Partiamo dal sottotitolo del suo ultimo libro: Manifesto
dell'Antimodernità, quel vizio oscuro dell'Occidente.
Scrittore e giornalista, Massimo Fini costituisce un'interessante
voce
fuori dal coro, libera da gabbie ideologiche e lucidamente critica
verso la nostra modernità, di cui ama evidenziare paradossi e aporie.
Sulla scia dei suoi riusciti La ragione aveva torto? (1985), Elogio
della guerra (1989), Il denaro "sterco del demonio (1998), ha ora
pubblicato un utile e attualissimo pamphlet, Il vizio oscuro
dell'Occidente. Manifesto dell'Antimodernità (Marsilio 2002, pp. 69),
dove sottolinea il carattere totalitario del modello occidentale e
pone seri interrogativi sulle contraddizioni di quello che
fideisticamente qualcuno continua a ritenere "il migliore dei mondi
possibili".
Abbiamo incontrato Fini a Firenze, dove, dopo la presentazione del
suo
libro (e due ore di vivo dibattito), ha voluto accordarci una
conversazione-intervista "notturna" presso lo storico Gran Caffè
Giubbe Rosse.
- Partiamo dal sottotitolo del suo ultimo libro: "Manifesto
dell'Antimodernità". Cosa c'è che non va in questa modernità, non ci
viene detto che il nostro è il migliore dei mondi possibili, e che
anzi tutti ci invidiano?
Massimo Fini - Diciamo che sostanzialmente mancano qualsiasi armonia
e
qualsiasi equilibrio, cose che società precedenti alle nostre, pur
naturalmente nella fatica - soprattutto materiale - del vivere,
senz'altro avevano. E' proprio dal punto di vista nervoso e
psicologico che questa società incide malamente su di noi.
FV - Una società paranoica, la definisce
MF - Sì, la definisco paranoica perché è basata sull'inseguimento: tu
non puoi mai raggiungere un momento di equilibrio e di pace perché,
raggiunto un obiettivo, sei costretto ad inseguirne un altro e poi un
altro ancora e questo all'infinito, senza mai un momento in cui ti
fermi. Del resto tutto il meccanismo del mondo industriale si basa
sul
fatto che devi continuamente acquistare beni e poi acquistarne altri
e
poi ancora altri, perché se il meccanismo si ferma è perduto.
Riguardo al singolo, questo meccanismo obbliga, più o meno
inconsciamente, l'individuo ad una corsa verso un obiettivo che non
potrà raggiungere mai. E questo naturalmente, insieme a tante altre
cose, lo rende nevrotico, depresso, da' il senso dello scacco
esistenziale perché ad un certo punto della tua vita ti rendi conto
che non hai combinato quello che volevi combinare, perché quello che
volevi combinare è talmente proiettato nel futuro che non lo
raggiungi
mai. Von Mises, teorico dell'industrial-capitalismo, lo dice molto
bene: "non è bene accontentarsi di ciò che si ha". Insomma, c'è
sempre
qualcosa da invidiare e qualcuno davanti a noi e allora non c'è mai
la
pace.
FV - Perché questa tensione al miglioramento è volta ad un
miglioramento esclusivamente materiale.
MF - Certamente, questo è il punto, perché la tensione a migliorare,
ad esempio la conoscenza, è dell'uomo. Ma la tensione a migliorare
per
migliaia di anni è stata a migliorare sé stessi, a conoscere te
stesso; questo anche nelle culture che noi chiamiamo primitive, come
quella africana, dove la cosa più importante è il dominio su di sé.
Noi, invece, miglioriamo, crediamo di migliorare, solo materialmente;
e oltretutto non è neanche un miglioramento, perché cos'è in fondo il
mercato? E' uno scambio di oggetti. Si può pensare di costruire
valore
su una cosa di questo genere? Mentre l'uomo ha bisogno di valori; non
perché i valori esistano – sono illusioni nella mia ottica – ma
perché
anche le illusioni, come diceva Huizinga, fanno parte della realtà;
l'uomo non può vivere senza nulla. Ecco, questo è il disastro di
questa società: che non produce illusioni, non produce valori,
produce
un'afagia, un continuo mangiare, un continuo introiettare cibo e
altro
che non può dare, naturalmente, alcuna soddisfazione.
FV - E' questo il "vizio oscuro" dell'Occidente?
