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    Predefinito Massimo Fini a ruota libera

    Partiamo dal sottotitolo del suo ultimo libro: Manifesto
    dell'Antimodernità, quel vizio oscuro dell'Occidente.
    Scrittore e giornalista, Massimo Fini costituisce un'interessante
    voce
    fuori dal coro, libera da gabbie ideologiche e lucidamente critica
    verso la nostra modernità, di cui ama evidenziare paradossi e aporie.
    Sulla scia dei suoi riusciti La ragione aveva torto? (1985), Elogio
    della guerra (1989), Il denaro "sterco del demonio (1998), ha ora
    pubblicato un utile e attualissimo pamphlet, Il vizio oscuro
    dell'Occidente. Manifesto dell'Antimodernità (Marsilio 2002, pp. 69),
    dove sottolinea il carattere totalitario del modello occidentale e
    pone seri interrogativi sulle contraddizioni di quello che
    fideisticamente qualcuno continua a ritenere "il migliore dei mondi
    possibili".
    Abbiamo incontrato Fini a Firenze, dove, dopo la presentazione del
    suo
    libro (e due ore di vivo dibattito), ha voluto accordarci una
    conversazione-intervista "notturna" presso lo storico Gran Caffè
    Giubbe Rosse.

    - Partiamo dal sottotitolo del suo ultimo libro: "Manifesto
    dell'Antimodernità". Cosa c'è che non va in questa modernità, non ci
    viene detto che il nostro è il migliore dei mondi possibili, e che
    anzi tutti ci invidiano?

    Massimo Fini - Diciamo che sostanzialmente mancano qualsiasi armonia
    e
    qualsiasi equilibrio, cose che società precedenti alle nostre, pur
    naturalmente nella fatica - soprattutto materiale - del vivere,
    senz'altro avevano. E' proprio dal punto di vista nervoso e
    psicologico che questa società incide malamente su di noi.

    FV - Una società paranoica, la definisce

    MF - Sì, la definisco paranoica perché è basata sull'inseguimento: tu
    non puoi mai raggiungere un momento di equilibrio e di pace perché,
    raggiunto un obiettivo, sei costretto ad inseguirne un altro e poi un
    altro ancora e questo all'infinito, senza mai un momento in cui ti
    fermi. Del resto tutto il meccanismo del mondo industriale si basa
    sul
    fatto che devi continuamente acquistare beni e poi acquistarne altri
    e
    poi ancora altri, perché se il meccanismo si ferma è perduto.
    Riguardo al singolo, questo meccanismo obbliga, più o meno
    inconsciamente, l'individuo ad una corsa verso un obiettivo che non
    potrà raggiungere mai. E questo naturalmente, insieme a tante altre
    cose, lo rende nevrotico, depresso, da' il senso dello scacco
    esistenziale perché ad un certo punto della tua vita ti rendi conto
    che non hai combinato quello che volevi combinare, perché quello che
    volevi combinare è talmente proiettato nel futuro che non lo
    raggiungi
    mai. Von Mises, teorico dell'industrial-capitalismo, lo dice molto
    bene: "non è bene accontentarsi di ciò che si ha". Insomma, c'è
    sempre
    qualcosa da invidiare e qualcuno davanti a noi e allora non c'è mai
    la
    pace.

    FV - Perché questa tensione al miglioramento è volta ad un
    miglioramento esclusivamente materiale.

    MF - Certamente, questo è il punto, perché la tensione a migliorare,
    ad esempio la conoscenza, è dell'uomo. Ma la tensione a migliorare
    per
    migliaia di anni è stata a migliorare sé stessi, a conoscere te
    stesso; questo anche nelle culture che noi chiamiamo primitive, come
    quella africana, dove la cosa più importante è il dominio su di sé.
    Noi, invece, miglioriamo, crediamo di migliorare, solo materialmente;
    e oltretutto non è neanche un miglioramento, perché cos'è in fondo il
    mercato? E' uno scambio di oggetti. Si può pensare di costruire
    valore
    su una cosa di questo genere? Mentre l'uomo ha bisogno di valori; non
    perché i valori esistano – sono illusioni nella mia ottica – ma
    perché
    anche le illusioni, come diceva Huizinga, fanno parte della realtà;
    l'uomo non può vivere senza nulla. Ecco, questo è il disastro di
    questa società: che non produce illusioni, non produce valori,
    produce
    un'afagia, un continuo mangiare, un continuo introiettare cibo e
    altro
    che non può dare, naturalmente, alcuna soddisfazione.

    FV - E' questo il "vizio oscuro" dell'Occidente?

