Edvard Munch, passeggiata nell’anima


Si è da poco conclusa l’appassionante retrospettiva sull’opera di Edvard Munch, curata da Achille Bonito Oliva e Oivind Storm Bjierke, inaugurata lo scorso marzo a Roma, presso il complesso del Vittoriano.
Oltre cento capolavori tra oli, acqueforti, litografie, xilografie ripercorrono l’intera esperienza artistica e la tensione esistenziale dell’autore.

Una creatività potente e appassionata, fondata su un precario equilibrio psicologico, si libera attraverso una rinascita interiore.
Colori tetri e brillanti imprimono il trionfo della morte, che riporta alla luce gli eterni deliri dell’animo attraverso un simbolismo inequivocabile.
L’attrazione morbosa - ma mai perversa – per la morte e la malattia, si trasmette allo spettatore, che resta ipnotizzato e risucchiato dalla delirante lucidità dell’autore.

Le creazioni dell’autore norvegese descrivono un percorso interiore, non solo quello di una vita, ma rivelano anche la suggestione di singoli momenti esistenziali. Angoscia, disperazione, solitudine, ma soprattutto, delirante terrore dell’inganno esplodono come un grido che attraversa l’animo avvelenato: “camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue, mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un recinto sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco, i miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura”.
Si tratta dell’urlo della purificazione, della verità assoluta, l’urlo “dell’arte nelle tenebre che chiama al soccorso, invoca lo spirito: è l’Espressionismo”.

Morte, terrore, disperazione, s’impongono con una forza tale da divenire realtà oggettiva.
La malattia esprime il luogo sacro della creazione, la culla dell’anima, nella quale gioia e tormento assumono lo stesso significato.
Gli spettri del passato attraversano il tempo e accompagnano l’autore per tutto il suo percorso esistenziale e creativo: “le malattie, la pazzia e la morte (…) furono gli angeli neri che vegliarono sopra la mia culla e mi accompagnarono fin dall’infanzia”.

La morte imprime nell’opera di Munch, la sua inequivocabile eternità.
Rappresenta il momento della passione, della sublimazione che dissolve la precarietà. Il simbolismo tetro ma lucido e vibrante delle camere mortuarie ricorre in modo ossessivo in moltissime opere; basti pensare a “La bambina malata”, “Il letto di morte”, “Madre morta e bambina”, “La morte nella stanza della malata”, “Camera di malata”.
Nella “Morte nella stanza della malata”, l’artista fissa come istante eterno il momento del trapasso della sorella Sophie.

La morte e la malattia invadono l’intimità, gli spazi della quotidianità e rappresentano la condizione esistenziale costante.
Nella stanza della morte prevalgono la solitudine e il silenzio. Alcuni soggetti, smunti e privi di espressione si aggirano disorientati, come in attesa dell’inevitabilità dell’evento.
Non c’è conforto, né speranza.
Lo spazio angusto e limitato non agevola la comunicazione, gli sguardi delle persone non si incontrano mai. Il dolore è un’esperienza soggettiva che ognuno percorre nella propria solitudine.

La separazione e la malinconia restano condizioni sostanziali e immutabili. In opere come “Angoscia”, “Disperazione” e “L’Urlo”, il malessere e la lacerazione dell’animo si estendono a tutto il mondo circostante.
L’angoscia e le allucinazioni della psiche deformano la realtà, dando forma ad una sostanziale oggettività. Il dolore dell’artista diviene esperienza reale e concreta per lo spettatore.
Ci si trova fuori dallo spazio e dal tempo, nei luoghi fantastici dell’ossessione e del simbolismo dove “il nulla nulleggia”.

In “Sera sul viale Karl Johan”, l’artista ritrae se stesso in disparte, come una presenza solitaria e anonima che va dissolvendosi in mezzo a persone che vagano senza meta, assumendo le sembianze di fantasmi.
I volti inespressivi dei soggetti esprimono ancora una volta la condanna all’incomunicabilità e il senso di solitudine che tormentano l’uomo.
In “Separazione”, i due amanti guardano in direzioni opposte, probabilmente verso il nulla, mentre ne “Gli occhi negli occhi” i due innamorati sembrano addirittura degli spettri, privi di ogni emotività.

Anche l’Amore rappresenta un momento di rivelazione vissuto con estrema commozione interiore, attraverso un percorso solitario e contrastante.
La passione, la perdizione, il sesso, l’abbandono dei sensi rappresentati ne “Il bacio”, mostrano ancora una volta la dissoluzione umana; i contorni della due figure spariscono e si fondono in una contrapposizione minacciosa di forze, contaminata dalla brutalità dell’atto fisico.

La donna, trasfigurata attraverso il simbolismo più torbido, da vampiro a creatura divina, diventa il principale elemento della sfera intellettiva ed emotiva dell’autore.
La “Madonna”, afferma Ulrich Bischoff, esprime una “sospensione tra sonno e veglia, tra giacere e stare, tra comparire e sprofondare”.
In quel volto angelico e umano, etereo e passionale, Munch sembra custodire il mistero dell’esistenza e il paradosso dell’eterna rivelazione, la vita nella morte e la sublimazione dell’esperienza attraverso l’arte: “La mia arte è un’autoconfessione.


Con essa cerco di chiarire il mio rapporto con il mondo. Ciò potrebbe anche essere definito egotismo.
Eppure ho sempre pensato e sentito che la mia arte potrebbe essere d’aiuto agli altri per chiarire la loro stessa ricerca di verità”. In effetti l’autore vive e muore attraverso le proprie opere, comunica e manifesta inequivocabilmente il terrore esistenziale che lo paralizza.
I suoi soggetti spesso sono rivolti verso l’esterno, nudi e indifesi, con un’espressione talmente forte e labile da incutere nello spettatore un turbamento e allo stesso tempo un profondo desiderio di verità e di vita.

Edvard Munch grida e libera la propria inquietudine in ogni sua opera; ne “L’Urlo”, dove deforma la realtà circostante, nella “Pubertà”, dove impone la tragicità del divenire e la forza del proprio sentire.
Nella millenaria lotta tra realtà e rappresentazione, Munch riesce a sopravvivere a se stesso, si aggrappa alla verità, qualunque essa sia e regala un linguaggio universale e innovativo, la cui potenza evocativa è testimoniata dalla commozione interiore che si prova di fronte ai suoi capolavori.

La mostra nel complesso offre una notevole varietà di opere, provenienti direttamente da Oslo ed è la più significativa esposizione, a quasi venti anni di distanza da quella di Palazzo Braschi del 1986.
Peccato per l’illuminazione assolutamente inadeguata e per lo spazio espositivo esiguo.

Paola Cerri

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