MF - Il vizio oscuro è doppio: uno è che ha creato un modello
paranoico, che ci fa star male; l'altro è che crede che il suo
modello
sia il migliore e lo impone ovunque. Perché potremmo anche dire: "a
noi questo modello ci fa star bene, portiamolo agli altri". Purtroppo
è un modello che ci fa anche star male, che è riuscito a far star
male
anche chi stava bene. Eppure, nonostante il modello mostri le sue
crepe, nonostante ci faccia soffrire, crediamo ancora, sinceramente,
di avere il migliore dei modelli e lo esportiamo negli altri mondi,
combinando disastri inenarrabili.La storia del Terzo Mondo degli
ultimi 30 anni è una storia di devastazione e distruzione per la
contaminazione del nostro modello con il loro, anche quando è
avvenuto
a fin di bene. Noi oggi andiamo ad aiutare l'Africa, ma l'Africa
stava
molto meglio quando si aiutava da sola. Spiego qual è il meccanismo:
questa gente viveva povera secondo il nostro metro, però quando tu
hai
casa, alloggio, socialità, identità, cultura, sei povero per chi ti
guarda da fuori, non sei povero. La loro è un'economia di
sussistenza,
che va a 500 giri e non a 10.000 giri, come la nostra, che ti obbliga
ad una corsa continua. Noi li sradichiamo, li destrutturiamo
esistenzialmente, e alla fine li affamiamo anche, perché in realtà
l'abbandono di un'economia di sussistenza e l'integrazione nel
mercato
mondiale fanno sì che questa gente esporti sì qualcosa ma
l'esportazione non è sufficiente a compensare il deficit alimentare
che si è venuto a creare e quindi c'è la fame.
FV – Crediamo quindi che il nostro modello sia il migliore e ci
sentiamo obbligati ad esportare la "buona novella". Come ogni
messianesimo, però, questo implica l'incapacità di accettare "l'altro
da sé", di riconoscergli pari dignità. Ma tra i vanti della cultura
occidentale non ci sono l'aver inventato la tolleranza, il
pluralismo,
il rispetto per il diverso?
MF - Certamente, questa è la contraddizione. La cosa che fa più paura
è che la gente crede di essere liberale, si definisce liberale, ed
invece è totalitaria, cioè non accetta l'altro se non nella misura in
cui si omologa a noi. Lo abbiamo sentito anche stasera (il
riferimento
è al dibattito sul libro, ed in particolare ad alcuni interventi che
affermavano la necessità di "modernizzare" l'Islam, conciliandolo con
i principi della cultura occidentale - ndr): c'è l'Islam buono,
l'Islam cattivo … ora, è chiaro che quando l'Islam ti aggredisce devi
rispondere, ma quando l'Islam sta a casa sua, saranno fatti loro se
si
svilupperanno, o non si svilupperanno …In realtà noi non tolleriamo
tutto ciò che è diverso, quindi non siamo liberali, crediamo di
essere
liberali ma siamo il contrario. Siamo anzi, diciamo la verità, la
forma più compiuta di totalitarismo, perché noi il pianeta lo abbiamo
occupato sul serio.
FV – Non è la prima volta che l'Occidente "esporta" le sue idee nel
mondo: anche in passato abbiamo partorito altre forme di
evangelizzazione.
MF - Sì, certo, tutto comincia concettualmente dalla Grande
Rivelazione: io ho la buona novella, e quindi ho l'urgenza non solo
di
annunciarla ma anche di convertire gli altri. Poi ci sono stati
l'eurocentrismo, il colonialismo classico, l'internazionalismo
proletario ed ora, nella forma più compiuta, questo modello
industriale a libero mercato di tipo capitalista che ha di fatto
occupato quasi il mondo intero.
Noi diciamo spesso che sono gli altri paesi che vogliono omologarsi a
noi. Questo, alle volte, è vero, ma quando non è vero, per noi non
cambia nulla: i talebani non volevano omologarsi a noi, volevano
un'altra storia - giusta o sbagliata non lo so, ma era la loro storia
- e sono stati spazzati via.
FV – Insomma, non riusciamo a rispettare le culture diverse. Ma
questa
"missione civilizzatrice", quest'ossessione di portare la nostra
civiltà dappertutto perché dappertutto costituisce il Bene, è l'unica
molla che ci spinge a voler omologare la vita nel pianeta oppure ci
sono altri motivi, di ordine più concretamente economico?
MF - Ci sono motivi strettamente economici: noi abbiamo bisogno di
conquistare sempre nuovi mercati, perché i nostri ormai sono saturi.
E' questo il colonialismo economico, molto più pesante del
colonialismo classico. Il colonialismo classico conquistava
territori,
rapinava materie prime (di cui però spesso gli indigeni non sapevano
che farsene) ma siccome le due comunità, proprio per il razzismo che
ci ha sempre contraddistinto (anche prima della Fallaci), rimanevano
divise, allora gli indigeni continuavano a vivere secondo proprie
socialità, usi, costumi, economie, ecc. Il colonialismo economico
deve
conquistare mercati e deve omologare questa gente ai nostri costumi,
ai nostri usi, soprattutto ai nostri consumi e possibilmente alle
nostre istituzioni. Quindi, mentre il primo colonialismo in qualche
modo rispettava l'identità di questi popoli, questo nuovo la disgrega
e la distrugge. Questo ha capito il mullah Omar, ed ecco il perché di
quella cosa che a noi in Occidente fa orrore: la distruzione
materiale
del televisore.
