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Discussione: Israele v/s Vaticano

  1. #1
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    Predefinito Israele v/s Vaticano

    Roma. La crisi diplomatica esplosa ieri l’altro tra Israele e Santa Sede è stata definita come un fulmine a ciel sereno. Al di là della particolare crudezza dei toni, chi ha seguito l’evolversi dei rapporti tra le parti osserva che il fulmine è arrivato quando il clima era già da tempo deteriorato. Un sintomo esemplare di questa tensione è quanto accaduto lo scorso 12 luglio, proprio il giorno degli attentati di Netanya, quando nella Knesset, durante una cerimonia di commemorazione di Giovanni Paolo II, ha preso la parola il nunzio apostolico in Israele, l’arcivescovo Pietro Sambi.
    Il diplomatico vaticano, tra i più esperti d’Oltretevere (tanto da essere tra i più accreditati candidati alla nunziatura Usa), non ha mancato di mettere alcuni puntini sulle “i”.
    Tra gli aspetti positivi che hanno caratterizzato i rapporti Chiesa-Israele durante il pontificato wojtyliano monsignor Sambi ha ricordato il “Fundamental Agreement” fra lo Stato d’Israele e la Santa Sede alla fine del 1993 e il conseguente allacciamento delle relazioni diplomatiche nel 1994, ma subito dopo ha puntigliosamente aggiunto: “Questo ‘Agreement’, ratificato dallo stato d’Israele il 20 febbraio 1994, ed entrato in vigore internazionalmente il 10 marzo dello stesso anno, non è ancora stato incorporato nella legge israeliana dalla Knesset”. Non solo. Monsignor Sambi ha subito dopo precisato: “La stessa cosa va detta del ‘Legal Personality Agreement’, ratificato da Israele il 16 dicembre 1998 ed entrato in vigore internazionalmente il 3 febbraio 1999”. Il nunzio ha fatto anche notare che “il cosiddetto
    ‘Economic Agreement’, prescritto dall’articolo 10 del ‘Fundamental Agreement’, non è stato ancora concluso”. Il discorso che Sambi ha pronunciato alla Knesset in inglese è stato pubblicato integralmente, in traduzione italiana, dall’Osservatore Romano del 19 luglio.
    Le puntualizzazioni del nunzio sembrano riecheggiare, con i toni più soft tipici della diplomazia, quanto denunciato in un editoriale del settimanale dei gesuiti statunitensi “America” del 21 febbraio scorso. “Sebbene non è stata dichiarata nessuna crisi, le relazioni (tra Israele e Santa Sede,) si stanno seriamente deteriorando”,
    scriveva il periodico, ricordando, tra l’altro, come il governo israeliano avesse detto alla Corte Suprema di non sentirsi vincolato dagli accordi stipulati con la Santa Sede nel 1993.
    “Questa dichiarazione – era il duro commento di “America” – è un affronto non solo al mondo cattolico ma a tutti coloro che prendono sul serio gli accordi internazionali”.
    La rivista ricordava che gli accordi del ’93 portarono anche allo storico riconoscimento dello Stato di Israele da parte della Santa Sede. E scriveva:
    “I critici dell’accordo avvisarono che la Santa Sede si era giocata la sua unica carta (il riconoscimento diplomatico) in cambio di una promessa. Più di undici anni dopo sembra che sia accaduto proprio questo. Israele non ha mantenuto le promesse”.
    Parole forti, che, nella sostanza, sembrano essere state in qualche modo fatte proprie da Sambi.
    Sono due gli aspetti che secondo il Vaticano violano il diritto internazionale e la storia dei diritti maturati dalla Chiesa in Terra Santa fin dai tempi della dominazione ottomana: l’esercizio di politiche fiscali arbitrarie da parte israeliana contro le proprietà della Chiesa e il rifiuto governativo di istituire un processo nei tribunali per risolvere le dispute sulla proprietà.
    La commissione bilaterale formata per risolvere questi problemi non è riuscita a decollare.
    E la polemica esplosa in questi giorni non è di buon auspicio per il futuro. Una polemica che secondo fonti di Gerusalemme riprese da Asianews sarebbe addirittura stata “una cortina fumogena” per nascondere la decisione del governo di non presentarsi per l’ennesima volta alla riunione della commissione prevista proprio per il 25 luglio.