    MF - Il vizio oscuro è doppio: uno è che ha creato un modello
    paranoico, che ci fa star male; l'altro è che crede che il suo
    modello
    sia il migliore e lo impone ovunque. Perché potremmo anche dire: "a
    noi questo modello ci fa star bene, portiamolo agli altri". Purtroppo
    è un modello che ci fa anche star male, che è riuscito a far star
    male
    anche chi stava bene. Eppure, nonostante il modello mostri le sue
    crepe, nonostante ci faccia soffrire, crediamo ancora, sinceramente,
    di avere il migliore dei modelli e lo esportiamo negli altri mondi,
    combinando disastri inenarrabili.La storia del Terzo Mondo degli
    ultimi 30 anni è una storia di devastazione e distruzione per la
    contaminazione del nostro modello con il loro, anche quando è
    avvenuto
    a fin di bene. Noi oggi andiamo ad aiutare l'Africa, ma l'Africa
    stava
    molto meglio quando si aiutava da sola. Spiego qual è il meccanismo:
    questa gente viveva povera secondo il nostro metro, però quando tu
    hai
    casa, alloggio, socialità, identità, cultura, sei povero per chi ti
    guarda da fuori, non sei povero. La loro è un'economia di
    sussistenza,
    che va a 500 giri e non a 10.000 giri, come la nostra, che ti obbliga
    ad una corsa continua. Noi li sradichiamo, li destrutturiamo
    esistenzialmente, e alla fine li affamiamo anche, perché in realtà
    l'abbandono di un'economia di sussistenza e l'integrazione nel
    mercato
    mondiale fanno sì che questa gente esporti sì qualcosa ma
    l'esportazione non è sufficiente a compensare il deficit alimentare
    che si è venuto a creare e quindi c'è la fame.

    FV – Crediamo quindi che il nostro modello sia il migliore e ci
    sentiamo obbligati ad esportare la "buona novella". Come ogni
    messianesimo, però, questo implica l'incapacità di accettare "l'altro
    da sé", di riconoscergli pari dignità. Ma tra i vanti della cultura
    occidentale non ci sono l'aver inventato la tolleranza, il
    pluralismo,
    il rispetto per il diverso?

    MF - Certamente, questa è la contraddizione. La cosa che fa più paura
    è che la gente crede di essere liberale, si definisce liberale, ed
    invece è totalitaria, cioè non accetta l'altro se non nella misura in
    cui si omologa a noi. Lo abbiamo sentito anche stasera (il
    riferimento
    è al dibattito sul libro, ed in particolare ad alcuni interventi che
    affermavano la necessità di "modernizzare" l'Islam, conciliandolo con
    i principi della cultura occidentale - ndr): c'è l'Islam buono,
    l'Islam cattivo … ora, è chiaro che quando l'Islam ti aggredisce devi
    rispondere, ma quando l'Islam sta a casa sua, saranno fatti loro se
    si
    svilupperanno, o non si svilupperanno …In realtà noi non tolleriamo
    tutto ciò che è diverso, quindi non siamo liberali, crediamo di
    essere
    liberali ma siamo il contrario. Siamo anzi, diciamo la verità, la
    forma più compiuta di totalitarismo, perché noi il pianeta lo abbiamo
    occupato sul serio.

    FV – Non è la prima volta che l'Occidente "esporta" le sue idee nel
    mondo: anche in passato abbiamo partorito altre forme di
    evangelizzazione.

    MF - Sì, certo, tutto comincia concettualmente dalla Grande
    Rivelazione: io ho la buona novella, e quindi ho l'urgenza non solo
    di
    annunciarla ma anche di convertire gli altri. Poi ci sono stati
    l'eurocentrismo, il colonialismo classico, l'internazionalismo
    proletario ed ora, nella forma più compiuta, questo modello
    industriale a libero mercato di tipo capitalista che ha di fatto
    occupato quasi il mondo intero.
    Noi diciamo spesso che sono gli altri paesi che vogliono omologarsi a
    noi. Questo, alle volte, è vero, ma quando non è vero, per noi non
    cambia nulla: i talebani non volevano omologarsi a noi, volevano
    un'altra storia - giusta o sbagliata non lo so, ma era la loro storia
    - e sono stati spazzati via.

    FV – Insomma, non riusciamo a rispettare le culture diverse. Ma
    questa
    "missione civilizzatrice", quest'ossessione di portare la nostra
    civiltà dappertutto perché dappertutto costituisce il Bene, è l'unica
    molla che ci spinge a voler omologare la vita nel pianeta oppure ci
    sono altri motivi, di ordine più concretamente economico?

    MF - Ci sono motivi strettamente economici: noi abbiamo bisogno di
    conquistare sempre nuovi mercati, perché i nostri ormai sono saturi.
    E' questo il colonialismo economico, molto più pesante del
    colonialismo classico. Il colonialismo classico conquistava
    territori,
    rapinava materie prime (di cui però spesso gli indigeni non sapevano
    che farsene) ma siccome le due comunità, proprio per il razzismo che
    ci ha sempre contraddistinto (anche prima della Fallaci), rimanevano
    divise, allora gli indigeni continuavano a vivere secondo proprie
    socialità, usi, costumi, economie, ecc. Il colonialismo economico
    deve
    conquistare mercati e deve omologare questa gente ai nostri costumi,
    ai nostri usi, soprattutto ai nostri consumi e possibilmente alle
    nostre istituzioni. Quindi, mentre il primo colonialismo in qualche
    modo rispettava l'identità di questi popoli, questo nuovo la disgrega
    e la distrugge. Questo ha capito il mullah Omar, ed ecco il perché di
    quella cosa che a noi in Occidente fa orrore: la distruzione
    materiale
    del televisore.

