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Si ma erano governi di centrop-sinistra che non centrano nulla con il centro-destra.....Citazione:
In Origine postato da Pieffebi
Quando il PSI ha rotto con Mosca e dichiarato la sua autonomia politica e ideologica dal PCI.......attraverso un processo lento ma necessario....è stato riammesso nella maggioranza e nel governo. Ma il PCI è stato tenuto rigorosamente fuori fino all'unità nazionale per l'emergenza terrorismo e crisi con il gabinetto Andreotti (il governo delle astensioni...e poi con il voto del PCI ma ma senza ministri comunisti) per poi, finita la fase critica, essere rispedito all'opposizione.
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Shalom
Allora come giustifichi i governi di centro-sinistra della DC ?:rolleyes:
già risposto più sopra.....
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un bel discorso di Alcide De Gasperi
Le basi morali della democrazia
Discorso pronunciato alla Conferenza tenuta a Bruxelles il 20 novembre 1948
In A. DE GASPERI, Alcide De Gasperi e la politica internazionale,Roma, Cinque Lune, 1990, Vol. III, pp. 378-386
" La scorsa primavera non ho potuto accogliere con mio grande rincrescimento, l'invito rivoltomi dal Comitato per le «Grandes Confèrences Catholiques» poiché mi trovavo impegnato nella campagna elet_torale. Ancor oggi, le nostre difficoltà economiche terribilmente com_plesse e l'asprezza della lotta politica in Italia, m'avrebbero spinto a non interrompere il mio lavoro se questo rapido viaggio avesse dovuto real_mente rappresentare una interruzione. Ma venendo a rendere omaggio a questa eroica terra del Belgio, modello di resistenza morale contro tutte le forme di violenza, ove la insufficienza delle armi materiali è largamente compensata dalle infinite risorse di una superiore civiltà, ho sentito che, ben lungi dall'interrompere il mio lavoro, io lo continuavo. E infatti, cosa facciamo, oggi, nel nostro paese, se non uno sforzo per rompere l'egoi_smo delle frontiere nazionali, ed estendere la nostra solidarietà vivente alle frontiere stesse della civiltà?
Ma non è tutto. In quanto leader del maggior partito della coalizione che governa l'Italia, in quanto vecchio combattente del movimento so_ciale e politico dei cattolici, ho un debito antico nei confronti del Belgio, il paese che, primo sul Continente, ha saputo fondare un regime vera_mente libero.
Certo, miei cari belgi, voi non avete alcun bisogno di questa mia tardiva testimonianza. Personalità ben più notevoli, hanno messo in luce, nel corso della vostra storia, quello che voi avete compiuto.
Montalembert, a Malines, non faceva eccezione che per voi, allorché rimproverava ai cattolici di estraniarsi dalla vita pubblica: «questo glo_rioso appannaggio delle nazioni adulte, questo regime di libertà e di responsabilità che insegna all'uomo l'arte di aver fiducia in se stesso e di controllarsi da se stesso». Voi avete partecipato alla rivoluzione nazionale, voi avete collaborato alla preparazione di una Carta della Sovranità popolare, e nello spirito di una tale costituzione, avete governato il vostro paese. Ecco perché ogni partito di ispirazione cristiana, allorché dal terreno teorico si è trasfertio in quello concreto della libertà politica, ha dovuto seguire il vostro esempio.
Di siffatto primato voi avete offerto la prova all'epoca del Kultur-kampf, allorché Bismarck lanciava il suo grido di allarme contro il go_verno «clericale» del Belgio, «vero pericolo — diceva — per la pace europea e ostacolo per la collaborazione con i paesi vicini».
La risposta era superflua, ma il vostro Malou tenne tuttavia a ri_mettere le cose a posto. L'Europa, egli diceva, deve rendersi conto della calunnia. Ormai da quattro anni, noi diamo prova che la opinione cat_tolica vuole solamente l'applicazione saggia e leale delle nostre libere istituzioni, le vuole e le difende tutte.
Non è a dire che i Belgi abbiano ignorato il valore delle diverse libertà; come noi sanno bene che le libertà essenziali sono quelle della personalità umana, della coscienza, della famiglia, delle comunità locali, della regione, delle associazioni, dei sindacati.
Sì, di fronte a queste libertà originarie, anche la libertà politica, vale a dire la partecipazione di tutti i cittadini al governo, potrebbe rappre_sentare, in teoria, qualche cosa di secondario; ma il passato è là a dimostrare che, senza libertà politica, tutte le altre libertà sono minac_ciate.
Si tratta innanzi tutto, di una sorta di difesa contro gli eccessi del potere pubblico e dello Stato centralizzatore.
«Signori, non fidatevi dello Stato», raccomandava Charles Woeste, al congresso per il cinquantenario della «Jeunesse».
A dire il vero, la pressione dei nuovi problemi sociali, esigeva, penseremmo noi, l'intervento dello Stato; tali prese di posizione, ripetute da parte di alcuni uomini politici belgi, scandalizzavano le nostre anime giovanili, piene d'entusiasmo per il movimento di riforma sociale.
Ma più tardi, la storia e la vita ci hanno insegnato che era troppo semplice combattere in blocco tali sentimenti, non scorgendovi che degli «attacchi reazionari contro la giustizia sociale».
I Belgi avevano l'esperienza delle proprie rivoluzioni; e questo pas_sato ispirava loro diffidenza nei confronti del pubblico potere. Lo stesso pessimismo ha caratterizzato i pionieri nello sforzo di porre le fonda_menta degli Stati Uniti d'America.
Quei pionieri, quei profughi politici dell'Europa, provavano una diffidenza profonda verso lo Stato che tanto facilmente diviene tirannico. Così, con una saggezza politica notevole, decisero essi stessi di limitare quel potere per sempre. Ciò che spiega le molteplici istituzioni di con_trollo ed una macchina statale così complicata negli Stati Uniti. Si tratta di impedire che, per l'avvenire, una somma troppo forte di potere si trovi in una sola mano, o in un solo settore della vita nazionale.
Ma è di nuovo la storia ad insegnarci altresì che nessuna precauzione di ordine costituzionale potrebbe impedire l'avvento della tirannide se una attiva coscienza democratica non fosse operante nel popolo.
L'esperienza, nel mio paese, è stata tragica. Anche quelli tra noi che si ribellavano contro il pericolo pur presentito, non compresero subito a qual punto era insidioso l'attacco fascista. Non vi furono dei cattolici — poco numerosi per fortuna — che si lasciarono attrarre dal corporati_vismo totalitario, fino ad immaginare che la dittatura, grazie ad interventi radicali e rapidi, avrebbe fatto progredire la giustizia sociale? parecchi hanno creduto che, anche senza la libertà politica, la giustizia sociale avrebbe camminato innanzi, e che le libertà personali, familiari, sindacali e locali, avrebbero potuto, malgrado tutto, sopravvivere.
Il contagio, partito dall'Italia, si è sparso in altri paesi: la dittatura di Lenin fu presa a pretesto per giustificare una dittatura preventiva, anticomunista.
In questo periodo di tenebre, noi che vivevamo in esilio nella nostra patria, volgevamo spesso il nostro sguardo verso l'esempio luminoso del Belgio. Io ricordo la campagna elettorale, a Bruxelles, nel 1937. Con ansia seguivamo gli sforzi di ricostruzione economica che il primo mi_nistro signor Van Zeeland compiva per difendere contro gli attacchi dell'estrema destra, il suo governo di concentrazione nazionale, e per lottare fino in fondo contro il pericolo di guerra.
Anche oggi potremmo ripetere le parole che egli scriveva il 23 marzo di quell'anno: «Mai accetterei di considerare la guerra come un male necessario ed ineluttabile. Fino all'ultimo momento, un raddrizzamento è possibile, e noi vi tenderemo con tutte le nostre forze».
Noi ricordiamo con speranza le parole del Signor Spaak, allora Ministro degli Affari esteri, allorché in una intervista a L'indèpendance Belge poneva a base nella nostra civiltà «i valori umani trasmessi dal cristianesimo», allorché insisteva sulla possibilità di una collaborazione tra le due correnti, di cui la prima rappresentava i valori d'ordine, d'autorità, di responsabilità, nel quadro della democrazia, e la seconda uno sforzo volto integralmente verso la giustizia sociale.
