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La lunga notte sul molo di Licata, aspettando i disperati del mare
di Valentina Petrini
Licata, provincia di Agrigento, giovedì sera. Il Campeggio nazionale Antirazzista attivo in Sicilia dal 24 luglio per monitorare gli sbarchi sulle coste siciliane, in assemblea comunica che in nottata sono previsti arrivi proprio sulle coste agrigentine. «L’arrivo dovrebbe essere per le 2.30 di questa notte - comunica Fabio - dobbiamo sbrigarci, capire in che punto sbarcheranno ed essere sul posto al più presto con avvocati e mediatori culturali».
In meno di mezz’ora l’assemblea si organizza. Tra i presenti molti hanno alle spalle diverse esperienze di sbarchi, soprattutto gli attivisti siciliani. Gli altri, per la prima volta sui luoghi di frontiera, non riescono a nascondere la paura e la preoccupazione di fronteggiare a viso aperto l’emergenza.
Un giro di consultazioni telefoniche tra le fonti presenti sul territorio. «Lo sbarco avverrà proprio qui, nel porto di Licata fra meno di un’ora - comunica Luca - la notizia è quasi certa». Via di corsa verso il porto per essere pronti con telecamere e macchine fotografiche per testimoniare il dramma di chi arriva dai sud del mondo a bordo delle carrette del mare.
Sul posto gli attivisti si dividono fra i due moli del porto. Un gruppo va a destra, l’altro a sinistra. Il primo che avvista qualcosa contatta gli altri. Appena entrati nel paese il colpo d’occhio è subito evidente. Un pullman della polizia parcheggiato davanti al porto, camionette dei carabinieri, un’ambulanza e alcune macchine dei vigili urbani. È la conferma che questo sarà il luogo dello sbarco.
Passa un’ora. Arriva una telefonata. «Cambio di programma l’imbarcazione attraccherà altrove». Dove? In questo pezzo di costa ogni punto è un possibile luogo di sbarco. I siciliani lo sanno. Sono abituati da sempre a questa realtà, da molto prima che nascessero i Cpt.
Gela o Porto Empedocle? Un giro di telefonate sveglia nel cuore della notte amici e attivisti residenti in questi luoghi. Quindici minuti e arriva la telefonata. È Manlio: «Sono qui a Porto Empedocle stanno facendo salire i migranti su un autobus. Li portano in un pallazzetto dello sport in zona».
La corsa verso Porto Empedocle è rabbiosa, quaranta minuti di macchina separano Licata da questo paese. La paura è di non riuscire ad arrivare in tempo, di non poter parlare con i migranti, dar loro i numeri degli avvocati a cui potersi rivolgere per fare domanda d’asilo.
Sono le 3.15 quando le prime due macchine arrivano sul posto dello sbarco. Neanche il tempo di capire dov’è questo palazzetto, che la Panda su cui viaggiano i primi quattro si trova davanti ad uno scenario spettrale. La porta del palazzetto è spalancata. Dentro ci sono i migranti, quelli appena sbarcati. La polizia con i guanti bianchi comincia a dividerli in gruppi. La macchina fa giusto in tempo a parcheggiare senza dare nell’occhio. Arrivano anche gli altri. Cosa fare, come intervenire…La paura è di rimanere fuori, di non riuscire a parlargli.
Poi la decisione. «Siamo un’associazione umanitaria vogliamo portare sostegno agli stranieri sbarcati stanotte. Abbiamo mediatori, interpreti e avvocati». La Rete Antirazzista ha già gestito situazioni di questo genere. Da anni impegnata nell’accoglienza, ha dalla sua parte fegato ed esperienza. Arriva il secondo pullman carico di migranti. Le telecamere li riprendono mentre scendono e in fila indiana entrano nel palazzetto. Alcuni non si reggono in piedi, barcollano, altri tremano dalla paura non riescono neanche ad alzarsi dai sedili. Il poliziotto con la mascherina e i guanti bianchi li invita a sbrigarsi. Ci sono altri viaggi da fare. Altri migranti da trasportare. Gli attivisti circondano l’autobus, applaudono e gridano «benvenuti» in italiano e in inglese. Loro non capiscono, sono storditi e stanchi. Alcuni viaggiano in mare da cinque giorni, altri da molti di più. C’è anche chi tra terra e mare è in viaggio da un mese.
Poi inizia la contrattazione. Il funzionario di turno fa una telefonata: «Ci sono un centinaio di no global che chiedono di incontrare i migranti». Un coro di urla gli risponde: «Siamo la Rete Antirazzista veniamo da tutta Italia».
Comincia la lunga notte di Ponte Empedocle. I pullman continuano a trasportare nel palazzetto immigrati. Sono cinquanta, poi cento, centocinquanta, duecento. Solo un uomo viene portato direttamente dal porto in ospedale. Le sue condizioni sono troppo critiche.
Per gli altri comincia il calvario delle generalità, delle visite mediche, delle impronte digitali. Tutto in funzione di unica cosa: garantire la sicurezza del cittadino dal pericolo terrorismo. Che loro non costituiscano, però, alcun pericolo pubblico è più che visibile. Non sanno dove si trovano, in quale paese sono. Non sanno cos’è la Sicilia. Eppure conoscono Lampedusa e sperano di non essere sbarcati li.
