Intervista a Bernard-Henry Lévy

di Giacomo Leso

Chi mette le bombe non ama il nostro modo di vivere, la nostra libertà di costume, di parola. Non ama che le donne abbiano la loro libertà. A loro tutto questo risulta insopportabile…

Parla il filosofo Bernard Henry Lévy. Che al terrorismo di matrice fondamentalista ha dedicato un libro "Un inglese perfetto" in cui racconta la storia di Omar Cheikh, nascita e passaporto inglese, come i quattro delle bombe del 7 luglio, e che un giorno aderisce al fondamentalismo e uccide il giornalista David Pearl in Pakistan.

Bernard Henry Lévy qual è la sua reazione agli attentati di Londra?

"Assistiamo allo svolgimento di una sceneggiatura implacabile prevista da tempo. Tutte le capitali europee sono nel mirino. Saranno colpite una dopo l'altra".

Per ora, ad essere colpite sono alcune nazioni impegnate nella guerra in Irak. E' questa la ragione degli attentati?

"No. La strategia di al Qaeda e simili è più semplice e radicale. Da un lato non fanno la differenza fra paesi impegnati in Irak o meno, dall'altro c'è il progetto di rovesciare i regimi dei paesi arabi, in particolare l'Arabia Saudita, e umiliare l'Occidente e l'Europa, Pensare che si può evitare l'uragano giocando ai good guys significa che non si è capito nulla della strategia nichilista dei 'fascislamici' ".

Cosa pensa del fatto che i terroristi di Londra siano figli di quella terra, integrati ed educati in Occidente?

"Per un anno ho fatto un'inchiesta sull'assassinio di Daniel Pear, giornalista americano, ebreo, sequestrato e poi decapitato a Karachi. Il responsabile del sequestro, Omar Cheickh, l'uomo che ha organizzato tutto,è oggi in prigione in Pakistan. Assomiglia come un fratello ai tre inglesi di origine pakistana di Londra. Stesso itinerario, stesso profilo, stesso passaggio dalle stesse madrasse pakistane. Ho l'impressione di aver tracciato, anzitempo, l'identikit dei kamikaze. Di vedere, qui, il "mio" Omar Cheikh, che in un'intervista al magazine pakistano "Newsline" dice di essersi riconosciuto nel ritratto che ho tracciato di lui, clonato in quattro esemplari".

Ci descriva Omar Cheikh…

"E' un inglese perfetto, come dice il titolo del capitolo del libro in cui narro la sua biografia. Buona famiglia, ottimi studi, eccellente integrazione nella società britannica, benvisto dai vicini, buon compagno di corso all'università, nessuna traccia di fondamentalismo assassino, nessuna ombra di tentazione criminale. E' l'enigma di una barbarie che viene da vicino, non da lontano. Il mistero di un passaggio all'atto che nasce all'esatta intersezione di due mondi: l'Islam e l'Occidente. Si preferirebbe che questi tipi arrivassero dalle lontane montagne afghane. E invece no: sono figli naturali dei due mondi e proprio per questo così imprevedibili e inquietanti".

Quali sono le ragioni che fanno precipitare nell'orrore?

"Nel caso di Omar Cheikh sono due tipi di ragioni che si mescolano: le 'grandi' ragioni, relative a un'integrazione nella società inglese solo apparentemente riuscita, e poi le 'piccole' ragioni, le ragioni intime. Nel caso di Omar Cheikh hanno a che vedere con il sesso, le donne, o meglio, con una donna. Non dico sia la regola. E' solo il suo caso".

Madrid fra i due turni delle elezioni, Londra durante il G8. La logica sembra assai chiara…

"C'è una strategia. E gli strateghi hanno una fine conoscenza dei meccanismi, dei rapporti di forza nelle nostre società, di cos'hanno da perdere e da guadagnare. Se ne fregano delle opinioni di Berlusconi o di Chirac sulla guerra in Irak, ma conoscono i meccanismi politici, economici, finanziari delle cosiddette 'società'. Nel mio "Pearl" ho mostrato come al Qaeda, speculando sul crollo delle borse, in occasione dell'11 settembre, ha guadagnato abbastanza soldi per autofinanziare i suoi attentati".

