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  1. #1
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    Predefinito Israele, critiche a Benedetto XVI: ''Non ha condannato la strage di Netanya''

    Convocato l'inviato vaticano al ministero degli Esteri
    Israele, critiche al Papa: ''Non ha condannato la strage di Netanya''

    Ieri il Pontefice ha menzionato gli attentati in Egitto, Gran Bretagna, Turchia e Iraq e non quello nello Stato ebraico


    Gerusalemme, 25 lug. (Adnkronos/Ign) - Israele critica Benedetto XVI per non aver condannato l'attentato suicida del 12 luglio in cui furono uccise cinque persone a Netanya e convoca l'inviato vaticano al ministero degli Esteri. ''Il Papa ha deliberatamente mancato di condannare il terribile attentato terroristico che è avvenuto in Israele la settimana scorsa'', afferma un comunicato del dicastero, citato sul sito di Ha'aretz. A provocare la reazione d'Israele è stata l'esortazione del Papa, che ieri si è rivolto a Dio perché fermi ''la mano assassina'' dei terroristi e ha menzionato gli attentati in Egitto, Gran Bretagna, Turchia e Iraq, senza parlare di quello in Israele.

    ''Ci aspettavamo che il nuovo Papa, che nell'assumere l'incarico aveva sottolineato l'importanza che pone nei rapporti fra la Chiesa e il popolo ebraico, si sarebbe comportato differentemente'', afferma il comunicato. Il documento esorta poi il Pontefice a condannare gli attacchi ''contro gli ebrei nello stesso modo in cui condanna gli attacchi terroristici contro gli altri''.

    Non vuole entrare nel merito dell'imprevisto incidente diplomatico anzi tende a sdrammatizzare Padre Federico Lombardi, direttore dei programmi di Radio Vaticana, che spiega all'ADNKRONOS: ''L'Angelus del Papa dalla Valle d'Aosta non è un documento studiato nei minimi particolari, non è un testo politico o diplomatico''.
    Tratto da: IGN - esteri

  2. #2
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    Predefinito

    http://www.politicaonline.net/forum/...hreadid=158081

    Scusami Skorpion. Ho corretto il titolo del thread in relazione all'ortoprassi del nostro forum.
    Per il resto: a volte gli ebrei sono suscettibili, anche e soprattutto coi loro amici.

    Guelfo Nero

  3. #3
    Non sono d'esempio in nulla
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    Predefinito

    Il padrone bastona a volte il proprio cane...

  4. #4
    scemo del villaggio
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    Predefinito Dietro la crisi Israele-Vaticano c'è ben di più di un lapsus verbale

    Il Foglio del 27 luglio 2005:

    Roma. La crisi diplomatica esplosa ieri l'altro tra Israele e Santa Sede è stata definita come un fulmine a ciel sereno. Al di là della particolare crudezza dei toni, chi ha seguito l'evolversi dei rapporti tra le parti osserva che il fulmine è arrivato quando il clima era già da tempo deteriorato. Un sintomo esemplare di questa tensione è quanto accaduto lo scorso 12 luglio, proprio il giorno degli attentati di Netanya, quando nella Knesset, durante una cerimonia di commemorazione di Giovanni Paolo II, ha preso la parola il nunzio apostolico in Israele, l'arcivescovo Pietro Sambi. Il diplomatico vaticano, tra i più esperti d'Oltretevere (tanto da essere tra i più accreditati candidati alla nunziatura Usa), non ha mancato di mettere alcuni puntini sulle "i". Tra gli aspetti positivi che hanno caratterizzato i rapporti Chiesa-Israele durante il pontificato wojtyliano, Monsignor Sambi ha ricordato il "Fundamental Agreement" fra lo Stato d'Israele e la Santa Sede alla fine del 1993 e il conseguente allacciamento delle relaziioni diplomatiche nel 1994, ma subito dopo ha puntigliosamente aggiunto: "Questo 'Agreement', ratificato dallo stato d'Israele il 20 febbraio 1994, ed entrato in vigore internazionalmente il 10 marzo dello stesso anno, non è ancora stato incorporato nella legge israeliana dalla Knesset". Non solo: Monsignor Sambi ha subito dopo precisato: "La stessa cosa va detta del 'Legal Personality Agreement', ratificato da Israele il 16 dicembre 1998 ed entrato in vigore internazionalmente il 2 febbraio 19999". Il nunzio ha fatto anche notare che il cosiddetto 'Economic Agreement', prescritto dall'articolo 10 del 'Fundamental Agreement', non è stato ancora concluso". Il discorso che Sambi ha pronunciato alla Knesset in inglese è stato pubblicato integralmente, in traduzione italiana, dall'Osservatore Romano del 19 luglio.
    Le puntualizzazioni del nunzio sembrano riecheggiare, con i toni più soft tipici della diplomazia, quanto denunciato in un editoriale del settimanale dei gesuiti statunitensi "America" del 21 febbraio scorso: "Sebbene non è stata (sic) dichiarata alcuna crisi, le relazioni (tra Israele e Santa Sede, ndr) si stanno seriamente deteriorando", scriveva il periodico, ricordando, tra l'altro, come il governo isareliano avesse detto alla Corte Suprema di non sentirsi vincolato dagli accordi stipulati con la Santa Sede nel 1993. "Questa dichiarazione - era il duro commento di "America" - è un affronto non solo al mondo cattolico ma a tutti coloro che prendono sul serio gli accordi internazionali". La rivista ricordava che gli accordi del '93 portarono allo storico riconoscimento dello Stato di Israele da parte della Santa Sede. E scriveva: "I critici dell'accordo avvisarono che la Santa Sede si era giocata la sua unica carta (il riconoscimento diplomatico) in cambio di una promessa. Più di undici anni dopo sembra che sia accduto proprio questo. Israele non ha mantenuto le promesse". Parole forti che, in qualche modo, sembrano essere state fatte proprie da Sambi.
    Sono due gli aspetti che secondo il Vaticano violano il diritto internazionale e la storia dei diritti maturati dalla Chiesa in ttrra Santa fin dai tempi della dominazione ottomana: l'esercizio di politiche fiscali arbitrarie da parte israeliana contro le proprietà della Chiesa e il rifiuto governativo di istituire un processo nei tribunali per risolvere le dispute sulla proprietà. lL commissione bilaterale formata per risolvere questi problemi non è riuscita a decollare. E la polemica esplosa in questi giorni non è di buon auspicio per il futuro. Una polemica che secondo fonti di Gerusalemme riprese da Asianews sarebbe addirittura stata "una cortina fumogena" per nascondere la decisone del governo di non presentarsi per l'ennesima volta alla riunione della commissione prevista proprio per il 25 luglio. Vatti a fidare dei "fratelli maggiori". parenti serpenti...

  5. #5
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    Predefinito Re: Dietro la crisi Israele-Vaticano c'è ben di più di un lapsus verbale

    Originally posted by franco damiani
    Il Foglio del 27 luglio 2005:

    [...]"I critici dell'accordo avvisarono che la Santa Sede si era giocata la sua unica carta (il riconoscimento dilpomatico) in cambio di una promessa" [...][/COLOR]

    Al di là che chiaramente il riconoscimento della Santa Sede è nullo, ma in ogni caso basta un tratto di penna per togliere il riconoscimento a suo tempo attribuito, non è che è vincolante a vita.

  6. #6
    scemo del villaggio
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    Predefinito ma come, con tutte le leccate che vi abbiamo dato...

    Asia News
    La Santa Sede: su Giovanni Paolo II non si può mistificare la storia
    vaticano israele giovanni paolo ii condanna antisemitismo terrorismo

    29 Luglio 2005
    28 Luglio 2005
    VATICANO-ISRAELE
    La Santa Sede: su Giovanni Paolo II non si può mistificare la storia

    "Penosa" la "dimenticanza" dei tanti interventi di papa Wojtyla contro terrorismo e antisemitismo.

    Città del Vaticano (AsiaNews) – Non si può modificare la storia. E’ quanto afferma la “nota” del Vaticano nel quale si ricordano alcuni dei moltissimi interventi di Giovanni Paolo II contro l’antisemitismo e le violenza del terrorismo.

    “1.Recenti dichiarazioni da parte israeliana – si legge nella nota vaticana - hanno accusato la Santa Sede, e il Papa Giovanni Paolo II in particolare, di non aver manifestato il proprio pensiero nei confronti del terrorismo, che tante volte ha colpito gli abitanti dello Stato di Israele.