Era il tempo in cui, in due Encicliche apparse contemporaneamente, il Sommo pontefice prendeva posizione sui due fronti: da una parte « contro il comunismo» e per l'instaurazione della giustizia sociale; dal_l'altra «contro il nazismo e per la difesa dei cattolici tedeschi».
Non ci si poteva attendere di trovare in questi documenti più di una presa di posizione generale nel quadro della dottrina, mentre la lettera pastorale dei Vescovi del Belgio, che affrontava problemi particolari era concreta e perentoria. Potete immaginare quale risonanza avessero allora per noi parole come queste: «Noi disapproviamo formalmente — diceva la lettera — la tendenza in una forma o nell'altra, verso regimi totalitari o dittatoriali. Non ci aspettiamo nulla di buono per la Chiesa Cattolica nel nostro paese, da uno Stato autoritario che sopprimesse i nostri diritti costituzionali, anche se cominciasse promettendo la libertà religiosa. Noi vogliamo la conservazione di un sano regime di libertà che assicuri ai cattolici allo stesso titolo e nella stessa misura che a tutti i cittadini rispettosi delle leggi e dell'ordine pubblico, l'uso della loro libertà e dei loro diritti essenziali, con la possibilità di difenderli e riconquistarli con mezzi legali se un giorno venissero a trovarsi minacciati o violati» (Lettera pastorale 25 die. 1936).
La guerra si scatenò e fu l'attacco schiacciante dello Stato totalitario. Una volta passato l'uragano, possiamo chiederci se la lezione sia stata compresa, e soprattutto se le nuove costituzioni del dopoguerra e le nuove direttive dei governi abbiano tenuto conto sufficientemente del pericolo corso dalla democrazia.
Lasciatemi pur dire che mi sembra difficile affermarlo.
Nel cammino della nostra civiltà occidentale due correnti di pensiero si disegnano ed esercitano la loro influenza sulla evoluzione politica. La prima, resa più realista e quindi più pessimista da esperienze secolari, mette in primo piano la debolezza naturale dell'uomo. Nel corso dei secoli, filosofi e legislatori si sono domandati «cosa sono le leggi senza il costume?». E gli autori della costituzione americana si sforzavano so_prattutto di mettere il potere politico nella impossibilità di contrastare quelle libertà essenziali che corrispondono ad altrettante virtù morali nella vita sociale.
Questa corrente dunque, suppone una atmosfera morale, all'interno della quale agiranno le istituzioni politiche, e scorge in queste ultime una protezione dell'ordine morale. In sostanza, alla base di tutto c'è la co_scienza dei cittadini. Bisognerebbe esser ciechi, in effetti, per non rendersi conto che un regime democratico fondato sul popolo dipende più di qualsiasi altro non solamente dalla coscienza morale di cui son dotati i cittadini, ma anche dal costume che regge la loro comunità.
L'obbedienza e la disciplina non bastano più. Il popolo sovrano deve ormai possedere altre virtù: il senso della responsabilità di governo, la forza morale di contenere spontaneamente la propria libertà, per lasciare un posto giusto ai diritti degli altri e infine l'energia di non abusare delle istituzioni democratiche per obbedire ad interessi di partito o di classe.
Nei momenti decisivi, quando l'elettore democratico è chiamato ad esercitare il suo diritto di voto, egli deve essere incorruttibile di fronte alle menzogne dei demagoghi e ai ricatti dei potenti. Nelle manifestazioni collettive egli deve essere attento a non lasciar sommergere la propria coscienza morale dalla marea dissolvente della psicologia della folla. Eppure, bisogna che il suo animo sia aperto all'amore della collettività, al senso della fraternità e della democrazia. Non si tratta per l'elettore di un miscuglio di istituzioni coesistenti; si tratta di una filosofia intcriore che ha la sua ragione d'essere negli elementi razionali dell'interesse comune ma soprattutto negli elementi ideali che hanno ispirato la vita, le tradizioni e la storia della Nazione.
Una seconda corrente ha esercitato in certe epoche una influenza predominante sulla evoluzione politica, e si sente riaffiorare, in questo dopoguerra, nei dibattiti delle Assemblee Costituenti, come anche nella maniera di prospettare le riforme. Si tratta dell'ottimismo sociale rivo_luzionario. A questo ottimismo noi dobbiamo gli slanci di generosità e di idealismo creatore che, malgrado l'errore filosofico di base, ha spinto vigorosamente in avanti il cammino del progresso umano. Ma non di_mentichiamo che anche la dittatura comunista è tributaria più di quel che comunemente non si creda dell'ottimismo di Rousseau. I grandi rivolu-zionari comunisti non esitano a trasformare lo Stato in una dittatura che servirà, dicono, da testa di ariete per smantellare le ingiustizie sociali.
Rousseau diceva che l'uomo è cattivo solo a causa della vita sociale. Per i marxisti ortodossi la radice del male si trova nella proprietà privata. Una volta eliminata questa, l'uomo ritornerà buono e la dittatura si eliminerà da sé. Sfortunatamente la radice del male si trova nel cuore dell'uomo e questo uomo non è soltanto lo zimbello della «libido-pos-sidendi», ma anche della «libido-dominandi», della volontà di potenza.
Si può constatare la sopravvivenza «der Ville zur Macht» anche in regime collettivista.
L'ottimismo fanciullesco scaturito dal secolo XVIII spiega la facilità con cui i primi rivoluzionari marxisti hanno formato questa arma terribile di rottura che è lo Stato comunista, che accentra non solo il potere poliziesco, amministrativo e burocratico, ma anche il potere economico e l'insegnamento. Occorre aver creduto in una specie di stato di inno_cenza della umanità, per aver posto in poche mani una somma così grande di potere. Quando si tratta di organizzare la vita dello Stato occorre avere un sano pessimismo, cosciente del fatto che il male si trova negli uomini e in tutte le classi sociali.
Pericolosa quella concezione politica secondo cui tutto il male è da una parte e tutta la virtù dall'altra. Ne derivano sia un ottimismo nei confronti del proletariato e un pessimismo nei confronti della borghesia, sia un pessimismo nei confronti delle masse ed un ottimismo nei riguardi della élite. In tutti e due i casi, si finirà con cedere tutto il potere a quello dei due gruppi al quale si ha la illusione di far credito di ogni virtù.
Ma allora bisogna scorgere in noi dei pessimisti con l'occhio sempre volto al passato, i quali, come Donoso Cortes cento anni addietro, non sanno prevedere per la civiltà moderna altro che l'Apocalisse?
Ben lungi da tutto ciò. Il nostro realismo pessimista e filosofico ci consiglia delle precauzioni costituzionali e una pratica di governo tale da garantire a un tempo, da una parte la libertà politica intesa come salva_guardia della democrazia, e dall'altra le libertà essenziali come rifugio delle persone e delle coscienze.
Ma, una volta stabilita in maniera solida questa base, è attraverso un risoluto ottimismo che noi vogliamo edificare l'avvenire democratico dei nostri paesi.
Se — come scriveva Bergson — la ragion d'essere della democrazia è la fraternità, occorre altresì ammettere con lui che «la democrazia è per essenza evangelica».
Noi possiamo dunque essere sicuri che in un regime democratico liberamente realizzato, il fermento evangelico feconderà la democrazia e rinnoverà la civiltà. Ne scaturisce che è nostro dovere offrire alla de_mocrazia il contributo della nostra filosofia, della nostra morale, della nostra tradizione.
Questo contributo è molteplice e vario, secondo le epoche e secondo le Nazioni. Tuttavia, c'è qualche elemento inerente alla vita personale dell'uomo che esercita ovunque una pressione costante sulla vita sociale, ammesso che essa si svolga in regime di libertà.
Il Cristianesimo, per esempio, sviluppa nella persona umana lo slancio verso la perfezione, questo sforzo di perfezione proprio dei figli di Dio i quali, come dice S. Tommaso, agiscono da uomini liberi e non da schiavi. Un tale spirito di emancipazione si riflette necessariamente nella vita sociale e non può che espandersi ovunque in un regime di libera democrazia.
