiscano patrimoni e conti in banca? “Di certo servivano a finanziare il terrorismo”! Si spara sui contadini che difendono i loro olivi? “Comunque, avrebbero fornito appoggio, rifugio, a dei terroristi”... Addirittura, secondo le autorità israeliane, esisterebbe di fatto un “terrorismo da omissione”, ovvero il non essersi adoperati per impedire il “terrorismo” (di qui la giustificazione della prolungata reclusione forzata del Presidente Arafat)! Il risultato è tuttavia sempre lo stesso: umiliazioni, assedi, distruzioni, uccisioni… nella pressoché totale indifferenza di quella cosca mafiosa che è la “comunità internazionale”.

    Non sia mai detto poi che esiste un “terrorismo di Stato”, qual è quello che la base politico territoriale del Sionismo (lo “Stato d’Israele”) pratica da decenni, nell’impunità più assoluta, ai danni dei palestinesi[1]. E persino il “terrore” non è lo stesso a seconda di chi lo vive: “Così quando gli iracheni vivono sotto le bombe per mesi, minacciati da elicotteri, carri armati e checkpoint americani non anno diritto ad essere terrorizzati, ma diventano immediatamente preda del terrore quando ad esplodere sono i kamikaze invece delle cluster bomb, del fosforo o del napalm […]” (p. 23).

    Si è capito dunque che i palestinesi, qualunque cosa facciano per combattere l’occupazione (dall’uomo bomba al guerrigliero, senza risparmiare chi s’impegna sul fronte dell’informazione non embedded), sono “terroristi”, quindi sbagliano. Questo snodo fondamentale è colto bene nel libro Barghouti. Il Mandela palestinese, che Paolo Barbieri e Maurizio Musolino dedicano ad una delle ultime e più limpide figure espresse da una parte di umanità che da quando è nata ha solo visto l’occupazione della propria terra[2]. Il processo a Marwan Barghouti è, essenzialmente, un processo politico, il cui obiettivo è, come sottolineano gli autori, processare l’intero popolo palestinese. “[…] è così difficile disgiungere le accuse a suo carico, le prove che la giustizia israeliana ha considerato sufficienti per condannarlo, dal contesto politico [il fallimento degli “accordi di Oslo”[3] e la nuova intifada, NdR] nel quale il processo si è svolto e dal significato politico che esso ha assunto” (p. 63).

    Ma come in tutti i processi di questo tipo (si pensi a quello a Slobodan Milosevic), l’accusatore diventa ben presto l’accusato: il pezzo forte del libro è difatti l’atto di accusa di Barghouti da egli pronunciato nell’udienza del 3 ottobre 2002[4], il quale è “un documento politico, ma anche un dettagliato elenco di nomi, fatti, circostanze”. In 54 “capi d’imputazione” c’è tutta la storia del terrore (altro termine su cui è volutamente operata una mistificazione)[5] inferto alla popolazione palestinese, “il racconto di una violenza quotidiana e diffusa, che trascende le ragioni della storia e soffia via la cortina fumogena della cosiddetta guerra di religione, infrange il mito della democrazia assediata e getta un’ombra cupa sull’ideale un tempo mitico della nazione israeliana […]” (p. 59)[6].

    L’autodifesa di Marwan Barghouti, è l’ennesima dimostrazione che la miglior difesa è sempre l’attacco. Perché mai attestarsi ‘sulla difensiva’ in un processo nel quale su 128 testimoni ben 96 sono israeliani (63 dei quali investigatori o associati all’investigazione su Barghouti) ed i 21 testimoni palestinesi non hanno ripetuto in aula una sola parola delle loro accuse fioccate così generosamente nelle carceri israeliane in cui si trovano?

    Ecco perché le parole con cui il j’accuse di Barghouti si apre (“Marwan Hassib Barghouti, in nome del popolo palestinese, accusa – contro – lo Stato d’Israele”) rappresentano la consapevolezza che se la partita in gioco è la criminalizzazione del diritto a resistere (e ad esistere) di un intero popolo, tanto vale giocare sullo stesso piano, quello di un processo politico, incentrato però, si badi bene (ed è questa la capitale differenza tra la Resistenza palestinese ed il Sionismo), non sull’incriminazione dell’intera popolazione di cittadinanza israeliana[7] ma su quella dell’establishment della base politico-territoriale del Sionismo, lo Stato d’Israele.