    FV - Non esistono mezze misure di fronte ad insidie simili?

    MF - Non lo so, ma la loro esperienza era quella. Se poi gli afgani
    avessero voluto svilupparsi in altro modo da come proponeva il mullah
    Omar, che a sua volta dava una sua interpretazione rispetto
    all'Afghanistan tradizionale, che è molto meno integralista
    (l'Afghanistan è un paese meraviglioso, io ci sono stato prima che
    arrivasse l'Unione Sovietica, ma così l'aveva reso l'invasione
    sovietica, la povertà, poi il banditismo dei vecchi comandanti ecc
    fino a questa nuova forzatura), rimanevano questioni loro. Quella del
    mullah è certamente una forzatura però l'intuizione che certi
    elementi
    del mondo basta che entrino ed è finita, secondo me, resta valida.
    Sui
    metodi c'è molto da discutere ma l'intuizione resta valida. Del resto
    ogni cultura, è la lezione di Lévi-Strauss, è un complesso. Tu non
    puoi pensare,come facciamo noi, "mi sta bene l'islamismo però a
    condizione che la donna deve cambiare" perché ogni cultura, diceva
    Lévi-Strauss, è un sistema e tu non puoi estrapolarne un elemento,
    quello che non ti piace, perché crolla tutto quel sistema. Poi puoi
    pensare che sia bene che crolli, ma devi saperlo e comunque non deve
    dipendere da chi viene da fuori ma deve dipendere da dentro. Saranno
    le donne musulmane a voler seguire lo stesso iter delle donne
    occidentali, ma devono essere loro a deciderlo. A parte che il fatto
    che, come mi diceva Hassan Gaddiri, viceministro iraniano tanti anni
    fa, "voi la menate tanto per la storia del velo ma da voi c'è un tipo
    di sistema, di pubblicità tale per cui la donna deve essere sempre
    bella, giovane, levigata, ecc.; cos'è più costrittivo, il nostro
    chador o quel sistema?".
    Insomma, si tratta di ragionare su queste cose, si tratta di
    recuperare forse una delle cose che va sicuramente salvata
    dell'Illuminismo, cioè il dubbio. Noi abbiamo perso anche il dubbio,
    che è uno dei portati migliori della nostra cultura.
    Faccio un altro esempio, che si riallaccia la discorso di prima.
    Tanti
    anni fa, mi trovavo in Nuova Guinea per un servizio per l'Europeo, ed
    ero ospite di un missionario, un padre salesiano, e lui era in
    contatto con una tribù. Quando ero lì lui aveva un problema: voleva
    dare una mietitrebbia che questa tribù assolutamente non voleva
    prendere. E lui si disperava, si lamentava con me, non capiva
    assolutamente come mai questi qui non volessero uno strumento che
    faceva in due ore ciò che una famiglia comunque fa in due settimane.
    Poi ad un certo punto c'è stato un incontro con il capo di questa
    tribù, che sostanzialmente gli ha detto: "Vedi, per noi le cose
    stanno
    bene quando sono in equilibrio. La tua mietitrebbia distrugge questo
    equilibrio e quindi non la vogliamo". Capisci? Sono due mondi
    completamente diversi, che non sono conciliabili: lì si privilegia
    un'altra cosa, appunto l'equilibrio, l'armonia, rispetto al nostro
    dinamismo, al nostro andare avanti, che è un modello (ripeto, ognuno
    ha il suo, ma non è detto che debba andar bene per tutti). La
    democrazia in Afghanistan è una cosa che fa ridere chiunque vi sia
    stato perché lì la leadership si conquista in tutt'altro modo, non
    andando a deporre una scheda.

    FV - Sono discorsi molto lontani da quelli di una parte del movimento
    no-global, o, come è meglio definirli, new-global.

    MF - Loro sono dei globalizzatori, quindi vorrebbero il mondo tutto
    una grande democrazia planetaria … Il che, per me, è oltretutto anche
    un'utopia negativa, perché il bello della vita sono le diversità e
    comunque io non credo che noi si debba andare a salvare Safiya e
    tutte
    le Safiya della Terra. Credo, appunto, che ognuno debba filarsi la
    sua
    storia, e credo che noi ci stupiremmo molto se venissero qui dei
    musulmani e pretendessero di imporre il loro modello. Diremmo che non
    va bene, che non l'accettiamo, diremmo senz'altro no.

    FV – Visto che ci siamo, parliamo dei rischi per la nostra cultura.
    Sono più pericolose le moschee (seguendo la Fallaci) o i McDonald's?

    MF - Le moschee, finché restano là, non sono pericolose per noi. Lo
    diventano nella misura in cui l'Islam, che è una cultura aggressiva,
    volesse uscire dai propri confini, ma finora mi pare che questo non
    sia avvenuto. Avviene per effetto dell'emigrazione, ma l'emigrazione
    siamo noi a provocarla: entrando in quei paesi e destrutturandoli,
    creiamo quell'estraneamento ed anche quella fame per cui questi
    vengono da noi. Certo, se tu gli distruggi l'habitat, se li
    destrutturi, se gli togli ogni cosa, si agganciano all'unico valore
    che gli rimane, quello religioso, e cominciano a declinarlo in senso
    estremista e fanatico ed eventualmente terrorista.
    Insomma, il mio concetto è che ognuno dovrebbe rimanere all'interno
    della propria storia.

