Riporto questa argomentazione che ritengo essere estremamente interessante e che non essendo coperta da copright, riporto più o meno integralmente, rendendo merito comunque all'anonimo che dietro lo pseudonimo di cannella, esprime giudizi che ritengo estremamente interessanti e pertanto adatti ad essere riportati in quanto da me personalmente condivisibili.
Non è necessario visitare l'ultima Biennale per rendersi conto che l'arte continua ad essere, da qualche decennio ormai, legata ai critici e quindi al mercato.
Diversamente dalla musica e dal cinema, che continuano a vivere per mezzo del consenso del pubblico, l'arte contemporanea sembra farne totalmente a meno, o almeno, al fruitore delle immagini viene richiesto di comprendere, non sta a lui giudicare.
Il pubblico visiona quello che i critici hanno decretato essere arte, e anzichè godere delle stesse, interrogarsi sui significati complessi celati dall'opera.
Quindi via libera a opere multimediali, a installazioni di vitelli squartati, all'esibizione di oggetti di uso comune assemblati in varie fogge, a strumenti che producono suoni che intendono formulare esperienze percettive nuove, a sculture impiccate, simulacri simulanti.
La manualità e la tecnica hanno ceduto il passo all'idea, alla trovata.
Spesso mi chiedo come nascano queste idee, e da chi. Mi chiedo se dietro alle opere possa esistere un'adeguata preparazione filosofica ed estetica, visto l'alto intento comunicativo.
L'artista si sarà domandato se il suo messaggio arriverà forte e chiaro?
Arte come concetto, arte come politica, che manda messaggi.
Questa rivoluzione è nata negli anni 60 come ribellione al sistema: "la creatività al potere" dava diritto a tutti di esprimersi, di ribellarsi allo stile accademico che imponeva e dettava regole.
La libertà formale è nata come provocazione, come ricerca di un'alternativa all'ormai antico riquadro dipinto con tecnica ottocentesca.
Differenza sostanziale fra pittura e decorazione: l'arte non deve più sedurre, la fotografia ha reso inutile il realismo, figuriamoci il cinema.
I critici hanno cominciato a creare per primi i movimenti (e a scrivere libri) che avrebbero permesso a una ristretta elite di artisti di diventare improvvisamente innovativi e ricercati con un giro economico di tutto rispetto.
Quindi la "rivoluzione" è continuata al contrario, nel senso che la provocazione è diventata essa stessa il mercato (e le regole) che inizialmente aveva inteso contestare?








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