Da "Liberazione" del 26.07.2005
Il dibattito aperto da Liberazione non è tra "economisti", attenti solo alla moneta e al profitto, e "ambientalisti", difensori dell'uomo e della natura
Crescita o decrescita, confrontiamoci
veramente su cosa significano e cosa rappresentano.
Andrea Ricci
E' una pessima e purtroppo diffusa abitudine quella di costruire una polemica inventandosi a piacimento i propri avversari. A questa tentazione non sono sfuggiti Carla Ravaioli e Franco Russo nei loro interventi su produzione e consumi. Il dibattito aperto da Liberazione non è infatti, come essi vogliono far credere, tra "economisti", attenti solo alla moneta e al profitto, e "ambientalisti", difensori dell'uomo e della natura. Che il modo di produzione capitalistico operi attraverso uno sfruttamento distruttivo degli uomini e della natura è, tra di noi, una verità talmente ovvia da non meritare discussioni. Così come altrettanto scontata è la critica al Pil come indicatore di benessere e la necessità di realizzare praticamente nuove forme di produzione e di consumo che liberino, insieme agli uomini, anche la natura dalla rapina sistematica operata dai meccanismi economici capitalistici, garantendo la riproduzione integrale dei cicli ecologici. La novità e lo straordinario interesse del dibattito aperto da Liberazione consiste nel tentativo di andare oltre la pura ripetizione di queste verità ormai per noi acquisite e di avviare un confronto interno al pensiero "alternativo" in merito ad una posizione che sta conoscendo una rapida diffusione anche a sinistra, quella che va sotto il nome della "decrescita", in particolare nella versione sostenuta dal suo principale esponente, il sociologo francese Serge Latouche.
Questa posizione, oltre ad avere una valenza teorica, impatta direttamente sulla proposta politica e sugli obiettivi concreti che ispirano la nostra azione in questa particolare congiuntura storica, caratterizzata da una crisi economica e sociale strutturale in Italia e in Europa. Nel mio precedente intervento ho cercato di motivare le ragioni analitiche e politiche che rendono la teoria della decrescita inconciliabile con una ipotesi di fuoriuscita da sinistra dal modello neoliberista. Sul merito delle argomentazioni che portavo a sostegno non ho finora ricevuto risposta. Ciò che ha sollevato i maggiori risentimenti è stata invece la frase circa il carattere talvolta reazionario che si nasconde dietro l'apologia della decrescita. In verità non era mia intenzione affrontare la questione delle origini ideologiche e culturali di siffatta teoria né tanto meno togliere il velo su sconcertanti connessioni intellettuali, ma ormai vi sono stato trascinato ed allora ben venga un confronto chiarificatore.
Tra i principali adepti e ammiratori della decrescita e, in particolare del suo nume tutelare Serge Latouche, troviamo in Francia la corrente della "nouvelle droite" di Alain de Benoist e in Italia il Movimento leghista dei Giovani Padani e il vasto arcipelago della "nuova destra", di matrice pagana e comunitaria, che si raccoglie intorno ad intellettuali come Marco Tarchi, Marcello Veneziani, Franco Cardini, Massimo Fini ed Eduardo Zarelli, ispiratori di numerose riviste e associazioni politico-culturali di chiaro orientamento neofascista. La fervente adesione di alcuni di questi personaggi alla decrescita talvolta raggiunge livelli davvero imbarazzanti.
Su Liberazione del 13/5/2005 è comparso un articolo di Fabrizio Giovenale dal titolo: "Non dobbiamo salvare il Pil, ma la terra e l'uomo", in cui si affermava: "Non è il caso di cominciare a riflettere se pensare soltanto agli aumenti del Pil non sia una solenne sciocchezza? E addirittura se non ce la faremmo lo stesso a cavarcela - magari anche meglio - con una "economia in contrazione"? E cioè producendo, comprando e vendendo non molto di più del necessario per vivere? ". Poco tempo dopo mi è capitato tra le mani per puro caso il numero 270 (marzo-aprile 2005) di Diorama Letterario, una delle riviste di punta del neofascismo nostrano, e sono stato attratto da un pezzo a firma di Eduardo Zarelli dal titolo "Recessione, e se fosse un'opportunità? ". Sono rimasto di stucco: l'articolo in questione conteneva, senza virgolette e senza citazione alcuna, le stesse frasi sopra riportate di Giovenale! Ho ragione di ritenere che il nostro compagno sia stato vittima di un inqualificabile plagio letterario che però è inquietante.