    La differenza – ‘di stile’, o di sensibilità - non è da poco: significa che se un giorno la Resistenza palestinese dovesse spuntarla, patrioti come Marwan Barghouti che hanno sempre sostenuto l’importanza della conduzione, di pari passo, della battaglia e della trattativa (non si può trattare da sconfitti) non procederanno ad espulsioni di massa (com’è invece accaduto ai danni dei palestinesi dal 1948 in poi). Finirebbe certo l’afflusso di ‘coloni’ (altro termine foriero di equivoci) che “ritornano” (e qui siamo oltre ogni ragionevole equivoco!) e degli altri stranieri che - è poco noto - vengono fatti affluire dal Governo israeliano per svolgere determinate mansioni (ad esempio durante lo shabbat), col risultato che i palestinesi sono diventati ospiti (indesiderati) a casa loro.

    Dunque, la questione cruciale per i palestinesi è come riconquistare la sovranità sulla loro terra: politica, sociale, culturale, economica. Ne sarà protagonista – come prefigura (e si augura) il titolo del libro – un “Mandela palestinese”?

    In Sud Africa, alla fine, ha prevalso la ragione contro l’ideocrazia, è stato riaffermato il diritto naturale degli autoctoni a potersi autogovernare. Il j’accuse di Barghouti è in pratica lo stesso di Nelson Mandela lanciato, nel 1964, all’indirizzo dei razzisti di Pretoria[8]. Sappiamo poi com’è andata in Sud Africa: uno Stato per tutti i suoi cittadini, e non certo sul 22%... “Resistenza non è terrorismo”: è questo il messaggio testimoniato dalla vita e dall’opera di Marwan Barghouti[9].



    --------------------------------------------------------------------------------

    [1] “Il terrorismo, in altri termini, può anche essere, anzi il più delle volte è, ‘terrorismo di Stato’, come ci insegna la storia”. Fabio Marcelli, Il processo a Marwan Barghouti e il problema dei prigionieri politici, pp. 97-119 di questo volume (cit. p. 112). Cfr. anche il fondamentale Serge Thion (a cura di), Sul terrorismo israeliano, (trad. it.) Graphos, Genova 2004, di cui ho scritto una recensione su “Eurasia”, 1/2005, pp. 219-228 ( in rete: http://www.aljazira.it/index.php?opt...sk=view&id=547 ).

    [2] Un’avvincente biografia di Barghouti si trova alle pp. 31-52.

    [3] “Prima Peres, poi Netanyahu e Barak non dimostrano di voler rispettare gli accordi firmati […]”, p. 44.

    [4] Marwan Barghouti accusa lo Stato di Israele, pp. 77-96. L’atto d’accusa si compone di Capi d’accusa contro lo Stato di Israele (Dichiarazione di imputazione; Leggi, trattati e convenzioni violate) e Capi d’accusa specifici contro lo Stato di Israele (I. Crimini di guerra e crimini contro l’umanità; II. Negazione dell’assistenza sanitaria; III. Espulsioni; IV. Demolizioni di case e distruzioni di proprietà; V. Confisca della terra e colonizzazione; VI. Confisca dell’acqua; VII. Violazione del processo dovuto e tortura; VIII. Distruzione dei mezzi di sostentamento; IX. Discriminazione ed apartheid; X. Negazione della libertà di stampa; XI. Negazione dell’istruzione; XII. Negazione della libertà di religione).

    [5] Sullo strapazzamento dei concetti di “terrore” e di “terrorismo” ho scritto alcune note, citate in questo stesso volume (pp. 22-23) come “meticolosa ricostruzione”: I palestinesi che si fanno esplodere: ‘martiri’ o ‘terroristi’?, “LiMes”, 2/2003, pp. 227-228.