FV - Non esistono mezze misure di fronte ad insidie simili?
MF - Non lo so, ma la loro esperienza era quella. Se poi gli afgani
avessero voluto svilupparsi in altro modo da come proponeva il mullah
Omar, che a sua volta dava una sua interpretazione rispetto
all'Afghanistan tradizionale, che è molto meno integralista
(l'Afghanistan è un paese meraviglioso, io ci sono stato prima che
arrivasse l'Unione Sovietica, ma così l'aveva reso l'invasione
sovietica, la povertà, poi il banditismo dei vecchi comandanti ecc
fino a questa nuova forzatura), rimanevano questioni loro. Quella del
mullah è certamente una forzatura però l'intuizione che certi
elementi
del mondo basta che entrino ed è finita, secondo me, resta valida.
Sui
metodi c'è molto da discutere ma l'intuizione resta valida. Del resto
ogni cultura, è la lezione di Lévi-Strauss, è un complesso. Tu non
puoi pensare,come facciamo noi, "mi sta bene l'islamismo però a
condizione che la donna deve cambiare" perché ogni cultura, diceva
Lévi-Strauss, è un sistema e tu non puoi estrapolarne un elemento,
quello che non ti piace, perché crolla tutto quel sistema. Poi puoi
pensare che sia bene che crolli, ma devi saperlo e comunque non deve
dipendere da chi viene da fuori ma deve dipendere da dentro. Saranno
le donne musulmane a voler seguire lo stesso iter delle donne
occidentali, ma devono essere loro a deciderlo. A parte che il fatto
che, come mi diceva Hassan Gaddiri, viceministro iraniano tanti anni
fa, "voi la menate tanto per la storia del velo ma da voi c'è un tipo
di sistema, di pubblicità tale per cui la donna deve essere sempre
bella, giovane, levigata, ecc.; cos'è più costrittivo, il nostro
chador o quel sistema?".
Insomma, si tratta di ragionare su queste cose, si tratta di
recuperare forse una delle cose che va sicuramente salvata
dell'Illuminismo, cioè il dubbio. Noi abbiamo perso anche il dubbio,
che è uno dei portati migliori della nostra cultura.
Faccio un altro esempio, che si riallaccia la discorso di prima.
Tanti
anni fa, mi trovavo in Nuova Guinea per un servizio per l'Europeo, ed
ero ospite di un missionario, un padre salesiano, e lui era in
contatto con una tribù. Quando ero lì lui aveva un problema: voleva
dare una mietitrebbia che questa tribù assolutamente non voleva
prendere. E lui si disperava, si lamentava con me, non capiva
assolutamente come mai questi qui non volessero uno strumento che
faceva in due ore ciò che una famiglia comunque fa in due settimane.
Poi ad un certo punto c'è stato un incontro con il capo di questa
tribù, che sostanzialmente gli ha detto: "Vedi, per noi le cose
stanno
bene quando sono in equilibrio. La tua mietitrebbia distrugge questo
equilibrio e quindi non la vogliamo". Capisci? Sono due mondi
completamente diversi, che non sono conciliabili: lì si privilegia
un'altra cosa, appunto l'equilibrio, l'armonia, rispetto al nostro
dinamismo, al nostro andare avanti, che è un modello (ripeto, ognuno
ha il suo, ma non è detto che debba andar bene per tutti). La
democrazia in Afghanistan è una cosa che fa ridere chiunque vi sia
stato perché lì la leadership si conquista in tutt'altro modo, non
andando a deporre una scheda.
FV - Sono discorsi molto lontani da quelli di una parte del movimento
no-global, o, come è meglio definirli, new-global.
MF - Loro sono dei globalizzatori, quindi vorrebbero il mondo tutto
una grande democrazia planetaria … Il che, per me, è oltretutto anche
un'utopia negativa, perché il bello della vita sono le diversità e
comunque io non credo che noi si debba andare a salvare Safiya e
tutte
le Safiya della Terra. Credo, appunto, che ognuno debba filarsi la
sua
storia, e credo che noi ci stupiremmo molto se venissero qui dei
musulmani e pretendessero di imporre il loro modello. Diremmo che non
va bene, che non l'accettiamo, diremmo senz'altro no.
FV – Visto che ci siamo, parliamo dei rischi per la nostra cultura.
Sono più pericolose le moschee (seguendo la Fallaci) o i McDonald's?
MF - Le moschee, finché restano là, non sono pericolose per noi. Lo
diventano nella misura in cui l'Islam, che è una cultura aggressiva,
volesse uscire dai propri confini, ma finora mi pare che questo non
sia avvenuto. Avviene per effetto dell'emigrazione, ma l'emigrazione
siamo noi a provocarla: entrando in quei paesi e destrutturandoli,
creiamo quell'estraneamento ed anche quella fame per cui questi
vengono da noi. Certo, se tu gli distruggi l'habitat, se li
destrutturi, se gli togli ogni cosa, si agganciano all'unico valore
che gli rimane, quello religioso, e cominciano a declinarlo in senso
estremista e fanatico ed eventualmente terrorista.
