Cervello al silicio
di RICHARD MARTIN
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MATTHEW NAGLE mi sta battendo a Pong. E la cosa incredibile non è tanto che sia un abile giocatore, quanto proprio che riesca a giocare. È un tetraplegico, rimasto paralizzato dal collo in giù tre anni fa. Si muove su una sedia a rotelle a motore, che aziona soffiando in un tubicino. E con me sta giocando col pensiero. Un groviglio di fili spesso quanto un cavo coassiale fuoriesce infatti da un connettore installato nel suo cranio e collegato a un dispositivo elettronico grande quanto un frigorifero. Nel suo cervello, un gruppetto di microelettrodi ne registra l’attività neuronale; il processore identifica i pattern associati al movimento del braccio e li traduce in segnali per il controllo di un mouse, lo spostamento di un cursore, l’accensione di una Tv, l’apertura di una mail. A soli 25 anni, Nagle è la prima cavia di una controversa sperimentazione volta a dimostrare che le interfacce informatiche cerebrali possono restituire ai soggetti rimasti paralizzati, in seguito a un incidente o a una malattia, la funzionalità perduta. Le strumentazioni da lui utilizzate sono le più sofisticate mai sperimentate su un essere umano, e rappresentano il culmine di vent’anni di ricerca nel campo della registrazione e decodifica delle informazioni neuronali. Il sistema è stato realizzato dalla Cyberkinetics, un’azienda di Foxborough, nel Massachusetts, e si chiama BrainGate.
È dai tempi di Freud che gli scienziati combattono con il “mistero della coscienza”. Ed è solo negli ultimi 20 anni che si è imparato ad ascoltare – e in parte ad alterare – le onde cerebrali. I neuroscienziati possono oggi registrare e tradurre approssimativamente i pattern neuronali delle scimmie, e migliaia di pazienti affetti da morbo di Parkinson ed epilessia convivono con pacemaker cerebrali che ne controllano tremori e attacchi mediante impulsi elettrici.
John Donoghue, capo del Dipartimento di Neuroscienze della Brown University e fondatore di Cyberkinetics, vuole portare il suo BrainGate a un livello di perfezione pari a quello degli elettrostimolatori che attivano i tessuti muscolari. In teoria, una volta riusciti a controllare un cursore informatico si può fare tutto, dal disegnare un cerchio al pilotare una nave. Con un adeguata potenza computazionale, “tutto il resto diventa solo un problema di ingegneria”, fa eco Gerhard Friehs, il neurochirurgo che ha impiantato il dispositivo a Nagle. Per il momento, però, la sfida è ancora tutta da giocare. La Cyberkinetics è solo uno dei circa dieci laboratori impegnati nella ricerca sulle interfacce cerebrali. Molti di essi hanno ottenuto finanziamenti per oltre 25 milioni di dollari dal Dipartimento della Difesa americano, la cui forte aspirazione sarebbe quella di un futuro di sicari-robot telecomandati. Prima di arrivare a questo, però, è necessario rendere la nuova tecnologia abbastanza sicura da essere impiantata su un essere umano, abbastanza resistente da poter funzionare in maniera affidabile negli anni, e abbastanza sensibile da cogliere pattern neuronali specifici. Molti dubitano che dall’attività cerebrale possano essere ricavate informazioni effettivamente di qualche utilità, e anche alcuni ricercatori ottimisti riguardo alle potenzialità dei nuovi dispositivi temono che l’installazione su Nagle sia stata prematura, se non addirittura avventata, considerando le opzioni alternative molto meno invasive attualmente disponibili (dalle cuffie di elettrodi a tutta una serie di altri dispositivi superficiali). “C’è bisogno di una tecnologia molto complessa”, ammette Donoghue. “E ci sono ancora molte questioni da considerare. Ma è già una realtà. È qualcosa di possibile. Basta guardare Matt”.
© Wired Magazine




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