[b] Un altro di questi concetti è rappresentato dall'individuo inteso come «persona umana».[/u]
Durante la guerra, in questo conflitto di idee che ha messo il mondo di fronte al nazismo, ci siamo trovati tutti d'accordo, credenti e non credenti, per salvare il concetto secondo il quale — come dice Maritain — l'uomo è più un tutto che una parte.
L'uomo si rende sempre meglio conto che egli non è una parte dello Stato, come l'ape è una parte dell'alveare, o la formica del formicaio. Allorché questa concezione dell'uomo come persona si indebolisce, l'or_ganizzazione dello Stato tende a divenire collettivista ed assoluta. Il senso della dignità della persona umana conduce alla uguaglianza di fronte alla legge e di fronte alla organizzazione politica, vale a dire alla democrazia.
Il Cristianesimo apporta ancora un terzo impulso, certamente il più forte: l'amore. L'amore dal punto di vista sociale si chiama fraternità ed esige spirito di sacrificio a vantaggio della comunità.
Qui Bergson ci dice ancora: «La democrazia è per essenza evangelica: essa ha come spinta l'amore». Ecco l'elemento vitale.
La guerra ha reso, a coloro che l'avevano dimenticato, la coscienza di questa forza propulsiva del Cristianesimo da cui è animata la civiltà moderna, anche laddove questa ultima può sembrargli ostile. Non è per questo che un filosofo idealista come Benedetto Croce ha sentito la necessità di dimostrare «perché non possiamo non dirci cristiani»?
Molti credenti, d'altra parte, non avevano avuto fiducia nei principi democratici, poiché questi erano stati presentati da Locke e da Rousseau. Ma quando essi si sono scontrati con il carattere pagano dello Stato totalitatio, essi hanno ben dovuto ammettere che sotto gli orpelli dello spirito dell'Enciclopedia, l'aspirazione alla democrazia era senza dubbio di origine evangelica.
Le grandi forze cosmiche che noi abbiamo scoperte, questa civiltà economica e materiale che noi abbiamo formato, il concatenarsi inestri_cabile dei problemi nazionali con quelli internazionali, fanno correre al nostro concetto del potere un pericolo terribile: ci sentiamo lo zimbello di forze più grandi di noi, noi parliamo di «forze economiche», di «necessità storiche», e, in mezzo a tutto questo, lo slancio umano s'in_fiacchisce.
Come non soccombere, di fronte a un avvenire così cupo, alla tentazione di evadere verso il passato? Come impedire agli uomini di sognare con nostalgia le soluzioni antiche dei «buoni tempi andati», se non facendo appello a tutte le risorse del Cristianesimo per il quale l'età d'oro non è mai nel passato, ma nell'avvenire?
Noi non abbiamo il diritto di disperare dell'uomo, né dell'uomo individuale, né dell'uomo collettivo; non abbiamo il diritto di disperare della storia, poiché Dio è al lavoro non solamente nelle coscienze indi_viduali, ma anche nella vita dei popoli.
Solo il Cristianesimo può, mobilitandoci tutti per le conquiste av_venire, impedire che noi siamo presi da una impazienza brutale di fronte alla lentezza dell'uomo.
Senza la pazienza misericordiosa del Cristianesimo, l'uomo non sa dominarsi ed i più idealisti dei rivoluzionari sono stati i più sanguinari.
La pazienza, ecco un rimprovero che sovente ci rivolgono nelnostro lavoro politico, come se la pazienza significasse mancanza di volontà, energia compressa tenuta in riserva, come se la pazienza non fosse la virtù più necessatia al metodo democratico, sia nella vita interna delle nazioni che nella vita internazionale.
In due settori soprattutto, la democrazia è chiamata ad esercitare questa virtù: innanzitutto in quello della giustizia sociale. È nostro dovere risolvere i grandi problemi di una ripartizione più giusta e di una cir_colazione più equa dei beni messi a nostra disposizione dal progresso.
Queste riforme sono pressanti. Esse si impongono. D'altra parte, non potremo realizzarle — la cosa è ormai evidente —se non facendo la sintesi della storia di un secolo. Questa sintesi potrebbe esprimersi in poche parole: libertà politica e giustizia sociale. Impossibile uscire da questi binari senza far deragliare il convoglio.
Nel secolo XX si è avuta talora la sensazione che questi due elementi si sarebbero dissociati. Nei paesi di cultura tedesca, la legislazione sociale, la vita stessa delle organizzazioni economiche e sindacali, parevano il frutto di un regime autoritario; tanto che nei paesi latini l'individualismo eccessivo e il liberalismo economico assumevano l'aspetto di un ostacolo alla giustizia sociale. Oggi i tempi sono matuti per la sintesi nel quadro di un regime democratico.
La partecipazione alla vita politica delle forze operaie organizzate, deve essere intesa in modo da introdurre da una parte, nell'ambito politico, lo slancio verso la giustizia sociale, e d'altra parte nell'ambito economico, la certezza indistruttibile della libertà politica.
Coloro che accettano questa sintesi accettano la democrazia.
Essi sono disposti e qualificati per partecipare allo sforzo comune in vista del rinnovamento sociale o, quanto meno, per aprire la strada verso un avvenire migliore. Poiché lo Stato democratico, logorato dalla guerra, è oppresso sotto il peso di un bilancio schiacciante che rallenta la rico_struzione e la economia, e gli intralci alla produzione divengono presto intralci all'opera di giustizia sociale.
Ma un'altra e più pesante angoscia pesa oggi sul mondo. Tutti sentono che la libertà e la giustizia sociale non si raggiungono e non si difendono che in una atmosfera di sicurezza.
Ecco perché non è sufficiente, forse, cercare la sintesi del binomio «libertà politica-giustizia sociale» e sarebbe più giusto parlare di un tri_nomio «libertà-giustizia-pace». Poiché questi tre fattori sono assoluta_mente interdipendenti e solidali.
Per salvare la libertà è necessario salvare la pace, ma il regime di libertà non si salva senza effettuare la ricostruzione economica che è la premessa della giustizia sociale. Il cerchio è così chiuso e questo prova che tutta l'azione democratica deve tendere, per le ragioni stesse della sua esistenza, verso la pace.
Quando si parla di guerra, la immaginazione ci rappresenta imme_diatamente operazioni militari e truppe in movimento. Sicuramente i capi degli eserciti devono studiare i loro piani di difesa seguendo determinate linee strategiche. Ma gli uomini politici responsabili non possono di_menticare che, in una guerra possibile, le operazioni militari non rap_presenteranno che l'urto finale, provocato laddove l'aggressore si sente più forte. Prima di questo urto finale, vi sono delle operazioni che non sono strettamente militari, ma che possono essere considerate come operazioni^di guerra, poiché preparano il conflitto o vi conducono fa_talmente. E in questo senso che l'azione che tende ad impoverire le democrazie parlamentari o ad umiliarle, insieme con la lotta per annullare i piani di ricostruzione europea, possono essere considerati come reali operazioni di guerra.
Quando noi democratici ci opponiamo, ciascuno nel proprio Paese, a queste manovre di guerra, difendendo il nostro regime di libertà e lottando per la ricostruzione, lavoriamo in verità per la pace, ed è la pace che vogliamo salvare.
Ed è peraltro evidente che se per disgrazia il ricorso alle armi diventasse una realtà, esso avrebbe un carattere universale. Non vi sa_rebbero più frontiere né terrestri né marittime né aeree. Anche oggi, benché non vi sia una guerra aperta, gli stessi pericoli minacciano i nostri paesi, senza distinzione di frontiere. Per questo occorre ad ogni costo fare appello alle forze di ricostruzione di tutti, alla energia unitaria dell'Eu_ropa.
Contro la marcia delle forze irrazionali, contro la mistica del ma_terialismo integrale, non si può opporre che un appello appassionato alla nostra civiltà comune.
Creiamo questa solidatità della ragione e del sentimento, della libertà e della giustizia.
L'Europa non troverà la sua salvezza che in questo spirito eroico di libertà e di sacrificio che è stato sempre decisivo nelle grandi ore della storia.
Ecco il nostro primo compito, il nostro compito per tutti.