    [6] A dire il vero, anche gli Autori concedono qualcosa a tale “mito”, quando affermano che Israele è “uno Stato che ha solidissime basi legali e giuridiche democratiche, ma che applica regole diverse, e riconosce diversi diritti alle popolazioni arabe ed a quelle di origine europea, a cristiani, islamici ed ebrei a seconda della loro origine etnica o religiosa” (p. 20). L’equivoco - è evidente - sta proprio nella valutazione di una discriminazione pianificata, che non ha le sue radici in “un virus che è, evidentemente, dentro di noi [europei, NdR]”, ma, come acutamente (ed impietosamente) osservato da Israel Shahak, nella visione del mondo talmudica – profondamente razzista - fatta propria dall’élite sionista. Cfr. I. Shahak, Storia ebraica e giudaismo. Il peso di tre millenni, (trad. it.) Centro Librario Sodalitium, Verrua Savoia 1997 (prefaz. di Gore Vidal). Il libro di Shahak – se vogliamo, definibile come “umanista integrale” - è uscito in edizione in lingua inglese per Pluto Press Limited, la casa editrice che ha pubblicato testi di N. Chomsky e E. Said, e solo perché in Italia si ha il “terrore” (!) di compromettersi è stato tradotto per i tipi di un editore “cattolico integrale”.

    [7] Non parlo intenzionalmente di “popolo israeliano” per il semplice motivo che non è possibile attribuire la qualifica di popolo ad un’aggregazione di individui che si riconoscono in una idea, politica o religiosa che sia. Altrimenti avremmo, ad esempio, il “popolo buddista”, il “popolo di Scientology” o il “popolo liberale”. L’utilizzo di denominazioni quali “il popolo della sinistra” è comunque rivelatore della misura in cui, anche inconsapevolmente, trova accoglienza il concetto di ‘popolo ideocratico’. Non parliamo infine del “popolo delle partite IVA” o del “popolo delle discoteche”…

    [8] Non è un caso che spesso di parli di “bantustan palestinesi” per definire le aree nelle quali la popolazione autoctona è costretta a (soprav)vivere… Per ironia della sorte, fu proprio in Sud Africa, a Durban, dal 31 agosto al 7 settembre del 2000, che nel corso della Conferenza mondiale dell’Onu sul razzismo l’immagine dello Stato d’Israele e del Sionismo (e anche del loro sponsor statunitense) toccò uno dei punti più bassi della storia recente, al punto che, isolate da tutte le altre, le delegazioni israeliana e statunitense dovettero abbandonarla. Ma quattro giorni dopo, sarebbe scoppiato il ‘big bang del XXI secolo’, l’11 settembre…

    [9] A tal proposito si legga di Antonio Venier, Considerazioni sulla distinzione tra guerriglia e terrorismo, “ISTRID - Istituto Studi Ricerche Informazioni Difesa”, dicembre 2003 ( in rete: http://www.aljazira.it/index.php?opt...sk=view&id=436 ), significativo perché pubblicato su una rivista d’ambiente militare.
    Ibrahim

  2. #2
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    Neonazisti che parlano di Bargouti come del "Mandela palestinese" quando in Sud Africa i loro camerati a Mandela lo volevano impiccare.

  3. #3
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    medio oriente
    Una campagna per liberare Barghouti
    La scarcerazione del leader della seconda Intifadah
    irrinunciabile per la successione ad Arafat






    da Liberation


    Marwan Barghouti è stato sequestrato nei territori autonomi palestinesi il 15 aprile del 2002, durante l’operazione "Scudo difensivo" che ha totalmente buttato all’aria gli accordi di Oslo con la rioccupazione dell’area dei territori palestinesi. Il sequestro e il trasferimento in Israele di Barghouti è una ulteriore illegalità compiuta dal governo israeliano. Eppure quel giorno a Bruxelles, mentre in Tv, con tristezza ed angoscia, lo vedevo portato via dai soldati israeliani, ero contenta: non era stato ucciso da un commando o da un missile israeliano come era già successo ad 11 leader di Fatah della Cisgiordania, tra loro un caro amico di Marwan, Tabhet Tabhet, un medico di Tulkarem, che aveva stabilito da lungo tempo rapporti con i pacifisti israeliani, tra loro Yehudith Harel, portavoce di Peace Now. Yehudit dopo l’assassinio di Tabhet si dimise da Peace Now con una lettera di accusa non solo verso il governo israeliano ma anche dell’area di Peace Now che aveva difeso il governo di Barak. Sì perchè gli assassinii extragiudiziali non hanno riguardato solo i leader integralisti di Hamas o della Jihad o i ragazzi delle brigate di Al Aqsa, ma leader di Fatah che avevano sostenuto il processo di pace di Oslo.

