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Discussione: Infrastrutture e DPEF

  1. #1
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    Predefinito Infrastrutture e DPEF

    Oggi la Padania celebra, con toni trionfalistici, la nuova ondata di "presunte" infrastrutture che riguarderà il Nord. Bricolo utilizza aggettivi come "industriale" e "produttivo" in modo a-critico.

    A parte il fatto che la Liguria ovviamente rimarrà estranea a questo processo fatta eccezione per un intervento marginale a Ponente (ma intanto ormai conviene guardare oltre l'infastrutturazione, oltre l'industria e forse anche oltre la portualità "pesante", dal momento che solo un discrict park può davvero rilanciare lo scalo genovese), mi chiedo se sia davvero questa la Padania che piemontesi, lombardi e veneti vogliono.

    Non metto in dubbio che opere come una pedemontana, un passante, il quadruplicamento (!!) di una linea ferroviaria siano di alta utilità pratica, ma non si può ormai soprassedere sull'impatto ambientale, ovvero su costi di tal genere, e sul fatto che infrastrutturare sembra quasi una strategia populista per non affrontare in modo innovativo ed ecologico i problemi del territorio.

    Le grandi infrastrutture , ad esempio, a chi servono davvero? Al commerciante al dettaglio che poi pretendiamo difendere? All'artigiano? Al coltivatore diretto? Oppure non sono che una comoda esternalizzazione di costi sulle spalle e sulla pelle dei cittadini a vantaggio di chi, senza distruggere il territorio, non potrebbe accumulare profitti (oltrechè, ovviamente, delle banche)?

    Posso anche apparire regressivo e anti-moderno, ma la qualità della vita non si misura solo sullo sviluppo schizofrenico di un'economia che, sia come sia, prevede una sempre maggiore concentrazione del reddito nelle mani di grandi capitali.

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  2. #2
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    Caro Zena hai toccato un punto estremamente importante per cui mi sono sempre battuto.
    Il triofalismo della Padania è secondo me del tutto fuori luogo, perché i benefici di questa nuova corsa alla cementificazione, andranno nelle tasche dei soliti noti, i danni profondi li subirà il territorio, mentre il conto della spesa sarà carico dei cittadini.
    Tra l'altro mi sembra una profonda contraddizione, perché l'espansione infrastrutturale ed economica, non farà altro che richiamare nuova immigrazione in una terra che è antropicamente satura e inquinata oltre ogni ragionevole limite.
    Purtroppo la qualità della vita non è contemplata nella scala dei valori di nessun partito e questa secondo me è un regressione rispetto alle tesi che il movimento sosteneva un decennio fa.
    In un mondo e in una società, dove il primato della economia e della finanza sono assoluti, non può esserci posto per la difesa ambientale, per la conservazione degli ecosistemi e nemmeno il dovere morale collettivo di lasciare alle nuove generazioni una terra abitabile.
    La giostra deve girare e quelle che oggi sono considerate le opere "indispensabili", non sono altro che propedeutiche alle successive, il tutto nella perversa logica di una espansione senza limiti.
    Ma i limiti esistono e coincideranno con la catastrofe sociale e ambientale che non siamo più in grado di evitare.

  3. #3
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    In origine postato da Maxadhego
    Caro Zena hai toccato un punto estremamente importante per cui mi sono sempre battuto.
    Il triofalismo della Padania è secondo me del tutto fuori luogo, perché i benefici di questa nuova corsa alla cementificazione, andranno nelle tasche dei soliti noti, i danni profondi li subirà il territorio, mentre il conto della spesa sarà carico dei cittadini.
    Tra l'altro mi sembra una profonda contraddizione, perché l'espansione infrastrutturale ed economica, non farà altro che richiamare nuova immigrazione in una terra che è antropicamente satura e inquinata oltre ogni ragionevole limite.
    Purtroppo la qualità della vita non è contemplata nella scala dei valori di nessun partito e questa secondo me è un regressione rispetto alle tesi che il movimento sosteneva un decennio fa.
    In un mondo e in una società, dove il primato della economia e della finanza sono assoluti, non può esserci posto per la difesa ambientale, per la conservazione degli ecosistemi e nemmeno il dovere morale collettivo di lasciare alle nuove generazioni una terra abitabile.
    La giostra deve girare e quelle che oggi sono considerate le opere "indispensabili", non sono altro che propedeutiche alle successive, il tutto nella perversa logica di una espansione senza limiti.
    Ma i limiti esistono e coincideranno con la catastrofe sociale e ambientale che non siamo più in grado di evitare.
    Già. Eppure cosa significa "identità" se non rigorosa salvaguardia degli equilibri ambientali della propria terra? In Padania siamo il doppio di quanto viene valutato come "sostenibile". Abbiamo città ad alto tasso di inquinamento, speculazione edilizia, emarginazione periferica. Zone montane pienamente depresse e dissestate sotto il profilo idro-geologico. Coste cementificate inversomilmente. Una cultura rurale e artigiana interpretata come "specie in via di estinzione".
    In quest'ottica il problema non è l'Islam o l'immigrazione. Il problema siamo noi. Il problema è uno Stato che legge il proprio territorio in un'ottica di "sviluppo" nazionale e non, come dovrebbe essere, locale. Il problema è che abbiamo venduto l'anima a un progresso privo di autentica razionalità e ora piangiamo per errori difficilmente rimediabili. Sarebbe bello che almeno la Lega Nord provasse a superare quest'ottica "industrialista".

