Tra Svizzera e Italia, un episodio emblematico
di Carlo Lottieri
In Italia si torna a parlare di diritto di sciopero e il “casus belli” merita attenzione. La società italo-svizzera che gestisce i collegamenti ferroviari tra la Lombardia e il Canton Ticino è alle prese con un contratto travagliato: i sindacati italiani, infatti, sono infuriati perché i colleghi svizzeri hanno accettato un’intesa che prevede la loro rinuncia ad interrompere il lavoro per la durata del contratto.
In Italia, invece, lo sciopero è un diritto inalienabile. E come non si può cedere la propria vita o la propria libertà, allo stesso modo è inconcepibile che vi sia chi rinuncia alla facoltà di scioperare.
In realtà, i responsabili sindacali elevetici hanno accettato proposte che a loro sono parse vantaggiose, e la controparte è stata lieta di ottenere la garanzia che non vi saranno scioperi: tutelando in tal modo gli interessi degli utenti. Ma nell’immaginario del sindacalismo italiano toccare lo sciopero è peggio che bestemmiare in chiesa.
Diversamente la pensava un grandissimo liberale del Novecento, Bruno Leoni, per il quale quello dello sciopero non era un diritto. Ai suoi occhi, sciopero e serrata erano sullo stesso piano, rappresentando evidenti violazioni contrattuali. Come emerge in alcuni scritti pubblicati dagli editori Facco e Rubbettino, egli non riteneva certo che si potesse obbligare la gente a lavorare contro la propria volontà, ma gli pareva giusto che – come avviene di fronte alle violazioni contrattuali – s’intervenisse con penali a carico di chi non rispetta gli impegni assunti.
In realtà, ormai lo sciopero è soprattutto un’arma nelle mani delle burocrazie sindacali. Potendo ricattare imprenditori e utenti, gli apparati sindacali dispongono di grande visibilità. Non è caso che molti politici italiani (da Marini a Bertinotti, da Cofferati a Del Turco) provengano dal sindacalismo: il potere crea potere, e il sindacato è una delle vie maestre per accedere alle più alte cariche.
I moderni sindacati (ben diversi da quelli che sorsero nella seconda metà dell’Ottocento) vivono per giunta grazie all’esproprio del diritto del lavoratore a negoziare il contratto. Se gli accordi siglati dalle organizzazioni sindacali fossero vantaggiosi, non vi sarebbe bisogno d’imporli ai non iscritti: ben pochi vi rinuncerebbero e, in generale, i lavoratori si rivolgerebbero ai sindacati per consegnare loro la delega a rappresentarli. Se non è così, è perché solo la libertà contrattuale tutela i lavoratori, mentre il “monopolio” della negoziazione imposto dalla Triplice difende unicamente gli interessi del ceto sindacale.
Così, decidendo anche a nome di chi non nutre fiducia nei loro riguardi, i sindacalisti sono ormai un grave ostacolo all’emancipazione dei lavoratori.
Per questo giungono a negare anche il più elementare buon senso. Oggettivamente, a Chiasso l’accordo è stato vantaggioso per tutti: per l’azienda (che non avrà interruzioni del servizio), per i dipendenti (che hanno ottenuto quanto volevano), per quanti utilizzano il treno (che per l’intera durata del contratto sanno di poter contare su quel servizio di trasporto).
Da Milano al confine elvetico c’è meno di un’ora di viaggio: anche in treno. Ma quanto a civiltà giuridica la distanza è abissale e non c’è da stupirsi se stipendi, condizioni contrattuali e qualità della vita sono assai diversi. A tutto vantaggio di quanti hanno la fortuna di starsene in Svizzera.


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