    La scelta di questi assassinii era parte del piano di eliminazione e disintegrazione, insieme alle infrastrutture, della leadership dell’autorità palestinese, culminata con l’assedio, la distruzione della Muqata, e l’imprigionamento di Arafat.

    Marwan era il segretario di Al Fatath della Cisgiordania e dell’organizzazione (Tanzim), anche se, dopo aver trascorso molti anni in carcere, era stato deportato ed aveva vissuto in Tunisia, non è mai stato considerato un leader ritornato dall’esterno, nessuno lo aveva mai considerato un "burocrate" ed è stato in larga parte il dirigente che ha saputo spiegare e fare accettare alla popolazione dei campi profughi l’accordo di Oslo. Lo ripeteva anche durante i nostri diversi incontri a Ramallah, quando era già in clandestinità, dopo che il 23 settembre 2001 venne emesso un mandato di cattura contro di lui: «Non c’è altra strada di un negoziato che porti alla realizzazione di uno stato palestinese in coesistenza con lo stato israeliano.... Israele deve cessare l’occupazione militare, lo dicono anche le risoluzioni delle Nazioni Unite».

    Marwan è uno dei possibili successori di Arafat, è sempre stato con Arafat ma molto critico, insieme ai giovani di Fatah (adesso non lo sono più molto, hanno tutti più di quarant’anni), tra di loro Qaddura Fares, Ahmed Gneim e altri. Libero da accuse di corruzione - anzi insieme ad altri, non solo di Fatah, come Azmi Swhaibi del Fida - Marwan è stato promotore nel Consiglio Legislativo Palestinese, dove venne eletto a pieni voti nel 1996, della commissione d’inchiesta per verificare gli illeciti nell’autorità palestinese.

    Di questa seconda Intifadah, che lui non chiamava di Al Aqsa, ma l’Intifadah dell’indipendenza e della pace, è stato il dirigente acclamato nelle strade a fianco degli shabab. Ciò che lo convinse a rivendicare il diritto, sancito per i popoli occupati militarmente, dalla Convenzione di Ginevra, alla difesa anche armata - non alle uccisioni di civili israeliani che ha sempre condannato - fu da una parte il successo del ritiro degli israeliani dal Libano, dall’altra la reazione israeliana il 30 settembre del 2000 il giorno dopo la provocazione di Sharon alla spianata della moschea. Molti palestinesi vennero uccisi, molti di loro picchiati e feriti, si videro alla TV scene di Marwan strattonato e colpito che mi disse: «Mi vergogno di fronte a mio figlio, non so difendere lui e non so difendere me dall’umiliazione che viene inflitta ad ogni palestinese dall’occupazione militare». Ma la causa era indubbiamente legata alla continua espansione delle colonie che sottraevano terra e acqua ai palestinesi, la mancanza di libertà di movimento, il mancato rispetto degli accordi di Oslo, i palestinesi che continuavano a restare in carcere come ostaggi.

    Nel processo, Marwan ha continuamente ribadito il diritto del popolo palestinese alla resistenza ed ha accusato Israele per l’illegalità e immoralità dell’occupazione militare, ribadendo che la pace è necessaria a palestinesi ed israeliani. Durante il processo si è parlato diverse volte di una possibilità di una sua liberazione per lo scambio, tra il governo israeliano e gli hezbollah di corpi di soldati israeliani uccisi in Libano e prigionieri politici detenuti da Israele, ma era chiaro che Sharon non aveva nessuna intenzione di liberare Barghouti. La cosa è stata oltremodo chiara quando il 6 Giugno, anniversario dell’occupazione militare del 67, Marwan venne condannato a 5 ergastoli più 40 anni di carcere.