Insomma, il mio concetto è che ognuno dovrebbe rimanere all'interno
della propria storia.
FV - E l'impatto dei McDonald's?
MF - Ma sai, i colpevoli dei McDonald's non sono gli americani, che
fanno i loro affari, siamo noi che ci andiamo.
FV - In questo senso l'americanizzazione non è un fenomeno più
pericoloso, perché non crea anticorpi?
MF - Certamente, è più insidioso, però siamo noi Europa che recepiamo
tutta la cultura, il modo di essere americano, senza più fare neanche
un bercio. Quando io ero ragazzo, negli anni '50, gli americani erano
i vincitori dell'ultima guerra, quindi godevano di grande prestigio,
ma quando venivano dall'America certa cose kitsch che non avevano
senso si diceva tra la gente "è un'americanata". Avevamo una cultura
che prendeva la distanza dalle cose che non ci piacevano. Oggi,
invece, a furia di leggere Panorama, l'Espresso, l'Europeo e vedere
la
televisione abbiamo completamente depauperato la nostra cultura e ci
becchiamo tutto il peggio che viene da là. Poi c'è anche un meglio
che
però non arriva. La colpa, in questo caso, nel rapporto Europa –
Stati
Uniti, è solo nostra. In questo caso gli Stati Uniti fanno solo la
loro politica economica di potenza, è evidente.
FV - L'estensione a livello planetario del modello culturale
occidentale implicherebbe la diffusione anche del suo modello di
vita,
caratterizzato da abbondanza di beni e forte consumismo. E' un
obiettivo concretamente raggiungibile?
MF - Secondo me questo non avviene se non in minima parte. Se
guardiamo la storia del Terzo Mondo negli ultimi 30 anni, in realtà
l'esportazione del nostro modello ha arricchito un po' di gente, in
genere equivoca, ed ha impoverito tutti gli altri. Lo si vede bene in
quello che succede in Russia, dove si è passati da una povertà
dignitosa al fatto che ci sono piccoli strati di popolazione
straricchi e tutti gli altri scesi nella miseria. Il russo diventa
pazzo quando vede che lui fa la fame e il vicino può entrare nel
locale da 100 dollari. La miseria è esattamente questo: è vivere
miseramente in una società che per alcuni versi è invece opulenta. Se
le condizioni sono più o meno uguali per tutti, tu non senti alcuna
miseria, ma con un raffronto così violento, certamente la senti. A
proposito della Russia, Solzenicyn (che non credo possa essere
accusato di comunismo, visto che ha fatto 20 anni di gulag) diceva:
"va bene il libero mercato, anche da noi, ma a piccole dosi, con
piccole imprese, piccolo commercio, perché questa è la nostra storia,
il nostro modo di essere". Ed è vero: io sono russo di madre ed è
vero, non c'entra niente la concorrenza con la democrazia. Se tu
gliela porti, gliela imponi col coltello del Fondo Monetario
Internazionale alla gola, tu distruggi un paese che già non stava
granché bene. Insomma, si è confusa libertà civile e libertà
politiche, sacrosante in un paese europeo, con il libero mercato, che
non è la stessa cosa. Qui si crede che libero mercato e democrazia
siano la stessa cosa. Non è vero.
FV - Anche se lei individua un nesso tra la democrazia ed i
meccanismi
del mercato.
MF - La democrazia rappresentativa è stata uno dei guanti che questo
sistema si è infilato, ma esistono anche altre forme di democrazia.
Esiste una democrazia diretta in piccole comunità che è tutta
un'altra
vicenda da questa. Noi parliamo di una democrazia rappresentativa che
in realtà non rappresenta proprio niente (io chiamo la democrazia
rappresentativa un modo per metterla in culo alla povera gente con il
suo consenso). Questo tipo di democrazia certo è funzionale al libero
mercato perché è una sorta di prevalere di una maggioranza
eterodiretta da media, da mezzi di comunicazione, dall'alto, che
quindi si farà convincere a tutto ciò che vogliono i padroni del
vapore … Ma poi non è più neanche adesso una questione di padroni del
vapore, questo è un meccanismo che va avanti per conto suo e che è
sfuggito di mano anche agli stessi apprendisti stregoni.
FV - Non c'è un timoniere?
MF - No, magari ci fosse, andrei lì col kalashnikov … Purtroppo è un
meccanismo che è sfuggito, è un treno che va a 800 all'ora, che
continua ad aumentare la velocità, il macchinista non c'è, o se c'è
non controlla più i comandi, anche se dice di controllarli. Gli
stessi
liberisti non si rendono ben conto del meccanismo che hanno creato e
che non governano.
FV – Eppure pensano ancora di poterlo controllare, magari attraverso
la formula dello "sviluppo sostenibile".