Lo spirito di solidarietà europea potrà creare, in settori differenti, strumenti diversi di sicurezza e di difesa, ma la prima difesa della pace risiede in uno sforzo unitario che comprenda anche la Germania, in modo da eliminare così anche il pericolo di una guerra di rivincita. La propa_ganda dell'odio ideologico si infrangerà contro la solidarietà della Europa libera ed i popoli vedranno rinascere la certezza della pace e di un avvenire democratico fondato sulle forze dello spirito, dalla libertà e del lavoro.
Questa speranza, Signori, di un rinnovamento e di una ricostruzione dell'Europa, ha donato a noi italiani la forza morale necessaria all'ese_cuzione di un trattato di pace che appena imposto era stato sorpassato: noi abbiamo smantellato le fortezze che avrebbero dovuto ritardare l'invasione, noi abbiamo consegnato delle navi che in un periodo cruciale della guerra avevano solcato i mari per difendere la causa della libertà; noi avremmo infine dovuto soccombere sotto la disgregazione econo_mica, se la grande democrazia americana non avesse avuto fiducia nelle nostre capacità di rinascita.
L'esempio di fierezza e di eroismo della vecchia Inghilterra, durante la lotta contro il nazismo, aveva sostenuto la nostra resistenza morale e ci aveva salvato dalla disperazione; ora l'intervento generoso ed illumi_nato degli Stati Uniti ci aiuta nella lotta così dura per la «liberazione dalla miseria».
Altri popoli vicini e lontani, ci hanno teso la mano. Nella nostra disgrazia noi abbiamo ripreso coscienza più che mai, della nostra comune civiltà e del nostro comune destino. Abbiamo girato il nostro sguardo verso il Belgio che camminava innanzi a noi sulla strada della ricostru_zione e della unione con i popoli vicini. La Nazione che segue il vostro esempio, è un'Italia nuova, un'Italia che ha saputo chinarsi sulle dure esperienze della sua lunga storia e che si è raddrizzata cosciente delle necessità dell'ora, pronta ad imporsi tutte le restrizioni volontarie della sovranità che la renderanno attiva collaboratrice di una Europa unita nella libertà e nella democrazia.
Come abbiamo imparato a respingere quelle che si sogliono chia_mare le sottigliezze della tattica machiavellica, per abbandonarci intera_mente alle linee maestre di una politica di civiltà rischiarata dai valori umani e cristiani, parimenti ci auguriamo con tutto il cuore che gli altri popoli sentano anche essi i legami di una solidarietà rinnovatrice e abbandonino quegli egoismi che derivano da tradizioni ormai spente.
Miei cari amici, io so che la primavera scorsa voi eravate inquieti per la nostra sorte, che voi guardavate ancora con qualche apprensione, alle soglie dell'inverno, agli avvenimenti della nostra vita politica e sociale. Non abbiate paura: ad ogni stagione il suo male.
È un compito difficile quello di difendere la democrazia con il metodo della libertà, ma è un compito magnifico e merita di essere compiuto sino in fondo. Non possiamo abbandonarci; non rappresen_tiamo né un partito né una nazione, noi siamo una civiltà in cammino. E le ragioni della civiltà non tollerano né arresti né abdicazioni.
Nessuno ha il diritto di mettere in dubbio la nostra fermezza e l'apporto che può donare un popolo di 45 milioni di abitanti alla causa della pace e della civiltà che è la causa di coloro che cercano la libertà e che hanno sete di giustizia. "
Shalom
Commovente.... Però peccato che i vincitori non tennero alcun conto della realtà mutata italiana durante la pace.
Quale sarebbe la risposta ? :rolleyes:
Basta leggere e intendere....sopra.....
Altro magnifico discorso di Alcide De Gasperi
"Partito, Parlamento e Governo - Le ragioni del nostro anticomunismo"
Discorso pronunciato al III Congresso Nazionale D.C., Venezia, 2-5 giugno 1949
In A.DE GASPERI, Nel Partito popolare italiano e nella Democrazia cristiana, Roma, Cinque Lune, 1990, Vol II, pp. 185-197
" Il Congresso di Venezia e quello di Praga secondo Togliatti
È noioso ma è così: quasi tutte le discussioni finiscono in un dialogo tra me e Togliatti. C'era già una partita aperta per il discorso suo a Praga e per il. discorso mio a Firenze. Stamani alle 10,40 Togliatti si è affrettato a aggiungere una replica all'Adriano di Roma. Ho qui una lunga relazione sul suo discorso. Vi sono cose che non vi interessano. Soprattutto vi è una sequenza di ingiurie per me, che non interessano né voi né me. Ma c'è qualche cosa che interessa dìrettamente il Congresso cioè il raffronto tra il Congresso di Praga e il Congresso di Venezia.
«A quel Congresso - dice Togliatti - a quel Congresso di Praga abbiamo notato un'atmosfera di libertà, di gioia, di fiducia, di sicurezza, regnare dappertutto. Vi hanno partecipato autentici lavoratori. Invece al Congresso di Venezia si fanno degli intrighi e degli imbrogli di corridoio per mantenere questo partito al potere con mezzi disonesti. L'anticomunismo di cui si parla al Congresso di Venezia trova qualche democratico cristiano che si vergogna e protesta di questa etichetta dell'anticomunismo. Il fascismo è risorto (l'anticomunismo è fascismo) per sbarrare la strada al progresso del nostro Paese. È il primo passo. Dopo aver fatto risorgere il fascismo nella propaganda si cercherebbe, si vorrebbe anzi farlo risorgere anche nei fatti. Già una volta ci hanno portato sul limite della rovina sociale attraverso la instaurazione del regime fascista, e oggi non vedono altra uscita se non il ritorno alla violenza reazionaria. In Italia abbiamo un Governo che non è nemmeno capace di condurre in modo decente l'attività della Camera dei Deputati, tanto che non si arriva in tempo ad approvare i bilanci preventivi e consuntivi e le leggi».
Ma voi sapete che tutto questo è dovuto al sistema ostruzionistico, alle interpellanze a getto continuo della opposizione: è per questo che le Camere non arrivano a tempo a fare il loro dovere. Saltiamo. «L'Italia fra tutti i paesi europei - ha continuato Togliatti - è forse uno di quelli più maturi per la trasformazione socialista. Non c'è altro rivolgimento all'ordine del giorno. Abbiamo un'agricoltura nella quale sussistono problemi che devono essere risolti. Questo non può essere compiuto che sotto la direzione del Partito comunista e dei suoi alleati. Non c'è altra possibilità di evoluzione, di sviluppo, di avanzata del nostro Paese sulla via della civiltà, del benessere, se non in una trasformazione socialista dal Partito comunista».
Ora, è ovvio che Togliatti la pensi così. Ma non è molto tattico che egli lo confessi apertamente, in un discorso in cui ad un certo punto, dopo qualche minaccia, fa appello alle forze intermedie perché trovino nella distensione una via di uscita. Ma se il problema è messo così comunismo e anticomunismo, le distensioni non hanno ragione di esistere.
Togliatti se l'è presa con me per le mie parole di protesta a Firenze. Mi vuol attribuire addirittura pensieri segreti di cedere alle seduzioni del colpo di Stato, della dittatura. Tutto il mio discorso dice il contrario. Ma voi siete testimoni di un fatto analogo: al Congresso di Napoli, quando si parlava di comunismo e del Cominform, da una parte della folla è venuto l'urlo: fuori legge i comunisti, lo ho dichiarato anche allora: No. Amiamo percorrere tutta la via della democrazia. Vogliamo salvaguardare in base alla Costituzione anche la libertà degli anticostituzionali purché sia salvaguardata la libertà nostra e la libertà intera del popolo italiano.
Il Partito comunista, voi lo vedete, non è un partito nel senso tradizionale della parola, è uno schieramento di forze, che utilizza la democrazia e la Costituzione come espediente transitorio per arrivare al potere e strozzarlo poi a pena arrivato. Per questo essi non abbandonano la riserva mentale, mentale, dell'insurrezione armata, per questo noi dobbiamo stare sull'attenti e difendere la libertà e l'autorità dello Stato. Senza dubbio (mi riferisco a un giornale che ce ne faceva carico)si devono colpire anche i responsabili, i dirigenti; ma fino a tanto che non risponderanno di un reato, non perseguiremo né propositi, né programmi.
