"Un piano americano per mettere alle strette l'Egitto"
di Mahmud Bakri
martedì, 22 febbraio 2005
Il settimanale egiziano al-Usbu‘ rivela i piani che - secondo uno schema già sperimentato (Serbia, Georgia, Ucraina) - dovrebbe garantire l'instaurazione di una "democrazia" all'ombra delle piramidi. Il ruolo dei centri studi "indipendenti" e della "società civile"...
Fin da subito è stato chiaro che la decisione della dirigenza egiziana di fissare la data per il referendum presidenziale aveva lo scopo di determinare anche l'esito delle prossime elezioni legislative. Ma è anche evidente che in alcuni circoli occidentali, e in particolare in quelli statunitensi, sono in corso grandi manovre allo scopo di creare un clima di tensione nella piazza egiziana.
In questa sono apparse infatti personalità legate ideologicamente agli Stati Uniti che hanno dichiarato di aderire ai progetti americani. L'idea è di interferire nelle questioni interne del Paese per costringere il governo egiziano a sottostare a una serie di minacce da parte di Washington nel più ampio contesto di trasformazione della regione araba col pretesto di riformarla politicamente ed economicamente.
L'Egitto è infatti al centro degli obiettivi americani anche perché il Cairo, col suo peso politico ed economico, rappresenta il perno fondamentale di tutta la regione (...). E anche se la situazione a livello ufficiale appare calma, ci sono indicazioni secondo cui qualcosa dovrà accadere.
Va inserita nel quadro di queste manovre la notizia che una ventina di deputati del Congresso americano, tra i quali spiccano nomi che in passato hanno già sostenuto l'attività del direttore del centro studi Ibn Khaldun, Sa'd ad-Din Ibrahim, avrebbero avviato una campagna ben organizzata all'interno dell'Amministrazione americana, basandosi sulle corrispondenze provenienti da alcune personalità all'interno dell'Egitto o sui rapporti emessi dall'ambasciata Usa al Cairo. (...) Ci sarebbe un piano ben definito per mettere alle strette l'Egitto di fronte al mondo e la data della nomina parlamentare del candidato alla Presidenza dovrebbe dare il via ufficiale a questa campagna.
Nelle settimane passate ci sarebbero stati contatti tra i vertici dell'ambasciata Usa e alcuni dirigenti dei partiti e delle forze politiche egiziane, ma questi contatti non avrebbero dato alcun risultato concreto, visto il rifiuto della maggior parte dei dirigenti dei partiti [a collaborare con gli Usa]. I rappresentanti delle forze politiche avrebbero risposto a Washington che la questione dell'emendamento costituzionale e della candidatura presidenziale sono affari interni all'Egitto sui quali nessuna potenza estera ha il diritto di intervenire o di imporre un qualche parere. (...)
Questo primo scacco subito dagli americani si spiegherebbe col fatto che gli Usa si sarebbero basati, erroneamente, sulle informazioni emesse dal centro Ibn Khaldun. Questo avrebbe pubblicato dei rapporti secondo cui in Egitto ci sarebbe un "fronte popolare" forte, rappresentante circa il 65% della popolazione, che chiederebbe la modifica della costituzione per quanto riguarda le procedure di elezione del presidente. Secondo il rapporto del centro Ibn Khaldun, in caso che queste richieste non venissero esaudite, il "fronte" sarebbe pronto a scendere in piazza contro le istituzioni dello Stato. La coalizione sarebbe in grado, ancora citando il rapporto, di portare per le strade la più imponente manifestazione antigovernativa della storia moderna dell'Egitto. Proprio queste informazioni potrebbero aver spinto qualche illustre deputato del Congresso americano ad aderire alla campagna o addirittura ad organizzarla.
