Roma. La crisi diplomatica esplosa ieri l’altro tra Israele e Santa Sede è stata definita come un fulmine a ciel sereno. Al di là della particolare crudezza dei toni, chi ha seguito l’evolversi dei rapporti tra le parti osserva che il fulmine è arrivato quando il clima era già da tempo deteriorato. Un sintomo esemplare di questa tensione è quanto accaduto lo scorso 12 luglio, proprio il giorno degli attentati di Netanya, quando nella Knesset, durante una cerimonia di commemorazione di Giovanni Paolo II, ha preso la parola il nunzio apostolico in Israele, l’arcivescovo Pietro Sambi.
Il diplomatico vaticano, tra i più esperti d’Oltretevere (tanto da essere tra i più accreditati candidati alla nunziatura Usa), non ha mancato di mettere alcuni puntini sulle “i”.
Tra gli aspetti positivi che hanno caratterizzato i rapporti Chiesa-Israele durante il pontificato wojtyliano monsignor Sambi ha ricordato il “Fundamental Agreement” fra lo Stato d’Israele e la Santa Sede alla fine del 1993 e il conseguente allacciamento delle relazioni diplomatiche nel 1994, ma subito dopo ha puntigliosamente aggiunto: “Questo ‘Agreement’, ratificato dallo stato d’Israele il 20 febbraio 1994, ed entrato in vigore internazionalmente il 10 marzo dello stesso anno, non è ancora stato incorporato nella legge israeliana dalla Knesset”. Non solo. Monsignor Sambi ha subito dopo precisato: “La stessa cosa va detta del ‘Legal Personality Agreement’, ratificato da Israele il 16 dicembre 1998 ed entrato in vigore internazionalmente il 3 febbraio 1999”. Il nunzio ha fatto anche notare che “il cosiddetto
‘Economic Agreement’, prescritto dall’articolo 10 del ‘Fundamental Agreement’, non è stato ancora concluso”. Il discorso che Sambi ha pronunciato alla Knesset in inglese è stato pubblicato integralmente, in traduzione italiana, dall’Osservatore Romano del 19 luglio.
Le puntualizzazioni del nunzio sembrano riecheggiare, con i toni più soft tipici della diplomazia, quanto denunciato in un editoriale del settimanale dei gesuiti statunitensi “America” del 21 febbraio scorso. “Sebbene non è stata dichiarata nessuna crisi, le relazioni (tra Israele e Santa Sede,) si stanno seriamente deteriorando”,
scriveva il periodico, ricordando, tra l’altro, come il governo israeliano avesse detto alla Corte Suprema di non sentirsi vincolato dagli accordi stipulati con la Santa Sede nel 1993.
“Questa dichiarazione – era il duro commento di “America” – è un affronto non solo al mondo cattolico ma a tutti coloro che prendono sul serio gli accordi internazionali”.
La rivista ricordava che gli accordi del ’93 portarono anche allo storico riconoscimento dello Stato di Israele da parte della Santa Sede. E scriveva:
“I critici dell’accordo avvisarono che la Santa Sede si era giocata la sua unica carta (il riconoscimento diplomatico) in cambio di una promessa. Più di undici anni dopo sembra che sia accaduto proprio questo. Israele non ha mantenuto le promesse”.
Parole forti, che, nella sostanza, sembrano essere state in qualche modo fatte proprie da Sambi.
Sono due gli aspetti che secondo il Vaticano violano il diritto internazionale e la storia dei diritti maturati dalla Chiesa in Terra Santa fin dai tempi della dominazione ottomana: l’esercizio di politiche fiscali arbitrarie da parte israeliana contro le proprietà della Chiesa e il rifiuto governativo di istituire un processo nei tribunali per risolvere le dispute sulla proprietà.
La commissione bilaterale formata per risolvere questi problemi non è riuscita a decollare.
E la polemica esplosa in questi giorni non è di buon auspicio per il futuro. Una polemica che secondo fonti di Gerusalemme riprese da Asianews sarebbe addirittura stata “una cortina fumogena” per nascondere la decisione del governo di non presentarsi per l’ennesima volta alla riunione della commissione prevista proprio per il 25 luglio.
Su il Foglio
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