Latouche ama ripetere che l'obiettivo del suo movimento è la fuoriuscita, non dal capitalismo, ma dalla mentalità economica tout court, e per far ciò propone un modello di organizzazione sociale fondato su micro-comunità locali autosufficienti, rese fortemente coese da un profondo senso di appartenenza identitaria ad un territorio e ad una cultura autoctona. E la strada per giungere a questa armonia è indicata nella volontaria trasformazione psicologica interiore, nella "decolonizzazione dell'immaginario" attraverso un processo di progressiva sottrazione individuale dalle macroreti del mercato e del denaro.
Il retroterra ideologico di Latouche, facilmente rintracciabile da chiunque abbia confidenza con i suoi lavori, è il frutto di un eclettico miscuglio delle principali correnti spiritualiste e antimaterialiste del Novecento. In esso si fondono la critica heideggeriana della tecnica, che costituisce il fondamento mistico di ogni contemporanea metafisica irrazionalista, con lo spengleriano "tramonto dell'Occidente", che vede nell'avvento della civiltà liberal-borghese la causa della corruzione morale del mondo; l'estetismo brutale e reazionario di Junger con il ciclo nietzchiano dell'eterno ritorno; l'ossessione di Ortega y Gasset per la società di massa, causata dall'irrompere del proletariato nella storia, con l'ambientalismo antiprogressista e conservatore di un Lasch e di un Naess, che auspicano la risacralizzazione animistica del vivente; il fondamentalismo calvinista di un Ellul con quello del cattolicesimo visionario di un Ivan Ilich. Il filo rosso che unisce queste differenti ispirazioni culturali è un viscerale anti-illuminismo, che si traduce in un rifiuto radicale della modernità in nome di un richiamo nostalgico ad un immaginario passato di armonia e di equilibrio dell'uomo con la natura e con se stesso, come quello che sarebbe valso nelle comunità tribali africane, non a caso oggetto di numerosi lavori di Latouche. Non sorprende allora che le sue idee possano trovare insospettabili sostenitori nei nuovi teorici del razzismo differenzialista come nei più o meno raffinati cultori neonazi di Julius Evola o nei giovani seguaci di Borghezio.
Vi sembro accecato da vis polemica? Bene, allora andatevi a sfogliare il catalogo della casa editrice Arianna, vero e proprio centro culturale dell'estremismo reazionario italiano, diretta dal nostro plagiario Zarelli, e scoprirete che Serge Latouche è uno dei suoi autori di punta, come prefatore di libri altrui e come autore. Oppure date un'occhiata alla rivista virtuale di geofilosofia "Estovest" di ispirazione esoterica, ariana e antidarwiniana e ugualmente troverete, accanto al solito ecofascista, il sociologo transalpino nella lista dei principali collaboratori. D'altra parte Latouche è un fervente sostenitore dell'insignificanza delle categorie destra/sinistra, ritenute vecchie e superate, in nome di un nuovo spartiacque politico fondato (ah, la modestia!) sul binomio crescita/decrescita e a tal fine ha organizzato un nuovo movimento politico-culturale, molto attivo in Francia ed ora anche in Italia, che ha trovato spazio soprattutto in alcune frange no-global. Gli ambienti neofascisti che guardano con interesse alle sue teorie sono, infatti, gli stessi che qualche tempo fa furono al centro di una furiosa polemica per la loro partecipazione attiva ad una manifestazione di sostegno alla resistenza irachena, organizzata dall'"ultrasinistra" neostalinista.
Curiosi e insospettabili legami, non trovate? In realtà, come è sempre accaduto almeno dalla Rivoluzione francese in poi, il rifiuto dello stato di cose presenti, che oggi si chiama globalizzazione capitalista, può avvenire da due punti di vista tra loro opposti. Da un lato quello reazionario, che vede nel ritorno ad un'epoca premoderna e ancestrale, vagheggiata come un rassicurante eden perduto, la soluzione alle tragedie dell'oggi. L'altro punto di vista, quello rivoluzionario, critica invece non la modernità ma al contrario la sua incompiutezza, derivante dai limiti imposti dal capitale, e quindi progetta la liberazione degli uomini e della natura da ogni forma di sacralità, sia essa quella capitalistica della merce e del denaro o quella antica della comunità razziale, territoriale o culturale.




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