MF - Non esiste uno sviluppo sostenibile, già questo è insostenibile,
né esistono forme di energia alternativa se usate di massa. Quando,
in
una zona tra Belgio e Olanda, hanno fatto 300 gigantesche torri per
l'energia eolica, gli abitanti sono diventati tutti quanti pazzi,
perché il rumore era pazzesco e comunque loro erano abituati a vivere
in pianura e si sono ritrovati davanti a questo paesaggio. Insomma:
un
foglio di carta in casa tua non fa danni, 3 quintali di fogli di
carta
ti uccidono. Questo uso massiccio di risorse che devi fare proprio
per
sostenere un modello che deve sempre andare avanti e che non solo non
può tornare indietro, non solo non si può fermare, non solo deve
rimanere alla velocità attuale, ma deve sempre aumentarla … già
questo
ti dice che è pazzesco! Quando dissi a Rubbia, che è uno scienziato e
che non vuole assolutamente sentire questi discorsi: "Scusi
professore, glielo chiedo da fisico: continuando ad aumentare la
velocità come stiamo facendo, non stiamo accorciando il nostro
futuro?", allora lui cominciò ad ammettere questi dubbi. E' lui che
mi
ha dato l'immagine del treno che va e non c'è più il macchinista e
non
sappiamo neanche se prendendo la cosa in mano in questo momento e
volendo fermarci siamo ancora in grado o siamo già al punto di non
ritorno. Non esiste uno sviluppo sostenibile: è una menzogna, in
buona
fede per alcuni, in mala fede per altri; come è una menzogna, in
buona
fede per alcuni e in male fede per altri, la globalizzazione dei
diritti. Non siamo riusciti a globalizzare i diritti in piccole
dimensioni, figura se riusciamo a dare veri diritti a livello
mondiale. E in ogni caso, lo ripeto, se anche si raggiungesse questa
utopia sarebbe una noia mortale perché saremmo tutti uguali!
FV – In maniera alle volte fideistica, si sostiene la possibilità di
uno sviluppo sostenibile grazie ai risultati della tecnica. Classico
esempio sono gli ogm, che dovrebbero risolvere il problema della fame
nel mondo. E' una promessa fondata o le cose stanno diversamente?
MF - Ma no, questa è una delle tante menzogne per vendere gli ogm.
Oltre alle tante questioni di salute, per cui noi facciamo
esperimenti
senza sapere che cosa succede dopo, va detto che non è certo l'ogm
che
risolve la fame nel Terzo Mondo. La fame nel Terzo Mondo si risolve
permettendo a questa gente in qualche modo di recuperare la loro
economia. Prima non c'era la fame in Africa, questo è il punto.
L'Africa, ai primi del 900, era autosufficiente alimentarmente, e lo
era ancora in buona misura fino agli anni '60; da quando abbiamo
cominciato ad inserirli nelle nostre politiche, è esplosa la fame.
Anche perché il cibo in un'economia integrata mondiale non va dove ce
ne è bisogno, va dove c'è denaro per acquistarlo. Va ai maiali dei
ricchi americani, al bestiame dei paesi industrializzati. Mentre
quando tu stai sul tuo e coltivi la tua terra, il prodotto non te lo
leva nessuno. Certo, può venire l'anno della carestia, ma in linea di
massima non c'è fame.
FV – La fame è quindi un problema di distribuzione delle risorse,
come
sostiene Vandana Shiva?
MF - E' un problema di distribuzione, è un problema di sistema. C'era
in quei sistemi (ma questo vale anche per il nostro Medioevo) un tale
reticolo, proprio perché si viveva di integrazioni, di solidarietà,
per cui ognuno aveva quanto gli bastava. Nella stessa corporazione
artigiana, per esempio, era proibita la concorrenza, ognuno doveva
avere una quota di mercato sufficiente per vivere. Il concetto era
quello della cooperazione, non della competizione. Adesso dove ci
porterà questa competizione mondiale? E' logico, è inevitabile, che
ci
porterà ad avere un pugno di paesi ricchi ed un mare di miseria. Ed
anche questi paesi ricchi, crederanno di salvarsi a questo punto?
Perché appunto si realizza l'ipotesi di Marx: puoi avere tutte le
armi
che vuoi, ma quando hai intorno 6 miliardi di poveracci che ti
vogliono fare la pelle, getterai l'atomica, ma l'atomica è un'arma
che
ricade su te stesso. Quindi, dovremmo pensarci, anche nelle forme più
egoistiche e ciniche possibili, alla nostra sopravvivenza. La
competizione porta a questo.
FV – E allora, quali alternative ci sono?
MF – C'è una proposta possibile, praticabile, volendo, anche da oggi.