Il piano americano prevede che gli Stati Uniti non compaiano direttamente coinvolti almeno fino a quando il governo egiziano non mostrerà i muscoli contro il "fronte popolare". L'inizio delle operazioni dovrebbe essere aprile [a maggio il parlamento dovrebbe indicare il candidato per il referendum presidenziale, n.d.t.]: (...) gli Stati Uniti cercheranno di sfruttare la candidatura a Presidente avanzata da altre personalità. Comunque vada in Parlamento, anche il fallimento della loro candidatura sarà da utilizzare a favore del piano Usa. Perché infatti sarebbero già pronti dei memorandum redatti dai membri del Congresso in cui si chiederebbe che si svolgano elezioni legislative subito e a turno unico, che venga fissata chiaramente la durata del mandato presidenziale e che quest'ultimo non possa esser ripetuto più di un'altra volta.
Per gli Usa, quindi, sarebbe meglio se ci fossero altre personalità candidate alla presidenza oltre a Mubarak: più candidati ci saranno, più facile sarà premere sul governo dall'esterno. Sarebbe meglio che ciascun candidato fosse un rappresentante delle forze politiche egiziane o che comunque avesse un peso politico e mediatico rilevante. Inoltre, dovrebbero essere gli stessi partiti a indicare pubblicamente i loro candidati. Questi però troveranno senza dubbio l'opposizione del Parlamento, perché quest'ultimo è dominato dal Partito Nazionaldemocratico del presidente Mubarak.
E allora come poter rompere questo blocco? Bisognerebbe, secondo il piano americano, organizzare manifestazioni di massa nella capitale e nelle altre città del Paese: più saranno i partecipanti alle manifestazioni, più forte sarà la pressione interna. E allora a quel punto interverrebbero direttamente gli Stati Uniti:
a) alla luce delle imponenti manifestazioni di piazza, l'Amministrazione Usa esprimerebbe la sua preoccupazione per la mancanza di stabilità interna;
b) in un comunicato ufficiale o attraverso contatti formali con il governo egiziano, la Casa Bianca chiederebbe a quest'ultimo assicurazioni che le richieste popolari vengano esaudite;
c) il Congresso degli Stati Uniti emetterebbe un comunicato in cui ribadirebbe che il vero inizio delle riforme politiche in Egitto dovrà coincidere con la modifica della Costituzione e con la garanzia di tutte le libertà civili ai copti;
4) vi sarebbero altri comunicati da parte della Segreteria di Stato Usa in cui si chiederebbe alle autorità egiziane di esaudire le richieste del Congresso e che, in caso negativo, l'Amministrazione americana sarà pronta a imporre sanzioni politiche ed economiche contro l'Egitto.
A questo punto la manovra degl Usa si fermerebbe per dare spazio agli attivisti interni al Paese: nuove manifestazioni, sempre più numerose, organizzate allo stesso momento nella capitale e nelle altre città; a questo punto, secondo gli Usa, il governo egiziano dovrebbe perder la pazienza e dovrebbe iniziare ad arrestare decine di attivisti e manifestanti, usando anche metodi violenti e intimidatori. Infine, gli attivisti dovrebbero chiedere il sostegno degli Usa, dell'Ue e delle altre istituzioni internazionali. Solo così Washington potrebbe fare pressioni a sua volta sull'Ue e sull'Onu in modo che entrambe le organizzazioni premano sul governo egiziano perché esaudisca le richieste di emendamento della Costituzione e, in generale, perché proceda sulla strada delle riforme politiche. Tutto questo, grazie agli amici di Washington nella regione, dovrebbe avere la copertura mediatica internazionale. E in caso che tutto ciò non avesse esito positivo, i membri del Congresso Usa dovrebbero tornare in azione, facendo passare un pacchetto di sanzioni politiche ed economiche contro l'Egitto. (...)
Ultimamente la Siria e l' Egitto vanno a braccetto, e questo certamente non va giù agli USA anche se Mubarak ha istaurato rapporti con Isrlaele per la Striscia di Gaza.




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