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sul numero 59 apparve un articolo entusiasmante dal titolo "La battaglia identitaria", a firma di Adriano Scianca. Dovrebbe essere ancora online, per cui vi consiglio caldamente di andarlo a leggere, sarebbe un peccato non farlo.
La battaglia identitaria
Di Adriano Scianca (*) - Numero 59 del 01/03/2005 Stampa articolo
La battaglia identitaria
“Preferiamo l’assalto alla convalescenza”
Zetazeroalfa[1]
La battaglia identitaria: ovvero il nostro “Fronte dell’Essere”, contro il non-essere dell’omogeneizzazione, dello sradicamento, della dissoluzione nella mefitica brodaglia occidentale. Lotta per esistere e resistere, battaglia per l’autoaffermazione e l’autodifesa, istituzione di un progetto storico e messa in forma di una comunità di destino. Nell’epoca in cui i popoli europei sono ormai minacciati nella stessa sopravvivenza fisica, dopo aver già ceduto l’anima al demone mondialista, la lotta per la difesa della nostra identità, il risveglio della nostra coscienza nazionale e la rigenerazione della nostra forma etnica acquista un’importanza decisiva, cruciale. Ma, innanzitutto, cosa si intende con il termine “identità”? Possiamo definirla la risultante dell’incontro di tre fattori: natura, cultura e volontà[2]. Della natura fanno parte le caratteristiche più strettamente fisiche, biologiche e razziali di un popolo, la sua essenza più concreta, la “materia umana”. La cultura rappresenta il modo unico ed originale con cui ogni popolo percepisce il mondo e vi si orienta, giungendo all’autocoscienza attraverso un confronto (e/o uno scontro) con l’altro da sé; e ancora, cultura sono le tradizioni, le usanze, le abitudini, la memoria storica, i riferimenti mitici ecc. Il lato volitivo è costituito dalla messa in forma dei primi due, è la piena assunzione del dato fisico e del dato culturale in un orizzonte di senso determinato da una decisione creatrice e fondativa. Volontà, cioè, è farsi carico della propria identità bio-culturale, proiettando nel futuro la propria memoria trasmutata in progetto. Questo punto è fondamentale. È sempre la volontà che fa la storia, un popolo che ne è sprovvisto è niente di più che una popolazione, un mero insieme di individui destoricizzati, un puro dato statistico-demografico. Nascere in un determinato stato, avere genitori di una certa nazionalità, possedere particolari tratti somatici, imparare a scuola determinate nozioni, parlare una certa lingua, mangiare particolari pietanze – tutto questo costituisce un’identità solo in potenza. Non basta che ci sia passato il testimone; bisogna volerlo ricevere ed avere l’intenzione di passarlo a chi viene dopo. La scelta contraria è possibilissima; si vedano a questo proposito i tanti intellettuali, politici, star dello show business che scelgono consapevolmente la via del cosmopolitismo, del mondialismo, dell’etnomasochismo, dello sradicamento. Costoro sono italiani ed europei quanto noi, ma vogliono rifiutare questa appartenenza in nome di una retorica “fratellanza universale”. L’identità, quindi, può benissimo essere rifiutata. D’altronde oggi è la scelta che va per la maggiore. Questo è possibile perché l’apertura della storia, conseguente alla fondamentale libertà umana, consente anche l’opzione dell’uscita dalla storia stessa, ovvero la scelta dell’entropia etnica, culturale, sociale, ecologica ecc. Di fronte a tale libertà esistenziale, sarà allora nostro dovere scegliere la via identitaria.
Un nuovo nazionalismo
Per far questo è però necessario non cadere in vecchi errori né scadere in formule sorpassate. Va superata, in particolare, la credenza tipicamente reazionaria secondo la quale una lotta identitaria debba semplicemente difendere la presunta verginità di un insieme di valori ancora non contaminati dai mali della modernità. Non è assolutamente così. L’identità non è un concetto statico, un'essenza pura da preservare dagli sconvolgimenti della storia; è proprio nella storia, anzi, che essa viene perennemente generata e rigenerata, in un processo continuo, senza sosta. L’identità è un progetto in divenire, un’autocoscienza che eternamente si riformula e si ricrea. Non ci sono semplicemente valori da conservare, ma c’è tutta una serie di miti, di tradizioni, di memorie da scegliere, selezionare e re-interpretare, in forme sempre nuove ed originarie in base al futuro che ci si è scelto. È il progetto che dà un senso alla memoria, non il contrario; è questo che intendeva Giovanni Gentile quando affermava che la nazione è una realtà spirituale che “non c’è mai, è sempre da creare”. Questa concezione dinamica della battaglia identitaria, rivolta più all’avvenire che al passato, si nutre quindi di una forma nuova e “post-moderna” di nazionalismo. Parliamo di un nazionalismo pervaso di sensibilità imperiale e grandeuropea, non più preda di ottuso e provinciale orgoglio sciovinista; un ideale popolare e comunitario, nella convinzione che una comunità nazionale è veramente tale solo se al suo interno la piena dignità sociale è riconosciuta ad ognuno, contro ogni dominio oligarchico e interesse di loggia. Contro l’idea regressiva, reazionaria e passatista occorre opporre uno spirito innovativo, rivoluzionario e futurista; contro il nazionalismo meramente difensivo, arroccato nella conservazione sterile di una memoria mummificata e nella preservazione bigotta di quanto, nell’oggi, persiste dello ieri, noi vogliamo un nazionalismo aggressivo, portato cioè ad aggredire la modernità morente ed il suo fallito “progetto incompiuto” per scardinarla, sovvertirla, superarla in un’epoca così nuova, eppure dalle suggestioni così arcaiche. Niente più culto immobile dei “vecchi e bei valori di una volta” né rimasticamento masturbatorio di folklore impolverato; al suo posto, una volontà di potenza deflagrante e rivoluzionaria fondatrice di nuova civiltà. Pensare o agire in modo diverso significherebbe rimanere indietro di almeno un secolo, rimanere fermi, cioè, alla vecchia destra liberale, classista e conservatrice spazzata via dalle avanguardie nietszcheane, futuriste, dannunziane e combattentistiche che all’inizio del novecento infiammarono il mondo. È da quelle suggestioni che dobbiamo ripartire, articolando un pensiero pienamente nazionalrivoluzionario, archeofuturista, discendente diretto del sovrumanismo fascista.