    Su il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    Oggi ho visto una intervista di un ex ambasciatore israeliano che diceva che il Vaticano e' "immorale" e "filopalestinese"



    Sempre peggio.

    Questi rubano la terra agli altri, ammazzano e tolgono la liberta' ai palestinesi e poi dicono ad altri che sono "immorali".

    Pagliacci.

  3. #3
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    Predefinito

    In origine postato da yurj
    Oggi ho visto una intervista di un ex ambasciatore israeliano che diceva che il Vaticano e' "immorale" e "filopalestinese"



    Sempre peggio.

    Questi rubano la terra agli altri, ammazzano e tolgono la liberta' ai palestinesi e poi dicono ad altri che sono "immorali".

    Pagliacci.
    ----------------------------
    Dato che l'hai vista oggi, l'intervista a un ex ambasciatore israeliano, sarai certamente in grado di dirci dove e chi l'ha intervistato.

  4. #4
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    Predefinito Le tre civiltà

    Il primo ministro spagnolo, in un discorso alle Nazioni Unite, ha lanciato la proposta, per la verità un po’ fumosa di una “alleanza delle civiltà”, immediatamente accolta dal governo turco.
    Durante la visita di José Luis Rodriguez Zapatero a Londra, la proposta ha ora ottenuto l’appoggio del premier britannico Tony Blair.
    Il quale, per la verità, ha parlato di un “patto di solidarietà che attraversi le diverse religioni”: interpretazione che segna una differenza con il premier spagnolo e sottolinea il ruolo delle varie confessioni. Su questo terreno, Zapatero, che con la Chiesa intrattiene pessimi rapporti, è molto meno a suo agio.
    Non si tratta di una sfumatura, ma di una distinzione fondamentale perché, seppure indirettamente, parlare di “diverse religioni” equivale a parlare anche della più antica delle religioni monoteiste, quella ebraica.
    La prova che è possibile un incontro tra civiltà tanto differenti come quella occidentale e quella islamica può essere data solo chiarendo che questo confronto non esclude gli ebrei, la loro religione, il loro Stato.
    L’incontro di civiltà non può neppure lontanamente assomigliare a quello tra Adolf Hitler e il gran muftì di Gerusalemme, uniti dall’odio per il popolo ebraico.
    Se i leader occidentali non sono in grado di porre questa condizione per il dialogo con l’Islam, quella del riconscimento della realtà ebraica, così com’è, configurata anche nello stato di Israele, se accettano la discriminazione non hanno diritto a parlare in nome dell’Occidente democratico e antirazzista.
    Naturalmente è ragionevole che esistano interessi divergenti fra i vari stati, e quelle degli arabi con Israele sono tra le più difficili da sciogliere.
    Riconoscere la pari dignità della civiltà ebraica non significa negare i problemi politici e territoriali che esistono, significa non interpretarli in base a un criterio razzistico, incivile in linea di principio. Pensare a un dialogo, o addirittura, come dice Zapatero, a un’alleanza, lasciando nell’ombra questa questione capitale, sarebbe di fatto l’espressione della tolleranza dell’Occidente per il razzismo antiebraico dominante nell’area islamica, e quindi una forma di complicità.
    E’ già accaduto che, nella speranza di ottenere la pace, le grandi democrazie abbiano fatto finta di non vedere le persecuzioni antisemite nel cuore dell’Europa.
    Non è servito a salvare la pace, perché con il fanatismo criminale non c’è accomodamento che tenga.
    L’alleanza di civiltà non si può firmare a Monaco.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  5. #5
    Hanno assassinato Calipari
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    In origine postato da mustang
    ----------------------------
    Dato che l'hai vista oggi, l'intervista a un ex ambasciatore israeliano, sarai certamente in grado di dirci dove e chi l'ha intervistato.
    Pagina due di Liberazione:

    --

    «Il terrorismo è sempre lo stesso.