Le porgo una domanda che gli americani si sono posti dopo l'11 settembre: perché non ci amano?

"Non amano il nostro modo di vivere. La nostra libertà di costume, di parola, delle donne, a loro tutto questo risulta insopportabile".

Certo, ma l'Occidente, per lottare contro i terroristi nati anche sul loro suolo, schedano sempre più gente (alle frontiere negli USA) e propongono di registrare e conservare (come a Londra) le conversazioni telefoniche e gli scambi di email. Questa non è già una vittoria del terrorismo?

"Il problema è tutto lì. E' la sfida delle nostre democrazie. Ma guardate il modo in cui voi italiani, avete trionfato sulle Brigate Rosse senza mettere in pericolo la vostra cultura democratica. Guardate i tedeschi con la Baaader Meinhof. Si può vincere il terrorismo senza perdere l'anima".

Come se ne esce?

"Sarà una guerra lunga, che necessita molto sangue freddo da parte delle opinioni pubbliche, molti sforzi da parte della polizia e molta intelligenza politica da parte degli Stati".

I quattro terroristi britannici avevano un'altra caratteristica che abbiamo solo citato: erano passati dal Pakistan…

"E' esatto. Da molto tempo sono convinto che oggi c'è una questione pakistana. Il Pakistan è al cuore della questione del terrorismo. E' incredibile che né gli americani né gli inglesi, né nessun altro si decida a capirlo e a fare qualcosa".

Cosa intende dire?

"Conosco abbastanza bene questo paese. E' un posto in cui i fondamentalisti islamici stanno nel cuore dello Stato, i cui servizi segreti hanno legami quasi organici con al Qaeda e in cui c'è un armamento nucleare del quale nessuno sa esattamente chi ha in mano la chiave. Si aggiunga poi questo fatto inquietante: il presidente Parvez Musharraf consegna ai suoi ' alleati' americani un alto responsabile di al Qaeda ogni volta che ha bisogno di loro o che ha qualcosa di cui farsi perdonare. Prima quando vuol convincere Washington a consegnargli gli aerei F16, poi quando il Congresso deve concedergli un prestito di qualche miliardo di dollari, infine alla vigilia della riunione del Consiglio di Sicurezza in cui il Pakistan sa che voterà contro la risoluzione USA sulla guerra in Irak. I pakistani hanno sottomano uno stock di alti responsabili di al Qaeda e, come faceva l'Unione Sovietica con i suoi stock d'oro, li rilascia con il contagocce, secondo i suoi bisogni. Significa che il Pakistan sa, in modo quasi esatto, dove si trovano".

Cosa dovrebbe fare l'Occidente? Una guerra contro il Pakistan non è concepibile…

"Evidentemente no. Ma fra la guerra e il trasformare il Pakistan nel primo della classe antiterrorista ci sono diversi livelli, tappe intermedie e tutta una gamma di soluzioni. E' quel che ho tentato di dire a Condoleezza Rice durante il suo recente viaggio a Parigi, ma non ho avuto risposta".

C'è chi sostiene che agli Stati occidentali, alla fine questa insicurezza e questa instabilità del Pianeta, conviene…

"E' ridicolo e osceno. Il terrorismo colpisce e veste a lutto centinaia di famiglie, sconvolge la nostra vita".

Dopo l'11 settembre si è parlato di shock delle civiltà. Poi il concetto è stato rivisto fino a negarne l'esistenza…

"Il vero shock, oggi, è interno all'Islam. Non è l'Occidente contro l'Islam, ma l'Islam contro l'Islam. Islam moderato, quello illuminato e della tolleranza, contro l'Islam degli integralisti e degli assassini. L'Occidente non è in guerra contro l'Islam, è l'Islam che è in guerra contro l'Islam".

Al crollo del muro si è pensato che le ideologie fossero finite e che le guerre sarebbero scomparse con esse. Oggi ci si ritrova con un campo di battaglia in piena Londra…

"Io non ho mai pensato questo. Era l'epoca in cui Francis Fukuyama rendeva pubbliche le sue tesi sulla fine della storia. Ho detto subito che un'altra versione della vecchia volontà di purezza sarebbe nata sulle rovine dello stalinismo e del nazismo".