    FV - E l'impatto dei McDonald's?

    MF - Ma sai, i colpevoli dei McDonald's non sono gli americani, che
    fanno i loro affari, siamo noi che ci andiamo.

    FV - In questo senso l'americanizzazione non è un fenomeno più
    pericoloso, perché non crea anticorpi?

    MF - Certamente, è più insidioso, però siamo noi Europa che recepiamo
    tutta la cultura, il modo di essere americano, senza più fare neanche
    un bercio. Quando io ero ragazzo, negli anni '50, gli americani erano
    i vincitori dell'ultima guerra, quindi godevano di grande prestigio,
    ma quando venivano dall'America certa cose kitsch che non avevano
    senso si diceva tra la gente "è un'americanata". Avevamo una cultura
    che prendeva la distanza dalle cose che non ci piacevano. Oggi,
    invece, a furia di leggere Panorama, l'Espresso, l'Europeo e vedere
    la
    televisione abbiamo completamente depauperato la nostra cultura e ci
    becchiamo tutto il peggio che viene da là. Poi c'è anche un meglio
    che
    però non arriva. La colpa, in questo caso, nel rapporto Europa –
    Stati
    Uniti, è solo nostra. In questo caso gli Stati Uniti fanno solo la
    loro politica economica di potenza, è evidente.

    FV - L'estensione a livello planetario del modello culturale
    occidentale implicherebbe la diffusione anche del suo modello di
    vita,
    caratterizzato da abbondanza di beni e forte consumismo. E' un
    obiettivo concretamente raggiungibile?

    MF - Secondo me questo non avviene se non in minima parte. Se
    guardiamo la storia del Terzo Mondo negli ultimi 30 anni, in realtà
    l'esportazione del nostro modello ha arricchito un po' di gente, in
    genere equivoca, ed ha impoverito tutti gli altri. Lo si vede bene in
    quello che succede in Russia, dove si è passati da una povertà
    dignitosa al fatto che ci sono piccoli strati di popolazione
    straricchi e tutti gli altri scesi nella miseria. Il russo diventa
    pazzo quando vede che lui fa la fame e il vicino può entrare nel
    locale da 100 dollari. La miseria è esattamente questo: è vivere
    miseramente in una società che per alcuni versi è invece opulenta. Se
    le condizioni sono più o meno uguali per tutti, tu non senti alcuna
    miseria, ma con un raffronto così violento, certamente la senti. A
    proposito della Russia, Solzenicyn (che non credo possa essere
    accusato di comunismo, visto che ha fatto 20 anni di gulag) diceva:
    "va bene il libero mercato, anche da noi, ma a piccole dosi, con
    piccole imprese, piccolo commercio, perché questa è la nostra storia,
    il nostro modo di essere". Ed è vero: io sono russo di madre ed è
    vero, non c'entra niente la concorrenza con la democrazia. Se tu
    gliela porti, gliela imponi col coltello del Fondo Monetario
    Internazionale alla gola, tu distruggi un paese che già non stava
    granché bene. Insomma, si è confusa libertà civile e libertà
    politiche, sacrosante in un paese europeo, con il libero mercato, che
    non è la stessa cosa. Qui si crede che libero mercato e democrazia
    siano la stessa cosa. Non è vero.

    FV - Anche se lei individua un nesso tra la democrazia ed i
    meccanismi
    del mercato.

    MF - La democrazia rappresentativa è stata uno dei guanti che questo
    sistema si è infilato, ma esistono anche altre forme di democrazia.
    Esiste una democrazia diretta in piccole comunità che è tutta
    un'altra
    vicenda da questa. Noi parliamo di una democrazia rappresentativa che
    in realtà non rappresenta proprio niente (io chiamo la democrazia
    rappresentativa un modo per metterla in culo alla povera gente con il
    suo consenso). Questo tipo di democrazia certo è funzionale al libero
    mercato perché è una sorta di prevalere di una maggioranza
    eterodiretta da media, da mezzi di comunicazione, dall'alto, che
    quindi si farà convincere a tutto ciò che vogliono i padroni del
    vapore … Ma poi non è più neanche adesso una questione di padroni del
    vapore, questo è un meccanismo che va avanti per conto suo e che è
    sfuggito di mano anche agli stessi apprendisti stregoni.

    FV - Non c'è un timoniere?

    MF - No, magari ci fosse, andrei lì col kalashnikov … Purtroppo è un
    meccanismo che è sfuggito, è un treno che va a 800 all'ora, che
    continua ad aumentare la velocità, il macchinista non c'è, o se c'è
    non controlla più i comandi, anche se dice di controllarli. Gli
    stessi
    liberisti non si rendono ben conto del meccanismo che hanno creato e
    che non governano.

    FV – Eppure pensano ancora di poterlo controllare, magari attraverso
    la formula dello "sviluppo sostenibile".