Morte e rigenerazione della patria
Del resto, anche volendo, non sapremmo sinceramente su quali basi fondare un patriottismo piccolo-borghese di tipo conservatore, non foss’altro che per l’elementare ragione che non c’è più niente da conservare. Giacché, di grazia, dove sarebbe oggi la patria? Forse è nascosta da qualche parte nei discorsi trasudanti banalità ed ipocrisia di un Presidente della Repubblica già partigiano ed usurocrate, giunto recentemente a rivendicare, per l’Italia odierna, l’attualità dei valori… dell’ 8 settembre (!)? Oppure nelle parate militari ultimamente tornate di moda, tanto più pompose quanto più patetiche nel tentativo penoso di mascherare la realtà del vero ruolo dell’odierno esercito italiano, ascaro servile del padrone d’oltreoceano? O forse, più modestamente, “patria” è oggi la nazionale di calcio, il cui tifo è solo un misero simulacro di appartenenza, quasi il solo “ideale” per cui ormai ci si riesca ad emozionare. Per questo dovremmo lottare? Dalle “terre irredente” al tridente Vieri/Totti/Del Piero? No, bisogna acquisire la consapevolezza che oggi la patria è morta, per lo meno in atto. Essa sussiste ancora, invece, in potenza, come un’insieme di valori e sensibilità inconsce da riattivare in forma radicalmente nuova. Bisogna prendere coscienza della dimensione fondamentalmente nichilista dell’era presente, del vuoto assoluto in cui ci troviamo, vuoto che è fonte di spaesamento e di angoscia, ma che può essere anche l’occasione della riscossa per chi lo sappia riempire. Dobbiamo accogliere il nulla che ci circonda come la condizione di possibilità di un nuovo inizio, come l’occasione che si dischiude di fronte a chi possieda una volontà storica di autoaffermazione. Di fronte all’avanzata del deserto, occorre essere “fondatori di città”. Bisogna solo cercare di essere all’altezza di un tale compito, ri-evocando la nostra più antica memoria per proiettarla nel nostro più lontano avvenire contro lo squallore del più allucinante presente. Il Fascismo non fece nulla di diverso: rinnegò tutte le ammuffite tradizioni allora esistenti per evocare direttamente un passato remoto, arcaico, mitico, ponendolo allo stesso tempo alla base di un progetto politico e metapolitico che guardava ad un futuro millenario[3]; per questo fu ed è odiato dai conservatori di ieri e di oggi. Facendoci carico pienamente e consapevolmente della nostra libertà storica, dobbiamo assumerci il compito schmittiano di una decisione sovrana che stabilisca chi vogliamo essere, sulla base – certo – del dato bio-culturale, ma in uno spirito volontaristico ed eroico dove il mero “dato” è solo il materiale grezzo di un’opera di autocreazione in continuo divenire. Non si tratta, ripetiamolo, di “scoprire” ciò che si è; si tratta, nietzscheanamente, di volerlo diventare. È il concreto voler-esser-così contrapposto all’anelito verso l’indistinto, verso l’indeterminato, verso il generico tipico della tradizione egualitaria, che poi è una volontà-di-non-essere mascherata da un voler-esser-tutto (da qui l’elogio del cosmopolitismo: ci si illude di aver radici dappertutto poiché non se ne hanno da nessuna parte). Al dominio dell’informe opponiamo la volontà di forma, iniziando dalla nostra forma etnica[4], contro i mostruosi progetti di chi vorrebbe de-formarla tramite la “morte tiepida” del consumismo globale o attraverso l’allucinante disegno multirazzialista. L’avvenire dei popoli europei
Quest’opera di custodia, difesa, affermazione e rigenerazione della nostra forma etnica è al giorno d’oggi quanto di più blasfemo possa esistere. Per un Europeo è infatti un peccato mortale rivendicare il diritto alla propria specificità culturale, diritto che almeno in linea di principio si è spesso pronti a riconoscere ad ogni altro popolo. Ha perfettamente ragione François Dancourt quando, su un sito identitario francese, nota come in Francia (ed in Europa) non sia affatto vietato essere razzisti, a patto però che il razzista si autocertifichi come “antirazzista” patentato e che la razza da lui svalutata sia quella europea. È la logica alienante del politicamente corretto, che nella colpevolizzazione e nella svirilizzazione degli Europei trova la propria ragion d’essere. Noi, per quanto ci riguarda, riteniamo che ogni popolo, a cominciare dal nostro, debba poter coltivare le proprie tradizioni, godere della propria indipendenza e sovranità, sviluppare il proprio originale modo di essere al mondo. Siamo fondamentalmente d’accordo con chi, come Alain de Benoist, sostiene che l’identità vada difesa “in sé e non per sé”, quindi per tutte le etnie e le culture; concordiamo anche con chi, come Marcello Veneziani, ritiene che “chi difende il suo popolo difende anche il mio”; riteniamo, però, che sia sempre e comunque da noi stessi che si debba partire[5]. Sono gli Europei i primi a subire gli effetti perversi dello sradicamento; è solo in Europa, non altrove, che si sperimentano le suicide politiche immigrazioniste, la xenofilia masochistica, l’accoglienza indiscriminata; è da noi che la società multirazziale, il dominio totalitario della religione dei diritti umani, l’americanizzazione delle menti, l’imbarbarimento dei costumi, l’egualitarismo più selvaggio si stanno trionfalmente affermando. Il primo popolo in pericolo è il nostro. È quindi solo cominciando col difendere l’identità “per me” che io potrò difenderla “in sé”. E’ affermando innanzitutto le mie specificità culturali che difendo anche le tue. In questo modo possiamo evitare le incoerenze ipocrite di molti Europei, intellettuali “impegnati”, sempre pronti a difendere la più esotica e la più lontana delle cause per poi predicare in patria il cosmopolitismo, il suicidio etnico, l’umanitarismo decadente, l’oblio delle radici e la distruzione delle tradizioni. Solo questo può essere il senso di un rinnovato etnocentrismo imperiale europeo. Etnocentrismo non più filo-imperialista, intriso di messianismo cristiano ed universalismo illuminista, ma serena e radicale affermazione del proprio ruolo nella storia da parte di Europei finalmente liberi da colpevolismi e complessi vari. Etnocentrismo come coscienza etnica, consapevolezza di essere un unico popolo, nell’unità inscindibile degli antenati e dei discendenti. Etnocentrismo come orgoglio, fierezza, patriottismo, fedeltà a se stessi, volontà di perpetuarsi biologicamente e culturalmente. È solo essendo noi stessi che potremo contribuire alla salvezza dell’Altro. Solo un’Europa libera, etnocentrata, potente e fiera della propria identità potrà un domani rappresentare l’avanguardia mondiale della causa dei popoli – di tutti i popoli. Un’Europa serva, impotente, preda del caos etnico e dell’etnomasochismo potrà solo rappresentare il tragico monumento vivente al mondialismo trionfante.
Adriano Scianca
Tratto da Orion 229 (ottobre 2003).
[1] Cfr l’intervista rilasciata dal gruppo al sito francese www.coqgaulois.com.
[2] Cfr. Pierre Vial, Une terre, un peuple, Editions Terre et Peuple, Paris 2000.