    In questi anni di carcere Marwan, pur essendo in isolamento, è riuscito attraverso il suo avvocato a trasmettere messaggi politici ed a restare legato agli avvenimenti. E’ con la sua autorità che si è riusciti a convincere anche Hamas e Jihad di avere una tregua, è con il suo assenso che Qaddura Fares ha partecipato a Ginevra alla firma dell’accordo promosso da Jossi Beilin e Yasser Abed Rabbo. Marwan non è molto amato da dirigenti come Abu Qreii (Abu Ala) e i notabili, ma in realtà anche da molti intellettuali che hanno sempre visto Al fatah come un movimento populista e conservatore e che ritengono Marwan, pur apprezzando le sue capacità e la sua onestà, responsabile della deriva militare di questa seconda Intifadah.

    Liberare Marwan, potrebbe essere un sogno vista l’irriducibilità di Sharon ai negoziati, ma intanto è la campagna nella quale sono impegnate diverse personalità palestinesi, da Ghassan Khatib, ministro del lavoro nell’attuale governo e dirigente del partito del Popolo (ex-comunista) a Sari Nusseibeh, Qaddura Fares, Mustapha Bargouti e tanti altri. Lanciare la campagna a livello internazionale, non lasciare che Marwan marcisca nella cella di tre metri senza finestre, dove è rinchiuso in totale isolamento per 23 ore al giorno con le luci accese, è un contributo alla affermazione del gruppo dirigente palestinese che dovrà ripensare in modo rigoroso a quale strategia adottare perchè si realizzi il sogno e il diritto dei palestinesi ad un loro stato. Non è un caso che le forze democratiche, gli intellettuali e i "giovani" di Fatah legati a Barghouti rivendichino con molta forza la necessità di elezioni sia nazionali che locali.

    Questo non dipende dalla presenza o meno di Arafat. In molti, dall’angoscia della possibile morte di Arafat, con maturità politica stanno pensando alle opportunità che si pongono per la democrazia in Palestina: non un uomo e un simbolo, ma una direzione democratica. C’è bisogno di tutta la mobilitazione e di un’Europa che non segua le orme di Bush. Non è poco. Ma noi ci proviamo.


    foto Barghuti da Rainews24
    foto di testa © Comité de Solidaridad con la Causa Árabe
    Ibrahim

  4. #4
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    Appello per Marwan Barghouti


    Il Coordinamento nazionale dei giuristi democratici promuove questo Appello per l'assoluzione e la liberazione di Marwan Barghouti, uno dei dirigenti più stimati dai Palestinesi che, se fosse libero, potrebbe avere un ruolo importante nella situazione attuale. Pur rinchiuso nelle carceri israeliane, ha favorito recentemente l'accordo sulla tregua, poi vanificato dalla continuazione della politica delle "esecuzioni mirate" di Sharon.
    Marwan Barghouti non e' un terrorista, ma un combattente per la liberta' del suo paese.

    Si puo' aderire, mandando una e-mail a: info@giuristidemocratici.it

    Appello per l'assoluzione e la liberazione immediata di Marwan Barghouti

    Marwan Barghouti, leader di Al Fatah per la Cisgiordania, membro del Parlamento palestinese e uno degli autori degli Accordi di pace di Oslo, e' stato rapito nell'aprile 2002 dalle Forze armate israeliane ed e' attualmente sottoposto a processo penale a Tel Aviv con accuse di terrorismo e altri gravi crimini.

    Siamo profondamente convinti, sulla base dei rapporti degli

    osservatori e dei giuristi internazionali che hanno assistito alle varie fasi del processo, che tali accuse manchino di ogni base di fatto. Si tratta quindi di un processo puramente politico. Barghouti viene processato in quanto si tratta di uno dei leader palestinesi piu' popolari ed importanti.

    Cio' e' confermato fra l'altro dal fatto che la Procura israeliana ha dichiarato in varie occasioni che egli e' un terrorista; tali dichiarazioni costituiscono la prova di un grave pregiudizio nei suoi confronti.

    Pertanto il giudizio appare sprovvisto di ogni obiettività.