    MF - Non esiste uno sviluppo sostenibile, già questo è insostenibile,
    né esistono forme di energia alternativa se usate di massa. Quando,
    in
    una zona tra Belgio e Olanda, hanno fatto 300 gigantesche torri per
    l'energia eolica, gli abitanti sono diventati tutti quanti pazzi,
    perché il rumore era pazzesco e comunque loro erano abituati a vivere
    in pianura e si sono ritrovati davanti a questo paesaggio. Insomma:
    un
    foglio di carta in casa tua non fa danni, 3 quintali di fogli di
    carta
    ti uccidono. Questo uso massiccio di risorse che devi fare proprio
    per
    sostenere un modello che deve sempre andare avanti e che non solo non
    può tornare indietro, non solo non si può fermare, non solo deve
    rimanere alla velocità attuale, ma deve sempre aumentarla … già
    questo
    ti dice che è pazzesco! Quando dissi a Rubbia, che è uno scienziato e
    che non vuole assolutamente sentire questi discorsi: "Scusi
    professore, glielo chiedo da fisico: continuando ad aumentare la
    velocità come stiamo facendo, non stiamo accorciando il nostro
    futuro?", allora lui cominciò ad ammettere questi dubbi. E' lui che
    mi
    ha dato l'immagine del treno che va e non c'è più il macchinista e
    non
    sappiamo neanche se prendendo la cosa in mano in questo momento e
    volendo fermarci siamo ancora in grado o siamo già al punto di non
    ritorno. Non esiste uno sviluppo sostenibile: è una menzogna, in
    buona
    fede per alcuni, in mala fede per altri; come è una menzogna, in
    buona
    fede per alcuni e in male fede per altri, la globalizzazione dei
    diritti. Non siamo riusciti a globalizzare i diritti in piccole
    dimensioni, figura se riusciamo a dare veri diritti a livello
    mondiale. E in ogni caso, lo ripeto, se anche si raggiungesse questa
    utopia sarebbe una noia mortale perché saremmo tutti uguali!

    FV – In maniera alle volte fideistica, si sostiene la possibilità di
    uno sviluppo sostenibile grazie ai risultati della tecnica. Classico
    esempio sono gli ogm, che dovrebbero risolvere il problema della fame
    nel mondo. E' una promessa fondata o le cose stanno diversamente?

    MF - Ma no, questa è una delle tante menzogne per vendere gli ogm.
    Oltre alle tante questioni di salute, per cui noi facciamo
    esperimenti
    senza sapere che cosa succede dopo, va detto che non è certo l'ogm
    che
    risolve la fame nel Terzo Mondo. La fame nel Terzo Mondo si risolve
    permettendo a questa gente in qualche modo di recuperare la loro
    economia. Prima non c'era la fame in Africa, questo è il punto.
    L'Africa, ai primi del 900, era autosufficiente alimentarmente, e lo
    era ancora in buona misura fino agli anni '60; da quando abbiamo
    cominciato ad inserirli nelle nostre politiche, è esplosa la fame.
    Anche perché il cibo in un'economia integrata mondiale non va dove ce
    ne è bisogno, va dove c'è denaro per acquistarlo. Va ai maiali dei
    ricchi americani, al bestiame dei paesi industrializzati. Mentre
    quando tu stai sul tuo e coltivi la tua terra, il prodotto non te lo
    leva nessuno. Certo, può venire l'anno della carestia, ma in linea di
    massima non c'è fame.

    FV – La fame è quindi un problema di distribuzione delle risorse,
    come
    sostiene Vandana Shiva?

    MF - E' un problema di distribuzione, è un problema di sistema. C'era
    in quei sistemi (ma questo vale anche per il nostro Medioevo) un tale
    reticolo, proprio perché si viveva di integrazioni, di solidarietà,
    per cui ognuno aveva quanto gli bastava. Nella stessa corporazione
    artigiana, per esempio, era proibita la concorrenza, ognuno doveva
    avere una quota di mercato sufficiente per vivere. Il concetto era
    quello della cooperazione, non della competizione. Adesso dove ci
    porterà questa competizione mondiale? E' logico, è inevitabile, che
    ci
    porterà ad avere un pugno di paesi ricchi ed un mare di miseria. Ed
    anche questi paesi ricchi, crederanno di salvarsi a questo punto?
    Perché appunto si realizza l'ipotesi di Marx: puoi avere tutte le
    armi
    che vuoi, ma quando hai intorno 6 miliardi di poveracci che ti
    vogliono fare la pelle, getterai l'atomica, ma l'atomica è un'arma
    che
    ricade su te stesso. Quindi, dovremmo pensarci, anche nelle forme più
    egoistiche e ciniche possibili, alla nostra sopravvivenza. La
    competizione porta a questo.

    FV – E allora, quali alternative ci sono?