Io parlavo di piccole dimensioni, ma è chiaro che se hai piccole
dimensioni gli americani, e chiunque altro, ti schiacciano. Una
mediazione possibile è invece l'Europa, l'Europa non solo unita
economicamente ma proprio l'Europa unita, neutrale, armata, nucleare
ed autarchica. Neutrale perché noi non abbiamo più gli stessi
interessi degli Stati Uniti, per ragioni che sono molto evidenti:
l'alleanza con gli Stati Uniti era necessaria quando c'era l'Unione
Sovietica, perché erano gli unici che avevano il deterrente atomico
necessario per scoraggiare l'aggressione dell'Unione Sovietica.
Armata
e nucleare non per aggredire qualcuno ma come deterrente. E poi una
parola chiave è: autarchica, nel senso che noi abbiamo popolazione,
know how, risorse e mercato, sufficienti per essere autosufficienti.
Questo ci permetterebbe di evitare le conseguenze più drammatiche:
che
se ai giapponesi, per loro cultura samurai applicata alla fabbrica,
gli viene da lavorare 18 ore al giorno, anche noi in Italia si debba
lavorare 18 ore al giorno; che se a Taiwan pagano un pugno di riso,
anche noi si debba ridurre il salario; che se gli USA non hanno
welfare, noi si debba smantellare il nostro welfare. Ovviamente,
questo avrebbe dei costi: penso che il benessere delle classi alte e
medio alte diminuirebbe, perché tutta una serie di prodotti
diventerebbero irraggiungibili. Ma, poiché in quanto a beni e
prodotti, ormai siamo pieni fino al collo (non sanno più cosa
inventare: lo shampoo per cani, il water che suona …), sarebbe un
male
veramente minore. E questo presupporrebbe l'autarchia ed anche una
redistribuzione più equa delle risorse rimaste tra la popolazione di
quanto non sia quella globale, visto che in tutti i paesi
industrializzati il divario tra ricchi e poveri oggi si sta
divaricando sempre di più. Questa è un'ipotesi che se si volesse
politicamente, se i governi e le popolazioni europee ne fossero
convinte, si potrebbe tranquillamente praticare. Non è l'utopia
lontana del ritorno a dimensione comunitarie, alla terra,
l'autoconsumo ecc, è una cosa praticabile. Comunque, poiché non
faremo
nulla di tutto questo, il sistema imploderà e se non saremo morti
tutti si ricomincerà con un nuove feudalesimo, si spera senza
feudatari.
FV _– E riscoprire la sobrietà come stile di vita?
MF - San Francesco sarebbe un santo totalmente rivoluzionario, perché
la sobrietà è esattamente il contrario di questo sistema. Pensa al
silenzio, per esempio, che è un valore assoluto per le culture
africane; noi siamo nel suo esatto contrario, noi applaudiamo anche i
nostri morti …, in realtà, cosa vuol dire questo? Che noi, che pur
abbiamo questa straordinaria cultura che ha lavorato proprio
sull'uomo, non siamo più in grado di riflettere su noi stessi.
Rimangono comunque sacche di cultura molto vaste dove la ricerca di
sé
e dell'equilibrio è importante: in fondo l'India riesce a resistere,
ad esserci, pur nella globalizzazione, con la sua antica cultura e
con
questo modo di essere, nonostante sia per certi versi entrata nella
modernità. Noi, invece, questa capacità di introspezione, di ricerca
di sé (quello che i Greci, i padri della nostra cultura, avevano
fatto
in modo così straordinario prima di tutti), non riusciamo a
ritrovarla. Non siamo più capaci di silenzio, di riflessione.
FV - E la religiosità dell'Occidente, cioè il cristianesimo, che
peso ha?
MF - Pensare, come pensa la Fallaci, che questa sia una lotta tra
cristianesimo e Islam è ridicolo, perché l'Occidente è totalmente
scristianizzato e desacralizzato. Casomai è la lotta tra il
totalitarismo del meccanismo industriale e un totalitarismo del
senso,
del valore, che è quello islamico, che pure è declinato in senso
totalitario e aggressivo. Non è, infatti, che puoi parteggiare per
l'Islam, che rappresenta un'altra cultura totalitaria. E' il peggio
di
un altro mondo che confligge con noi, non è il buddismo, non sono le
culture africane.
FV - L'integralismo costituisce l'esito scontato dell'islamismo?
MF - No, noi lo abbiamo fomentato, perché privandoli di tutto il
resto, è chiaro che un poveraccio si attacca alla religione, ha
ragione.
FV - Distruggendo le culture la globalizzazione crea o integralismi o
xenofobia.
MF – Certamente, è inevitabile, lo capisce chiunque.
FV – Ma non tutti all'interno del movimento antiglobalizzatore. Come
vede tale movimento?