Togliatti nel suo discorso a Praga si è rivolto ai suoi amici di colà per dire: «Il vostro esempio ci incoraggia. A noi non è riuscita, però abbiamo avuto lo stesso slancio, lo stesso spirito di sacrificio, ma non abbiamo avuto la fortuna di avere l'appoggio concreto e diretto dell'esercito di occupazione russo». Una scusa, una spiegazione e a un tempo una accusa per lo Stato esaltato, per lo Stato della Cecoslovacchia.
Voi ricordate l'intervento diretto della diplomazia russa al tempo del progetto Marshall. Voi avete certo letto ne Il Popolo la serie di articoli di Hubert Ripka che nel discorso di Roma stamane Togliatti tratta da miserabile traditore. Hubert Ripka era invece ministro nazionale democratico del partito di Benes nell'ultimo Ministero di coalizione ed è uno di coloro che hanno sofferto la violenza dell'estromissione e quindi hanno assistito giorno per giorno allo sviluppo del colpo di Stato. Quelle sue memorie, che vorrei stampate in un volume, vanno lette e meditate dal pubblico italiano.
Il colpo di Stato (25 febbraio 1948) in Cecoslovacchia
Prima del 25 febbraio 1948 voi sapete che la Cecoslovacchia passava per lo Stato democratico per eccellenza, libero, organizzato in favore delle classi popolari e della piccola proprietà. Nessuno pensava che la Cecoslovacchia di allora retta da una concentrazione di partiti, compreso il comunista, fosse in pericolo di essere aggredita così presto. Oggi, come è la situazione in Cecoslovacchia? Basta un fatto solo.
Dopo il 25 febbraio 1948 tutte le leggi fatte in Cecoslovacchia sono state accolte e deliberate all'unanimità. La stampa: in meno di due mesi 243 edizioni di giornali esteri sono state proibite in Cecoslovacchia. Sotto le stesse misure di controllo sono caduti 40 giornali svizzeri. E questi signori, che vanno a Praga e compatiscono il popolo italiano tenuto in schiavitù, tanto è reazionario e oppressivo di tutte le libertà il Governo in Italia, possono liberamente vendere l'Unità fino a cacciartela sotto il naso in tutti i crocivia.
Tutti i bollettini diocesani sono stati soppressi e non basta: sono stati sostituiti da un organo ufficiale, la Gazzetta del Clero Cattolico pubblicata dal Ministero dell'Istruzione. In Italia, Paese di servitù, non c'è nessun regola che proibisca e limiti le pubblicazioni non periodiche.
In Cecoslovacchia la legge del 24 marzo 1949 è un tipico esempio di burocratizzazione politica della cultura. Basta leggere il par. 2: «Il Ministero delle Informazioni fissa anno per anno in base alle proposte del Consiglio centrale editoriale un piano pubblicazione delle opere non periodiche e ne dirige la pubblicazione stessa». Occorre tener presente che il Ministero delle Informazioni in base all'art. 4 dirige la diffusione delle opere non periodiche interne ed estere. Dove abbiamo letto una volta simili disposizioni? Non vi ricordano altre leggi del nostro Paese contro le quali i comunisti stessi sono insorti in nome della libertà?
In una pastorale recente dei Vescovi sta scritto che ogni nuovo libro cattolico, deve essere sottoposto a censura preventiva, anche libri contenenti le preghiere per l'Anno Santo; e quando i Vescovi si sono radunati in Conferenza, come è loro costume, queste conferenze episcopali dovettero essere interrotte, perché si scoprì che venivano origliate da microfoni opportunamente nascosti nelle sale dove le conferenze erano tenute. Ho qui un altro documento del 21 aprile 1949 in cui dei Comitati nazionali provinciali (sono comitati costituiti dopo il colpo di Stato) ricevono istruzioni contro le attività del Clero cattolico; ad un certo punto il documento dice: «Tutti i commissari di P.S. controlleranno soprattutto se si è proceduto alle espropriazioni di tutti i terreni parrocchiali che sorpassono un ettaro». In secondo luogo è detto di «tener d'occhio tutte le riunioni cattoliche e per quanto possibile impedire opportunamente (osservare questo «opportunamente») la loro attività».
Voi direte: forse ce l'hanno soltanto col clero e con la Chiesa Cattolica. Leggete un po' i cosiddetti contratti agricoli di produzione e consegna. Sono volontari, però se il contadino non sottoscrive è il comitato che impone il contratto. Questi contratti sono una specialità che vorrei affidare allo studio dell'amico Segni.
Contengono un numero infinito e dettagliato di misure da adottarsi: viene stabilito quante uova devono fare le galline, perché la produzione delle uova è fissata, naturalmente, ed anche la produzione del latte. (Ilarità). Questo è il rispetto del diritto privato per quello che riguarda la produzione. Se ci sono poi qui funzionari e impiegati che, vista la durezza del nostro Governo nero, abbiano aspirazione verso la Cecoslovacchia, raccomando loro di studiare prima il formularlo che ogni impiegato che vuol essere assunto o riassunto nel nuovo governo comunista deve presentare rispondendo a 60 domande. Di queste 60 domande ce ne sono alcune così: (a questo punto l'oratore legge alcune richieste del formulario, dalle quali risulta che l'aspirante deve rivelare i segreti più intimi e trasformarsi anche in delatore dei suoi parenti ed amici).
Ora, queste cose non sono inutili da dire e forse da ripetere, perché quando parlano del 18 aprile i frontisti affermano che il risultato è dovuto soprattutto alla falsa propaganda sul colpo di Stato in Cecoslovacchia. Togliatti oggi stesso ha smentito nettamente che si possa muovere la minima accusa di lesione di libertà al governo comunista. Ma è interessante anche l'esempio della Cecoslovacchia, sapete perché? Perché quella è una Repubblica democratica che aveva fatto già la riforma agraria, perché era una Repubblica che aveva dovuto soccombere anche di fronte a Hitler. Vi ricordate la conquista nazista della Cecoslovacchia? Quindi vi è facile il confronto, fra due totalitarismi. Stessi metodi, diversa finalità, stesso eccidio della libertà e dei diritti privati e personali. E quindi il Ministro Ripka, in quel memoriale a cui ho accennato, conclude così: «Come il nazismo anche l'imperialismo sovietico è un pericolo mortale per tutto il mondo civile in quanto è accoppiato ad una teoria totalitaria».
Totalitarismo e regime parlamentare
Ora, il totalitarismo interno porta fatalmente al totalitarismo all'estero. Come Hitler ieri, i sovietici presentano la conquista del loro espansionismo come altrettante misure difensive contro il capitalismo di occidente; pensiamoci, amici. Perché anche noi siamo dinanzi a due esperienze e la Provvidenza, forse, ci ha dato l'esempio della Cecoslovacchia per ammonirci, per renderci più attenti e vigilanti.
Vorrei, soprattutto richiamare l'attenzione dei giovani che non conoscono nè possono conoscere, come noi che ne ummo testimoni, la storia dell'avvento del fascismo, richiamare l'attenzione sopra la similarità dell'avvento del fascismo, richiamare l'attenzione sopra la similarietà dell'inizio della lotta contro la libertà. Si parte sempre con una svalutazione del Parlamento. È chiaro. Il Parlamento, il sistema parlamentare, è tutt'altro che perfezionato: vediamo evidentemente che ci vogliono delle riforme, sappiamo benissimo che con la ripresa del Parlamento antico non si è raggiunta la massima funzionalità del Parlamento.
C'è, quindi, il problema del Parlamento, cioè il problema funzionale del Parlamento, ma non bisogna in nessun modo contribuire alla svalutazione dell'Istituto come tale, non bisogna in nessun modo svalutare la sua opera, ridurla a manifestazioni spettacolari che possono solo giovare in un certo momento e vendere qualche copia di giornale in più, ma che certo non sono educative.
Non bisogna contribuire al formarsi dì un'opinione pubblica antiparlamentare. È pericoloso. Una volta noi, quando eravamo giovani come voi o giù di lì, credevamo che non ci fosse pericolo, credevamo che la libertà fosse eternamente garantita. Chi pensava di dover andare in prigione per ragioni politiche? Chi pensava in Italia di dover fuggire dal proprio Paese? Ebbene, è bastato che il Parlamento venisse non abolito, ma svuotato, perché tutte queste libertà civili e personali fossero messe in pericolo.