    MF – C'è una proposta possibile, praticabile, volendo, anche da oggi.
    Io parlavo di piccole dimensioni, ma è chiaro che se hai piccole
    dimensioni gli americani, e chiunque altro, ti schiacciano. Una
    mediazione possibile è invece l'Europa, l'Europa non solo unita
    economicamente ma proprio l'Europa unita, neutrale, armata, nucleare
    ed autarchica. Neutrale perché noi non abbiamo più gli stessi
    interessi degli Stati Uniti, per ragioni che sono molto evidenti:
    l'alleanza con gli Stati Uniti era necessaria quando c'era l'Unione
    Sovietica, perché erano gli unici che avevano il deterrente atomico
    necessario per scoraggiare l'aggressione dell'Unione Sovietica.
    Armata
    e nucleare non per aggredire qualcuno ma come deterrente. E poi una
    parola chiave è: autarchica, nel senso che noi abbiamo popolazione,
    know how, risorse e mercato, sufficienti per essere autosufficienti.
    Questo ci permetterebbe di evitare le conseguenze più drammatiche:
    che
    se ai giapponesi, per loro cultura samurai applicata alla fabbrica,
    gli viene da lavorare 18 ore al giorno, anche noi in Italia si debba
    lavorare 18 ore al giorno; che se a Taiwan pagano un pugno di riso,
    anche noi si debba ridurre il salario; che se gli USA non hanno
    welfare, noi si debba smantellare il nostro welfare. Ovviamente,
    questo avrebbe dei costi: penso che il benessere delle classi alte e
    medio alte diminuirebbe, perché tutta una serie di prodotti
    diventerebbero irraggiungibili. Ma, poiché in quanto a beni e
    prodotti, ormai siamo pieni fino al collo (non sanno più cosa
    inventare: lo shampoo per cani, il water che suona …), sarebbe un
    male
    veramente minore. E questo presupporrebbe l'autarchia ed anche una
    redistribuzione più equa delle risorse rimaste tra la popolazione di
    quanto non sia quella globale, visto che in tutti i paesi
    industrializzati il divario tra ricchi e poveri oggi si sta
    divaricando sempre di più. Questa è un'ipotesi che se si volesse
    politicamente, se i governi e le popolazioni europee ne fossero
    convinte, si potrebbe tranquillamente praticare. Non è l'utopia
    lontana del ritorno a dimensione comunitarie, alla terra,
    l'autoconsumo ecc, è una cosa praticabile. Comunque, poiché non
    faremo
    nulla di tutto questo, il sistema imploderà e se non saremo morti
    tutti si ricomincerà con un nuove feudalesimo, si spera senza
    feudatari.

    FV _– E riscoprire la sobrietà come stile di vita?

    MF - San Francesco sarebbe un santo totalmente rivoluzionario, perché
    la sobrietà è esattamente il contrario di questo sistema. Pensa al
    silenzio, per esempio, che è un valore assoluto per le culture
    africane; noi siamo nel suo esatto contrario, noi applaudiamo anche i
    nostri morti …, in realtà, cosa vuol dire questo? Che noi, che pur
    abbiamo questa straordinaria cultura che ha lavorato proprio
    sull'uomo, non siamo più in grado di riflettere su noi stessi.
    Rimangono comunque sacche di cultura molto vaste dove la ricerca di

    e dell'equilibrio è importante: in fondo l'India riesce a resistere,
    ad esserci, pur nella globalizzazione, con la sua antica cultura e
    con
    questo modo di essere, nonostante sia per certi versi entrata nella
    modernità. Noi, invece, questa capacità di introspezione, di ricerca
    di sé (quello che i Greci, i padri della nostra cultura, avevano
    fatto
    in modo così straordinario prima di tutti), non riusciamo a
    ritrovarla. Non siamo più capaci di silenzio, di riflessione.

    FV - E la religiosità dell'Occidente, cioè il cristianesimo, che
    peso ha?

    MF - Pensare, come pensa la Fallaci, che questa sia una lotta tra
    cristianesimo e Islam è ridicolo, perché l'Occidente è totalmente
    scristianizzato e desacralizzato. Casomai è la lotta tra il
    totalitarismo del meccanismo industriale e un totalitarismo del
    senso,
    del valore, che è quello islamico, che pure è declinato in senso
    totalitario e aggressivo. Non è, infatti, che puoi parteggiare per
    l'Islam, che rappresenta un'altra cultura totalitaria. E' il peggio
    di
    un altro mondo che confligge con noi, non è il buddismo, non sono le
    culture africane.

    FV - L'integralismo costituisce l'esito scontato dell'islamismo?

    MF - No, noi lo abbiamo fomentato, perché privandoli di tutto il
    resto, è chiaro che un poveraccio si attacca alla religione, ha
    ragione.

    FV - Distruggendo le culture la globalizzazione crea o integralismi o
    xenofobia.

    MF – Certamente, è inevitabile, lo capisce chiunque.

    FV – Ma non tutti all'interno del movimento antiglobalizzatore. Come
    vede tale movimento?