[3] Per un’esposizione, sintetica ma profonda, degli aspetti del Fascismo messi qui in risalto si veda Giorgio Locchi, Espressione e repressione del principio sovrumanista, in L’Uomo Libero n. 53, marzo 2002, nonché le Note di Stefano Vaj che seguono tale testo.
[4] Per il concetto di “forma etnica” vedi Franco Freda, I lupi azzurri, Edizioni di Ar, Padova 2000.
[5] Su questo punto e su quelli che seguono ha recentemente insistito Guillaume Faye, non senza scivolare in deviazioni occidentaliste o volgarmente xenofobe. Per un lucido esame delle tesi dell’ultimo Faye e per altre intelligenti riflessioni sull’idea identitaria, sul tema immigrazione, sull’etnocentrismo europeo ecc si veda l’eccellente saggio di Stefano Vaj, Per l’autodifesa etnica totale, in L’Uomo Libero n. 51, maggio 2001.


grazie paul, penso che possa ritornare proficua a molti questa lettura, me compreso.
rileggendolo, amo tornare su queste parole, che suonano come un inno solenne e futurista all'azione e al movimento:
"Contro l’idea regressiva, reazionaria e passatista occorre opporre uno spirito innovativo, rivoluzionario e futurista; contro il nazionalismo meramente difensivo, arroccato nella conservazione sterile di una memoria mummificata e nella preservazione bigotta di quanto, nell’oggi, persiste dello ieri, noi vogliamo un nazionalismo aggressivo, portato cioè ad aggredire la modernità morente ed il suo fallito “progetto incompiuto” per scardinarla, sovvertirla, superarla in un’epoca così nuova, eppure dalle suggestioni così arcaiche. Niente più culto immobile dei “vecchi e bei valori di una volta” né rimasticamento masturbatorio di folklore impolverato; al suo posto, una volontà di potenza deflagrante e rivoluzionaria fondatrice di nuova civiltà. Pensare o agire in modo diverso significherebbe rimanere indietro di almeno un secolo, rimanere fermi, cioè, alla vecchia destra liberale, classista e conservatrice spazzata via dalle avanguardie nietszcheane, futuriste, dannunziane e combattentistiche che all’inizio del novecento infiammarono il mondo. È da quelle suggestioni che dobbiamo ripartire, articolando un pensiero pienamente nazionalrivoluzionario, archeofuturista, discendente diretto del sovrumanismo fascista. "
Sempre dal sito de ''l'Uomo libero'', un ricordo del più grande intellettuale della dx radicale
Hommage à Giorgio Locchi
Di Gennaro Malgieri (*) - Altri Testi - 17/07/2005 Stampa articolo
Giorgio Locchi est mort de la seule façon qu'il aurait jugée acceptable: de manière imprévue, presque sans avertir personne, alors qu'il voulait écrire un essai sur Martin Heidegger. Sans doute, a-t-il eu une lueur de conscience, entre le moment où la mort s'est annoncée et celui où elle l'a frappé, quelques minutes plus tard, et il a très certainement remercié les dieux de lui offrir une sortie de scène aussi soudaine, car l'idée de rester longtemps malade ou diminué le faisait immensément souffrir. A la fin du mois de juin 92, lors de son dernier séjour à Rome, il m'a parlé du mal qui l'avait frappé deux années plus tôt et qu'il avait vaincu. Il me disait que la perspective de devenir un tronc inerte le faisait frémir parce qu'avec le temps qui passe, on s'accroche plus étroitement, plus profondément, plus égoïstement à la vie. Paroles de Locchi qui ne m'ont pas surpris. Aujourd'hui, j'y repense, comme si elles avaient été un présage.
Pour quelqu'un qui comme moi était de ses amis, ce n'est pas facile de rendre hommage à Giorgio Locchi, de récapituler tout ce qu'il nous a légué. Je pourrais tenter de tracer un profil du journaliste, correspondant à Paris du Tempo pendant plus de trente ans. Et de raconter une infinité d'anecdotes sur ses rapports avec Renato Angiolillo. Ou encore de souligner l'importance de tous les services qu'il a rendu à l'information en Italie: sur les événements d'Algérie, sur la naissance de l'existentialisme, sur le mai 68 parisien. Ses vues étaient portées par un anti-conformisme extraordinairement courageux et intelligent. Je voudrais aussi souligner le rôle capital qu'a joué Giorgio Locchi dans l'évolution de la droite française, insister sur le bout de chemin qu'il a fait avec Alain de Benoist, sur la passion qu'il éprouvait à former des jeunes intellectuels, sur ses activités au sein du GRECE et sur ses contributions à la revue Nouvelle Ecole. Je voudrais aussi pouvoir rassembler ici tous les éléments de la vaste mosaïque qu'était sa personnalité, rendre compte de son amour pour la musique et le cinéma, de sa maîtrise des choses physiques et scientifiques. Et je pourrais aussi raconter l'histoire de notre amitié et relater celle de son refuge parisien qui m'a été si cher, ainsi qu'à une poignée d'autres Italiens, où nous nous retrouvions pour évoquer le passé ou pour manifester notre hostilité au système ambiant. Mieux: nous y venions pour écouter Locchi qui nous évoquait Nietzsche ou Wagner, Heidegger ou la Révolution Conservatrice, ses expériences en Allemagne ou les moments cruciaux de la seconde guerre mondiale qu'il a vécue comme acteur du "front intérieur". Il nous parlait aussi de la "droite impossible" et d'une Europe tout aussi impossible. Et il nous faisait part de ses projets, commentait les revues auxquelles il collaborait, évoquait les articles qu'il voulait écrire et les livres qu'il voulait publier. Nous voyions peu de choses de Paris quand nous allions chez "Meister Locchi" et Saint-Cloud, où il vivait pratiquement en reclus, fut, pendant de nombreuses années, le point de rencontre de beaucoup d'entre nous.
Le journaliste, l'ami, l'organisateur de manifestations culturelles, l'agitateur d'idées vivent et vivront toujours dans le c¦ur de ceux qui ont connu Giorgio Locchi et ont été ses amis. Ses livres, ses idées, ses essais dispersés dans Nouvelle Ecole, La Destra, L'Uomo Libero et Elementi, ses articles du Tempo et du Secolo d'Italia resteront les témoignages écrits d'un engagement intellectuel et politique au sens le plus noble du terme, mais qu'il a ressenti comme le fardeau d'une défaite européenne pendant plus de quarante ans. Nous avons d'abord vu Giorgio sceptique et méfiant, puis la confiance ne lui est revenue qu'au moment où on a parlé de la réunification allemande. Ce n'est pas pour rien qu'il a voulu être à Berlin quand l'Allemagne s'est remembrée: c'était pour lui, me disait-il, un rêve qui se réalisait, un événement qui se déroulait sous ses yeux et qu'il n'avait pas imaginé voir se réaliser, même s'il n'avait jamais cessé de croire au-delà des limites qu'impose le pessimisme, attitude justifiée s'il en est.