MF - Lo vedo come un movimento antimodernista, antiprogressista, in
questo modo antitetico alla modernità, appunto. In Italia no, in
Italia si declina a sinistra, è modernista, progressista, quindi non
può competere realmente con il suo avversario, è solo una versione
diversa (finisce come per il marxismo, che è stato un industrialismo
inefficiente: marxismo e capitalismo sono state le due arcate del
ponte dell'industrialismo; apparentemente confliggenti, in realtà si
sono sorretti a vicenda, costituendo soltanto due versioni diverse
della stessa cosa). Secondo me non ha futuro il movimento globalista
italiano, verrà espulso prima o poi. Il movimento antiglobal di
fondo,
come altri fenomeni (il ritorno delle piccole patrie e simili), si
oppongono in maniera radicale alla modernità così come è.
Naturalmente
non puoi ipotizzare un ritorno, puoi ipotizzare un "oltre la
modernità", che sarà da vedere e da inventare, se ci si arriverà,
perché non credo che abbiamo ancora tanto tempo.
FV - Pubblicando nel 1989 "Elogio della guerra", ha infranto un vero
tabù, e restituito dignità storica al fenomeno guerra. Da allora
l'Italia ha partecipato ad almeno tre guerre, si appresta a
combatterne una quarta, e su tutti questi conflitti lei ha espresso
posizioni molto critiche. Ci vuol spiegare la sua posizione sul
pacifismo e sulle guerre dei nostri giorni?
MF - Io non sono pacifista, nel senso che ritengo che la guerra possa
essere anche uno strumento per risolvere conflitti che non si
riescono
a risolvere diversamente.
Sono contro quali guerre? Sono contro le guerre fatte per impedire
quelle degli altri, tipo le guerre di Bosnia e in Kosovo, perché la
guerra, quando si fa, ha una sua logica, e se ci vai combini guasti
peggiori. In più trovo una contraddizione in termini pazzeschi: siamo
andati ad impedire le guerre altrui facendogli la guerra e poi,
improvvisamente, quando ci fa comodo solo noi possiamo fare le
guerre,
addirittura preventive. Questo non regge, dal punto di vista logico
ed
etico.
La guerra in sé, come la morte, non è un male, non è sporca in sé,
può
essere necessaria, la guerra può essere anche feconda, il modo di
farla conta. Conta anche perché queste guerre, per esempio, in cui
non
c'è combattimento eliminano tutto ciò che c'è di positivo nella
guerra, per esempio il provarsi degli uomini. Se non c'è
combattimento, non c'è rischio; ma se non c'è rischio, non c'è alcun
valore. Con le guerre dove tu solo puoi colpire e l'altro essere
colpito, si esce dal campo della guerra e si entra in quello
puramente
criminale. In guerra, cos'è che dà la legittimità al soldato di
uccidere un altro? Il fatto che può essere altrettanto legittimamente
ucciso. Se questo manca entriamo nell'area criminale del puro
assassinio, del tiro a bersaglio. Io non dico che una potenza non
debba usare la sua superiorità militare aiutando il suo esercito sul
campo, ma se non aiuta il suo esercito sul campo, se bombarda e
uccide
i civili e uccide in misura pazzesca, vorrei sapere che differenza
c'è
con Bin Laden. Anzi, Bin Laden qualche giustificazione ce l'ha,
perché
non può fare la guerra agli Stati Uniti d'America, ma degli stati
strutturati possono fare la guerra come Dio comanda, mandando in
campo
gli eserciti e combattendo i soldati e non i bambini, perché noi
stiamo facendo la guerra combattendo i bambini. Diciamo la verità,
noi
combattiamo i bambini.
FV - C'è un altro aspetto, al riguardo. Gli altri messianesimi,
(cristianesimo e islamismo, ma anche comunismo, fascismi, le grandi
ideologie politiche), volendo dominare il mondo, hanno prodotto anche
figure di missionari guerrieri, cioè gente disposta a morire per la
grandezza della propria Idea. Dove sono oggi i volontari disposti ad
immolarsi perché in Afghanistan o Iraq si affermi la sacra triade di
Bush: "democrazia, libertà, impresa"?
MF - Questa è la grande debolezza dell'Occidente, proprio per le
ragioni che dicevamo. Ecco perché fa questo tipo di guerre: non può
perdere un uomo, perché nessuno si sente di perdere la vita per il
nulla, perché non ci sono valori che lo sostengono. L'abbiamo visto
molto bene in Afghanistan, dove da un parte c'erano uomini, sia i
talebani che gli uomini di Massud, con dei valori (giusti o sbagliati
che fossero), dall'altro c'erano solo macchine, cioè il vuoto. Questa
debolezza, alla lunga, peserà, perché se tu non puoi rischiare gli
uomini, hai voglia ad avere le macchine, un giorno o l'altro finisci
sotto. Noi stiamo facendo queste guerre infami proprio perché in
Occidente se tu perdi 200 soldati è una tragedia, nessuno capisce per
che cosa sono morti, mentre se muoiono 200 talebani, loro sanno per
cosa muoiono. Del resto basta vedere l'esempio dei kamikaze; certo
quella è un'estremizzazione del valore, i valori cui penso io non
sono
così estremi …però ti dico un pensiero, che mi veniva in mente una
volta che tornavo da Teheran, dove a quell'epoca c'era tanta polizia,
un eccesso di senso se vuoi, … torno a Fiumicino,e c'è il festival di
Sanremo su tutti i giornali, Sabani, Paoli che cantava "che cosa
faccio della mia libertà", insomma tutto quel caravanserraglio lì …
E'
vero che c'è un eccesso di senso, ma esiste anche un eccesso di non
senso; noi viviamo questo, e a me più dell'orrore fa orrore il nulla,
noi siamo il nulla. Non vorrei essere appunto khomeinista, però credo
che una via di mezzo, con dei valori forti, senza essere oppressivi
in
modo drammatico, si debba cercare, no?