    MF - Lo vedo come un movimento antimodernista, antiprogressista, in
    questo modo antitetico alla modernità, appunto. In Italia no, in
    Italia si declina a sinistra, è modernista, progressista, quindi non
    può competere realmente con il suo avversario, è solo una versione
    diversa (finisce come per il marxismo, che è stato un industrialismo
    inefficiente: marxismo e capitalismo sono state le due arcate del
    ponte dell'industrialismo; apparentemente confliggenti, in realtà si
    sono sorretti a vicenda, costituendo soltanto due versioni diverse
    della stessa cosa). Secondo me non ha futuro il movimento globalista
    italiano, verrà espulso prima o poi. Il movimento antiglobal di
    fondo,
    come altri fenomeni (il ritorno delle piccole patrie e simili), si
    oppongono in maniera radicale alla modernità così come è.
    Naturalmente
    non puoi ipotizzare un ritorno, puoi ipotizzare un "oltre la
    modernità", che sarà da vedere e da inventare, se ci si arriverà,
    perché non credo che abbiamo ancora tanto tempo.

    FV - Pubblicando nel 1989 "Elogio della guerra", ha infranto un vero
    tabù, e restituito dignità storica al fenomeno guerra. Da allora
    l'Italia ha partecipato ad almeno tre guerre, si appresta a
    combatterne una quarta, e su tutti questi conflitti lei ha espresso
    posizioni molto critiche. Ci vuol spiegare la sua posizione sul
    pacifismo e sulle guerre dei nostri giorni?

    MF - Io non sono pacifista, nel senso che ritengo che la guerra possa
    essere anche uno strumento per risolvere conflitti che non si
    riescono
    a risolvere diversamente.
    Sono contro quali guerre? Sono contro le guerre fatte per impedire
    quelle degli altri, tipo le guerre di Bosnia e in Kosovo, perché la
    guerra, quando si fa, ha una sua logica, e se ci vai combini guasti
    peggiori. In più trovo una contraddizione in termini pazzeschi: siamo
    andati ad impedire le guerre altrui facendogli la guerra e poi,
    improvvisamente, quando ci fa comodo solo noi possiamo fare le
    guerre,
    addirittura preventive. Questo non regge, dal punto di vista logico
    ed
    etico.
    La guerra in sé, come la morte, non è un male, non è sporca in sé,
    può
    essere necessaria, la guerra può essere anche feconda, il modo di
    farla conta. Conta anche perché queste guerre, per esempio, in cui
    non
    c'è combattimento eliminano tutto ciò che c'è di positivo nella
    guerra, per esempio il provarsi degli uomini. Se non c'è
    combattimento, non c'è rischio; ma se non c'è rischio, non c'è alcun
    valore. Con le guerre dove tu solo puoi colpire e l'altro essere
    colpito, si esce dal campo della guerra e si entra in quello
    puramente
    criminale. In guerra, cos'è che dà la legittimità al soldato di
    uccidere un altro? Il fatto che può essere altrettanto legittimamente
    ucciso. Se questo manca entriamo nell'area criminale del puro
    assassinio, del tiro a bersaglio. Io non dico che una potenza non
    debba usare la sua superiorità militare aiutando il suo esercito sul
    campo, ma se non aiuta il suo esercito sul campo, se bombarda e
    uccide
    i civili e uccide in misura pazzesca, vorrei sapere che differenza
    c'è
    con Bin Laden. Anzi, Bin Laden qualche giustificazione ce l'ha,
    perché
    non può fare la guerra agli Stati Uniti d'America, ma degli stati
    strutturati possono fare la guerra come Dio comanda, mandando in
    campo
    gli eserciti e combattendo i soldati e non i bambini, perché noi
    stiamo facendo la guerra combattendo i bambini. Diciamo la verità,
    noi
    combattiamo i bambini.

    FV - C'è un altro aspetto, al riguardo. Gli altri messianesimi,
    (cristianesimo e islamismo, ma anche comunismo, fascismi, le grandi
    ideologie politiche), volendo dominare il mondo, hanno prodotto anche
    figure di missionari guerrieri, cioè gente disposta a morire per la
    grandezza della propria Idea. Dove sono oggi i volontari disposti ad
    immolarsi perché in Afghanistan o Iraq si affermi la sacra triade di
    Bush: "democrazia, libertà, impresa"?

    MF - Questa è la grande debolezza dell'Occidente, proprio per le
    ragioni che dicevamo. Ecco perché fa questo tipo di guerre: non può
    perdere un uomo, perché nessuno si sente di perdere la vita per il
    nulla, perché non ci sono valori che lo sostengono. L'abbiamo visto
    molto bene in Afghanistan, dove da un parte c'erano uomini, sia i
    talebani che gli uomini di Massud, con dei valori (giusti o sbagliati
    che fossero), dall'altro c'erano solo macchine, cioè il vuoto. Questa
    debolezza, alla lunga, peserà, perché se tu non puoi rischiare gli
    uomini, hai voglia ad avere le macchine, un giorno o l'altro finisci
    sotto. Noi stiamo facendo queste guerre infami proprio perché in
    Occidente se tu perdi 200 soldati è una tragedia, nessuno capisce per
    che cosa sono morti, mentre se muoiono 200 talebani, loro sanno per
    cosa muoiono. Del resto basta vedere l'esempio dei kamikaze; certo
    quella è un'estremizzazione del valore, i valori cui penso io non
    sono
    così estremi …però ti dico un pensiero, che mi veniva in mente una
    volta che tornavo da Teheran, dove a quell'epoca c'era tanta polizia,
    un eccesso di senso se vuoi, … torno a Fiumicino,e c'è il festival di
    Sanremo su tutti i giornali, Sabani, Paoli che cantava "che cosa
    faccio della mia libertà", insomma tutto quel caravanserraglio lì …
    E'
    vero che c'è un eccesso di senso, ma esiste anche un eccesso di non
    senso; noi viviamo questo, e a me più dell'orrore fa orrore il nulla,
    noi siamo il nulla. Non vorrei essere appunto khomeinista, però credo
    che una via di mezzo, con dei valori forti, senza essere oppressivi
    in
    modo drammatico, si debba cercare, no?