Les idées de Locchi étaient les idées d'une Europe qui n'existe plus: mais cette inexistence n'était pas pour lui une raison pour ne pas en défendre ou en illustrer les principes. Mais quand on lui en faisait le reproche, il rétorquait: ses idées étaient les idées de l'Europe éternelle que cette Europe conjoncturelle de notre après-guerre ne voulait pas, momentanément, reconnaître.
Son attitude à l'égard du fascisme, par exemple, était loin d'être simplement revendicative voire revencharde. Giorgio Locchi voulait, dans le bouillonnement culturel de la parenthèse fasciste, recueillir tous les éléments qui n'étaient pas caducs. Il nous a fait part de ses réflexions à ce sujet dans son opuscule intitulé L'essenza del fascismo (Il Tridente, 1981). Il s'y réfère à la vision du monde qui fut l'inspiratrice du fascisme historique mais qui n'a nullement disparu avec la défaite de ce dernier. Cet ouvrage constitue aujourd'hui encore un prodigieux "discours de vérité", au sens grec, qui cherche à soustraire le fascisme de toutes ces explications fragmentaires qui ont cours actuellement et à toutes les formes de démonologie générant préjugés sur préjugés. Locchi, en fait, a développé une réflexion historique propre selon un schéma philosophique cohérent, appuyé sur une option interdisciplinaire, elle-même prélude à une théorie synthétique de l'essence du fascisme.
Dans son enquête, Locchi soutenait qu'il n'était pas possible de comprendre le fascisme si l'on ne se rendait pas compte qu'il était la première manifestation politique d'un phénomène spirituel et culturel plus vaste, dont l'origine remonte à la seconde moitié du XIXième siècle et qu'il appelait le "surhumanisme". Les pôles de ce phénomène, qui ressemble à un énorme champ magnétique, sont Richard Wagner et Frédéric Nietzsche qui, par leurs ¦uvres, ont "agité" le "principe nouveau" et l'ont diffusé et dilué dans la culture européenne entre la fin du XIXième et le début du XXième siècle.
Ce principe est le "sentiment de l'homme" comme volonté de puissance et système de valeur. Dans ce sens, le principe surhumaniste, avec lequel le fascisme est en rapport "génétique/spirituel", s'articule comme le rejet absolu du "principe égalitaire" qui lui est opposé et qui informe le monde d'aujourd'hui, toile de fond de nos circonstances.
Locchi avançait la thèse suivante: "Si les mouvements fascistes ont désigné l'ennemi spirituel avant de désigner l'ennemi politique, s'ils ont dénoncé les idéologies démocratiques ‹libéralisme, parlementarisme, socialisme, communisme, anarcho-communisme‹ c'est bien parce que dans la prospective historique instituée par le principe surhumaniste, ces idéologies s'articulent comme autant de manifestations du principe égalitaire antithétique, apparues successivement dans l'histoire mais toujours présentes; toutes tendent, en définitive, vers le même but mais avec un degré de conscience différent; toutes ensemble, elles sont la cause de la décadence spirituelle et matérielle de l'Europe, de l'³avilissement progressif² de l'homme européen, de la désagrégation des sociétés occidentales".
Reliant ces considérations à la prospective historique dans laquelle opère le fascisme, à l'unisson avec les autres fascismes européens, Locchi pose une thèse du plus haut intérêt qui contribue au "dés-occultement" du fascisme, en mettant en lumière son essence même.
Ces thématiques, Locchi les a développées dans son ouvrage Wagner, Nietzsche e il mito sovrumanista (Akropolis, 1982; il s'agit partiellement d'une remise en forme de ses articles de musicologie parus en français dans Nouvelle Ecole, n°30 et 31/32; ndlr). Dans sa brillante préface, Paolo Isotta précise, avec minutie, quelles sont les tendances égalitaires et quelles sont les tendances surhumanistes qui entrent en jeu et les posent comme deux conceptions du monde antithétiques et irréconciliables. C'est un livre très dense, particulièrement difficile, parfois rébarbatif dans certains de ses chapitres; il n'empêche que lorsqu'Isotta et moi-même l'avons présenté devant un auditoire comble d'étudiants napolitains, en décembre 1982, il semblait véritablement captiver ces jeunes qui sont restés pendant deux heures rivés sur leurs sièges puis ont harcelé Locchi de questions pertinentes, qui n'avaient vraiment rien de banal. L'auteur n'en a pas paru surpris.
Outre ce livre, j'ai de Locchi un autre grand souvenir: celui de son ouvrage polémique Il male americano (Lede, 1979), auquel Alain de Benoist a apporté quelques petites notes complémentaires (en français, ce texte est paru dans Nouvelle Ecole n°27-28, sous le pseudonyme de Hans-Jürgen Nigra, également repris pour l'édition allemande; ndlr). Ce texte est capital à mon sens car il démonte la mécanique du colonialisme culturel américain et nous permet de jeter un autre regard sur l'Amérique. Locchi, en revanche, n'aimait pas trop ce texte, estimant qu'il relevait davantage du combat que de la formation, qu'il était plus polémique que philosophique.
Dans les tiroirs du bureau de Giorgio Locchi, se trouvent de nombreux projets, des ébauches de textes, le schéma d'un livre sur Heidegger et d'un autre sur la conception du temps chez les Indo-Européens. Ils resteront certainement tels que Giorgio les a laissés parce qu'avant toutes choses, il était un perfectionniste et ne voulait rien publier sans être pleinement convaincu que cela en valait la peine.
Il reste encore, parmi les innombrables lettres qui constituent sa correspondance, un splendide roman qui a pour héros un Italien qui combat en Allemagne une guerre désespérée pour défendre l'Europe. Je ne saurais jamais si c'est par pudeur ou par orgueil que Giorgio Locchi a toujours refusé de le présenter à un éditeur.