La contrattazione va in porto. Le forze dell’ordine consentono ad un gruppo prima di tre persone poi più ampio di entrare, prestare soccorso. Due attivisti per tutta la notte aiutano il responsabile dell’ufficio igiene di Agrigento, Francesco Miccichè, a curare i migranti.
Gli altri fuori si attivano, fanno una raccolta fondi per comprare pane e acqua. Dentro la gente ha fame e sete. Paolo, il panettiere riempie i sacchi di pane caldo alle cinque del mattino. La distribuzione dura meno di dieci minuti. Loro seduti ti guardano negli occhi quasi cercassero risposte alle loro paure di quel preciso istante.
Ma non ci sono risposte o spiegazioni da dare. La legge Bossi/Fini è chiara: repressione prima di integrazione, italiani contro stranieri, poveri contro poveri. Perché è questo in sostanza il punto. Qui in Sicilia la gente ha problemi quotidiani.
Verso le sei del mattino arriva anche l’avvocato dell’Arci, Carmen Cordaro. «Siamo qui per difendere il diritto alla difesa -dice- anche loro ce l’hanno non potete negarglielo». Niente da fare. Le deleghe per la richiesta d’asilo non si possono fare. Questi migranti devono prima essere portati nei centri, poi forse se ne può riparlare.
Porto Empedocle è un piccolo laboratorio sperimentale. Palare con la gente fa aiuta a capire cosa queste strutture hanno fatto all’integrazione. La gente del posto percepisce gli sbarchi come una minaccia alla propria serenità. «Noi siamo gente tranquilla - dice Mimmo che vende i cocomeri all’angolo tra la piazza centrale e la via che porta al porto - loro vengono qua e portano scompiglio e questi vengono pure a manifestare».
Poi ti giri parli con qualcun’altro che invece la pensa nel modo opposto. È indignato perché non sapeva che i minori venivano separati dai propri genitori. «Ma che mi state dicendo. Questa è violazione del diritto internazionale. Io sono sempre stato un uomo di destra, anzi, Dc, democrazia cristiana - racconta Sergio cha ha una tipografia - ma questa non la posso proprio sentire. Ma poi si ritrovano?».
Purtroppo non sempre, anzi quasi mai. I minori riescono facilmente a scappare dai centri in cui vengono portati, prendono treni per andare a Milano e Torino. Gli adulti invece, non ce la fanno e comunque anche se riescono ad uscire dai Cpt in cui vengono detenuti, passano sempre due tre mesi.
La Rete Antirazzista contratta perché altri migranti vengano portati in ospedale. C’è un uomo con il catetere. Un’attivista medico lo visita: «Quest’uomo deve essere subito curato va portato in ospedale». Francesca si offre di accompagnarlo lei stessa con l’ambulanza fino ad Agrigento. Sulla cartella di Homar i dottori scrivono “clandestino 5”. «Poi si lamentano che li confondono e sbagliano le cure - racconta Francesca la ritorno da Agrigento - il clandestino 1, 2, 3, 4, 5 sono diversificati solo da numeri ma noi siamo medici e la matematica non ci riguarda».
Alle 9.30 del mattino ormai è chiaro che sono rimaste poche ore per cercare di aiutarli. L’ultima cosa che resta da fare è dar loro dei numeri di telefono di avvocati e mediatori che più in la possano aiutarli ad uscire dall’isolamento in cui vengono accolti e tenuti. Peccato però che il clima di collaborazione che per tutta la notte aveta tenuto insieme forze dell’ordine e attivisti ad un tratto si spezza. «L’avvocato qui non può entrare - dice il questore della città di Agrigento - basta avete già parlato con queste persone stanno bene e sono felici, gli abbiamo dato tutto ciò che gli serviva quindi potete andare».
Sale la rabbia nonostante la stanchezza per una notte passata in piedi a darsi da fare perché dell’Italia si sappia dire qualcosa anche sull’accoglienza e non solo sulla detenzione. L’assemblea si riunisce per strada. Di andare via neanche per sogno. Lì dentro ormai ci sono volti e storie note. Quindi si rimane fino a quando non verranno portati via verso Crotone.
I primi ad essere portati via in fila a testa basta sono proprio i minori. Entrano sul pullman, si siedono cercano gli sguardi degli amici che di notte li hanno aiutati a superare la crisi. I più forti prendono coraggio e chiedono aiuto. Da giù alcuni ragazzi cominciano a piangere. «Coraggio vi veniamio a trovare, ce la faremo». Il pullman parte destinazione Licata, o almeno è questo che le forze dell’ordine hanno dichiarato.
Qualche osservazione...
A partire dal nome di questa associazione "Campeggio nazionale antirazzista" ... come mi suona male... che vuol dire che siamo razzisti?
Fino a prova contraria in Sicilia siamo stati da sempre ospitali e generosi verso tutti ...
I clandestini vengono agganciati in mare aperto (magari stanno per affondare) rimorchiati in porto... rifocillati segue regolare visita medica ... mi chiedo... sono trattati male?
A che serve questa schiera di avvocati?
E dopo? Avranno tutti un lavoro? una casa?
Li possiamo contenere tutti?
Sono molto perplesso...
B.




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