    Documenti di pubblico dominio fanno apparire tali dichiarazioni come destituite di ogni fondamento. In realtà il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II ha espresso molte volte e in occasioni di diversa natura il proprio pensiero in merito, sia in riferimento allo Stato di Israele ed ai suoi diritti, sia in riferimento agli obblighi nei confronti del popolo palestinese, nella chiara coscienza che la violenza e il terrorismo non portano alla pace”.

    La nota ricorda alcuni degli intefventi di papa “a condanna delle violenze contro i civili e a favore del diritto dello Stato di Israele a vivere nella sicurezza e nella pace. In questo senso Egli si espresse, ad esempio, già nel discorso al Corpo Diplomatico del 12 gennaio 1979 e in quello del 16 gennaio 1982. All'Angelus del 4 aprile 1982 espresse la propria amarezza per i "nuovi dolorosi episodi [che] si sono prodotti in Cisgiordania, con morti e feriti, mentre si è accresciuta l'ansietà e l'insicurezza della popolazione". All'udienza generale del 15 settembre 1982 chiese che fossero abbandonate da ambo le parti le "forme di lotta armata, alcune delle quali sono state in passato particolarmente spietate e disumane".

    Il Vaticano ricorda poi che “nella Lettera apostolica Redemptionis anno del 20 aprile 1984, scrisse, per il popolo ebraico che vive in Israele, che "dobbiamo invocare la desiderata sicurezza e la giusta tranquillità che è prerogativa di ogni nazione e condizione di vita e di progresso per ogni società". Tali parole furono ripetute durante l'incontro di Giovanni Paolo II con la Comunità ebraica di Miami l'11 settembre 1987 e con la Comunità ebraica di Vienna il 24 giugno 1988, dove soggiunse che "ricordarsi della Shoà significa anche opporsi ad ogni incitamento alla violenza, e proteggere e promuovere ogni tenero germoglio di libertà e pace con pazienza e costanza".

    Tra i tanti interventi ricordati dalla nota c’è quello del 10 ottobre 1990, quando denunciò le violenze in Gerusalemme davanti alle quali "non è possibile rimanere indifferenti e non condannare". Con ferme parole, il 12 gennaio 1991 Giovanni Paolo II disse che "si deve risconoscere che certi gruppi palestinesi hanno scelto, per farsi ascoltare, metodi inaccettabili e condannabili", e che occorre garantire "allo Stato di Israele le giuste condizioni per la sua sicurezza".

    Ribadì tale posizione il 15 gennaio 1994, quando auspicò che il dialogo prevalesse sugli estremismi e, l'anno successivo, il 9 gennaio 1995, quando osservò come in Terra Santa "la pace non si scrive con lettere di sangue, ma con l'intelligenza e con il cuore". A pochi giorni di distanza, il 22 gennaio dello stesso anno, Giovanni Paolo II espresse dolore e ferma condanna per il grave atto di terrorismo compiuto a Netanya, e fiducia che tutti vedessero il male e l’inutilità della violenza. Turbato dalla strage del 30 luglio 1997 al mercato di Gerusalemme, il Papa fece diramare una dura nota dalla Sala Stampa, nella quale si affermò che "La Santa Sede deplora questa violenza cieca che semina la morte indiscriminatamente. Non è con questo genere di azioni che si costruisce la pace. Il Santo Padre ha ricordato più volte che la violenza genera soltanto violenza".

    “Inoltre, il Papa Giovanni Paolo II, davanti a milioni di persone, nei messaggi Urbi et Orbi, in diversi discorsi alla Curia Romana, nelle catechesi, negli incontri con delegazioni ebraiche ha deplorato nei modi più fermi il terrorismo contro gli abitanti della Terra Santa. Anche nel ricordare gli inalienabili diritti del Popolo palestinese, il Sommo Pontefice ha ripetutamente stigmatizzato con parole inequivocabili l’inammissibilità dei metodi violenti che, mediante atti terroristici perpetrati nei confronti della popolazione civile israeliana, hanno impedito le iniziative di pace poste in atto, lungo i trascorsi cinque lustri, da sagge forze politiche sia israeliane sia palestinesi”.