    Inoltre la detenzione e il processo a Barghouti appaiono in flagrante contraddizione con varie norme di diritto internazionale, contenute, fra l'altro, nella IV Convenzione di Ginevra del 1949 e negli accordi fra Israele e Palestina. Ciononostante noi esprimiamo il nostro forte auspicio che la Corte israeliana non si renda complice del piano di criminalizzazione di Barghouti, la cui realizzazione ovviamente nuocerebbe alla pace e al rispetto dei principi dello Stato di diritto nell'area.

    Chiediamo quindi con urgenza la piena assoluzione e l'immediata liberazione del leader palestinese, il cui ruolo di costruttore di pace e' stato confermato anche dai recenti negoziati nel quadro della road-map.

    Coordinamento nazionale dei giuristi democratici

    per adesioni: info@giuristidemocratici.it
    Ibrahim

  5. #5
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    FREE MARWAN BARGOUTI!
    Nè DAVANTI Nè DI DIETRO, MA DI LATO

  6. #6
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    Lo sentii una volta, in diretta, a Rai Tre poco prima di essere arrestato.
    Lungi da essere un esaltato fanatico, trattasi di persona concretissima, lucida, estremamente intelligente e assolutamente priva di qualsivoglia connotato terrorista.
    Ho sperato davvero che il leader dei palestinesi potesse diventare lui.
    Ma gli israeliani hanno paura delle persone vere, dei leader ascoltati, di quelli che potrebbero davvero creare uno stato palestinese. Meglio lasciare liberi i terroristi, quelli veri.
    Vuoi una soluzione VERA alla Crisi Finanziaria ed al Debito Pubblico?

    NUOVA VERSIONE COMPLETATA :
    http://lukell.altervista.org/Unasolu...risiEsiste.pdf




  7. #7
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    Originally posted by Fuori_schema
    Lo sentii una volta, in diretta, a Rai Tre poco prima di essere arrestato.
    Lungi da essere un esaltato fanatico, trattasi di persona concretissima, lucida, estremamente intelligente e assolutamente priva di qualsivoglia connotato terrorista.
    Ho sperato davvero che il leader dei palestinesi potesse diventare lui.
    Ma gli israeliani hanno paura delle persone vere, dei leader ascoltati, di quelli che potrebbero davvero creare uno stato palestinese. Meglio lasciare liberi i terroristi, quelli veri.
    hai inquadrato molto bene il problema. l'entità sionista NON VUOLE UNO STATO PALESTINESE e di conseguenza gli fa comodo che vi sia una guerra permanente. loro pensano solo a STERMINARE il popolo palestinese facendo la parte delle "vittime innocenti"... i mass-media fanno il resto del lavoro sporco...
    Ibrahim

  8. #8
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    Predefinito valido adesso più che mai....

    Palestina, l'allarme di Barghouti: "le prossime settimane potrebbero essere le piu' sanguinose nella storia del conflitto israelo-palestinese"

    Alla luce dell'imminente attacco americano contro l'Iraq, il direttore dell'Hdip nonche' esponente di spicco della societa' civile palestinese Dr. Mustafa' Barghouti lancia un allarme: le prossime settimane potrebbero rivelarsi le piu' sanguinose nella storia del conflitto israelo-palestinese. Sono elevate le probabilita' che Israele sfrutti la distrazione dei media per compiere violenze di massa contro i palestinesi nei Territori occupati.

    "Siamo molto preoccupati che nei prossimi giorni Israele approfittera' della Guerra per intensificare gli attacchi e perpetrare ulteriori violenze contro il popolo palestinese gia' sfinito da piu' di due anni di ripetute uccisioni, chiusure, coprifuoco e da un vero e proprio collasso economico" ha ditto Barghouti parlando alla conferenza stampa tenutasi a Ramallah, in Cisgiordania.