  4. #4
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    In origine postato da ZENA


    ...................... Sarebbe bello che almeno la Lega Nord provasse a superare quest'ottica "industrialista".

    condivido quanto hai scritto, tuttavia ti ricordo che quando Haider si permise di fare le tue stesse considerazioni a proposito dell'Austria, scattarono immediatamente le sanzioni da parte della servile Europa e delle potenze talassocratiche; poco ci mancò che arrivassero degli aerei carichi di democrazia per dare una lezione a questo satrapo..........
    No caro Zena, la fine dello scempio finirà con l'esaurimento di ogni tipo di risorsa e con il collasso di una società fondata su un materialismo che sgomenta.

  5. #5
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    Dpef per gli anni 2009-2013/Il sì del Partito repubblicano. Con qualche perplessità
    Occorre potenziare i controlli pubblici sulla spesa

    Discussione del Documento di programmazione economico-finanziaria per gli anni 2009-2013. Intervento del segretario del Pri Francesco Nucara, martedì 8 luglio 2008.

    Il Partito repubblicano voterà a favore del Documento di programmazione economico-finanziaria. Lo farà con convinzione, non nascondendosi, tuttavia, perplessità e riserve. La convinzione nasce dalla lunga storia del partito, da sempre attento ai temi della finanza pubblica e del suo equilibrio. Nella passata legislatura, pur dall'opposizione, abbiamo più volte invitato il Ministro pro tempore dell'economia ad andare avanti sulla strada del rigore, manifestandogli appoggio e simpatia. Se siamo rimasti delusi è solo perché alle parole non sono seguiti i fatti, in un continuo cedimento alle richieste massimalistiche di quella variopinta coalizione.

    A maggior ragione rinnoviamo l'invito nei confronti di Giulio Tremonti. Vada avanti, signor Ministro. Non abbia paura delle reazioni degli scontenti. Ci sono sempre stati nelle vicende politiche italiane. Ma la storia ha dimostrato quanto deboli fossero quelle preoccupazioni di fronte alle reali necessità del Paese. Per andare avanti, tuttavia, occorre uscire dall'emergenza. Il decreto-legge al nostro esame non può che essere un primo passo nella giusta direzione. L'aver anticipato la manovra triennale è importante, ma non può trasformarsi in una scorciatoia. Sulla sfondo c'è la necessità di riformare profondamente le procedure di bilancio e le regole che ne sorreggono l'approvazione. Non farlo significherebbe alterare profondamente i rapporti costituzionali che regolano il confronto tra Governo e Parlamento.

    Accettiamo, quindi, questa procedura sincopata. In base alla quale in meno di 30 giorni occorre approvare un provvedimento che ha la dimensione normativa che tutti conosciamo. In prospettiva non può essere questo lo standard che regola i rapporti tra il potere legislativo e quello esecutivo. Se così fosse non solo verrebbe meno ogni regola democratica, ma paradossalmente lo stesso Governo si troverebbe indebolito di fronte alla reazione di coloro che sono colpiti dai provvedimenti di rigore. Attenti, quindi, agli eccessi di semplificazione. La società italiana resta una società complessa. Richiede pertanto una governance adeguata, specie se si vuole portare avanti un processo di modernizzazione.