    “Desta penosa sorpresa – è la considerazione del Vaticano - che possa essere passato inosservato il fatto che, nei trascorsi 26 anni, la voce del Papa Giovanni Paolo II si sia levata tante volte con forza e passione nella drammatica situazione della Terra Santa, a condanna di ogni atto terroristico e ad invito a sentimenti di umanità e di pace. Le affermazioni contrarie alla verità storica possono giovare solo a chi intende fomentare animosità e contrasti, e certo non servono a migliorare la situazione”.

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    Asia News
    La Santa Sede: su Giovanni Paolo II non si può mistificare la storia
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  7. #7
    scemo del villaggio
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    Predefinito

    28 Luglio 2005
    VATICANO-ISRAELE
    La Santa Sede: infondate e pretestuose le accuse a Giovanni Paolo II

    Città del Vaticano (AsiaNews) – Durissima replica del Vaticano alle accuse rivolte da Nimrod Barkan, funzionario del Ministero degli esteri israeliano, che di fronte alla “insostenibilità della pretestuosa accusa rivolta al Papa Benedetto XVI per non aver menzionato anche l’attacco terroristico di Netanya del 12 luglio dopo la preghiera dell’Angelus di domenica 24 luglio” ha “inventato” interventi del suo governo per protestare per i “silenzi” di Giovanni Paolo II, cioè del Papa che per la prima volta nella storia è entrato in una sinagoga, ha chiamato gli ebrei “frateli maggiori”, ha voluto rapporti diplomatici con Israele ed ha impegnato la Chiesa contro ogni forma di razzismo, in primo luogo l’antisemitismo.
    Sono tutti fatti che il Vaticano ricorda con una nota diffusa insieme alla dichiarazione della Sala stampa vaticana.

    La dichiarazione del Vaticano fa espresso riferimento alle affermazioni che “il Sig. Barkan, funzionario del Ministero degli Esteri d’Israele, ha rilasciato al Jerusalem Post del 26 luglio”.

    La dichiarazione del Vaticano fa espresso riferimento alle affermazioni che “il Sig. Barkan, funzionario del Ministero degli Esteri d’Israele, ha rilasciato al Jerusalem Post del 26 luglio”.

    2. In merito si fa presente:

    a. Gli interventi di Giovanni Paolo II contro ogni forma di terrorismo e contro singoli atti di terrorismo nei confronti di Israele sono stati numerosi e pubblici, come appare dall’unita Nota.

    b. Non sempre ad ogni attentato contro Israele è stato possibile far seguire subito una pubblica dichiarazione di condanna, e ciò per diversi motivi, tra l’altro per il fatto che gli attentati contro Israele talora erano seguiti da immediate reazioni israeliane non sempre compatibili con le norme del diritto internazionale. Sarebbe stato pertanto impossibile condannare i primi e passare sotto silenzio le seconde.

    c. Così come il Governo israeliano comprensibilmente non si lascia dettare da altri ciò che esso deve dire, nemmeno la Santa Sede può accettare di ricevere insegnamenti e direttive da alcun’altra autorità circa l’orientamento ed i contenuti delle proprie dichiarazioni.


    CARO PEUCEZIO, ALTRO CHE RITIRO DEL RICONOSCIMENTO...

  8. #8
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    Predefinito Da Pizzaballa a...Pizzaballa

    17 Gennaio 2005
    VATICANO - ISRAELE
    Padre Pizzaballa: "I rapporti fra ebrei e cattolici non siano condizionati dalla politica"
    Sulla polemica Pio XII e la Shoà: “Troppa passionalità e posizioni precostituite”.
    Roma (AsiaNews) – Il dialogo fra ebrei e cattolici “non deve essere determinato” dalle vicende politiche, che sono “contingente”, ma deve essere improntato “alla verità” e a “rapporti fraterni e amichevoli” per fare in modo che “i conflitti non abbiano l’ultima parola”. È quanto ha detto ad AsiaNews padre Pierbattista Pizzaballa, custode di Terrasanta, in occasione della 16° Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo fra cattolici e ebrei che si celebra oggi.

    Padre Pizzaballa, che per molti anni si è occupato della comunità cattolica di espressione ebraica in Israele, ha inoltre definito “poco razionale e non pacifica” la polemica su Pio XII e il suo presunto antisemitismo, definendo “un’ingiustizia” il fatto che il dialogo fra ebrei e cattolici si sia concentrato su papa Pacelli, invitando gli interlocutori ad avere “orizzonti più larghi”.