    Il Vaticano è immorale e filopalestinese»

    Ivan Bonfanti

    Sergio Minervi ha sempre avuto con l'Italia un legame speciale. Ebreo israeliano di chiara origine italiana, ex ambasciatore di Israele nel mondo (in Africa, poi presso la comunità europea), Minervi è considerato un uomo di destra e un esperto nelle relazioni tra Israele e Vaticano. Al telefono accetta di fornire la sua opinione sulla polemica Israele-Vaticano e ammette subito di non pretendere di essere super partes: «Sono dalla parte di Israele in partenza, non voglio nascondermi, ma...».


    Ma?

    E' ora che il Vaticano capisca che il terrorismo va condannato ovunque, anche in Israele.


    Sono passati poco più di dieci anni da quando Israele e Santa Sede hanno stabilito relazioni diplomatiche. Eppure in questi giorni i toni tra le due diplomazie sono tornati aspri. Israele accusa il Vaticano di non condannare il terrorismo palestinese, da Roma rispondono che si tratta di una polemica pretestuosa. Che succede?

    Ripeto, la mia è un'opinione personale. Ma quello che mi sembra evidente è che la politica del Vaticano nei confronti dello Stato di Israele sia sempre stata carica di una notevole dose di ostilità. E non da oggi.


    A che ostilità si riferisce?

    In parte è quella atavica che ha le sue radici molto lontano nel tempo. In parte c'è poi il desiderio di stare dalla parte degli arabi in generale e dei palestinesi in particolare. Questo desiderio è stato manifestato dal segretario di Stato, il cardinale Sodano, in varie occasioni e in molti modi. Un esempio clamoroso è la guerra all'Iraq. Sono state spese parole a favore di Saddam Hussein oppure auspicando un Iraq arabo (*). Adesso è sembrato che con il nuovo Papa ci fosse un desiderio di cambiamento verso l'islam, lo speriamo. Abbiamo registrato con fiducia le parole che l'allora cardinale Ratzinger usò a proposito dell'adesione della Turchia all'Unione Europea. Da parte israeliana c'è sempre stata un enorme pazienza, quasi una remissività al di là di ogni logica. Ad esempio, quando nell'aprile 2002 circa 200 palestinesi entrarono nella Basilica della Naività, a Betlemme, violando la santità di un luogo sacro e tutte le regole internazionali, il Vaticano con chi se la prese? Naturalemente con gli israeliani che stavano fuori. Di fronte a un tale atteggiamento parziale è difficile poi venire a dare lezioni.


    Ambienti vaticani fanno notare però che negli accordi con Israele del '93 e poi nel '94 c'erano degli accordi, ad esempio le attribuzioni dei francescani in Terra Santa, che Israele non ha rispettato.

    No, le consiglio di leggere l'accordo. Non c'è nessun impegno per i francescani e se lei con francescani intende la sala del Cenacolo posso dirle chiaramente che non c'è alcuna promessa. La cosiddetta restituzione della sala del Cenacolo comporterebbe uno sconquasso dello status quo religioso a Gerusalemme al quale neanche la Santa Sede è interessata.


    Sembra chiaro che lei considera la Chiesa una forza politica più che un'autorità morale. O sbaglio?

    Autorità morale? (pausa) . Se la Chiesa è un'autorità morale non me ne sono accorto molto spesso. Non ho visto alcuna autorità morale durante il pontificato di Pio XII, né durante altri pontificati. Mi sembra che la Chiesa agisca nelle relazioni internazionali in base a quelli che giudica essere i suoi interessi. Ritengo che ciò sia del tutto normale.


    In questi anni Wojtyla ha più volte incontrato le comunità, i leader religiosi ebraici e le autorità politiche. Insomma, al di là di alcune querelle sui luoghi a Gerusalemme e altrove, dov'è la disputa?