Quindi, amici miei, criticate pure la condotta del Parlamento, ma criticatela a scopo costruttivo per rimediarci. Studiate voi stessi i metodi nuovi per poter fare progredire la nostra democrazia parlamentare. Ma ricordate che, caduto il Parlamento, sono cadute tutte le libertà: civili, spirituali, politiche e personali.
Bisognerà che in qualche Congresso si faccia la storia che abbiamo vissuto finché eravamo in cattività. Allora non potevamo scrivere, poi siamo stati afferrati dai compiti del giorno, siamo entrati al Governo, al Parlamento, con funzioni pubbliche, e non abbiamo tempo di scrivere nemmeno oggi, ma è un tormento vedere che i giovani di oggi in gran parte sembrano non conoscere o aver dimenticato il travaglio attraverso il quale noi siamo passati per raggiungere la libertà e la democrazia. Anche oggi voi trovate nel campo dell'estrema sinistra la tendenza generale a contrapporre al Governo parlamentare il «vero governo» che sarebbe la Cgil, a contrapporre al Parlamento l'atto, il gesto, la organizzazione del Sindacato, a contrapporre al Parlamento la piazza, a contrapporre alla democrazia parlamentare una certa democrazia immanentista che giorni fa era varata anche dal L'Avanti!, quando scriveva che la nuova democrazia è democrazia laica, immanentista ecc. ecc., e che la vecchia classe è isterilita, incapace di governare ecc. ecc.
Le vecchie classi, la classe dominante... Vorrei mettere in guardia gli amici da queste teorie sulle classi dominanti. In questa storia delle classi dominanti c'è un parallelismo con la dialettica marxista che servì al fascismo per conquistare il potere.
Dobbiamo ben guardarci dall'introdurla nel nostro vocabolario. Mussolini, alla vigilia di prendere il Governo, disse nel famoso discorso di Napoli: «Le Camere non rappresentano più il Paese. Ogni Ministro che uscisse da esse eserciterebbe illegittimamente il potere». È lo stesso che si va predicando dai comunisti: il 18 aprile è stato un trucco e il vero popolo si trova sulle piazze. Dopo quella dichiarazione di Mussolini si venne al 28 ottobre del 1822 e allora la lotta dei fascisti venne proclamata contro «una classe politica di imbelli e di deficienti che da quattro anni non avevano saputo dare alla nazione un Governo».
L'inserzione dei partiti nella vita costituzionale.
Si parla di classi politiche che si possono rovesciare e sostituire. In verità si sostituisce il Parlamento. Certo esiste un problema per noi e per tutti i partiti: cioè il problema del Partito, cioè il problema della sua inserzione nella vita costituzionale. I nostri bravi costituenti non hanno avuto il coraggio, e lo comprendo, di affrontare questo duro problema: l'inserimento dei partiti. Cosa fanno i partiti? Hanno una grande funzione di controllo perchè attraverso il sistema elettorale presentano le liste dei candidati e hanno così in mano la scelta dei dirigenti. Ora, bisogna guardarsi bene dal ripetere l'esperimento del fascismo, già superato con la creazione del Gran Consiglio del Fascismo, il quale si compose del Direttorio e di altri elementi direttivi che svuotarono il Parlamento e quindi lo sostituirono.
Noi dobbiamo cercare quella forma di collaborazione per di cooperazione che salvi i principii della Costituzione, salvi soprattutto la responsabilità dei deputati di fronte agli elettori, dei Ministri di fronte al Parlamento. Ecco il diffcile problema, altrimenti dove andremo a finire? Andremo a finire che quando un partito decide nella Direzione di uscire dal Governo, i deputati e il Parlamento è come non esistessero. Il governo si compone nel Parlamento. Se le decisioni vengono prese fuori delle Camere nessuna meraviglia che, come si è visto, ci possano essere interventi anche fuori dello Stato.
Quando noi abbiamo iniziato la lotta dell'Aventino, fu precisamente per restaurare il regime parlamentare. E l'errore fondamentale, la colpa del re fu quella di non aver accettato il nostro suggerimento e di non fare ricorso alle elezioni. Badate che fu un errore gravissimo a cui risalire anche il disastro della politica estera che divenne imperialista.
Nel 1925 Mussolini cominciò a parlare dell'Impero coloniale, prevedendo tra il '35 ed il '40 il punto cruciale della storia, nel '35 iniziò la guerra in Etiopia. Quando l'ebbe finita non dichiarò che le aspirazioni dell'Italia fossero per un certo periodo almeno soddisfatte; pronunciò ancora, il 9 maggio 1936, la famosa frase: «Un immenso varco è stato aperto sull'Oceano e sul mondo». Nel 1938 si arrivò al passo di parata, al passo dell'oca, al patto d'acciaio e alla proclamazione della dittatura imperiale con le parole: «Quando io comparirò al balcone, non si tratterà di discutere, saranno decisioni».
Fu il tempo in cui quello sciagurato ebbe ad appellarsi alla storia e alla decisione della guerra e proclamò che «la guerra sarebbe stata la Corte di Cassazione tra i popoli». La guerra, la Corte di Cassazione, ha sentenziato contro di noi; ed è bene che io lo ricordi in questo momento perché c'è in aria qualche spunto di colonialismo stile vecchio impero. E ingiusto però che la sentenza venga applicata inesorabilmente anche contro la nostra espansione pacifica.
Il problema coloniale
Voi non avete parlato, e fu saggezza il non farlo, del problema coloniale; né lo stesso vi intratterò in concreto sulla questione delle terre d'Africa. Però io vorrei invitarvi e attraverso voi invitare tutto il popolo italiano, a considerare il problema da un punto di vista morale connesso alla liquidazione della guerra. È giusto che noi rivendichiamo un diritto morale, fondato sulla nostra opera e sui nostri sacrifici per la civiltà. Lo conoscete il nostro sacrificio: ci è costato dai 70 agli 80 miliardi all'anno, abbiamo investito nelle colonie 709 miliardi, di cui più di 500 devoluti all'agricoltura e all'industria, e naturalmente qui non metto in conto le spese a causa della guerra di Etiopia, che costò, sia pure in parte per opere di valorizzazione, circa 2.250 miliardi. Il problema è anche di giustizia distributiva: è impossibile escludere l'Italia dalla cooperazione in Africa quando la si accetti o la si voglia per la collaborazione in Europa.
Noi dichiariamo che siamo disposti a fare ancora nuovi sacrifici per la comune civiltà a due condizioni: primo, che il sacrificio sia accettato e riconosciuto dai popoli autoctoni (la forma, amministrativa fiduciaria o assistenza associata a un governo locale, in complesso, non è essenziale); secondo, che questo nostro sacrificio rafforzi la cooperazione europea.
Ma il problema si allarga ancora. Pensate che l'Africa, con 150 milioni. di abitanti che crescono rapidamente, in pochi anni arriverà a 200 milioni. Ma c'è un fenomeno: più cresce la popolazione e meno cresce il reddito della terra perchè la coltura primitiva manca di tutto quello che la può sollecitare. Allora il problema della colonizzazione dell'Africa va al di là delle nostre fette sulla costa. Questo problema ci appassiona soprattutto perché lì possiamo trovare una soluzione, almeno parziale, al nostro bisogno di emigrazione. Al tempo fascista si diceva che bisognava svincolarsi dalla mentalità peninsulare e creaesi una mentalità imperiale, cioè proiettata nel mondo. Io ripeto tale esigenza, ma non in funzione dell'impero militare, bensì in funzione dell'espansione pacifica del nostro lavoro e della nostra cultura.
