La parte + interessante è l'ultima, e in sostanza dice quello che penso anch'io: l'unica speranza, e sottolineo l'unica speranza di arrestare l'invasione islamica sta in una rivoluzione culturale nei loro paesi:
emancipazione femminile, ergo donne in carriera, ergo crollo demografico.


Una grande guerra mediatica e d'informazione per battere Al Qaeda


di Luigi De Marchi

Lo stato di mobilitazione deve essere permanente.

Le azioni occidentali fino ad oggi hanno segnato il passo


La proposta del Ministro Calderoli di proclamare lo "Stato di Guerra" contro il
terrorismo ha suscitato come sempre le stroncature e le deprecazioni dei
benpensanti del masochismo "pacifista" e "democratico" che pullulano nei salotti
buoni della politica e della cultura italiana. Per parte mia, invece, condivido
pienamente quella proposta purché si capisca che lo stato di guerra contro il
terrorismo esige metodi radicalmente nuovi rispetto alle guerre convenzionali,
per il semplice motivo che radicalmente diverso è il nemico da combattere.

Del resto, la guerra convenzionale ha già dimostrato ampiamente, in Iraq come in
Afganistan, di moltiplicare anziché annientare o decimare le file dei
terroristi. Anzi, l'attività terroristica è cresciuta esponenzialmente da quando
le guerre afgana e irachene sono cominciate, appunto perché il nemico si è
dimostrato indomabile con i mezzi militari convenzionali.

Ma perché? Per due fondamentali motivi:

1) il terrorismo considera la popolazione civile e inerme e la vita quotidiana
di noi tutti un obiettivo non solo legittimo ma preferibile, amplificando così
in modo smisurato e incontrollabile il suo teatro di operazioni;

2) il terrorista è un nemico su cui le rappresaglie e i rischi mortali (cioè il
massimo di deterrenza realizzabile con la forza militare) non solo non hanno
nessuna efficacia ma diventano per lui inviti a nozze, dato che la morte in
battaglia, ben lungi dall'essere temuta come accade a noi comuni mortali non
miracolati dalla "Vera Fede", è vivamente bramata dal terrorista quale
passaporto sicuro per un'immortalità felice (e allietata da 77 vergini) nel
Paradiso degli Eroi.

Del resto, non solo l'intervento militare ma anche le altre due armi finora
messe in campo dalla strategia antiterroristica dell'Occidente - e cioè
l'intelligence e la democratizzazione del mondo islamico - sono miseramente
fallite. Per quanto riguarda l'intelligence, l'arma miracolosa entusiasticamente
invocata da tutti e in special modo dalle sinistre ostili all'intervento
militare, essa è stata demolita in poche ore dagli attentati terroristici
londinesi che sono stati organizzati e attuati tranquillamente e perfettamente
sotto il naso dei più sofisticati e ammirati servizi d'intelligence del mondo
intero, appunto quelli britannici, in un periodo di massima mobilitazione e
vigilanza (si fa per dire) di quei servizi.

Infine, il fallimento totale della terza arma dell'establishment
politico-militare occidentale, e cioè il trapianto nei paesi islamici della
procedure democratiche (elezioni a suffragio universale con liste contrapposte e
concorrenti) è emerso dovunque quelle miracolose procedure sono state
introdotte. In Afganistan, un'elezione applaudita con tragicomico
autocompiacimento da tutte le forze politiche dell'Occidente per l'estesa e
composta partecipazione popolare, ha eletto al parlamento e alle massime cariche
i capi di tutti i tradizionali clan maschilisti e misogini mentre, a livello di
costume e di vita civile, nulla è cambiato, compresa la sepoltura nel burka
della maggioranza delle donne afgane.

In Irak, in un'altra elezione composta e partecipatissima, il trionfatore è
stato al Sistani, un ayatollà sciita amico di quelli persiani (primatisti
dell'assassinio politico e della tortura nelle statistiche di Amnesty
International), mentre il premier del governo provvisorio eletto dai capi-clan,
sospettato di eccessivo liberalismo, ha raccolto sì e no un 10% del voto
popolare: davvero un risultato esaltante per i popoli che hanno chiesto ai loro
giovani di morire per ridare la libertà agli afgani e agli irakeni. E poche
settimane fa, in Iran, il popolo ha assicurato con due terzi dei voti la
vittoria trionfale del candidato del fondamentalismo islamico (un soave
personaggio accusato da molti testimoni d'essere stato, negli anni andati, un
feroce assassino e torturatore).

Questo totale fallimento delle tre armi che tuttoggi la classe politica
occidentale insiste a proporre per la lotta contro il terrorismo ha sempre la
stessa radice: appunto il fanatismo, cioè un fenomeno psicologico. E' il
fanatismo religioso, infatti, che vanifica ogni effetto dell'intervento
militare, dell'intelligence e delle procedure democratiche. Ma come si può
vincere il fanatismo? Come vado ripetendo da vari anni ormai, lo si può vincere
solo con una gigantesca cintura mediatica che sappia bonificare la cultura
islamica (ed ogni altra cultura dogmatica) dei suoi tratti fanatici e
paranoidei, rovesciando su quelle popolazioni (e soprattutto sulle loro masse
femminili e giovanili) i messaggi, le immagini e le musiche di libertà non solo
politica ma anche amorosa, femminile, giovanile, educativa e religiosa
dell'Occidente liberale.

So bene che i soliti saccenti soloni dell'establishment politico-militare
ribattono che questa guerra mediatica esige tempi lunghi ma, dopo otto anni di
fiaschi inconcludenti e una prospettiva d'intervento indefinito nel tempo, viene
da dire "Da che pulpito arriva la predica".

Viceversa, i tempi della guerra mediatica non sono affatto lunghi come si vuol
dare a credere: basterà ricordare che una sola piccola emittente radio della CNN
in lingua persiana, negli anni '90, ha prodotto in pochi anni tre grandi rivolte
giovanili in Iran. Del resto, non a caso, tutti i regimi tirannici dell'Islam
hanno sempre mostrato una estrema paura d'ogni voce di dissenso interno e hanno
provveduto a tacitarla con la violenza e la tortura. Ma essi nulla potrebbero
contro un'offensiva massiccia e costante proveniente da una catena di emittenti
esterne. Certo, tenterebbero di ostacolarla, ma proprio gli aiuti che quegli
stessi regimi invocano in continuazione potrebbero e dovrebbero essere
condizionati all'accettazione delle campagne ideologiche e culturali
dell'Occidente.

Questa della guerra psicologica non è l'unica arma vincente che la psicologia
politica può offrire all'Occidente nella sua lotta al terrorismo. L'altra è la
creazione di filtri psicologici capaci d'individuare tempestivamente non solo
nell'immigrazione islamica ma in tutta la popolazione le persone inclini al
fanatismo e al terrorismo e, quindi, di condurre un'azione preventiva molto più
efficace dell'attuale.

[Data pubblicazione: 15/07/2005 La Padania