    E' vero che ha incontrato le comunità ebraiche. Ma non dimentichi che la Santa Sede si è mossa verso le relazioni diplomatiche con Israele solo dopo che l'aveva fatto l'Olp. Dopo l'incontro tra Rabin e Arafat alla Casa Bianca, nel settembre '93, allora il Vaticano ha fatto scattare il processo che ha portato alle relazioni diplomatiche. Ma anche dopo la firma del trattato, il 30 dicembre '93, non si sono scambiati i rappresentnti diplomatici fino all'accordo del Cairo. In realtà la Santa Sede ha sempre seguito le mosse dell'Olp. Il Papa non è venuto in Israele prima di aver firmato, il 15 febbraio 2000, un accordo con l'Olp che includeva anche una frase contro le "misure unilaterali prese a Gerusalemme", una formula con cui la Santa Sede descrive quello che secondo loro ha fatto Israele. Non vedo nessuna moralità, anzi molta immoralità. Vedo solo che la Santa Sede continua a seguire quello che fanno i palestinesi, non vogliono capire che il terrorismo contro Israele è identico a quello contro l'Italia, gli Stati Uniti e tutti gli altri. Ogni volta che hanno condannato il terrorismo hanno sempre aggiunto parole sui poveri, umiliati, miserevoli palestinesi eccetera. Non si capisce perché le quattro donne morte per la strada mentre facevano la spesa a Netanhya non siano meritevoli di una condanna expressis verbis da chi si ritiene il depositario assoluto della morale internazionale».

    (*)

    ---

    Buffoni di destra, quando Israele ammazza i palestinesi e questi si rifugiano in una basilica, si preoccupano dei muri. Secondo questo qui, i palestinesi dovevano essere consegnati e assassinati?

  6. #6
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    Predefinito Re: Le tre civiltà

    In origine postato da mustang

    Se i leader occidentali non sono in grado di porre questa condizione per il dialogo con l’Islam, quella del riconscimento della realtà ebraica, così com’è, configurata anche nello stato di Israele, se accettano la discriminazione non hanno diritto a parlare in nome dell’Occidente democratico e antirazzista.
    qwuanta confusione!!

    Primo, Israele <> stato ebraico. Se vogliamo parlare di occidente e civilta', uno stato non puo' essere monoculturale e discriminatorio.

    Inoltre e' Israele che non riconosce i Palestinesi, infatti ne fa quello che vuole, con spregio dei diritti umani.

  7. #7
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    Predefinito

    Roma. La crisi diplomatica esplosa ieri l’altro tra Israele e Santa Sede è stata definita come un fulmine a ciel sereno. Al di là della particolare crudezza dei toni, chi ha seguito l’evolversi dei rapporti tra le parti osserva che il fulmine è arrivato quando il clima era già da tempo deteriorato. Un sintomo esemplare di questa tensione è quanto accaduto lo scorso 12 luglio, proprio il giorno degli attentati di Netanya, quando nella Knesset, durante una cerimonia di commemorazione di Giovanni Paolo II, ha preso la parola il nunzio apostolico in Israele, l’arcivescovo Pietro Sambi.
    Il diplomatico vaticano, tra i più esperti d’Oltretevere (tanto da essere tra i più accreditati candidati alla nunziatura Usa), non ha mancato di mettere alcuni puntini sulle “i”.
    Tra gli aspetti positivi che hanno caratterizzato i rapporti Chiesa-Israele durante il pontificato wojtyliano monsignor Sambi ha ricordato il “Fundamental Agreement” fra lo Stato d’Israele e la Santa Sede alla fine del 1993 e il conseguente allacciamento delle relazioni diplomatiche nel 1994, ma subito dopo ha puntigliosamente aggiunto: “Questo ‘Agreement’, ratificato dallo stato d’Israele il 20 febbraio 1994, ed entrato in vigore internazionalmente il 10 marzo dello stesso anno, non è ancora stato incorporato nella legge israeliana dalla Knesset”. Non solo. Monsignor Sambi ha subito dopo precisato: “La stessa cosa va detta del ‘Legal Personality Agreement’, ratificato da Israele il 16 dicembre 1998 ed entrato in vigore internazionalmente il 3 febbraio 1999”. Il nunzio ha fatto anche notare che “il cosiddetto ‘Economic Agreement’, prescritto dall’articolo 10 del ‘Fundamental Agreement’, non è stato ancora concluso”. Il discorso che Sambi ha pronunciato alla Knesset in inglese è stato pubblicato integralmente, in traduzione italiana, dall’Osservatore Romano del 19 luglio.
    Le puntualizzazioni del nunzio sembrano riecheggiare, con i toni più soft tipici della diplomazia, quanto denunciato in un editoriale del settimanale dei gesuiti statunitensi “America” del 21 febbraio scorso. “Sebbene non è stata dichiarata nessuna crisi, le relazioni (tra Israele e Santa Sede, ndr) si stanno seriamente deteriorando”, scriveva il periodico, ricordando, tra l’altro, come il governo israeliano avesse detto alla Corte Suprema di non sentirsi vincolato dagli accordi stipulati con la Santa Sede nel 1993.
    “Questa dichiarazione – era il duro commento di “America” – è un affronto non solo al mondo cattolico ma a tutti coloro che prendono sul serio gli accordi internazionali”.
    La rivista ricordava che gli accordi del ’93 portarono anche allo storico riconoscimento dello Stato di Israele da parte della Santa Sede. E scriveva:
    “I critici dell’accordo avvisarono che la Santa Sede si era giocata la sua unica carta (il riconoscimento diplomatico) in cambio di una promessa. Più di undici anni dopo sembra che sia accaduto proprio questo. Israele non ha mantenuto le promesse”.
    Parole forti, che, nella sostanza, sembrano essere state in qualche modo fatte proprie da Sambi.
    Sono due gli aspetti che secondo il Vaticano violano il diritto internazionale e la storia dei diritti maturati dalla Chiesa in Terra Santa fin dai tempi della dominazione ottomana: l’esercizio di politiche fiscali arbitrarie da parte israeliana contro le proprietà della Chiesa e il rifiuto governativo di istituire un processo nei tribunali per risolvere le dispute sulla proprietà.
    La commissione bilaterale formata per risolvere questi problemi non è riuscita a decollare.
    E la polemica esplosa in questi giorni non è di buon auspicio per il futuro. Una polemica che secondo fonti di Gerusalemme riprese da Asianews sarebbe addirittura stata “una cortina fumogena” per nascondere la decisione del governo di non presentarsi per l’ennesima volta alla riunione della commissione prevista proprio per il 25 luglio.