[Synergies européennes, Vouloir, Février 1993]
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Sempre dal sito www.uomo-libero.com, una conferenza di Locchi su Adriano Romualdi
La esencia del fascismo como fenómeno europeo
(Conferencia-Homenaje a Adriano Romualdi)
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Giorgio Locchi
Soy un hombre de escritura, no un orador. Hablar en público es para mí una tarea temible y siempre desagradable. Esta tarea es hoy, en mi caso, más desagradable de lo habitual, porque, estando entre los últimos en tomar la palabra, sé que diré cosas que algunos no compartirán. Además, tengo la convicción de poseer, respecto a los oradores y autores de las intervenciones que me han precedido, una singular ventaja al conmemorar e ilustrar la obra de Adriano Romualdi; y tener ventaja es algo que no me gusta. Esta singular ventaja mía es la siguiente. Todos los que han hablado hasta aquí de Adriano Romualdi lo han conocido personalmente, al menos tuvieron ocasión de verlo, de encontrarse con él, de hablarle una o dos veces. Habiéndole conocido vivo, han conocido su muerte: y hoy saben que ha muerto e, inevitablemente, hablan de él como muerto, como alguien que ya no está, aun cuando quizá continúe de algún oscuro modo presente. Yo vivo desde hace veintiséis años en Francia, lejos de los asuntos italianos, y no he conocido nunca personalmente a Adriano Romualdi. Es más: confieso que he ignorado totalmente su existencia hasta hace cuatro o cinco años cuando me la descubrió un grupo de jóvenes italianos que había venido a París buscando ideas que evidentemente no existían. Entonces, poco a poco, he descubierto la obra de Adriano Romualdi y la he descubierto, para mí, más viva que muchos vivientes, actualísima. Adriano Romualdi es un pensamiento que no cesa de hablarme y al cual yo respondo. Celebrando a Adriano Romualdi, celebro una presencia viva en mi tiempo y, de este tiempo, parte integrante.
Alguien, ayer, recomendó "no embalsamar a Adriano Romualdi". Es una idea que, precisamente, nunca podría venirme a la mente, porque para mí Adriano Romualdi está vivo; y no se embalsama a los vivos. Y dejarme deciros, crudamente, que, a mis ojos, el rechazo a "embalsamar" a Romualdi resulta una idea extremadamente sospechosa. No querer embalsamar algo que se tiene por un cadáver significa, en efecto, querer que este cadáver se descomponga, apeste, y que la gente se aleje de él. Significa pretender que la obra de Romualdi ha tenido su tiempo, que está superada y sería por consiguiente un error grave sacralizarla, impidiendo a los vivos superarla, ir más allá. Detrás de este modo de pensar y sentir no hay solamente, malignamente activo, ese ciego prejuicio progresista que para nosotros, pienso, debería ser extraño. Existe también, y sobre todo, un plan para relegar a un pasado definitivamente muerto una obra y un ejemplo de acción que, ayer como hoy, no cesan de incomodar profundamente y de incomodar, en particular, a ciertos jóvenes, o que se pretende tales, que han hecho una religión del éxito y del éxito en la sociedad de hoy tal cual es. No por nada, uno de estos jóvenes hace poco hallaba, cándidamente, una razón para condenar el fascismo justamente en el hecho de que éste no había tenido éxito, de que había perdido. Y lo bello del caso es que este joven sin duda también querría asumir valores trágicos y heroicos al mismo tiempo...
Sí, Romualdi incomoda y no deja de incomodar por dos razones fundamentales. La primera razón consiste en que él es, en la acción y en el pensamiento, un ejemplo raro y casi único de coraje. Empeñado en una carrera universitaria, comprometido políticamente, ha tenido el coraje de no atrincherarse astutamente detrás de una máscara, de no haber querido salir -con palabras o con hechos- del llamado túnel del fascismo. Él, al contrario, se ha proclamado abiertamente fascista y se ha reconocido precisamente dentro de la forma del fascismo más comprometida a los ojos del mundo de hoy y del sistema en el cual vivimos. Pero los ejemplos vivientes de coraje, por lo demás, son la cosa más incómoda y más irritante para quien no lo tiene... Romualdi molesta por tanto por otra razón no menos importante: a causa de su honestidad intelectual, también ella ejemplar. Ciertos adversarios del fascismo e incluso algunos amigos han afirmado que el pensamiento de Romualdi habría sido configurado por el "complejo de los vencidos". Pero Romualdi no era y no es un vencido, porque no se ha reconocido y no se reconoce vencido y siempre ha continuado -y continúa con su obra- combatiendo por sus ideales. Vencido es aquel al que la derrota obliga a pensar y a actuar de otra manera. Adriano Romualdi no ha pensado de otra manera. Simplemente, ha constatado una evidencia: la derrota de 1945 había cambiado radicalmente la situación en la cual el fascismo debía de actuar si todavía quería ser. Precisamente por esto su pensamiento permanece como esencial, y no superado: ha sabido reflexionar, en su calidad de fascista, sobre la nueva realidad diseñada en 1945, una realidad que es, invariablemente, la realidad de hoy. Romualdi se ha preguntado sobre lo que debe y puede hacer un fascista en un mundo y en una sociedad que ha colocado al fascismo fuera de la ley. Y puesto que ya los vencedores, convertidos en amos absolutos de la palabra, ofrecían una imagen falsa y deformada del fascismo, él ha querido ante todo poner de manifiesto qué es el fascismo, de dónde proviene, qué significa ser fascista. Allí donde otros, hincando intelectualmente las rodillas, se afanaban grotescamente en justificar el fascismo según las formas morales de los vencedores del 45, Romualdi ha tenido la honestidad intelectual de decir y de afirmar claramente que el fascismo es revuelta contra el mundo y la sociedad en la que vivimos, que su moral es totalmente otra, que es algo por lo tanto que el mundo y la sociedad de hoy no pueden aceptar. Quien quiere estar de algún modo de acuerdo con el mundo de hoy y descender al compromiso y al diálogo con el sistema, no tiene derecho a identificarse con Adriano Romualdi.
Alguien se ha preguntado ingenuamente sobre qué haría hoy Adriano Romualdi, en el actual contexto político y cultural, si por ventura estuviera todavía vivo en carne y huesos. La pregunta sugería retóricamente que Romualdi habría quizá sufrido una evolución, cambiando de parecer. Y lo sugería partiendo del presupuesto, considerado evidente, de que en estos diez años la situación habría cambiado radicalmente y que por consiguiente la reflexión histórica de Romualdi sobre la realidad habría cambiado igualmente. Yo considero que la situación es esencialmente la misma que aquella que la obra de Romualdi afronta. Pero, aun cuando la situación política hubiese cambiado, solamente cambiaría el modo de hacerse, no ya aquel principio en el cual la acción debe inspirarse. Por otra parte, cuando yo hablo de la obra de Adriano Romualdi y de su presencia viviente, me refiero ante todo a su obra de historiador, a sus estudios sobre el fascismo fenómeno europeo. (La negrilla es nuestra. ndr.)
El fascismo es lo que es. Como todo lo que es, puede morir y salir de la historia. Pero, históricamente muerto o vivo, permanece por siempre siendo lo que es: fascismo. Ahora, sobre el fascismo, Romualdi ha dicho verdades esenciales, que permiten adquirir una más profunda consciencia sobre lo que el fascismo es, y que, también, permiten a los fascistas adquirir una consciencia más profunda sobre lo que ellos son. Es precisamente este aspecto esencial de la obra de Romualdi el que yo querría recordar, también porque me parece que muchos preferirían olvidarlo e ignorarlo. Hablar de ello resulta fácil para mí, dado que mi concepción y mi visión del fascismo son esencialmente idénticas a las de él. Mi afinidad electiva hacia Romualdi abarca también los tiempos fundamentales de su investigación y de su reflexión: el carácter europeo del fenómeno fascista, el origen nietzscheano del sistema de valores del fascismo, la Revolución Conservadora (1) en Alemania y fuera de Alemania, el redescubrimiento de los Indo-europeos y su función de mito originario en la imaginación fascista.