    FV - Destra e sinistra, culturalmente e politicamente, che senso
    hanno
    oggi?

    MF - Molto meno di un tempo. Se tu ci pensi bene, sconfitti nazismo e
    fascismo, che erano comunque fenomeni novecenteschi, le nuove
    generazioni sono tornate a ragionare con marxismo e liberalismo, che
    sono in realtà categorie ottocentesche, che hanno due secoli.
    E'evidente che queste categorie non sono più in grado di comprendere
    a
    pieno la realtà e di darle un senso. Questo spiega anche l'enorme
    crisi della nostra cultura, perché in realtà non produciamo più nulla
    di nuovo perché siamo vecchissimi, e ci dondoliamo su questa finta
    contrapposizione. Una cosa erano marxismo e liberalismo
    nell'ottocento
    o alla fine del `700: erano due grandi idee che cercavano di
    razionalizzare quel fenomeno nuovo che era la rivoluzione
    industriale,
    con Adam Smith e Ricardo in un modo, Marx in un altro. Era giusto e
    lecito, era anche un reagire a 2000 anni di immobilismo, di
    conformismo. Io non ho nessuna accusa da muovere né a Smith né a
    Ricardo (oddio, un po' spietatini…), Marx, ecc., insomma erano uomini
    intelligenti che ragionavano sui loro tempi, ma certamente Adam
    Smith,
    Ricardo e Marx se vivessero adesso non farebbero gli stessi discorsi
    di due secoli fa. Erano dei geni, e quindi ragionerebbero, di fronte
    a
    realtà diverse, in modo diverso, di fronte ai risultati, ci
    penserebbero sopra. Purtroppo noi abbiamo intellettuali (Panebianco,
    Della Loggia, ecc.) che ripetono talmudicamente cose scritte due
    secoli fa e che non sono più valide, o non sono più valide in eguale
    misura.
    Comunque, anche su destra e sinistra io uso l'immagine del treno:
    siamo in questo treno che va ad una velocità pazzesca e sul treno c'è
    chi sta sulle poltrone (però anche lui non sta bene, perché la
    velocità lo sballotta), poi c'è chi sta sugli strapuntini, chi in
    mezzo al finestrino, chi sui cessi, chi rotola giù dal treno …
    certamente una migliore distribuzione sul treno è importante, in
    questo senso destra e sinistra hanno ancora un senso, ma la domanda
    di
    fondo è dove sta andando il treno.
    FV – Un commento sulla politica delle "grandi opere" del governo
    Berlusconi

    MF - Ma vogliamo proprio scendere alla miseria? … Mi colpisce il
    fatto
    che ora noi mandiamo fuori con l'indulto 15.000 carcerati perché
    mancano le carceri, poi costruiamo il ponte di Messina. Cominciamo a
    costruire le cose che servono, innanzitutto. Ma la cosa più
    importante
    è un'altra: esattamente come nelle invenzioni scientifiche, quando tu
    fai opere di quelle dimensioni non conosci mai le varianti che metti
    in circolo. L'Egitto è stato distrutto dalla diga di Assuan: avevano
    fatto la diga di Assuan per un motivo ragionevole, cioè si trattava
    di
    dare elettricità all'Egitto. Purtroppo la diga di Assuan ha alterato
    in modo irrimediabile le famose tracimazioni del Nilo che hanno fatto
    sì che nascesse la civiltà, e quindi quasi tutta la popolazione che
    viveva sul fiume (sono tre milioni) non avendo più tali tracimazione,
    ha dovuto venir via da lì e sta al Cairo. E sai dove sta? Sta al
    cimitero dei Mamelucchi. Ecco che la diga di Assuan si è rivelata un
    disastro.
    Perché quando fai opere così grandi, non ne conosciamo le
    conseguenze,
    non c'è Nobel che può prevederle. Sarebbe l'ora di finirla, facciamo
    le piccole opere, con le piccole dimensioni, le piccole cose, Il
    discorso vale per un po' per tutto, cerchiamo di non assolutizzare il
    bene, passiamo al bene relativo, perché quando più cresce il bene
    tanto più cresce il male, è una cosa osmotica. Volare un po' più in
    basso, un po' più intelligentemente, gli antichi questo lo sapevano,
    non parlavano mai di bene assoluto, semmai di beni relativi.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  2. #2
    Totila
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    Come al solito ottimo Fini. Nel senso di Massimo.

  3. #3
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