    Su il Foglio

    saluti

  8. #8
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    Predefinito Bisticci giudaico-cristiani

    Perché il risentimento di Israele nei confronti del Vaticano è più che giustificato

    La polemica di questi giorni tra Israele e Santa Sede è apparentemente sorprendente. Sul soglio pontificio infatti, dopo Giovanni Paolo II, il Papa (il primo) che visitò la sinagoga di Roma che chiese perdono agli ebrei, siede proprio Joseph Ratzinger, il teologo che da anni costruisce con formidabile determinazione i supporti, le impalcature, le strutture, i ponti del dialogo tra Chiesa ed ebraismo. Dialogo al livello più profondo, sostanziale, condotto da un pontefice che dà evidente segno di volere e sapere collocare questa ricerca nello spazio lungo della storia.
    Ma la polemica c’è, e palpabile, violenta. Ed è indicativo, determinante, notare che non i vertici, ma solo portavoce – per autorevoli che siano – la stanno infiammando: da parte israeliana Nimrod Barkan, dirigente del ministero degli Esteri di Gerusalemme; da parte della Santa Sede Joaquín Navarro Valls.
    Sicuramente influisce sulla inusitata asprezza verbale del dissidio, la accesa fase negoziale sui vari aspetti dei rapporti fra Stati che interessano la Santa Sede nella Città Sacra di Gerusalemme.
    Ma è palpabile che vi è di più, vi è dell’altro. Da parte israeliana emerge con chiarezza un senso di risentimento nei confronti non certo del pontefice, di questo pontefice –o del suo predecessore – ma della Curia, della Santa Sede nel suo complesso, come Chiesa e come Stato.

