Come noto, Lenin è stato il più grande interprete dei fondatori del marxismo, Marx ed Engels, anche se ai tempi in cui scriveva questa fama apparteneva a Plechanov in Russia e soprattutto a Kautsky in Germania, il più autorevole esponente della II Internazionale.
La vera importanza di Lenin emerse dopo la rottura con la suddetta Internazionale, seguita dalla rivoluzione d'Ottobre, per la cui realizzazione il libro-opuscolo Stato e rivoluzione, dell'agosto-settembre 1917, contribuì, dal punto di vista dei principi generali dell'organizzazione dello Stato e della società civile, in maniera decisiva.
Soltanto dopo la fine della guerra civile e dell'interventismo straniero, cioè con l'introduzione della Nep, poi negata dallo stalinismo, Lenin cominciò a rivedere la fondatezza di alcune sue tesi o almeno i tempi previsti per la loro attuazione.
Ebbene, se c'è però un libro dove la fama di Plechanov e soprattutto quella di Kautsky appaiono in tutta la loro limitatezza, è proprio Stato e rivoluzione, dove il genio interpretativo di Lenin fa emergere in ogni riga del testo l'esigenza di "realizzare" una rivoluzione sulla base dei principi di Marx ed Engels, allo scopo di eliminare, in un colpo solo, le ultime tracce del feudalesimo russo e quelle del capitalismo nascente.
E' così forte questa esigenza che il libro rimase incompiuto dell'ultimo capitolo, quello sulle rivoluzioni russe del 1905 e del febbraio 1917, proprio perché si era nell'imminenza del fatidico "Ottobre", e Lenin, in un Poscritto, si diverte a dire che è stato ben contento d'averlo lasciato incompiuto, poiché "è più piacevole e più utile" fare la rivoluzione che parlarne.
Il commento che qui ne daremo non vuole ripercorrere il filo logico di tutti i ragionamenti di Lenin, che spesso s'intrecciano a tal punto con quelli di Marx ed Engels, che è difficile discernerli, ma semplicemente enucleare i passi chiave che possono aiutarci a capire, in maniera sintetica, fin dove è arrivato il marxismo-leninismo, cioè il marxismo più maturo, a elaborare lo schema per così dire "politico-istituzionale" alternativo al sistema capitalistico.
La grandezza di Lenin stava proprio nel tenere costantemente legate teoria e prassi, nel dimostrare, sulla base di tale legame, le manchevolezze nelle analisi dei teorici e dei politici del marxismo a lui contemporaneo e soprattutto nel saper trarre dalle esperienze concrete (la più importante delle quali per lui fu la Comune di Parigi) quegli insegnamenti utili a far progredire la teoria rivoluzionaria.
Lenin non ha mai rimandato a un futuro indefinito o imprecisato il superamento del capitalismo, ma ha sempre cercato, con grande determinazione, di risolvere nel presente gli antagonismi creati da questo sistema. E in tale ricerca dei mezzi e dei modi egli ha sempre evitato di cadere nei facili estremismi di chi vorrebbe (oggi come allora) "tutto e subito", preoccupandosi invece di stabilire delle tappe progressive.
In tal senso Stato e rivoluzione non è solo un'ampia critica delle posizioni opportunistiche in seno al marxismo della II Internazionale, ma anche una presa di distanza dalle posizioni anarchiche, ch'erano non meno risolute di quelle marxiste nel volere la fine irrevocabile dello Stato borghese.
Più sopra si è detto che lo stalinismo rimosse con violenza la Nuova Politica Economica voluta da Lenin; in realtà fece di peggio: diede di questo opuscolo di Lenin un'interpretazione riduttiva e per molti versi falsata.
In Questioni del leninismo (Editori Riuniti, Roma 1952), Stalin dà per scontato, peraltro giustamente, che i fondatori del marxismo non potevano assolutamente prevedere il tempo in cui, a rivoluzione compiuta, lo Stato avrebbe dovuto cominciare a estinguersi. Ma in nome di questa preoccupazione anti-dogmatica, Stalin aggiunse poi che le tesi marxiste sullo Stato dovevano in sostanza essere accantonate, risultando praticamente inutili per la situazione contingente della Russia rivoluzionaria, che in quel momento per di più si trovava circondata da paesi capitalistici aggressivi.
Questo lo disse nel 1939, per poter giustificare le repressioni di massa iniziate due anni prima, a loro volta frutto di una tesi, tutta staliniana, secondo cui la lotta di classe si acuisce proprio in rapporto all'edificazione del socialismo. Col che, in un certo senso, si ipostatizzava lo scontro permanente tra le classi, pur nell'ambito del socialismo, e in fondo si finiva col mascherare gli insuccessi che questo sistema registrava dopo la fine della Nep.
Liquidato Engels con molta disinvoltura, che con la sua "astratta" tesi sulla "estinzione dello Stato" non aiutava a interpretare il presente, a Stalin non restava che liquidare il continuatore di quella stessa tesi, e cioè il Lenin di Stato e rivoluzione. E lo fece con astuzia, proponendosi come realizzatore di quel capitolo che Lenin era stato costretto a lasciare incompiuto.
La presunta "eredità teorica" del leninismo da parte dello stalinismo si dipanò, in quell'occasione, nei termini seguenti: 1. dopo la Costituzione del 1936 sarebbe scomparsa ogni repressione statale interna (e invece accadde proprio il contrario); 2. nonostante l'accerchiamento capitalistico (e la vigilia del secondo conflitto mondiale) l'Urss sarebbe passata alla fase superiore del comunismo, grazie alla forza del proprio Stato (cosa che in realtà non avvenne mai, in quanto il "socialismo reale" fu in realtà un sistema repressivo e burocratizzato).
Ciononostante, dal giorno in cui è nato il socialismo scientifico, che è l'analisi dell'inevitabile crollo del capitalismo, da rendere il più possibile indolore con una rivoluzione che ne acceleri il momento, tutta la storia mondiale ruota, ne sia il genere umano consapevole o meno, attorno a questo evento, poiché il socialismo scientifico può in sostanza essere considerato come il primo tentativo di realizzare praticamente un'alternativa non solo al sistema capitalistico, ma anche a tutte le civiltà antagonistiche della storia.
Essendo il primo tentativo, non potevano non essere fatti degli errori, anche gravissimi, da parte dei suoi protagonisti. Questi errori tuttavia non dimostrano la superiorità economica o la giustezza politica del capitalismo, che continua a porsi come sistema di vita le cui contraddizioni vengono pagate soprattutto dai paesi del Terzo Mondo, i quali garantiscono all'occidente la possibilità di vivere un benessere di molto superiore non solo alle sue possibilità ma anche alle sue stesse necessità.
Dimostrano soltanto, questi errori, che la strada per arrivare a un socialismo autenticamente democratico è lunga e difficile, per ogni singolo individuo.
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