Studino i giovani delle nostre Sezioni, che dicono talvolta vuote di argomento, studino la nostra storia. La storia dei possedimenti italiani in Africa, a tipo coloniale imperialistico, non rappresenta che la fase più recente delle lunghe vicende che portarono l'Italia delle nostre repubbliche marinare agli stabilimenti in Siria, Palestina, Cipro, Candia, dall'Asia all'Africa: ma tutta la nostra storia mercantile e coloniale, di cui l'Africa non rappresenta che un episodio assai limitato, sia nel tempo che nello spazio, non è che un settore piccolissimo, per così dire, dello spirito universale italiano, il quale sempre e ovunque ha esternato in opere concrete il suo desiderio di cooperazione con gli altri popoli nel campo dello spirito e della materia. Dall'attività mercantile coloniale, che comprende quella dei grandi esploratori, mercanti, navigatori, si passa a quella degli artigiani, degli scienziati, degli inventori, degli architetti, dei letterati. Tutta questa vasta e multiforme attività ha in tutti i tempi reso l'Italia un centro di irradiazione che ha avuto mille diverse manifestazioni e si è concretata nelle forme più produttive e proficue per il mondo. Bisogna dire agli Italiani che conviene prepararsi per questa penetrazione pacifica del lavoro, della tecnica e della cultura.
Noi abbiamo esuberanza non solo di forze manovali, ma anche tecniche e professionali. Noi abbiamo bisogno di questa espansione; e questa espansione sarà bene accetta se sarà preparata.
Qui mi rivolgo al collega della Istruzione, che già molto ha fatto, mi rivolgo a tutti gli enti pubblici e privati: bisogna fare uno sforzo per fare studiare le lingue, studiare il mondo, studiare la storia, adattare a questa emigrazione le nostre scuole, i nostri corsi di perfezionamento. Gli Italiani bisogna che non facciano il cammino doloroso di quando partivano come minacciosa, per poi dovere alla loro straordinaria attività, allo spirito di sacrificio e organizzativo, le loro posizioni che hanno oggi, per esempio, nelle comunità americane. Bisogna che partono armati di preparazione tecnica, ma bisogna tentare, in uno sforzo che il Governo dovrà favorire, di riprendere le vie del mondo; ché chi parte, anche se non tornasse subito, non è perduto. Avete visto la solidarietà americo-latina.
Ora io dirò qualche parola all'amico Dossetti: egli si è preparato a questo Congresso per molti mesi - ha detto - in consultazioni cellulari, come dire per cellule, e in analisi meditative. Io disgraziatamente non ho avuto questo tempo, perché ho dovuto occuparmi di realizzazioni e di esperienze costruttive. Quando io impostavo il problema della rottura del tripartito, che portò di conseguenza alla impostazione politica del 18 aprile, non tutti erano convinti che la strada fosse quella. Dovete riconoscere in questo momento che ha valso più la esperienza che la cultura. Altri problemi seguirono, come quello di fronteggiare l'ordine pubblico, quello del risanamento finanziario e dell'ordinamento economico, quello del Patto Atlantico.
Amici miei, quello del Patto Atlantico è stato un travaglio asprissimo e non sempre era possibile consultare tutti. Il senso della responsabilità doveva contribuire a dare la prima spinta. Abbiamo avuto la grande consolazione di vedere il Gruppo parlamentare battersi meravigliosamente alla Camera. Amici miei, noi abbiamo assunto una grave responsabilità, l'abbiamo assunta quasi all'unanimità, e ci siamo rivolti in cinquecento e più comizi al Paese. La Direzione del Partito è stata all'altezza del momento, allora, e con la sua coraggiosa propaganda ha dominato del momento, allora, e con la sua coraggiosa propaganda ha dominato l'opinione pubblica.
Il problema del lavoro
Lavoro. Sì, il problema del lavoro è un problema molteplice che ci assilla e che trova difficilmente una soluzione rapida e totale. Ma non crediate che non ce ne siamo preoccupati.
Sono arrivato a dire ai rappresentanti dell'America che avremmo rinunciato al Piano Marshall purché ci dessero il modo di finanziare una parte almeno della nostra emigrazione, perché il Piano Marshall è lento e non arriva che dopo molto tempo ad assorbire mano d'opera.
Abbiamo sottoposto il nostro programma di bonifiche a questo criterio fondamentale dell'occupazione, e così i lavori pubblici che dovettero tendere a questa mèta, così la legge Fanfani, così gli investimenti diretti e indiretti di cui vi ha parlato Pella. Accettiamo le proposte dell'amico Rumor che le ha condensate in una magnifica relazione. È vero che ogni Governo ha bisogno di un certo stimolo, se volete, di un pungolo (non mi piace molto la parola perché ricorda i buoi), ma comunque io accetto anche il «pungolo» ad una condizione: che a un certo momento quelli che stanno pungolando scendano dal carro e si mettano anch'essi alla stanga e dimostrino di saper tirare.
Dossetti ha ricordato una frase che avrei detto nel penultimo Consiglio nazionale e che suonava così: «Finché non riusciremo a liberare una parte notevole della classe operaia dal Partito comunista la battaglia non è finita». È vero che ho detto così. Ma non è una scoperta. L'ho detto anche nel 1921, nell'altro Congresso di Venezia del Partito popolare. Vi prego di trovare anche in questa mia osservazione la dimostrazione che è necessario studiare la storia e che i giovani debbono studiare i libri vecchi.
I Sindacati e lo Stato
Il discorso mio sui Sindacati poneva il problema dell'azione sociale e dell'inserimento dei Sindacati dentro lo Stato. Ma non è molto semplice. Dossetti ha ricordato la concezione sua e di Fanfani quando erano alla Spes: la concezione del «nuovo Stato democratico nella solidarietà popolare».
Anche questo è vero. È il solidarismo. Poco avanti la prima guerra e subito dopo la guerra uno dei più grandi sociologhi tedeschi ha opposto al sistema socialista tutto un sistema chiamato solidaristico ed era quello un sociologo cristiano. È vero. Ma il problema è tutt'altro che semplice.
Mussolini ha tentato l'inserimento dei Sindacati e ne è venuto fuori il corporativismo di Stato. Bisogna essere molto attenti sul modo dell'inserzione: soprattutto deve essere una che trovi la collaborazione di almeno la maggioranza dei Sindacati e degli operai.
Comunque lo ricordo ai giovani, che tante cose non sanno e che invece ne sanno molte che lo non so, che è bene ricordare l'esperienza del passato. Segnalateci quello che voi nelle meditazioni, nelle vostre discussioni, nei vostri studi, credete di trovare di nuovo, e se si tratta anche di cose vecchie che avremo dimenticato o di cose veramente nuove, noi accettiamo il soccorso dei vostri suggerimenti. Però badate: noi abbiamo bisogno non soltanto di consiglio, abbiamo bisogno di appoggio.
Questo sistema di vedere nel Governo un'accolta di responsabili a cui si rinfacciano eventuali errori, senza riconoscerne i meriti, è ineducativo, è un sistema scoraggiante. La collaborazione deve fondarsi su un presupposto unitario di fiducia fraterna. Dossetti ha espresso la sua preoccupazione per l'attività parlamentare: egli sa, per le discussione che ne abbiamo fatto in Consiglio nazionale, che la condividiamo, egli sa che la sentiamo acutamente. È un problema di collegamento tra le due Camere, e della collaborazione del Governo con le Camere.
Cento e novanta (se ben ricordo) sono le proposte di iniziativa parlamentare, quando un tempo queste proposte erano ridottissime, e alcune di queste provengono dai nostrì Deputati, che le presentano senza avvertire il Governo, o che preparano una legge che magari pesa moltissimo sul bilancio, e cercano di farla promuovere dal Governo che deve pur poter dire a tempo il suo pensiero. Così non si governa in Inghilterra e in Francia e non è possibile che diversamente si possa governare in Italia.
Qualcuno lamenterà, e se ne è fatto cenno, il ritardo della trattazione delle riforme dei contratti agrari. Bisogna essere tolleranti in questo campo perché si tratta di materia in cui si può essere sostanzialmente d'accordo, ma alcune formule tecniche possono essere differentemente prospettate. Il Gruppo parlamentare ha preso una decisione di massima. A un certo momento la questione delle formule tecniche dovrà essere superata e la riforma passare avanti, per dar posto a quella fondiaria
La riforma degli organi centrali dello Stato
Passo alla riforma degli organi centrali: anche questa è un'aspirazione comune, anzi un dovere costituzionale. Ma è riforma difficile. Quando si creò il Ministero della Marina Mercantile, sorse la questione se la pesca fosse di pertinenza del Ministero dell'Agricoltura o del Ministero della Marina.