    L’incredibile visita di Hassan al Turabi
    Il problema drammatico è che questo risentimento israeliano nei confronti della Chiesa Cattolica è pienamente giustificato. Le parole recenti di Navarro Valls sono incredibilmente – dolorosamente per chi lo stima – al di sotto della opportunità, perché il punto, con tutta evidenza, non è solo, non è tanto, che il pontefice si ricordi che i morti israeliani per terrorismo, sono uguali ai morti di tutte le altre nazioni. Il punto è che la Santa Sede e lo stesso pontefice che più ha fatto per recuperare il rapporto con gli ebrei e l’ebraismo, Giovanni Paolo II, hanno compiuto dei gesti di una gravità eccezionale contro Israele, contro gli ebrei.
    Il fatto che questi gesti di eccezionale gravità non siano mai stati autocriticati, ha appunto sedimentato in Israele un giusto risentimento che fa sì che oggi anche un lapsus – se lapsus era – rischi di far traboccare il vaso.
    Chi ha organizzato il 13 ottobre 1993 la visita in Vaticano del sudanese Hassan al Turabi, la stretta di mano tra lui e Papa Woitjla, non poteva non sapere che egli era in quel momento (come lo è oggi) l’esponente più autorevole dal punto di vista politico-religioso del più radicato, sanguinario, violento antisemitismo musulmano ed arabo.
    Non poteva non sapere che al Turabi aveva sulla coscienza l’impiccagione per apostasia nel 1985 di Mohammed Taha, la cui colpa principale era appunto quella di auspicare un nuovo rapporto tra islam ed ebraismo, depurato dalle tragiche, millenarie conseguenze teologiche impropriamente tratte dal conflitto politico che il profeta sostenne con gli ebrei della Medina.
    Non poteva non sapere che proprio al Turabi, due anni prima, aveva legittimato islamicamente la politica di Saddam Hussein, organizzando un consesso musulmano mondiale che legittimava il jiahd lanciato dal dittatore baathista in Kuwait.
    Non poteva non sapere che al Turabi ospitava nel lusso a Khartoum il terrorista Carlos (autore della strage degli atleti israeliani di Monaco nelk 1972, del dirottamento di Entebbe e di tante altre) e Osama bin Laden.
    Beninteso, con al Turabi la Santa Sede doveva avere rapporti, doveva trattare, proprio a causa del suo ruolo nefasto nella guerra civile in Sudan che contrapponeva musulmani a cristiani ed animisti. Ma al Turabi aveva, ed ha, la stessa caratura morale e ideologica di Himmler, antisemitismo compreso e questo chiude, avrebbe dovuto chiudere la questione.
    Ma nessuno, in Vaticano, è mai ritornato sull’episodio, nessuno ha fatto autocriti ca e Israele è rimasta sola, ancora una volta, nella sua indignazione.
    Chi ha organizzato il 6 maggio 2001 la visita di Giovanni Paolo II nella moschea omayyade di Damasco (con l’equivoco di un apparente omaggio, che però non era tale, perché l’ingresso nell’edificio era finalizzato solo a pregare cristianamente, in silenzio sulla tomba di San Giovanni Battista che vi è contenuta), non poteva non sapere che questo avrebbe inflitto una pesante, insopportabile umiliazione non solo a Israele, ma anche agli ebrei. Non poteva non sapere che il presidente Bashar al Assad avrebbe usato quell’occasione per pronunciare frasi intollerabilmente antisemite, per accusare gli ebrei di deicidio, di varie infamità religiose e di avere eletto Ariel Sharon perché più “razzisti dei nazisti”.
    Il Papa – questo fatto incredibile è successo – ha ascoltato in silenzio quelle frasi che non poteva ascoltare in silenzio. Non ha replicato. Tutta la Siria, tutto il mondo arabo hanno visto il Papa tacere davanti al raìs di Damasco che insultava non solo Israele, ma anche e soprattutto gli ebrei.
    Navarro Valls il giorno dopo – con secchezza – si è appellato al codice diplomatico e al rifiuto di commentare “le parole di un Capo di Stato”.
    Pessima scusa. Terribile sbaglio, aggravato da un altro imperdonabile silenzio.
    Nella delegazione che aveva ricevuto il pontefice a Damasco, primeggiava infatti la vera eminenza grigia del regime siriano, il trentennale ministro della Difesa Mustafa Tlas, autore del pamphlet “Il pane azzimo di Sion”, venduto a decine di migliaia di copie in tutto il mondo arabo. Il problema era che non solo quel libello sosteneva che gli ebrei facevano e fanno sacrifici umani di bimbi per impastare le loro azzime, ma che l’accusa si basava sui “fatti di Damasco” del 1840.