FV - Destra e sinistra, culturalmente e politicamente, che senso
hanno
oggi?
MF - Molto meno di un tempo. Se tu ci pensi bene, sconfitti nazismo e
fascismo, che erano comunque fenomeni novecenteschi, le nuove
generazioni sono tornate a ragionare con marxismo e liberalismo, che
sono in realtà categorie ottocentesche, che hanno due secoli.
E'evidente che queste categorie non sono più in grado di comprendere
a
pieno la realtà e di darle un senso. Questo spiega anche l'enorme
crisi della nostra cultura, perché in realtà non produciamo più nulla
di nuovo perché siamo vecchissimi, e ci dondoliamo su questa finta
contrapposizione. Una cosa erano marxismo e liberalismo
nell'ottocento
o alla fine del `700: erano due grandi idee che cercavano di
razionalizzare quel fenomeno nuovo che era la rivoluzione
industriale,
con Adam Smith e Ricardo in un modo, Marx in un altro. Era giusto e
lecito, era anche un reagire a 2000 anni di immobilismo, di
conformismo. Io non ho nessuna accusa da muovere né a Smith né a
Ricardo (oddio, un po' spietatini…), Marx, ecc., insomma erano uomini
intelligenti che ragionavano sui loro tempi, ma certamente Adam
Smith,
Ricardo e Marx se vivessero adesso non farebbero gli stessi discorsi
di due secoli fa. Erano dei geni, e quindi ragionerebbero, di fronte
a
realtà diverse, in modo diverso, di fronte ai risultati, ci
penserebbero sopra. Purtroppo noi abbiamo intellettuali (Panebianco,
Della Loggia, ecc.) che ripetono talmudicamente cose scritte due
secoli fa e che non sono più valide, o non sono più valide in eguale
misura.
Comunque, anche su destra e sinistra io uso l'immagine del treno:
siamo in questo treno che va ad una velocità pazzesca e sul treno c'è
chi sta sulle poltrone (però anche lui non sta bene, perché la
velocità lo sballotta), poi c'è chi sta sugli strapuntini, chi in
mezzo al finestrino, chi sui cessi, chi rotola giù dal treno …
certamente una migliore distribuzione sul treno è importante, in
questo senso destra e sinistra hanno ancora un senso, ma la domanda
di
fondo è dove sta andando il treno.
FV – Un commento sulla politica delle "grandi opere" del governo
Berlusconi
MF - Ma vogliamo proprio scendere alla miseria? … Mi colpisce il
fatto
che ora noi mandiamo fuori con l'indulto 15.000 carcerati perché
mancano le carceri, poi costruiamo il ponte di Messina. Cominciamo a
costruire le cose che servono, innanzitutto. Ma la cosa più
importante
è un'altra: esattamente come nelle invenzioni scientifiche, quando tu
fai opere di quelle dimensioni non conosci mai le varianti che metti
in circolo. L'Egitto è stato distrutto dalla diga di Assuan: avevano
fatto la diga di Assuan per un motivo ragionevole, cioè si trattava
di
dare elettricità all'Egitto. Purtroppo la diga di Assuan ha alterato
in modo irrimediabile le famose tracimazioni del Nilo che hanno fatto
sì che nascesse la civiltà, e quindi quasi tutta la popolazione che
viveva sul fiume (sono tre milioni) non avendo più tali tracimazione,
ha dovuto venir via da lì e sta al Cairo. E sai dove sta? Sta al
cimitero dei Mamelucchi. Ecco che la diga di Assuan si è rivelata un
disastro.
Perché quando fai opere così grandi, non ne conosciamo le
conseguenze,
non c'è Nobel che può prevederle. Sarebbe l'ora di finirla, facciamo
le piccole opere, con le piccole dimensioni, le piccole cose, Il
discorso vale per un po' per tutto, cerchiamo di non assolutizzare il
bene, passiamo al bene relativo, perché quando più cresce il bene
tanto più cresce il male, è una cosa osmotica. Volare un po' più in
basso, un po' più intelligentemente, gli antichi questo lo sapevano,
non parlavano mai di bene assoluto, semmai di beni relativi.




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