    La riserve nascono, invece, dalla qualità della manovra che speriamo possa essere corretta, nel corso dei prossimi anni. Oggi scontiamo, infatti, un quadro congiunturale particolarmente preoccupante. Segnato da una doppia crisi: interna, con il crollo dei consumi, ed internazionale, dove si sommano problemi reali - il maggior consumo dei paesi fino a ieri posti ai margini dello sviluppo - e pura speculazione. Speriamo che, a partire dal prossimo anno, il quadro possa rasserenarsi e quindi offrire anche all'economia italiana margini ulteriori. L'obiettivo è quello contenuto nel programma elettorale del Popolo delle libertà: una riduzione della pressione fiscale e maggiori investimenti nelle infrastrutture.

    Le tasse vanno abbassate per ridare competitività alle imprese italiane, riducendo il costo del lavoro, e garantendo un maggior potere di acquisto, specie da parte dei meno abbienti. Le infrastrutture vanno create per ridurre quel gap che ci divide - a partire dal Mezzogiorno - dal resto dell'Europa. Per farlo è necessario ridurre ulteriormente la spesa corrente. Obiettivo che il decreto-legge trascura notevolmente. Ma la via maestra per realizzare questo obiettivo non sono i tagli orizzontali sperimentati in passato. Occorrono invece regole nuove che consentano al Parlamento di controllare la qualità della spesa ed i programmi di intervento. Occorre, in altri termini, dare all'esperimento della spending review una torsione di carattere istituzionale che oggi manca. E su questo terreno impegnare il Parlamento che resta comunque l'organo della sovranità popolare.

    Operazione tanto più necessaria se alla ripresa autunnale si comincerà a parlare di federalismo. Questa carta può rappresentare un momento importante per la riforma dello Stato. Ma lo sarà solo se i nuovi assetti istituzionali faranno parte di un disegno più complessivo dove sia possibile coniugare libertà di scelta e responsabilità. Ma potremmo farlo se il bilancio centrale dello Stato resta quel documento oscuro ed inconcludente, ai fini di un giudizio sulle policy seguite? Se non riusciamo a controllare la qualità della spesa centrale, dove pure esistono competenze tecniche di gran lunga superiori a quelle locali, come potremo farlo per le Regioni, le Province ed i Comuni? Ecco allora che il federalismo, giusto in sé, assume un aspetto più problematico. Il Partito repubblicano, in passato, è stato sempre molto tiepido con le ipotesi di decentramento istituzionale. Temeva, cosa che si è puntualmente verificata, una forte lievitazione della spesa e controlli inadeguati. Dobbiamo evitare di ripetere quell'esperienza. Il che potrà avvenire solo se affronteremo nella sua interezza il problema dei controlli pubblici sulla spesa. Cambiando sia la struttura dello Stato centrale che le istituzioni locali.

    Questa è la via maestra che può consentire alle diverse parti del Paese di contribuire alla realizzazione di un unico disegno: fondato sulla ripresa del tasso di sviluppo. Che costituisce la precondizione per qualsiasi azione futura. E sviluppo significa, soprattutto, rilancio del Mezzogiorno dove esistono le risorse umane e gli spazi fisici necessari. Dobbiamo superare rapidamente la retorica degli anni passati: quando si parlava della centralità del problema. Ma, poi, alle parole non seguiva alcun fatto concreto. Il Mezzogiorno questa lezione l'ha capita. Ha capito, cioè, che lo sviluppo può essere solo figlio di un impegno diretto, in prima persona. Non teme quindi la discussione sul federalismo. Pone solo una condizione: che si abbia contezza della prospettiva. I nuovi assetti istituzionali del Paese non possono essere la risultante dell'afasia congiunturale, all'insegna del "prendi i soldi e scappa". Devono invece misurarsi con i passi lunghi della storia. Se questo sarà lo spirito, non mancherà un contributo originale, nell'interesse di quelle Terre, ma soprattutto dell'intero Paese.

    tratto da http://www.pri.it/new/9%20Luglio%202...Intervento.htm

  6. #6
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    Le grandi infrastrutture servono principalmente ai padroni del cemento, equamente distribuiti nelle corporazioni di destra, sinistra e centro.
    Le grandi opere senza controllo di spesa, che fanno si che la nostra tav viaggi su lunghissimi viadotti in piena pianura e abbia un costo a km 6 volte maggiore di quanto non sia accaduto in spagna o francia.