La primera enseñanza fundamental de Adriano Romualdi es que, más allá de diferencias específicas, todos los movimientos fascistas y todas las variadas expresiones de la Revolución Conservadora (entendida aquí como corriente espiritual) tiene una esencia común. Afirmar la europeidad del fenómeno fascista comporta un inmediato aspecto político concerniente al porvenir: a ojos de Romualdi es precisamente en la esencia del fascismo donde todavía hoy reside la única y exclusiva posibilidad de restituir a Europa un destino histórico.
Adriano Romualdi ha demostrado claramente que los movimientos fascistas de la primera mitad de siglo y las distintas corrientes filosóficas, artísticas, literarias de la llamada Revolución Conservadora tienen la misma esencia común, obedecen a un mismo sistema de valores, tienen una idéntica concepción del mundo, del hombre, de la historia. Hoy, sin embargo, una nueva intelligentsia de derecha querría poner en contradicción Fascismo y Revolución Conservadora, de la misma manera que, por otra parte, a fin de legitimarse -es cierto- en el seno del mundo democrático, coloca en paralelo stalinismo y nacional-socialismo, regímenes comunistas y regímenes fascistas, metiéndolos grotescamente en el mismo saco de un mal definido totalitarismo. El Fascismo -dice esta gente- habría en cualquier caso explotado ideas de la Revolución Conservadora, pero desnaturalizándolas y falsificándolas. Es pues necesario, justamente en el marco de esta celebración del pensamiento de Adriano Romualdi, reafirmar con fuerza la común esencia del fascismo y de la Revolución Conservadora y, a tal objeto, ilustrar esta esencia y, a la vez, precisar su contenido.
Romualdi ha intuido que el origen del fenómeno fascista era ante todo de orden espiritual, enraizado en un específico filón de la cultura europea. Y lo más importante: ha sabido reencontrar este origen en la obra de Nietzsche o, más exactamente, en el sistema de valores propugnado por Nietzsche (y, luego también, en segundo término, en ciertos aspectos del romanticismo, que anuncian y preparan la obra de Nietzsche). Su prematuro y trágico fin no ha permitido a Adriano Romualdi encuadrar su pensamiento en una completa visión filosófica de la historia y definir, así, de modo exhaustivo y preciso la relación genética que media entre la obra de Nietzsche, la Revolución Conservadora y el Fascismo. Hay que reconocer que poner en evidencia esta relación no es tarea fácil. Y no lo es por una simple razón, a causa de la naturaleza particular de la obra de Nietzsche, que no es una obra puramente filosófica, es decir: de reflexión y sistematización del saber, sino que es también, y sobre todo, obra poética, sugestiva, creadora, que expresa y da históricamente vida a un sentimiento nuevo del mundo, del hombre y de la historia. La relación entre comunismo, socialismo y filosofía marxista, teoría marxista, es clara y tangible. Socialistas y comunistas son y se dicen marxistas, aun cuando después, fatalmente, cada uno de ellos interprete a Marx a su modo. Contrariamente, en lo que respecta a los movimientos fascistas, un reclamo explícito a Nietzsche no existe. En algunos casos, estos reclaman a Nietzsche como a una fuente entre tantas otras, como un precursor entre otros tantos. Pero también se da el caso de movimientos fascistas que ignoran a Nietzsche o que, desconociéndolo, creen su deber rechazarlo, en todo o en parte. Los movimientos fascistas de la primera mitad del siglo son la expresión política, inmediata e instintiva, de un nuevo sentimiento del mundo que circula por Europa a partir ya de la segunda mitad del siglo XIX. Tienen el sentimiento de vivir un momento de trágica emergencia y se precipitan a la acción obedeciendo a este sentimiento; se movilizan políticamente pero, al contrario que otros partidos y movimientos, no hacen referencia a alguna concreta filosofía o teoría política y asumen más bien casi siempre un comportamiento antiintelectualista. Los movimientos fascistas se coagulan por instinto en torno a un programa de acción inspirado por un sistema de valores que se opone drásticamente al sistema de valores igualitarista, que se encuentra en la base del democraticismo, liberalismo, socialismo, comunismo. Por contra, resulta fácil constatar que, en el seno de un mismo movimiento fascista, personalidades de primer nivel expresan y defienden filosofías y teorías bastante diferentes, a menudo poco conciliables entre ellas e incluso opuestas. La filosofía de un Gentile no tiene nada en común con la de Evola; Baumler y Krieck, filósofos y catedráticos, eran nacionalsocialistas y nietzscheanos, pero el nacionalsocialista Rosenberg, en cambio, criticaba duramente aspectos destacados del pensamiento de Nietzsche. Esto es un hecho innegable sobre el que se han apoyado y se apoyan adversarios del fascismo para afirmar con intención denigratoria que las referencias filosóficas del fascismo, cuando han existido, habrían sido grotescamente arbitrarias, además de contradictorias, y que por otra parte los movimientos fascistas carecerían de cualquier contenido positivo común desde el punto de vista filosófico o teórico. Éste es también, como se sabe, el punto de vista de un Renzo de Felice, y por tanto un punto de vista que permanece tanto más actual en el presente debate italiano. La argumentación es especiosa, ya que para negar una unidad de esencia se contraponen filosofías allí donde la unidad está originariamente fundada por un idéntico sentimiento-del-mundo. El fascismo pertenece a un campo, opuesto a otro campo, el igualitarista, al cual pertenecen democracia, liberalismo, socialismo, comunismo. Es este concepto de campo lo que permite captar la esencia del Fascismo, del mismo modo que permite captar la esencia de todas las expresiones del igualitarismo. Esto, Romualdi, lo había visto perfectamente, lo había afirmado de modo bastante claro. Concluyendo el breve ensayo previo a su antología de fragmentos nietzscheanos, ha dejado escrito: "Frente a Nietzsche se separan los campos. Para los otros su intolerable pretenciosidad social y humanitaria, la utopía de progreso de una humanidad de ceros. Para nosotros la conciencia, que Nietzsche nos ha dado, sobre aquello que fatalmente vendrá: ¡el nihilismo!". En este breve fragmento todo o casi todo lo esencial queda dicho. Y queda dicho, del modo más pleno, aquello que los movimientos fascistas y la Revolución Conservadora deben a Nietzsche: una conciencia históricamente nueva, la conciencia del fatídico advenimiento del nihilismo, esto es, para decirlo con terminología más moderna, de la inminencia del fin de la historia.
