Questa è un’Unione europea da bocciare, che non rispetta le aspettative dei cittadini del Vecchio Continente, che è carente di democrazia diretta (leggasi: referendum), che non ha un idem sentire condiviso da tutti i suoi popoli. È quanto emerge da un’indagine condotta dal sociologo Aldo Ferrari Nasi, docente presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Genova.
In queste pagine vengono pubblicate le tabelle di questa ricerca, effettuata per il sito www.analisipolitica.it.
Il professor Ferrari Nasi ci spiega perché questa Europa non piace alla maggioranza dei cittadini.
«Che qualcosa non stia funzionando, nella direzione in cui si vuole indirizzare il processo di unificazione europeo, dovrebbe essere ormai chiaro a tutti - sottolinea il sociologo -. In Italia e in Europa il sano credo europeista di qualche anno fa si è ormai trasformato in paura ed in ripulsa».
Professore, il sondaggio intona quindi il De profundis per quello che Umberto Bossi ha sempre definito Superstato e Unione sovietica di Occidente?
«Quando oltre il 60% del campione interpellato risponde affermativamente alla dichiarazione “L’Europa che si sta costruendo non è quella che mi aspettavo” il risultato si commenta da sé. Praticamente due cittadini su tre pensano che l’Ue non stia andando nella direzione prevista e la percentuale sale fino al 70% tra gli intervistati della Casa delle Libertà. Inoltre anche più della metà del centrosinistra (il 55%) è d’accordo con l’affermazione».
Sono più scettici i giovani o gli anziani?
«La quota di chi non si ritrova in questo progetto europeo cresce al diminuire dell’età. I più giovani, quindi, cioè coloro i quali sono maggiormente coinvolti nel processo di unione, sia per forma mentis, sia per viverlo più da vicino di altri, sono i più scettici su quanto sta accadendo a Bruxelles».
Secondo la maggior parte degli intervistati, gli Stati dell’Ue non hanno in comune una forte identità storico-culturale.
«Anche in questo caso il 6% è rappresentato soprattutto dai giovani, che presumibilmente più si muovono tra le nazioni e coloro che hanno i titoli di studio più alti».
Però la maggioranza vorrebbe allargare l’Ue ad altri Stati. Non è una contraddizione lamentarsi dell’assenza di un’identità comune e poi pensare all’allargamento?
«La stessa maggioranza però aggiunge che le decisioni importanti, quelle che potrebbero avere ripercussioni sulla vita quotidiana dei singoli e delle famiglie, debbono essere convalidate da una consultazione popolare e non accettate acriticamente. I referendum non servono per sostituirsi all’attività legislativa ordinaria del Parlamento, ma ad ascoltare i cittadini e a farli esprimere su reali questioni di principio. Se i governi avessero prestato maggior attenzione alle loro genti, non ci sarebbero stati risultati come in Francia e in Olanda. E comunque, proprio perché tali risultati ci sono stati, è ora importantissimo tenerne conto per il futuro».
La categoria degli euro-entusiasti si sta quindi assottigliando giorno dopo giorno?
«Sì. Ciò che fino a poco tempo fa appariva scontato, ovvero che il destino naturale dell’Europa fosse quello di unirsi in modo definitivo sotto un governo unico federale, ora non ha più a sostegno neanche la metà delle opinioni degli italiani. Addirittura una quota che supera un quinto del campione (il 22%) afferma che «l’Europa non dovrebbe mai dotarsi di un vero governo comune con leggi comuni». Lo zoccolo duro degli euroentusiasti oggi è ancora rappresentato dal centrosinistra, con in prima fila i Ds e gli ulivisti. D’altronde questa Europa è molto figlia del lavoro di Prodi, quindi devono sostenerla. Ma anche in quello schieramento ben il 44 % non è di quell’opinione».
Concludendo, questa Europa fa paura ai cittadini?
«Certo, il termine è un po’ forte, ma credo che sia questo il sentimento che attualmente provi quella grande maggioranza di persone che vedeva nell’effettiva unione del Vecchio Continente la fine di quel periodo durato quasi due millenni in cui popoli culturalmente molto vicini si sono fatti guerra. L’Europa unita avrebbe dovuto inoltre essere un vero polo di rinascita economica, alleato, ma non dipendente, degli Stati Uniti e forte abbastanza da contrastare l’Oriente asiatico».
Speranza andate in fumo… Invece?
«Invece ciò che ci sembra stiano costruendo è solo una grande burocrazia che ci riempie di nuovi obblighi e ci rende ancor meno competitivi, senza contare gli apparati di ogni Stato membro rimasti in funzione. E chi non ha paura della burocrazia?».
Gianluca Savoini




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