    Il territorio veneto è già devasatato da cave e opere di scavo per inerti, senza nessuna compensazione ambientale enessuna ricaduta economica sul territorio. Si arriva , si devasta e si va via.

  7. #7
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  8. #8
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    Nuove infrastrutture = nuovi insediamenti = altra gente = annientamento dell'ambiente ed annientamento culturale.

    Basta cimènt.

    http://www.eldraghbloeu.com/pg-ambiente.asp

    Ed in particolare, l'unica via di salvezza:

    "Crescita Zero": la nòsta via per salvass
    di Matteo Colaone

    La presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, somma rappresentante degli interessi (leggi guadagni) privati sulle spalle dei lavoratori, delle culture locali e dell’ambiente, ha dichiarato che “la malattia dell’Italia è la crescita zero”. Ben detto! Perché di questa malattia moriranno gli affaristi, gli imprenditori senza scrupoli, gli immobiliaristi, i difensori delle grandi opere, gli abili trasmutatori di campagne e boschi in sonanti euro.
    La crescita zero è infatti la soluzione finale a tutte le loro speculazioni imprenditoriali, basate sullo sfruttamento immediato, scoordinato e lucrativo delle risorse umane e naturali del nostro territorio; è la soluzione alla diminuzione della qualità della vita in Europa; è la soluzione a una vita standardizzata, da poveracci, dove l’uomo è consumatore e acquirente di prodotti identici, assemblati dalle stesse aziende, smerciati dalla stessa logistica, venduti dalle stesse catene commerciali.
    La crescita zero è salvezza dell’Insubria dal soffocamento da capannoni di smistamento merci (ce n’è uno dietro a ogni nostro paese), dei centri commerciali (uno per incrocio).
    La temuta crescita zero, anzi la decrescita che noi auspichiamo, è il muro contro cui si schianterà il sistema turbo-capitalista che se ne sbatte dei limiti dello sviluppo, dei limiti della natura, dei limiti dello spazio fisico disponibile. La questione è che dentro a questo schianto finiranno la nostra cultura millenaria e il nostro patrimonio ambientale.
    La verità è che esistono modelli di vita “altri” rispetto a quello basato sulla crescita del PIL (Prodotto Interno Lordo), un indice statistico che poco ha a che vedere con la qualità della nostra vita. Infatti anche chi fa un incidente in auto o chi vede la propria casa andare a fuoco contribuisce all’aumento del PIL, sebbene non si trovi in una situazione proprio felice...
    La proposta econazionalista sostiene che in Insubria non sia più possibile ulteriore sviluppo, sia in termini dell’ultima risorsa naturale che abbiamo (lo spazio fisico), che demografico. In questo senso, Domà Nunch propone una visione dei problemi sovversiva, molto moderna, ma soprattutto pragmatica e realistica. Noi rifiutiamo l’imbroglio dello sviluppo sostenibile, contestiamo l'assunto secondo cui il nostro orizzonte è il continuo aumento della produzione e dei consumi, che vanno a rimpinguare le tasche di pochi, dando l’illusione di un benessere diffuso, che in realtà è il lasciar credere alla gente comune che ognuno possa diventare ricco: ovvero rovinarsi l’esistenza per combattersi le briciole che il capitalismo ha lasciato. Come le galline, corriamo qua e là nella nostra grande aia per beccare gli stipendi che generosamente la casta ci getta in terra. Ci vogliono quindi autostrade per correre dalla mattina alla sera, ci vogliono automobili che consumano benzina, ci vogliono centri commerciali per acquistare in blocco i generi di consumo.
    Ciò che contestiamo è che i nostri paesi diventino città per arricchire amministratori, imprese edili, agenzie immobiliari o per accogliervi gli immigrati che gli imprenditori attirano per sfruttarli e sottopagarli (certo, uno dei nostri vuole garanzie sindacali e ferie retribuite...).
    In realtà, tanto per smentire i soliti che hanno la testa ferma agli anni ’60, ritornare a coltivare l’orticello ereditato dal nonno (pratica comunque virtuosa in sé) è solo una delle possibili soluzioni a un modello di sviluppo illimitato e vincolante. Anzi, sarebbe forse l’unica soluzione all’impoverimento, che non ha nulla in comune con la a-crescita o la decrescita, e che anzi è una delle prospettive della congiuntura economica capitalista - spesso manovrata ad arte - che determina un decadimento del benessere individuale. L’impoverito è proprio colui che è costretto ad acquistare merci a basso costo di qualità scadente, importate da paesi a migliaia di km di distanza, provocando inquinamento e sfruttamento sociale (qui e là). L’impoverito deve basare la propria alimentazione sulle offerte promozionali dei discount, a fronte di viaggi in auto alla ricerca della promozione più allettante e di prodotti dalle dubbie qualità sensoriali e nutrizionali. L’impoverito è costretto ad operare delle rinunce che mettono a repentaglio il suo benessere e la qualità della sua vita, solamente al fine di ottenere un risparmio monetario che possa permettergli di sopravvivere.
    Di conseguenza, è necessario ridurre la dipendenza delle persone dall’economia globale, rendendo le nostre comunità più libere ed autosufficienti, senza privarle assolutamente del loro benessere. Ogni paese d’Insubria dovrebbe poter essere in grado di gestire il proprio territorio in modo da possedere, gestire e migliorare la produzione e la distribuzione dell’energia elettrica e dell’acqua (creando occupazione e taglio degli sprechi energetici). Le amministrazioni dovranno costituire dei piani di “filiera corta”, ovvero stimolare l’insediamento di aziende agricole che producano in modo sufficiente a fornire cibo ai negozi dell’area circostante, con il vantaggio di permetterne la sopravvivenza economica, dare lavoro sia in fase di produzione che di vendita, ridurre la movimentazione delle merci, risparmio per il consumatore finale e miglioramento della qualità degli stessi.
    Nella fittizia società globale, le aziende agricole vendono i loro terreni per farci i condomini, e intanto il costo delle merci è determinato in larga parte dal loro trasporto inquinante per migliaia di chilometri. Senza considerare che il più grande costo ambientale di un oggetto non è il produrlo, quanto il suo smaltimento.
    L’econazionalismo può attraverso questo e altri modelli, ridare un senso al lavoro interpretandolo come valorizzazione delle qualità dell’individuo, del suo estro e della sua creatività finalizzato a “creare” qualcosa di utile, in netta contrapposizione con lo svilimento attuale del mondo del lavoro, costituito in larga parte da pratiche ripetitive e meccaniche, di scarsa utilità, basate sul mito della quantità (e dei margini di guadagno).
    Tramite l’autosufficienza agricola i terreni sarebbero considerati per il loro valore di strumento di vita. Sarebbero tutelati perché alla base dell’esistenza di una popolazione. Non ci sarebbe bisogno di inventarsi Expo, Pedemontane, capannoni di logistica per giustificarne la conversione in denaro. E che dire del valore culturale di una società che conserva il contatto con la Terra, il senso di conoscere la fonte della nostra vita invece di comprarla in una vaschetta al supermercato? Ricordiamo come nel dicembre scorso siano bastate 36 ore di sciopero dei trasporti per mettere in crisi la nostra filiera alimentare. Questo è il meraviglioso sviluppo economico di Emma Marcegaglia!