    Barghouti ha segnalato alcuni indizi allarmanti dell'intenzione da parte di Israele di aumentare il numero delle incursioni contro i civili palestinesi, tra i quali:

    - le recenti affermazioni da parte israeliana circa il caso di Islam Jibril, autista di ambulanze accusato un anno fa dall'esercito israeliano di aver trasportato armi a bordo di un ambulanza. Sebbene nelle accuse siano numerose le contraddizioni, tante da fare sospettare che le armi siano state sistemate ad arte sull'ambulanza per creare un caso, l'esercito israeliano ha strumentalizzato l'intera vicenda (l'unica nel suo genere mai verificatasi) per giustificare i ripetuti attacchi contro il personale medico durante l'invasione di marzo-aprile dell'anno scorso: c'e' il pericolo che si cerchi di sfruttare ancora questo caso per coprire ulteriori attacchi contro le ambulanze. - la pretesa da parte dell'esercito di sottostimare le perdite civili durante l'ultima intifada al 18% del totale, in contrasto con una percentuale effettiva dell'85%. Questa falsificazione statistica risponde al tentativo di giustificare l'incremento delle incursioni contro i civili. - l'assassino della pacifista americana Rachel Corrie, un tentativo deliberato di spaventare gli internazionali che si impegnano a proteggere la popolazione e a portare all'attenzione della comunita' internazionale le violazioni commesse dagli israeliani. - l' escalation delle incursioni israeliane nella striscia di Gaza, in preparazione di una probabile invasione su larga scala, mentre l'attenzione dei media internazianali e' concentrata sulla Guerra in Iraq

    "L'aumento delle aggressioni e l'intensificarsi dell'occupazione provochera' un totale collasso dell'economia palestinese" avverte Barghouti. "Imporre altro coprifuoco ad una popolazione gia' gravemente indebolita da mesi di chiusure e coprifuoco potrebbe condurre ad una catastrofe umanitaria"

    Secondo dati aggiornati il 30% dei bambini palestinesi soffre attualmente di malnutrizione cronica; il 46% dei malati di cancro non possono accedere alle cure di cui hanno bisogno; lo stesso vale per il 49% dei malati che hanno bisogno della dialisi.

    Dall'inizio della seconda intifada 2.344 palestinesi sono stati uccisi dai soldati israeliani, dai poliziotti o dai coloni. Il 19% dei morti erano bambini.

    "Se avessimo la popolazione degli Stati Uniti questo significherebbe 180.000 morti e 3.700.000 feriti, cifre veramente impressionanti" dice Barghouti.

    "Dopo l'esperienza della prima guerra del golfo siamo coscienti del fatto che Israele potra' ancora una volta imporre coprifuoco totale, 24 ore su 24, agli abitanti della striscia di Gaza e della Cisgiordania per settimane intere _mettendo in ginocchio l'economia, i servizi sanitari e il sistema scolastico palestinese- senza pensarci due volte" sostiene Barghouti. "Ci appelliamo alla comunita' internazionale perche' non venga permesso ad Israele di compiere tali violazioni al riparo mediatico offerto dalla guerra nel Golfo. Chiediamo protezione per il popolo palestinese e la fine delle violenze contro gli uomini, le donne e i bambini palestinesi".
    Ibrahim

  9. #9
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    Originally posted by Fuori_schema
    Lo sentii una volta, in diretta, a Rai Tre poco prima di essere arrestato.
    Lungi da essere un esaltato fanatico, trattasi di persona concretissima, lucida, estremamente intelligente e assolutamente priva di qualsivoglia connotato terrorista.
    Ho sperato davvero che il leader dei palestinesi potesse diventare lui.
    Ma gli israeliani hanno paura delle persone vere, dei leader ascoltati, di quelli che potrebbero davvero creare uno stato palestinese. Meglio lasciare liberi i terroristi, quelli veri.
    Tanto è vero che Yassin e Rantisi girano ancora liberi come fringuelli.

  10. #10
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    Originally posted by Ibrahim
    hai inquadrato molto bene il problema. l'entità sionista NON VUOLE UNO STATO PALESTINESE e di conseguenza gli fa comodo che vi sia una guerra permanente. loro pensano solo a STERMINARE il popolo palestinese facendo la parte delle "vittime innocenti"... i mass-media fanno il resto del lavoro sporco...
    Il vero sterminio è quello degli ebrei perpetrato in decenni di terrorismo arabo contro scolaresche, autobus, locali pubblici e sinagoghe.
    Roba da rinverdire i fasti del III Reich.

 

 
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