    Ecco l’intervista rilasciata da p. Pizzaballa ad AsiaNews.

    Il documento per la Giornata del dialogo fra cattolici e ebrei invita a vincere guerra e terrorismo con la giustizia e la carità: come cattolici ed ebrei possono collaborare in questo?

    Penso che si debba anche considerare un terzo aspetto: la verità, e vivere secondo giustizia e conservando al tempo stesso la carità. Si possono avere anche opinioni diverse su come attuare la giustizia, strategie differenti su come raggiungerla e idee diverse di giustizia, ma deve rimanere la carità. Proprio rapporti amichevoli, corretti e fraterni fra le parti possono fare in modo che in modo che i conflitti non abbiano l’ultima parola.

    Se dal punto di vista teologico il dialogo fra ebrei e cattolici ha fatto grandi passi in avanti, a livello “politico” i rapporti sono più controversi: la questione del Muro di separazione e la situazione Chiesa cattolica in Israele, ad esempio …

    Anzitutto, non bisogna avere fretta o aspettarsi risultati immediati: i rapporti fra cristianesimo cattolico e ebraismo durano da migliaia di anni e non si può pretendere di cambiare tutto in poco tempo. In secondo luogo, la dimensione politica all’interno dei rapporti ebraico-cristiani non è l’unico aspetto, e nemmeno il più importante. Bisogna fare in modo di tener ben distinti i due aspetti: il dialogo ebraico-cattolico non può essere determinato da situazioni politiche che, proprio per la loro natura, sono contingenti.

    Lei è stato responsabile della comunità cattolica di lingua ebraica in Israele. Quali ricchezze questi fedeli possono offrire alla Chiesa?

    I cattolici di espressione ebraica in Israele hanno sempre avuto una duplice vocazione: verso Israele, mostrare che la Chiesa non è ostile, come generalmente era ritenuto. Essi vogliono mostrare che essere cattolico non vuol dire avere sentimenti antiebraici o rinunciare alla propria identità, MA ANZI INDICARE I MOLTI ASPETTI CHE SONO COMUNI TRA LE DUE RELIGIONI. Alla Chiesa invece i cattolici ebraici hanno il compito di far comprendere che per essere cristiani fino in fondo dobbiamo risalire alle nostre radici, che sono nel giudaismo.

    Un suo giudizio sulla querelle su Pio XII, l’Olocausto e le responsabilità della Chiesa …

    Sembra che il dialogo ebraico-cattolico in questi ultimi anni ruoti tutto intorno a Pio XII. E penso che questa sia un’ingiustizia verso i rapporti fra ebrei e cattolici, che dovrebbero avere spazi e orizzonti molto più larghi di questo aspetto. In merito alla polemica di questi giorni, credo che ci sia troppa passionalità e che si tratti di una discussione poco razionale, non pacifica. Le posizioni sono troppo precostituite, sia da parte degli storici che dei teologi. Forse è ancora presto parlarne, perché - lo dico con molto rispetto - le ferite della Shoà sono ancora molto radicate. (LF)Pizzaballa; Pesenti, Nodari; Nielsen, Gardonii, Colombo..... E, a proposito della frase che ho messo in maiuscolo: anche l'Atalanta ha molte cose in comune con l'Inter: è lombarda, ha le maglie nerazzurre, non vince mai lo scudetto...

  9. #9
    scemo del villaggio
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    Predefinito

    E comunque per difendere Ratzinger sono costretti a riesumare Wojtyla.
    Anche perché J.R. è stato nazionalsocialista

  10. #10
    scemo del villaggio
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    Predefinito Figli di Abramo?

    Città del Vaticano (AsiaNews) - Gerusalemme ha carattere sacro per tutti i figli di Abramo e tutte le autorità sono tenute a rispettare tale carattere ed a prevenire azioni che offendano la sensibilità delle comunità religiose che vi risiedono”; le autorità religiose poi “protestino pubblicamente di fronte a azioni di non rispetto verso persone, simboli e luoghi sacri”.



    Gli sciagurati hanno dimenticato Giovanni VIII, 44

 

 
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