Perchè l'individuo ha il diritto di difendersi
di Tiziano Buzzacchera - 23 luglio 2005
Approvato il 6 luglio dal Senato, il Disegno di legge presentato dall'azzurro Furio Gubetti e da altri esponenti della maggioranza ha sollevato il più classico polverone. Il provvedimento, che dovrà ora passare al vaglio della Camera, apporta alcune modifiche all'articolo 52 del Codice Penale. In sostanza, se quest'ultimo prevedeva la legittima difesa, fatta salva la proporzionalità di questa rispetto all'offesa subita, il ddl in corso di approvazione intende andare incontro alle esigenze di chi, trovandosi in una situazione in cui «non vi è desistenza o vi è pericolo di aggressione», deve correre ai ripari per tutelare i suoi cari e le sue proprietà. E' altrettanto vero, inoltre, che se il Codice Penale riconosce la possibilità di difendersi, lo fa parzialmente e in modo confuso. La conseguenza, come sottolineato nella relazione presentata al Senato, è che «l'eccessivo grado di discrezionalità che è stato lasciato al potere di interpretazione dei magistrati ha vanificato la certezza del diritto». E si aggiunge che «fatti del tutto simili vengono giudicati in modo completamente difforme da un tribunale all'altro, da un grando di giudizio all'altro». Tutto questo, ogni punto, virgola e apostrofo è assolutamente vero. Non solo. L'incertezza e la vaghezza delle norme che regolamentano l'autodifesa molto spesso finiscono col dare l'impressione che, in ultima analisi, chi si sia difeso lo abbia fatto in "modo eccessivo". Ciò comporta che le vittime di un'aggressione nel proprio domicilio debbano essere sottoposte a lunghi e tortuosi procedimenti giudiziari che possono anche rovinare la vita di chi ha brandito l'arma.
Ma il ddl è importante soprattutto per un altro motivo: esso, di fatto, riconosce che difendersi in casa propria non è qualcosa che possa essere ingabbiato nelle logiche meccaniche del diritto positivo o negli ingranaggi delle procedure parlamentari. E' molto di più, è un "diritto naturale". Proprio perché è casa nostra, perché sono i nostri familiari quelli che dobbiamo proteggere, è assolutamente legittimo che sia l'individuo comune a difendersi nei confronti di chi lo aggredisce nel luogo in cui disegna parte della sua esistenza. Ovviamente, il testo ha sollevato reazioni numerose ed accese. Se per Massimo Brutti la norma è "criminogena", Guido Calvi prospetta un Far West versione tricolore. All'universo degli indignati si è accodata anche l'Unità, che vede il disegno di legge come un favore all'oscura lobby delle armi. Già visto, già sentito, niente di nuovo sotto il sole. L'idea di potersi difendere da soli è vista dalla sinistra come un'eresia, per i rossi e i rosè del mondo assume i contorni del delirio. I quali, tuttavia, possono vantare una compagnia prestigiosa: anche il Corriere della Sera ha espresso una velata preoccupazione per il provvedimento. Eppure, tutto questo suona sorprendente di fronte a un'analisi più ponderata del problema.
Occorre sviluppare qui due considerazioni. In primo luogo non è affatto vero, come qualcuno ha scritto, che non solo i cittadini per bene ma anche i ladri correranno ad armarsi. Non c'è affermazione più assurda e truffaldina di questa ed il perché è fin troppo ovvio. Come aveva già spiegato il Ministro della Difesa Martino, se, di fronte alle leggi che limitano la possibilità di difendersi, i cittadini per bene consegnano le armi o desistono dal rispondere alle aggressioni, i delinquenti non lo fanno e, al contrario, sono incoraggiati a compiere le loro scorribande. Lasciando chi rispetta la legge inerme di fronte al crimine. In secondo luogo, il possesso di un'arma non comporta affatto che le rapine diventino più cruente. Al contrario, proprio il fatto di sapere che chi viene aggredito possiede un'arma può ridurre drasticamente il numero di invasioni della proprietà privata o può perlomeno indurre chi delinque a entrare nelle case altrui in tempi meno "pericolosi". In buona sostanza, gli intrusi potrebbero continuare a rubare, ma verrebbero evitati pericolosi contatti coi legittimi proprietari, i quali potrebbero fare fuoco più liberamente.
Precisiamo, al fine di evitare le sterili polemiche che si sono accavallate in questi giorni: il ddl non incornicia una società di cecchini dal grilletto facile. Piuttosto, prova a dispensare giustizia in un campo - quello della legittima difesa - che ha solitamente trattato Caino ed Abele in maniera diversa, privilegiando il primo al secondo. Qualcuno ha indirettamente tacciato la norma di "estremismo". Pazienza. Già Barry Goldwater intuì che «la moderazione nel perseguire la giustizia non è una virtù». E noi, vogliamo essere virtuosi?
Tiziano Buzzacchera




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