Cristianismo, en cuanto proyecto mundano, democracia, liberalismo, socialismo, comunismo, pertenecen todos al campo del igualitarismo, del llamado humanismo. Sus filosofías y sus ideologías difieren, pero todas obedecen a un mismo sistema de valores, todas tienen una misma concepción del mundo y del hombre, todas consciente o inconscientemente proyectan un fin de la historia y son -por consiguiente- desde un punto de vista nietzscheano, nihilistas negativas. El fascismo es el otro campo, que yo he llamado sobrehumanista como referencia al movimiento espiritual que lo ha generado y lo conforma. Romualdi ha sabido poner de manifiesto, a tenor de sus estudios nietzscheanos, el sistema de valores del campo sobrehumanista y fascista. Romualdi es un historiador y se interesa en un fenómeno político: desde el punto de vista de la política -que es aquel que precisamente le interesa- individualiza y pone de relieve el principio de acción, y el fin común a todos los movimientos fascistas. Él ha situado el principio de acción -repito- en el sistema de valores propugnado por Nietzsche, y el fin común en el hombre nuevo, esto es en la fundación de un nuevo comienzo de la historia, más allá del inevitable fin de la historia al cual nos condenan dos mil años de cristianismo y de igualitarismo. Todo esto nos dice de dónde viene el fascismo, qué ha querido y qué quiere, cuál ha sido en el fondo su implícito método de acción (que, dicho sea entre paréntesis, no es otro que el nihilismo positivo, que quiere hacer tabla rasa para construir, sobre las ruinas y con las ruinas, un mundo nuevo). No se dice, empero, qué cosa sea el fascismo, que cosa sea el sobrehumanismo que lo genera, lo sostiene y lo orienta. En una palabra: no se dice cuál es la esencia del fascismo, aun resaltando y afirmando que tal esencia existe. Romualdi es un historiador, no un filósofo de la historia. Ahora bien, lo que sea la esencia del fascismo solamente la filosofía de la historia puede decirlo, en virtud de una reflexión sobre la historia del fascismo, de la misma manera que el propio Romualdi ha sabido -junto a algún otro- sacarla a la luz.
Yo he intentado explicar lo que pueda ser la esencia del fascismo en dos ensayos publicados en estos últimos años: uno se titula precisamente La esencia del fascismo; el otro, más amplio, está dedicado a Wagner, Nietzsche y el mito sobrehumanista. (...) Me limito a resumir del modo más simple posible el resultado de mis estudios, que pueden considerarse una continuación y una profundización de los de Adriano Romualdi. La esencia del sobrehumanismo, como por lo demás, la de toda tendencia histórica, hay que buscarla en su fundamental concepción del mundo, del hombre y de la historia. Esta concepción, que antes de ser tal nace como inmediato sentimiento e inmediata intuición, está íntimamente ligada al sentimiento y a la concepción del tiempo de la historia. El tiempo de la historia es un argumento que a primera vista puede parecer extremadamente arduo, pero de hecho es una noción que todos poseen, incluso sin darse cuenta de ello. El mundo antiguo tenía una concepción cíclica del tiempo de la historia, consideraba que todo momento de la historia estuviera destinado a repetirse. El tiempo mismo de la historia era representado como un círculo, tenía naturaleza lineal. Con el cristianismo nace un nuevo sentimiento del mundo, del hombre, del tiempo de la historia. Este tiempo de la historia permanece lineal; pero ya no es circular, sino más bien segmentario, más exactamente parabólico. La historia tiene un inicio, un apogeo, un fin. Y no se repite. Por otra parte, a la historia se le atribuye un valor negativo: provocada por el pecado original, la historia es atravesada por un valle de lágrimas. El advenimiento del Mesías, apogeo de la historia, pone en marcha la redención, esto es, la liberación del hombre del destino histórico, el apocalipsis, el advenimiento final de un eterno reino celestial. Esta concepción de la historia, mítica en el cristianismo, será posteriormente ideologizada y, en fin, teorizada por el marxismo; pero sigue siendo en sus rasgos esenciales la misma: en el lugar del pecado original, encontramos en Marx la invención de la explotación de la naturaleza y del hombre por parte del hombre mismo; la lucha de clases y la alienación que constituyen la travesía del valle de lágrimas, el advenimiento del Mesías se hace mundano en el advenimiento del proletariado organizado del partido comunista y socialista; el Reino de los Cielos deviene reino de la libertad, en el cual es abolida la lucha de clases y, a la vez, la propia historia (que Marx llama prehistoria).
La concepción sobrehumanista del tiempo no es ya lineal, sino que afirma la tridimensionalidad del tiempo de la historia, tiempo indisolublemente ligado a aquel espacio unidimensional que es la consciencia misma de toda persona humana. Cada consciencia humana es el lugar de un presente; este presente es tridimensional y sus tres dimensiones, dadas todas simultáneamente como son dadas simultáneamente las tres dimensiones del espacio físico, son la actualidad, lo devenido, lo por venir. Esto puede parecer abstruso, pero sólo porque desde hace dos mil años estamos habituados a otro lenguaje. De hecho, el descubrimiento de la tridimensionalidad del tiempo, una vez producido, se revela como una especie de huevo de Colón. En efecto, ¿qué es la consciencia humana, en tanto que lugar de un tiempo inmediatamente dado a cada uno de nosotros? Es, sobre la dimensión personal de lo acaecido, memoria, es decir presencia del pasado; es, sobre la dimensión de la actualidad, presencia de espíritu para la acción; es, sobre la dimensión del porvenir, presencia del proyecto y del fin perseguido, proyecto y fin que, memorizados y presentes en el espíritu, determinan la acción en curso.
Esta concepción tridimensional del tiempo es la única que puede lógicamente afirmar la libertad del hombre, la libertad histórica del hombre.
En la visión cristiana, la historia del hombre está predeterminada por el plan divino, por la llamada providencia; en la marxista, por la materialista ley de la economía, de la cual los hombres pueden sólo tomar conciencia. En estas concepciones de la historia y del hombre, la libertad humana se convierte en realidad en un flatus vocis, en el que el porvenir está siempre determinado por el pasado. El sentimiento tridimensional del tiempo revela que el hombre es históricamente libre: el pasado no lo determina ya, no puede determinarlo. Lo que nosotros hemos llamado hasta aquí pasado, pasado histórico, no existe de hecho más que a condición de ser de algún modo presente y presente en la consciencia. En sí, en cuanto pasado, es insignificante o, más exactamente, ambiguo: puede significar cosas opuestas, revestir valores opuestos; y es cada uno de nosotros, desde su personal presente, quien decide que debe él significar con relación al porvenir proyectado. El denominado pasado histórico es materia devuelta al estado bruto, materia bruta ofrecida a cada uno de nosotros para construir su propia historia. Esta ambigüedad del pasado se ofrece siempre en modo tanto más concreto a nuestra decisiva significación. Así, por ejemplo, nosotros somos herederos de un mundo europeo, que a su vez puede ser considerado heredero del mundo pagano y de aquel semítico-judaico. Si, desde el presente que es nuestro, estas dos herencias se revelan inconciliables, está en nosotros decidir cuál es nuestro verdadero origen. Adriano Romualdi -digámoslo como inciso- ha sabido también aquí escoger y decidir clara, serenamente: en favor del origen indoeuropeo, con una decisión proveniente de su proyecto de porvenir europeo.