    In quella lontana occasione – qui è il problema – la Curia vaticana, per opera attenta del cardinale Segretario di Stato Luigi Lambruschini e il prefetto della Congregazione della Fede Giacomo Franconi, aveva sostenuto in pieno, con tutti i mezzi, l’accusa ai dirigenti della comunità ebraica (alcuni dei quali uccisi dalle torture durante l’inchiesta) di avere ucciso la sera del 5 febbraio 1840 il frate cappuccino di 73 anni padre Tommaso di Calangiano e il suo servitore arabo e cristiano Ebrahim Amarah.
    La Chiesa cattolica, insomma, nell’Ottocento, nel caso di Damasco, ha pienamente, ufficialmente avallato l’accusa agli ebrei di compiere immondi sacrifici umani per i propri riti, e quell’accusa non è mai stata smentita.
    Nel 2001, dunque, la presenza di Tlas – il più sfrenato propagatore della infamia degli ebrei succhiatori di sangue – a fianco del pontefice a Damasco, senza che nulla prima, durante o dopo sia stato detto sui fatti del 1840, da parte di nessun esponente della gerarchia cattolica ha, di nuovo, rappresentato un episodio inquietante.
    Israele si è infatti inquietato e il pesante bagaglio di ferite, insulti, sgarbi di parte cattolica si è malauguratamente arricchito.
    Si possono aggiungere molti altri episodi, non ultime le deliranti affermazioni di alti prelati cattolici arabi che sostengono che “Cristo era palestinese”, ma la sostanza vera è anche un’altra. La sostanza è che la Santa Sede e i pontefici si sono rapportati da sempre nei confronti di Israele come se si trattasse di uno Stato qualsiasi, si sono rifugiati (i due episodi sopracitati, così come le parole di Navarro Valls di questi giorni lo illustrano senza dubbio) nell’illusione di potersi riparare dietro collaudate, universali, procedure diplomatiche. Naturalmente questo atteggiamento è comprensibile, ma il problema drammatico, visto il patrimonio di antisemitismo di cui la Chiesa cattolica si è resa responsabile, visto il peso straordinario che i fatti di Damasco del 1840 hanno oggi nei paesi arabi (vanno in onda continuamente delle situation commedy in cui ebrei torvi e col nasone sgozzano cristiani per berne il sangue), è che la Santa Sede non ha mai fatto cenno alla reiterata volontà araba di distruggere Israele.
    La Santa Sede non ha mai affrontato il nodo, il vero nodo, di un “rifiuto di Israele” che ab initio, con la leadership del Gran Muftì palestinese (alleato dei nazisti), non è solo un problema di “terra”, ma è soprattutto un problema di fede, di fanatismo musulmano che ritiene che Allah abbia donato in eterno la Palestina agli arabi e che nessuno possa mettere in discussione questo loro diritto divino. Esiste un solo Stato al mondo il cui mancato riconoscimento da parte di altri Stati ha creato cinque guerre in cinquantotto anni, con decine di migliaia di vittime. Questo Stato è Israele.
    A tutt’oggi diciotto stati arabi (su ventitré) non riconoscono il diritto di Israele a vivere. Ma questo mancato riconoscimento non è solo legato – come si fa finta di credere, anche da parte vaticana – a comprensibili ragioni di “terra”, è soprattutto incardinato su terribili motivazioni di fede.
    A un “a priori” musulmano e fanatico.
    Ed è drammatico che questo mancato riconoscimento arabo di Israele, con queste terribili sue motivazioni di fede, occupi –e sicuramente preoccupi – solo la diplomazia vaticana, ma che poi non sia mai oggetto di pubbliche, equilibrate riflessioni papali. E’ drammatico che questa omissione di un pericolo di vita per Israele, si concretizzi poi nelle parole di Navarro Valls che oggi cita solo la violazione del diritto internazionale da parte di Israele nelle ritorsioni contro gli attentati e ometta di notare, di condannare il fatto che gli attentatori palestinesi mirano, in nome del loro Dio, a distruggere lo Stato di Israele.
    Lo Stato degli ebrei.

    Carlo Panella su il Foglio

    saluti

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    Hanno assassinato Calipari
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    Sharon non ha mai fatto terrorismo e ucciso palestinesi innocenti? Dai, siamo seri, va..

  10. #10
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    Predefinito

    Sharon è l'uomo che , se Dio vorrà e se gli estremisti islamici lo lasceranno fare, porterà finalmente una pace stabile in medioriente...
    Possiamo dire altrettanto di qualsiasi leader palestinese?

 

 

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