    (link http://www.eldraghbloeu.com/notizzia...asp?NewsID=292)

  9. #9
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    L’opera pubblica è indispensabile nella società partitocratrica.

    L’opera serve per mettere in moto il sistema delle tangenti .
    In caso di opere la tangente diventa per i politici un risarcimento per avere intrapreso l’operazione.

    Tuttavia si deve cercare di fare sempre opere inutili, in quanto più opere utili rimangono da compiere maggiore è la credibilità della necessità che occorre operare.

    Le opere utili non compiute sono il migliore mezzo per mantenere alta la tensione economica per rastrellare i denari nelle tasche del contribuente.

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da srodelabisati Visualizza Messaggio
    Le grandi infrastrutture servono principalmente ai padroni del cemento, equamente distribuiti nelle corporazioni di destra, sinistra e centro.
    Le grandi opere senza controllo di spesa, che fanno si che la nostra tav viaggi su lunghissimi viadotti in piena pianura e abbia un costo a km 6 volte maggiore di quanto non sia accaduto in spagna o francia.

    d'accordissimo ...
    rispetto alle opere europee, oltre al maggior costo e all'impatto ambientale più devastante, i lavori pubblici all'itagliona hanno altre caratteristiche peculiari:
    1. non vengono quasi mai ultimate definitivamente
    2. consegnate sempre con ritardi biblici
    3. realizzate in maniera approssimativa e con finiture inferiori previste dal capitolato
    4. a volte sono inutili

 

 
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