Si è discusso un mese. Dopo le decisioni le carte sono passate da un Ministero all'altro e in realtà il nostro Bastianetto (e qui colgo l'occasione per mandargli il mio plauso), quando ha voluto passare all'attuazione delle convenzioni con la Jugoslavia, ha dovuto ancora fare il giro da un Ministero all'altro per documentarsi. E guardate nella emigrazione: mi pare che nella proposta Rumor si parli delle competenze divise tra il Ministero del Lavoro e il Ministero degli Esteri; qualcun altro ha parlato di creare un organo nella Presidenza del Consiglio. Ogni volta che mettete la mano sopra un congegno amministrativo trovate una serie infinita di difficoltà giuridicche, tecniche, burocratiche. E quando finalmente andate al Parlamento entrate come in un tunnel in cui si tarda a veder la luce.
Tuttavia lo sforzo va fatto, e lo si farà. I giovani, o almeno i giovani di cui credo si faccia interprete Dossetti, mi pare tengano sovrattutto alla sistematica, alla presentazione organica e coordinata dei lavori e delle riforme. Non bisogna esagerare l'importanza della costruzione logica, tuttavia è vero che manca al Governo un organo che spieghi obiettivamente e concretamente l'opera sua.
L'abbiamo già avvertito: avete visto il bel volume illustrato sulla bilancia dei pagamenti! Si tratta di volgarizzare soprattutto i problemi economici e le soluzioni concrete. Ne seguiranno altri sulla agricoltura, il bilancio, l'industria ecc. Ogni riforma dovrà venire esposta organicamente e in connessione con le altre. E uno sforzo per l'educazione del popolo alla politica democratica.
Bisogna che arriviamo a sostanziare la nostra propaganda e con ciò dare anche argomento di discussione e di istruzione alle sezioni, di modo che il Partito possa contribuire esso stesso a questa perfezione dei nostri metodi. Non posso però non riconoscere la grande importanza assunta nel periodo della direzione del Partito di Piccioni e Cappi, da organi come il Traguardo, il Popolo e Libertà, i Commenti, che meritano rilievo.
I compiti del Partito, del Parlamento, del Governo
Infine non è esatto accentrare, come sembra volere Dossetti, i tre compiti nel Partito. Bisogna distinguere: stimolante e preparare è del Partito; deliberare è del Parlamento; eseguire è del Governo.
Che cosa vuol dire questo? Vuol dire che le idee, le aspirazioni, le tendenze programmatiche vanno sin dall'inizio inquadrate nella realtà, realtà che è una risultante delle possibilità esecutive e finanziarie e delle forze rappresentative delle due Camere, e questo non dovete dimenticarlo, amici miei. Una cosa è il programma del Partito, l'affermazione programmatica del Partito, circa la via che si deve percorrere, altra è la possibilità dell'esecuzione entro un Governo di coalizione, ad ogni modo un Governo di coalizione, ad ogni modo un Governo che deve tener conto della proporzione delle forze nelle due Camere.
La competenza tecnica e la tessera del Partito
C'è stata una frase ultimamente nel discorso di Dossetti che mi ha un pochino fatto stizzire. Forse non ho capito bene. Si parlava dei posti. Quale deve essere il nostro principio. Senza dubbio, se noi possiamo ottenere l'associazione della competenza tecnica con la concezione sociale (cioè l'uomo moderno con la mente aperta alle riforme, e con la conoscenza delle aspirazioni delle classi alle quali le riforme si rivolgono) è certo il meglio che si possa fare. Quindi se troviamo un democratico sul serio che abbia contemporaneamente cognizioni tecniche per un posto economico o esecutivo, egli deve essere certo il preferito. Però, la competenza tecnica è necessaria e non sempre disponibile come la tessera del Partito.
Segnalateci dei giovani che maturano, e noi vi saremo grati. Non è che si vada a cercare nell'antico Partito liberale il tale o il tal'altro uomo, perché del Partito liberale.
È semplicemente un uomo che ha fatto l'esperienza avanti che l'abbiano potuta fare gli altri. Evidentemente questo contributo non deve essere trascurato. Il Paese, badate, dopo un periodo in cui la tessera era tutto e la competenza poco, il Paese oggi ha diritto di sapere che secondo il nostro sistema non è la tessera politica quella che decide quando si tratta dì posti di competenza; e i nostri devono sapere che alla tessera, intesa come concezioni di vita, bisogna aggiungere competenza. (Applausi). Fortunati noi se le troveremo associate.
Il contatto serve: ero qui per istruirmi. Ho anche imparato negativamente, cioè qualche cosa che non deve essere fatta. Fa discussione capziosa su questioni piccine e organizzative, che non sono degne di un tale Congresso. Ma voi avete affrontato i grandi problemi e avete, plaudendo l'energico discorso di Piccioni, affermata la nostra unità. Tuttavia, affinché non ci sia l'ombra di un equivoco sul Congresso, vi pongo formalmente delle domande e vi do occasione di esprimervi.
Ecco le mie domande.
Mi sbaglio o no io nell'interpretare - e dicendo ioo, dico anche i miei colleghi e collaboratori - il voto delle Camere, che ci ha sostenuto e ci sostiene, come voto consapevole e responsabile di adesione alla politica onesta, schiettamente democratica e non persecutoria del Governo nazionale?
Mi sbaglio o mi illudo? Il Congresso lo deve dire. Perché, è vero, sono responsabile innanzi alle Camere, le Camere sono responsabili innanzi al Paese, tutti sono responsabili innanzi alla massa elettorale. Però è vero che il vincolo ombelicale è quello alimentato dal Partito nel quale ho sempre combattuto anche quando si chiamava Partito popolare. Bene, amici, voi dovete dirlo chiaramente, se io interpreto bene o se mi illudo sulla via tracciata dal Congresso.
Lo so, ci sono insufficienze, ne sono consapevole, difficoltà da superare. Forse le vediamo più noi che voi perché le incontriamo tutti i giorni. Il rinnovamento dello Stato è appena agli inizi, ma dico ai giovani che hanno dimostrato in qualunque momento della impazienza: impazienti, badate, questi vecchi stanno lavorando per voi, facendo sforzi in mezzo alla calca tumultuosa della nuova Italia nella quale voi entrate se avrete il coraggio, la prudenza e le qualità necessarie per governare uomini, cioè idee chiare, cuore fermo, occhi per la realtà.
Si va cercando a tastoni la terza forza, ma non ce n'è che una ed è la Democrazia cristiana. Con o senza aggettivi, essa è veramente una forza se rappresenta una concentrazione di energie difensive contro la duplice antidemocrazia e costruttive per lo Stato democratico e l'avvenire del lavoro. Con la visione innanzi agli occhi del compito immane, noi facciamo appello a tutte le forze ricostruttive. Ma sappiamo bene che nella nostra fede negli ideali di rinnovamento, nella nostra devozione al Paese, nella nostra crescente preparazione di uomini e di quadri troveremo le riserve energetiche per continuare la marcia, anche se taluno cercasse una diversione - e diversione significa debolezza - per gettare e deprecabile caso si verificasse, la terza forza del 18 aprile continuerà in noi e per noi il suo vittorioso cammino . "
Saluti liberali
Non potresti quotare la risposta ?
A destra c'erano solo i neofascisti e i monarchici. I voti democratici di destra erano quasi tutti nella DC (dopo il fallimento dell'Uomo qualunque) o nel PLI.Citazione:
In Origine postato da Pieffebi
Quando il PSI ha rotto con Mosca e dichiarato la sua autonomia politica e ideologica dal PCI.......attraverso un processo lento ma necessario....è stato riammesso nella maggioranza e nel governo. Ma il PCI è stato tenuto rigorosamente fuori fino all'unità nazionale per l'emergenza terrorismo e crisi con il gabinetto Andreotti (il governo delle astensioni...e poi con il voto del PCI ma ma senza ministri comunisti) per poi, finita la fase critica, essere rispedito all'opposizione.
http://socialdesignzine.aiap.it/sdz/images/dc1.jpg
Shalom
Shalom