Poetas, pensadores, artistas, filósofos conservadores-revolucionarios y fascistas han sabido a menudo dar expresión a este instintivo sentimiento del tiempo tridimensional, ilustrándolo con la imagen de la esfera (y no ya, repito, con la del círculo).
Este sentimiento, aun cuando es casi siempre inconsciente, sostiene el pensamiento político y los juicios históricos de los movimientos fascistas y se refleja de forma inmediata en sus vocabularios, junto a una nueva concepción paralela del espacio de la historia, esto es de la sociedad humana. La racionalidad del discurso fascista no puede ser explicada más que con relación al principio que lo rige: y este principio por otra parte no es sino la tridimensionalidad del tiempo de la historia. Cuando el fascismo habla en términos de lenguaje recibido, se afirma conservador (o reaccionario) y simultáneamente revolucionario (o progresista), precisamente porque estos términos no describen ya direcciones opuestas del devenir en el seno de un tiempo tridimensional. En el fascismo, el reclamo a un pasado mítico, elegido entre otros pasados posibles, coincide con la elección misma del proyecto del porvenir: la elección de lo devenido no es otra cosa, por así decirlo, que la memoria misma del porvenir proyectado y, a la vez, la actualidad que en él revive, vive y siempre se apresta a vivir. Aquí está también la razón de la complicada relación que los propios pensadores y hombre políticos fascistas mantienen con la denominada tradición, cuando no han adquirido aún clara conciencia del sentimiento del tiempo que sin embargo les anima. Pues resulta que ellos siguen pensando la tradición a la cual se refieren como si esta existiese y tuviera significado independientemente de la elección que han realizado. Todo movimiento fascista se ha reclamado siempre de un origen, y con él, de una tradición: romanidad en el fascismo mussoliniano, germanidad en el nacionalsocialismo, realeza católica de un catolicismo que es aquel imaginario del dios rubio de las catedrales en el fascismo maurrassiano, y así más. Si la relación de ciertos fascistas con la tradición resulta complicada, no es más -repito- porque no se dan cuenta de lo que entienden por tradición.
Por otra parte, es fácil constatar que los movimientos fascistas se reclaman siempre de una tradición perdida o cuando menos sofocada y en mortal peligro. Esto, pensándolo bien, significa que los movimientos fascistas preferían de hecho -frente a una tradición afirmada predominante en el seno de una sociedad dada- una tradición muerta o, en su defecto, reprimida y condenada a vivir subterráneamente, viva solamente en un restringido círculo de iniciados. El reclamo fascista de la tradición es así de hecho elección contra la tradición afirmada en las instituciones sociales y en las costumbres de las masas, y es elección de una tradición perdida, de una tradición que en realidad ha dejado de ser tal. Precisamente porque el origen elegido no es ya el socialmente afirmado, los movimientos fascistas cuando llegan al poder se vuelven notablemente pedagógicos con la pretensión de forjar el hombre nuevo de una tradición venidera que todavía no es. Adversarios del fascismo han hablado a este respecto -cito a Hans Mayer- de "detestable confusión del pasado y porvenir, de nostalgia de los orígenes y utopía del futuro". Pero lo que para los adversarios del fascismo aparece como detestable desde un punto de vista ético y desde el punto de vista de la racionalidad, es precisamente la esencia del fascismo, es la concepción nueva del tiempo de la historia, de un tiempo tridimensional en el que pasado y futuro, origen y fin histórico, no se contradicen y oponen, sino que por contra armoniosamente juntos constituyen, con la actualidad, el presente mismo de la consciencia histórica nueva alcanzado por el hombre nuevo fascista.
La concepción sobrehumanista del tiempo, decía, vuelve manifiesta la libertad histórica del hombre. Esta libertad histórica del hombre conlleva el enfrentamiento y la lucha en el cuadro de un destino heroico y trágico a la vez. Toda acción histórica en vista de un fin histórico es libre, no depende de otra cosa que de sí misma y de su éxito, no está escrita, por consiguiente, en ninguna fatalidad. La historia misma de la humanidad es libre, no predeterminada, porque se deriva de la libertad histórica del hombre.
La historia es siempre, en todo su presente, elección entre posibilidades opuestas. El fin mismo de la historia es una posibilidad, justamente porque el hombre es libre en todo momento de elegir contra la propia libertad, libre de abolir la propia historicidad, libre de poner fin a la historia. Esta es la elección nihilista de la cual hablaba Adriano Romualdi en la conclusión de su ensayo sobre Nietzsche, la elección realizada consciente o inconscientemente por el campo igualitarista. La otra elección es la elección de la propia historicidad humana, elección -como decía Martin Heidegger- de un nuevo "más originario origen", que es también un nuevo origen de historia. Escoger esta posibilidad significa escoger a los míticos antepasados que eligieron en favor de la historia, y al mismo tiempo significa querer convertirse en los antepasados de una humanidad nueva, regenerada.
Las últimas palabras del ensayo de Adriano Romualdi sobre Nietzsche son una cita de algunos versos de Gottfried Benn, poeta particularmente estimado por él. Querría, en su nombre recordarlas hoy:
"Y al final es preciso callar y actuar
sabiendo que el mundo se derrumba
pero tener empuñada la espada
para la última hora..."
Callar: porque nuestro discurso -fuera de nuestras catacumbas- es discurso fuera de la ley. Pero aun callando actuar en obediencia a aquel principio y a aquellos ideales que, desde siempre son los nuestros.
(1) La mención que hace el autor a la Revolución Conservadora que se hace no se refiere a las políticas liberales ejercidas a comienzos de los años 80 por los gobiernos de Thatcher y Reagan ni a sus ideólogos, sino que hace mención a los intelectuales que a comienzos de este siglo plantearon en Alemania una alternativa teórica al capitalismo y al marxismo y que en opinión del autor constituye el particular Fascismo alemán del que el nacionalsocialismo sería una de sus formas. Ver por ejemplo Die Konservative Revolution in Deutschland, 1918-1933 de Armin Möhler o Konservative Revolution. Introducción al nacionalismo alemán, 1918-1932 de Giorgio Locchi y Robert Steuckers. ndr.
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